Leggere scrivere e pubblicare Racconti online su Owntale

Una piattaforma ricca di funzionalità dove pubblicare, leggere e scrivere racconti gratuitamente. Mettiti alla prova e raggiungi il punteggio milgiore!

Ugho raccolse la foglia da terra e la porse all’uomo, alzandosi sulle punte dei piedi. Anche così non arrivava alle ginocchia di Bron. Il vecchio scricchiolò sinistramente quando si piegò a prenderla, poi si mise strani occhiali con la montatura fatta di rametti di salice piegati e incastrati, e la guardò.

“Gran brutto segno!” Sentenziò sbatacchiandola in aria come per farsi vento “E chi l’ha raccolta?”

“Io. Quindi sono io che sono stato messo in guardia. Credo che a breve il destino che il fato vuole per me, si compirà…e non intendo fuggirlo!”

“Sei coraggioso, anche se così piccolo; non capita spesso di incontrare gnomi del tuo stampo, ti meriti il mio rispetto; e qualche spiegazione”.

Bron si sedette a terra, così riuscì a vedere il piccolo Ugho all’altezza degli occhi, quindi prese dalla lercia tasca del suo lurido giaccone pieno di macchie di muffa e di chissà cos’altro, una piccolissima scarsella di velluto rosso fiamma e la mostrò allo gnomo, che stranito fissava quell’immenso volto sorridente fargli l’occhiolino.

“Lo stregone nero è tornato perché sta cercando questo” disse il vecchio indicando la piccola sacca “gli è necessario per compiere l’ultima parte del suo malefico piano”.

“Cos’è quello?” Chiese Ugho.

Bron allentò i legacci della borsa ed estrasse il contenuto versandolo nella conca del palmo della mano sinistra. Una gemma, grande poco più di un chicco di grano ma rossa e lucente come una ciliegia matura della valle di Kopt, dove i duroni sono rossi come rubini e dolci come il miele, apparve nella mano sporca del vecchio, incastrandosi in una delle mille pieghe del palmo.

“Questo è quello che cerca il malvagio stregone?” Chiese Ugho.” Ma se non è altro che un piccolo puntino cremisi”.

“Proprio tu dici questo piccolo amico? Non devi darti meraviglia se nella grandezza di qualcosa non è detto risieda il suo vero potere. Come in te, a volte proprio nelle cose più piccole e modeste, risiede una forza dirompente in grado di fare la differenza nelle situazioni disperate”.

Ugho si strofinò la peluria sul mento, a breve sarebbe diventata la folta barba tipica degli gnomi ma ora, a solo ottantaquattro anni, era ancora una moquette grigia. Si sentiva molto a disagio all’ombra imponente di Bron. Anche se il vecchio aveva fatto il possibile per non spaventare lo gnomo, Ugho non era mai stato così vicino a un uomo, peraltro talmente puzzolente da pizzicare le sue poco delicate narici. Pensava ad Honna che avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro in quell’oscurità spaventosa.

“Cosa posso fare per te?” Chiese, nella speranza di accelerare i tempi; il suo compagno evidentemente si trovava bene seduto nell’erba a crogiolarsi nel sole pomeridiano ma lui aveva tante cose da fare ancora prima che la giornata volgesse al termine: cercare le dolci bacche di fritzi, prendere a calci quell’impertinente scoiattolo che razziava le sue riserve di dolci bacche di fritzi e innestare una talea di fritzi sopra un vecchio nocciolo…insomma il fritzi era il suo cibo preferito e il suo più grande impegno.

“Prendila!” Bron allungò la scarsella in cui aveva nuovamente inserita la pietra rossa “Il Gwilynooy sarà più al sicuro con te. Portala da qualche parte nella foresta e sotterrala dove solo tu sai, ma non dirlo mai a nessuno, neppure alle persone che ti sono più vicine. Lo stregone nero ha occhi e orecchie dappertutto e se per caso dovesse venire a sapere che tu hai la pietra, chi ami non sarebbe più al sicuro!”

“E tu, che farai?” Chiese lo gnomo prendendo quello che per lui era un sacco e mettendolo sulle spalle.

“Combatterò, lui sta arrivando, lo sento. Io sono l’unico in grado di fermarlo. Almeno, una volta lo ero, quando il mio potere era vigoroso e il mio corpo giovane. Adesso mi accontenterò di rallentarlo quanto basterà a te per allontanarti il più possibile da qui. Ti ringrazio!”

“E di cosa?”

“Quando sono arrivato poco fa, pensavo di non avere alcuna via di scampo. Lo stregone mi avrebbe battuto, avrebbe preso il Gwilynooy e con esso aumentato il suo potere tanto da distruggere questa foresta con tutto quello che contiene. Adesso, grazie a un piccolo ma coraggioso gnomo, so che questo potrebbe non avvenire, il destino pare averci dato una via di scampo”

“Perché non hai sotterrato tu stesso la pietra?” Chiese Ugho perplesso.

“Io sono grande, immenso, e facilmente individuabile per le spie alate del mago malvagio; se avessi seppellito la pietra avrebbero saputo subito dove, e parimenti a quello che sarà oggi, non sarei stato in grado di proteggerla”.

“Hai un nemico potente”. Convenne Ugho.

“Molto di più.  Thir, il potente stregone nero è stato per anni il mio allievo prediletto!” L’ultima parte della frase uscì come un sospiro, come un ricordo doloroso che si infrange contro il presente, svelando antichi rancori.

“Comunque sia, piccolo gnomo, adesso vattene…e di corsa, oppure il nostro segreto non sarà più al sicuro”.

Ugho tentennò un istante prima di andare, come se intendesse fermarsi anch’esso a combattere a fianco del vecchio Bron, ma questi, con una spinta poderosa lo scagliò verso l’ingresso della tana, proprio mentre uno strano uccello nero sbucò dal folto della foresta, indirizzandosi verso di lui.

Ugho si alzò, era arrabbiatissimo e un po’ acciaccato, ma al sicuro. Lo spintone di Bron l’aveva scaraventato vicino all’ingresso del tunnel, dietro a una radice esposta del grande albero che usciva da terra con la sua pelle marrone e rugosa, proteggendolo da sguardi indiscreti. Come farebbe un qualsiasi gnomo prudente Ugho sporse dalla radice il capo fino al naso, lasciando il resto del corpo nascosto, e osservò. Bron era impietrito mentre lo strano uccello nero gli volteggiava intorno al capo emettendo stridii acuti e insolenti. Poi planò poco distante al vecchio, abbastanza vicino perché Ugho potesse guardarlo. Pareva un corvo, ma più grande e deforme, con un lungo collo spelacchiato che reggeva una testa piccola ornata di un grande rostro spesso e nero.

“Insomma, è una gran brutta bestia!” Convenne Ugho con sé stesso, mentre ammirava quell’uccello nero compiere quello che pareva proprio essere uno strano e scoordinato balletto.

Una volta Hugo, molti mesi prima, si era attardato nel bosco e, girando, s’era ritrovato nei pressi dello stagno di Pusk. In quel periodo alcuni grossi cigni reali, col candido piumaggio, scivolavano veloci sul pelo dell’acqua sbattendo forsennatamente lo loro ali. Altri invece, dopo una breve rincorsa spiccavano il volo, librandosi beati nell’aria: a lui erano sempre piaciuti i cigni!

Ecco, il corpo di quell’uccellaccio sembrava come quello di uno di quei cigni, solo nero come il tizzone e sprimacciato come un cuscino di piume in primavera.

La sua sorpresa si mutò in stupore quando quella cosa, avvicinandosi a Bron, che nel frattempo si era alzato impugnando una strana bacchetta fatta con quello che pareva un ramo di ginepro -con tanto di ciuffi verdi e acuminati -cominciò a parlare.

“Bron, mio vecchio e amato maestro, come ti sei ridotto. In quali modeste condizioni uno stregone par tuo si è venuto a trovare, e per che modo?”

Bron strinse la mascella alla mandibola tanto che i pochi denti rimasti scricchiolarono e frusciarono di rabbia. I suoi grandi e malandati occhi di uomo si erano accesi di un’ira che pareva implacabile. Le mani callose strinsero quella bacchetta così forte che qualche stilla del suo sangue bagnò l’erba verde accanto ai suoi piedi di un rosso scuro.

“Tu, tu maledetto, mi hai privato di tutto” Urlò il vecchio Bron con gli occhi velati di lacrime “tu hai ucciso la mia dolce Friga. E con lei hai distrutto il mio cuore. Maledetto!”

“Così mi parli, mio maestro? Quasi che anch’io non abbia sofferto la morte di quella che per me era diventata una madre? Ma, con lei il tuo cuore si era fatto troppo fiacco e la tua anima pareva aver trovato il suo fine ultimo, rendendoti debole. Ho dovuto farlo, mi capisci? Ho dovuto farlo!”

A Ugho quelle ultima parole, il tono con il quale il corvo/cigno le aveva pronunciate, anzi urlate, parevano davvero vibrare di una tristezza indicibile.

“No Thir, non capisco”. Bron pareva aver terminato la scorta d’ira e ora la sua immensa figura era circondata da un alone di angoscia.

“Per anni io e te abbiamo cercato il Gwilynooy, abbiamo passato intere notti insonni nel tentativo di trovare la formula che lo evocasse il Portale del Demonio, e quasi vi eravamo riusciti, ma Friga ti convinse a desistere dal tuo proposito proprio quando questo era in via di compimento; era necessario che io la fermassi!”

 

 

 

 

 

“Cosa succede, Ugho? Perché mi sono risvegliata da sola in quella buia caverna?”

La voce di Honna alle spalle del disgraziato gnomo, che ancora stringeva la corteccia della radice dietro la quale si nascondeva, arrivò intempestiva e con un tono talmente cupo che gelò il sangue del poveretto. Le sue dita si contrassero per lo spavento e grattarono con quelle unghiacce spezzate e dense la secca superficie del fittone con tale forza che fecero rimanere le tracce biancaste della polpa interna del legno mentre i polpastrelli doloranti si riempirono delle schegge della corteccia. Non vi sto a raccontare il male che provò Ugho.

“Ahia” Urlò, voltandosi verso la piccola Dewinn che lo guardava con quegli occhioni scuri densi di domande.

Domande alle quali il povero gnomo non sapeva come rispondere: la verità? Troppo assurda anche per un Dewinn che, in fatto di bizzarrie non erano secondi a nessuno. Pensate che Balt, il nonno di Honna, un giorno fu visto correre attraverso il villaggio con un favo sotto braccio, inseguito da uno sciame di api imbizzarrite. Si infilo, nudo come un verme nell’unica fonte dell’unica piazza del paese dove, in quel preciso istante tre imbarazzate matrone Dewinn stavano lavando i panni.

Ugho convenne che una bugia bianca sarebbe stata più utile: “Dobbiamo rientrare, il vecchio Bron se ne è andato, anche se credo che lo rivedremo presto!”

I rumori che arrivavano dallo spiazzo, tra cui ruggiti di dolore e di rabbia, fecero capire a Hugo che quella era una signora bugia, ma adesso era il momento di scappare a gambe levate.

“Vieni, cara Honna, torniamo a casa” Aggiunse tossicchiando un po’, nella speranza di coprire i rumori della lotta che arrivavano dalla pianura ma se c’è una cosa, sicura come i peli caprini della barba di uno gnomo albino, è che i folletti Dewinn sono le creature più curiose che esistano nell’Universo.

“Cosa sono questi rumori “Chiese infatti la piccola Dewinn.

“Quali rumori?” Nicchiò Ugho.

Honna fece per avvicinarsi imprudentemente a dove proveniva quello stano suono metallico. In effetti quelli che, poco prima, parevano i rumori di una lotta feroce si erano spenti, sostituiti da un sibilo acuto e armonico.

“Vieni Honna, dobbiamo andare!” Hugo la prese per le spalle e la tirò a sé in istante prima che la Dewinn uscisse dal riparo che era quella spessa radice d’albero.

“Ma io…” Una mano callosa, ancora pungente dalle schegge incastrate tra le unghie e i polpastrelli bloccò la delicata boccuccia a muso di triglia di Honna.

Con forza lo gnomo strinse e questo bastò a che la poverina svenisse nuovamente.

Certo chi i Dewinn sono proprio come le capre gnomiche, appena qualcosa li intimorisce quelli stramazzano a terra privi di sensi. Pensò Ugho cingendo tra le braccia l’esile corpicino avvolto nella sua pelliccia grigia.

La ripose al sicuro nella caverna, praticamente sulla stessa zolla di funghi schiacciati dalla quale si era alzata poco prima e, con la classica prudenza che lo distingueva mista a una strana e eccitante curiosità che mal si addiceva alla sua fama di gnomo fifone, decise di andare a controllare se Bron avesse bisogno d’aiuto.

Anche se sapeva che ben poco uno gnomo come lui avrebbe potuto fare contro un mago così potente. Forse lo avrebbe distratto mordendogli un polpaccio o forse, con un calcione ben assestato, gli avrebbe rotto una caviglia; doveva ancora decidere.

Ma quello che vide, lanciando una rapida e sicura occhiata alla radura, gli fece mancare il fiato facendogli passare immediatamente la voglia di fare l’eroe.

Lo strano corvocigno si era tramutato in un giovane uomo, con un lungo abito a tunica nera, capelli biondi raccolti in una coda di cavallo e, da quella posizione Ugho riusciva a vederlo benissimo, occhi che brillavano di una sinistra luce rossastra.

0
0
Alcano
About

Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

TAGS: -

Commenta il racconto di

Lascia un commento