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CAPITOLO 1: IL FURTO

Era da poco passata l’alba. Nella cella filtrava solo una leggera luce mattutina, che si faceva di minuto in minuto più forte e chiara, in corrispondenza dell’alzarsi sempre più in alto del sole. Era dicembre, ma la temperatura era estremamente mite per il periodo, anche se nella cella faceva piuttosto freddo, inoltre in essa aleggiava una leggera nebbia, come nel letto di un fiume in un’umida giornata autunnale. Ashel aprì di colpo gli occhi e si mise a sedere stiracchiandosi leggermente le braccia ed un poco le gambe. Dopo essersi messa a sedere, fissò le sbarre della cella: nere, lucenti ed estremamente pulite – oltre che estremamente opprimenti – pensò con un misto di malinconia ed amarezza. Si alzò dal letto, se così si poteva chiamare il suo scomodissimo giaciglio, praticamente un materasso lercio e senza alcun tipo di coperta o cuscino ausiliario. Torse il collo a destra ed a sinistra, aveva dormito poco e malissimo ed il collo le faceva molto male per via dell’aria fredda ed umida che filtrava dalla finestra la notte, la quale rimaneva sempre aperta, poiché impossibile da chiudere. Ashel aveva provato a chiuderla più volte durante la sua permanenza in cella, ma le era stato impossibile, un po’ per via delle strette sbarre di ferro nero che impedivano alla ragazza di raggiungere la vecchia maniglia della finestra ed un po’ perché anche volendo essa non si chiudeva bene e si apriva ad ogni minimo spiffero di vento. Temerariamente la ragazza aveva anche provato a chiedere un paio di volte alla guardia Port se gliela poteva chiudere (dato che la finestra si poteva chiudere solo con una chiave speciale che era data in dotazione solo alle guardie del carcere), ma in tutta risposta aveva ricevuto semplicemente una grossa risata canzonatoria ed al secondo netto rifiuto la ragazza aveva deciso suo mal grado di lasciare perdere. Mosse due passi, gli unici che poteva compiere in quel luogo angusto ed andò a osservare affranta quel poco di paesaggio che si poteva scorgere dalle spesse sbarre della finestra della cella. Il cielo era limpido e di un azzurro terso e solo una piccola nuvola si stagliava all’orizzonte. La collina di Par capeggiava, imponente come suo solito in quello spicchio di cielo invernale. La strada sottostante era poco trafficata e solo due piccole auto grigie stavano transitando in quella zona. La curva della strada poi si interrompeva a metà alla vista di Ashel. La ragazza si mise ad osservare pensosa i parcheggi sottostanti, quasi completamente vuoti ed intervallati da delle piccole aiuole verdi poco curate – chissà se Elisabel e Samuel mi stanno pensando quanto li penso io ultimamente – La ragazza volse poi lo sguardo dietro di sé e fissò per un attimo la sua angusta cella. Le pareti erano grigie e la muffa agli angoli del muro era ormai evidente, anche per l’odore intenso e fastidioso che emanava. Il pavimento di nuda pietra era polveroso ed abbastanza sporco, per il resto la cella aveva ben poco da raccontare: c’era uno sgabello di legno, molto piccolo, di fianco a quello che doveva essere il letto di Ashel, o che più somigliava a qualcosa di simile ad un letto; sullo sgabello erano inoltre ammucchiate un po’ disordinatamente le poche cianfrusaglie che alla ragazza era concesso tenere in prigione ed infine, la stanza, molto piccola, aveva un vecchio specchio molto sporco posto di fianco ad una piccola porticina in legno, dietro alla quale era ubicato il bagno, composto semplicemente da un orinatoio antiquato e da una doccia, da cui usciva un getto di acqua estremamente flebile e posta al centro del bagno stesso. La ragazza aveva anche un leggero mal di testa, non stava bene per niente. Andò in bagno e dopo essersi lavata un poco la faccia con l’acqua particolarmente gelata della doccia, andò ad asciugarsi il viso con il suo asciugamano nella stanza accanto. Maledisse ancora una volta la finestra che restando inesorabilmente aperta lasciava entrare sempre di più l’aria gelida del mattino, che le stava facendo accapponare la pelle del viso ed i brividi di freddo lungo la schiena. Andò poi di fronte allo specchio – come se tanto mi dovesse vedere qualcuno – pensò e fece per specchiarsi, sistemandosi con le mani i lunghi capelli neri, che le arrivavano fino quasi alla vita. – cavolo dovrei proprio tagliarmi i capelli – sospirò e poi aggiunse “sì, certo come se in questa maledetta prigione ci fosse un parrucchiere, come no!”, sorrise per la stupidaggine che aveva appena pensato e quel sorriso, magnifico ed a trentadue denti, la fece rallegrare un poco, facendole quasi dimenticare il forte dolore al collo ed il mal di testa cane che non sembravano volerle lasciare scampo. Si osservò il viso: perfettamente ovale e gli occhi verdi molto carismatici. – pronta ad un’altra maledetta giornata di reclusione? – pensò amareggiata. Poi osservò com’era vestita: il lungo pigiama a righe non lasciava intravedere molto del suo fisico, magro ed estremamente scolpito, ma si intuiva che si trattasse proprio di una bella ragazza. Ashel infatti non trascurava mai il suo fisico e si allenava costantemente per tenerlo piacevolmente in forma. Girò leggermente il bacino, quasi a volerselo sgranchire dalle fatiche della notte insonne appena trascorsa e tale movimento evidenziò particolarmente la sua silhouette e la bellezza dei suoi fianchi. – Però, anche se sono reclusa da una settimana, il mio fisico non è affatto peggiorato – e sorrise sollevata a tale pensiero – e meno male! – pensò irritata – altrimenti una volta fuori da qui la farò pagare a quei maledetti sbirri, eccome se gliela faccio pagare se divento un orribile cesso a forza di stare in questo posto osceno- pensò la ragazza, con fare quasi gagliardo. Poi con una buona dose di ironia sorrise allo specchio e gli fece l’occhiolino, tirando fuori la lingua, con un gesto quasi sensuale. – eccolo lì al suo posto- il suo piercing era lì, come sempre al centro della sua lingua. Ashel teneva molto al suo piercing, se lo era fatta quando aveva ancora solo dodici anni ed a scuola era stata la prima ragazza ad averlo, non ricordava bene perché lo avesse fatto inizialmente, probabilmente per curiosità, o perché fin da piccola era sempre stata una ragazza piuttosto ribelle ed affascinata da quel genere di cose. Tuttavia con il passare del tempo, complici anche i complimenti di molti ragazzi, ne era andata via a via sempre più fiera ed ora era un vero e proprio simbolo, per lei di grande importanza, che considerava quasi “ storico “, come usava spesso dire e con cui molte persone sconosciute e non la identificavano, anche perché restava comunque una delle pochissime ragazze della sua età, che in quella piccola città di provincia lo avevano e pertanto questo costituiva una rarità del tutto peculiare di cui Ashel personalmente andava fierissima. La ragazza smise di compiacersi, nonostante fosse bellissima ed anche un po’ orgogliosa non le piaceva compiacersi troppo e tirarsela più del dovuto, così decise che il momento di specchiarsi era finito e che doveva allenarsi un po’ per alleviare la tensione dei suoi muscoli ed aspettare che scadesse il tempo per essere finalmente libera da quella terribile prigionia. Iniziò a fare un po’ di stretching e programmò anche già che successivamente avrebbe fatto una piccola serie di squat per mantenersi tonica, quando tutto d’un tratto sentì un rumore sospetto oltre le sbarre della sua cella, che le fece interrompere l’esercizio di colpo e le fece drizzare per bene le orecchie. Oltre la cella non c’era altro che una piccola stanza del tutto vuota ed una porta imponente di legno di quercia, naturalmente chiusa a chiave e del tutto impossibile da sfondare. La porta era probabilmente stata progettata appositamente a prova di fuga, nel caso qualche detenuto fosse riuscito ad uscire in qualche modo dalla propria cella e fosse fortuitamente giunto in prossimità della grossa porta. Ashel si fece sempre più tesa ed attenta e sentì un rumore di chiavi nella serratura della grande porta, la stavano aprendo. La ragazza pensò che una delle sue due guardie di cella, Port e Pert, le stessero portando la colazione ma poi si ricordò che a lei non servivano mai la colazione, bensì solo la cena ( e pure scarsa ), tuttavia rendendosi conto del fatto che era Domenica, pensò che le guardie potevano essere state particolarmente magnanine ed avessero potuto fare un’ eccezione per quel giorno, servendoli qualcosa di caldo da mangiare, cosa che non le sarebbe affatto dispiaciuta vista anche la notevole fame che aveva. La porta si aprì di colpo e ne uscirono tre figure, inizialmente losche e minacciose, ma che poi Ashel riconobbe essere Port, Pert e il capo di polizia del penitenziario: Osvaldo. Tutte e tre avevano l’uniforme di servizio della polizia penitenziaria locale, tranne Osvaldo, il quale aveva una divisa un po’ diversa di un blu molto più scuro rispetto agli altri e con una stella cucita in alto a destra: era l’alta uniforme che il capo di polizia locale portava sempre con sé durante il servizio. Osvaldo era al centro del trio poliziesco, alla sua destra aveva Port ed alla sua sinistra Pert e stava facendo rotta verso la piccola porta della cella di Ashel, con fare affrettato. La ragazza rimase particolarmente delusa dal fatto che nessuno dei tre poliziotti avesse con sé del cibo – quindi nemmeno oggi, si sono presi la briga di portami la colazione, questi maledetti scansafatiche! – Tuttavia allo stesso tempo Ashel, che era di natura molto astuta, si insospettì alquanto: era vero che le due guardie venivano spesso a controllare come stesse la ragazza, non tanto perché si interessassero realmente della sua salute, bensì perché non potevano permettere che si ammalasse o che peggio ancora morisse di fame, poiché è vero che lei era una detenuta e che come tale doveva essere trattata, ma le sue condizioni di salute dovevano restare comunque buone, altrimenti il medico del carcere, il dottor Saravan, gli avrebbe di certo fatti rimuovere dal servizio, poiché la salute dei suoi detenuti andava comunque garantita, senza contare che avrebbero dovuto affrontare l’ira di Osvaldo, che non era di certo famoso per la sua calma ed il suo sangue freddo e che non si sarebbe fatto problemi a sbarazzarsi di loro in un batter d’occhio e tenendo inoltre conto che avrebbero dovuto subire un processo penale che avrebbe conseguentemente portato loro dietro alle sbarre, fatto che logicamente le guardie volevano assolutamente evitare. Inoltre, era chiaro che il loro compito fosse quello di controllare i detenuti per evitare una loro possibile evasione e pertanto passavo spesso dalla cella di Ashel per controllare che la ragazza, non nuova per i suoi comportamenti ostili verso le forze dell’ordine e molto scaltra, non tentasse una fantomatica fuga. Tuttavia, mai erano venuti lì al mattino presto con Osvaldo e mai il capo, salvo il giorno in cui l’aveva portata in carcere, aveva fatto a lei visita ed era questo il motivo che principalmente incuteva un certo sospetto in Ashel. I dubbi di Ashel tuttavia vennero chiariti in fretta, poiché Osvaldo tirò fuori un grosso mazzo di vecchie chiavi dalla tasca destra dei pantaloni della divisa ed infilò la chiave nel cancelletto della cella di Ashel girandola tre volte. “Non provare a scappare ragazzina “disse perentorio, Ashel non rispose – che stupido – “E’ giunto il momento del tuo rilascio “. A tale frase Ashel sobbalzò di colpo – il mio rilascio? Ma è domenica! Io dovevo uscire lunedì, non sono ancora passati sette giorni, ma solo sei – pensò dubbiosa e rimase ferma sul posto, sospettosa e guardando minacciosa i suoi carcerieri, non si fidava affatto. Osvaldo aprì la porta della cella e fece un passo verso Ashel “Allora mi hai sentita o sei diventata sorda? Oggi è lunedì, nel caso tu non te ne fossi accorta e ti dobbiamo rilasciare “. Si era sbagliata, evidentemente la settimana di prigionia le aveva giocato dei brutti scherzi ed aveva confuso la domenica con il lunedì – poco male – pensò e si apprestò a seguire il capo verso la stanza degli interrogatori. “Siediti “. Ashel si sedette, in attesa che l’agente le ponesse le ultime domande prima del suo rilascio, finalmente sarebbe tornata a casa. “Par, Pert, lasciateci soli “. Le due guardie annuirono, si congedarono con un veloce saluto al capo, ignorarono completamente la ragazza e dai due lati della sedia su cui era seduto Osvaldo, dove essi si trovavano, si dileguarono rapidamente lasciandoli così soli. La stanza era ampia e molto poco illuminata, completamente priva di finestre e solo una piccola lampadina posta su un ampio tavolo faceva una leggera luce che si frapponeva tra l’interlocutore e la ragazza, per il resto la stanza era grigia e completamente spoglia di qualsiasi tipo di addobbo e c’era lo stesso odore di umido che aleggiava nella ormai ex cella di Ashel. L’agente si mise ad armeggiare lentamente con una serie di fogli e documenti che aveva in mano e dopo averli brevemente osservati prese la parola. “Allora… “iniziò Osvaldo cupo e concentrato, “Ashel giusto? “, la ragazza annuì senza battere ciglio. “Residente a Las Percia, diciannove anni, la descrizione fisica corrisponde e… già nota alle forze dell’ordine “, disse con un leggero filo di ironia, Ashel ancora non batté ciglio – patetico – pensò. “Vedo che abbiamo dei precedenti qui, c’è dunque l’aggravante della recidiva “e sorrise ironico “Così giovane e già così irrispettosa delle leggi, non proprio una cittadina modello… “continuò l’agente guardandola di soppiatto dai grossi occhiali con una montatura azzurra ed il logo della polizia di stato ai lati, che si era messo per leggere i documenti. “Se tu fossi figlia mia, probabilmente non usciresti più di casa e…”” risparmiami la predica” rispose seccata “veniamo al dunque “. “Calma ragazzina, qui cosa fare e come farlo lo decido io è chiaro?” – No, non è affatto chiaro e ragazzina lo dici a qualcun altro vecchio- pensò Ashel velenosa, ma si guardò bene da dire ciò, non aveva voglia di litigare con quel vecchio poliziotto arrogante e voleva tornare al più presto a casa dai suoi genitori, quindi non aveva alcun interesse a tirarla per le lunghe. Dato che la ragazza non rispose Osvaldo proseguì “Bene, veniamo al crimine per cui sei stata reclusa questa settimana, non che sia il primo della lista intendiamoci, ma sicuramente è quello più grave, nonché quello più recente ed è anche il motivo per cui sei rimasta in gattabuia per ben una settimana”, la leggera ironia era intuibile anche da parte di un bambino di cinque anni – detesto questo buffone -. “Leggo sul verbale, furto presso un vecchio capannone abbandonato e di proprietà privata, perciò abbiamo ben due reati dico bene?”, la ragazza non rispose e fissò l’uomo quasi a volerlo fulminare con lo sguardo. “e nella fattispecie, violazione della proprietà privata e furto, ma fortunatamente per te ragazzina, quello che hai rubato è stato effimero, solo qualche alimento e pochi soldi, che hai spontaneamente consegnato alle autorità al momento del tuo arresto, non che tu abbia avuto altra scelta, ma la tua collaborazione, per quanto forzata ti è valsa una sola settimana di galera, di fronte al mese che io stesso avevo inizialmente previsto per te e per la tua perseveranza nel delinquere”. Ashel era sull’orlo di sbottare, non sopportava più quel vecchio supponente che la stava tirando tanto per le lunghe solo per un piccolo furto alimentare e di poche decine di soldi, una vera pressa, che Ashel poco sopportava, ma fece buon viso a cattivo gioco ed ancora una volta tacque. “presupponendo il fatto che tu non abbia rubato altro e di cui non sono certo ed in assenza di prove per confutare ciò, insieme al fatto che hai scontato la tua pena, con una buona condotta, sei mio malgrado libera, devi solo firmare questo documento, non ho altro da obiettare” – ci manca solo che mi trattengano ancora un po’ in questo posto orribile e per questa stupidaggine! – pensò indignata. Dunque, Osvaldo le pose di fronte un documento fittamente scritto, la ragazza lo firmò, il capo di polizia le riconsegnò i documenti personali ed entrambi si alzarono. “Puoi andare a riprendere le tue cose in cella e poi dileguarti nel più breve tempo possibile, sempre che tu non ti voglia fermare ulteriormente a farci compagnia” sogghignò Osvaldo, la ragazza si limitò a scuotere la testa. “e mi raccomando impara la lezione, ne abbiamo abbastanza dei piccoli criminali come te!” esclamò Osvaldo mentre la ragazza si allontanava in direzione della cella. Ashel non rispose ancora, sebbene la voglia fosse tanta – taci buffone, tanto ti ho fregato a te ed a tutti i tuoi amichetti in divisa blu – e così pensando la ragazza andò verso la sua vecchia cella, prese la sua roba e controllò nella tasca destra del suo cappotto nero – E’ al suo posto, glielo fatta! – pensò soddisfatta ed un ampio sorriso illuminò momentaneamente il suo giovane viso, poi con fare per niente sospetto andò verso il bagno e si cambiò, apprestandosi ad uscire finalmente dal carcere.” Buona fortuna ragazza e stai attenta a quello che fai “, la salutò quasi con fare gentile un agente in divisa sull’uscio del carcere – meno male che fra tutti questi sbirri ce n’è qualcuno gentile – pensò la ragazza sollevata, salutando con la mano destra l’agente. Era poco dopo l’uscita del carcere, stava scendendo una lunga serie di gradini per andare a prendere l’autobus numero ventitré, che per sua fortuna passava proprio davanti al carcere e che fermava ad un solo chilometro da casa sua, praticamente un regalo, in quel lunedì invernale fin troppo mite. Nonostante la mitezza del clima la ragazza era ugualmente vestita pesante, poiché odiava il freddo, anche se minimo. Ashel era avvolta in un cappotto nero invernale, imbottito e con l’interno del cappuccio bianco e fatto di lana di pecora, aveva una cintura di oro finto alla vita e dei pantaloni simil jeans neri ed a completare il quadro di tutto ciò c’erano dei lunghi stivaletti neri eleganti. Finalmente dopo una settimana passata con il pigiama a righe datole in dotazione dalle guardie del carcere come unica calzatura consentita durante la sua permanenza lì dentro, era di nuovo vestita bene ed elegante, con vestiti puliti come piaceva a lei, anche se forse aveva esagerato con il nero visto che sembrava dovesse andare ad un funerale. Giunse in brevissimo tempo alla fermata del bus, guardò sul display elettronico della pensilina dove il bus fermava e vide che era in arrivo fra circa dieci minuti, così posò la sua roba a terra, estrasse il suo smartphone dalla tasca destra e si mise le cuffie, ascoltando un po’ di musica mentre aspettava l’arrivo del bus. Ashel odiava le attese, anche se brevi, ma con la musica ovviava a tale problema passando comunque il tempo. Era immersa ad ascoltare un brano Rap che amava particolarmente, quando una mano le si posò improvvisamente sulla spalla destra, facendole prendere un vero e proprio spavento. “mannaggia! “imprecò Ashel “mi hai fatto spaventare a morte scemo!”. Da dietro le sue spalle comparve una sua vecchia conoscenza, nonché grande amico: Raik. Esso era un ragazzo che aveva frequentato la terza liceo con lei, successivamente Ashel aveva lasciato la scuola perché studiare non faceva proprio per lei e sebbene non fosse mai stata bocciata ed a scuola fosse sempre andata piuttosto bene, reputava lo studio inutile ed una completa perdita di tempo e così non aveva neppure finito gli studi. Cosa di cui invece non era assolutamente convinto Raik, anzi: era del parere opposto. Infatti, lui, oltre ad andare eccellentemente a scuola ed avere finito la scuola con il massimo dei voti, si era appena iscritto all’università di medicina. Il ragazzo faceva dello studio una propria passione personale, nonché un vero e proprio stile di vita e virtù, che lo avrebbe sicuramente portato a breve a laurearsi con il massimo dei voti: insomma un genio. Tale genio però, era finito nella stessa classe di Ashel, per via che l’anno precedente non aveva potuto frequentare i corsi scolastici a causa di una lunga malattia che lo aveva tenuto lontano dai banchi di scuola e dai suoi amati libri per ben un anno, prima di superarla brillantemente e di riacquistare pienamente la propria salute, tornando ancora più in forze di prima. Raik era quindi un anno più grande di Ashel e sebbene li era tremendamente dispiaciuto perdere un anno di scuola, era anche consapevole che grazie a quel fatto aveva trovato una sua grandissima amica, con cui si trovava benissimo, molto meglio rispetto a molte altre ragazze della sua età, che non erano come lei e che non lo capivano abbastanza bene come invece Ashel sapeva fare e che con il suo carattere e con la complicità e probabilmente anche a causa della sua bellezza, aveva suscitato in lui più di una volta un interesse carnale ed anche mentale, che andava ben oltre la semplice amicizia ragazzo-ragazza, ma a cui la ragazza non aveva mai fatto granché caso e che non aveva mai assecondato minimamente. Questo anche perché Raik tendeva spesso a nascondere la sua attrazione verso Ashel per non insospettire troppo l’amica. Il ragazzo sorrise “non pensavo che ti spaventassi per così poco “, disse raggiante. “Ero sovrappensiero “, si giustificò lei, mentre si aggiustava un poco i capelli neri, che con il vento leggero si erano un po’ scompigliati. Nonostante non provasse un grande interesse per Raik, ci teneva a farsi vedere impeccabile, da lui come da qualsiasi altra persona, era una sua fissazione, almeno che non si trattasse di parenti o familiari, con cui si lasciava andare di più e sebbene considerasse Raik alla stregua di un fratello, questo con lui non le riusciva proprio, perché era comunque una persona estranea al proprio nucleo familiare e pertanto lei con lui doveva rispettare questa sua “ regola “ del tutto personale. “Come stai?” ”ma come ti sei vestito?”, rispose divertita Ashel, eludendo la domanda dell’amico. Effettivamente Raik, all’incontrario di Ashel non aveva badato molto al suo modo di vestire, infatti: aveva indossato semplicemente un vecchio paio di scarpe da ginnastica consumatissime e che in origine dovevano essere bianche, ma che ormai erano marroni da quanto era sporche; un paio di pantaloni arancioni anch’essi molto vecchi e fuori moda; una felpa grigia anonima a cui erano appesi i suoi occhiali da vista che usava per leggere da vicino e che inoltre gli stava molto larga, dato il fatto che era comunque molto magro; infine sembrava anche che non si fosse neppure pettinato i capelli castani, che erano completamente scompigliati sulla sua grande testa. Il viso leggermente grande, ma piacevole si Raik, arrossì in maniera quasi impercettibile e gli occhi verdi sbatterono le palpebre. “perché? Che ho che non va? “, chiese sconcertato “cos’hai che va semmai… “rispose divertita la ragazza “sembra che non compri dei vestiti nuovi da secoli ed hai una faccia che pare che ti sei pettinato con i petardi stamattina “ rispose ridendo “ ma sono contenta di vederti “ “ beh… ecco… tu non ti sei truccata stamattina e… “ si fermò come ad annusare l’aria “ e non hai messo il profumo alla pesca che metti di solito… ecco “ si difese Raik “ certo ero in carcere non ne avevo il tempo!” rispose leggermente piccata “ in carcere ? “chiese alquanto stupito Raik “sì, è una storia lunga, poi ti racconto meglio quando ci vediamo per un caffè ok? Perché ora mi arriva il bus fra cinque minuti e non ho abbastanza tempo… “sette minuti “, la interruppe Raik indicando il display della pensilina “Non mi piace questa storia del carcere Ashel, lo sai che ci tengo a te, in che casino ti sei ficcata sta volta?”. disse Raik preoccupato, guardando negli occhi la ragazza ed avvicinandovisi. Ashel non rispose “ davvero Raik è una storia lunga credimi… e poi non devi preoccuparti veramente, ho risolto tutto sto bene ed ora torno a casa da mamma e papà, sto bene e poi… “” sicura ?”la interruppe lui” sicurissima” rispose Ashel cercando di essere il più convincente possibile, era tremendamente stanca, aveva bisogno di riposo e collo e testa le dolevano ancora un poco, ma cercò di essere ugualmente il più convincente possibile: non voleva far preoccupare l’amico inutilmente. “Allora mi fido “rispose Raik sollevato e anche Ashel trasse un profondo sospiro di sollievo. “Anch’io sono contento di vederti “. La ragazza sorrise gioiosa, aveva tranquillizzato almeno momentaneamente l’amico, che sapeva benissimo quanto si preoccupasse per lei quando si ficcava nei suoi ormai ordinari guai con la polizia e la giustizia. Fece per dire qualcosa, ma il ragazzo la anticipò sui tempi “Allora quando ci vediamo per questo caffè? Almeno mi spieghi anche la storia del carcere e ci aggiorniamo sulle ultime novità, dato che è un po’ che non ci si vede “. Ashel aspettò un attimo e poi rispose “domani pomeriggio, alle tre e mezza al solito bar?” rispose, si rese conto che l’amico aveva effettivamente ragione: era da diverse settimane che non si vedevano ed una bella chiacchierata fra vecchi amici non poteva fare altro che bene ad entrambi e poi sinceramente aveva voglia di passare del tempo con Raik, dato che era troppo che non passavano un bel pomeriggio assieme e questo le mancava parecchio. “Ci sto!” rispose raggiante Raik. Ashel sorrise, finché non si accorse che un piccolo oggetto le era caduto dalla tasca destra del giubbotto, lo raccolse velocemente con una rapidità inaudita, ma probabilmente per galanteria, Raik si affrettò a raccogliere il piccolo oggetto e darlo ad Ashel, che nonostante la prontezza di Raik fu più veloce e nascose prontamente l’oggetto misterioso nella tasca del giubbotto. Tuttavia, in quel mentre le due mani degli amici si toccarono e Raik divenne un poco rosso. Istintivamente il ragazzo dalla mano passò ad accarezzare il braccio dell’amica e salì rapidamente fino al viso, accarezzandolo. La ragazza rimase impassibile, mentre Raik arrossiva un poco “va tutto bene? “chiese “sì e che… sembri più bella del solito oggi non so perché” disse sinceramente il ragazzo “Grazie “rispose imbarazzata l’amica “eppure non sono nemmeno truccata!” aggiunse sorridendo la ragazza per spezzare la tensione e quell’atmosfera strana ed imbarazzante che si era formata tra i due “e non ti sei nemmeno messa il profumo alla pesca ““già “. A tale punto, senza motivo apparente Raik iniziò a guardare istintivamente le labbra di Ashel: improvvisamente provava un irrefrenabile voglia di baciarla e la ragazza sembrava diventare di secondo in secondo più imbarazzata. Di colpo il viso di Raik si avvicinò a quello di Ashel, sempre di più, mentre il cuore del ragazzo aumentava progressivamente il suo battito. La ragazza era impassibile e non sapeva bene come comportarsi, non voleva essere brusca o fare qualcosa che potesse offendere o turbare troppo l’amico, così decise di lasciare agire Raik. Voleva vedere fino a che punto si sarebbe spinto. Il ragazzo alzò il braccio destro e lo posò delicatamente sul viso di Ashel, portandolo verso di sé e fece per baciare la ragazza. Lo stomaco gli fremeva sempre di più, il cuore gli batteva sempre più forte e gli occhi si stavano già socchiudendo per dare il bacio alla ragazza, quando un brusco “no “lo fece distanziare di colpo. Ashel sorrise imbarazzatissima e per evitare una figuraccia cercò di porre rimedio al suo brusco gesto, dicendo: “no, cavolo manca solo un minuto all’arrivo del bus, è incredibile come vola il tempo quando si è con gli amici eh? “. Raik si destò di colpo da quella situazione estremamente imbarazzante e si rese subito conto di avere fatto il passo più lungo della gamba, così cercò anche lui di porre rimedio alla situazione. “Si, davvero è incredibile…” disse poco convinto. Ashel non sapeva più cosa dire ed aspettava ormai solamente che arrivasse il bus per andare a casa e togliersi da quell’impiccio che non le piaceva affatto, poiché l’ultima cosa che desiderava era offendere in qualche modo i sentimenti dell’amico, a cui teneva troppo per farlo soffrire. “Sai oggi non vedo l’ora di andare a casa, sono molto stanca e la settimana in carcere mi ha provato parecchio, poi… “Ashel si interruppe, quando si rese conto che l’amico non la stava ascoltando affatto. Era chiaro che i suoi pensieri andassero in tutta un’altra direzione in quel momento. -accidenti, la situazione sta degenerando – pensò Ashel – devo fare qualcosa-. Tuttavia, non fece in tempo a finire di pensare la frase che dalla curva limitrofa alla fermata stava già arrivando l’autobus e da cui poteva già scorgere, in lontananza l’insegna luminosa frontale del bus con il numero ventitré indicato sopra. Inaspettatamente fu Raik a prendere in mano la situazione ed a salvare Ashel da l’imbarazzo che ormai era arrivato a livelli quasi insostenibili per la ragazza. È arrivato il bus, mi sa che dobbiamo salutarci “sorrise lui. L’amica annuì, “allora ci vediamo domani al bar, mi raccomando puntuale” disse la ragazza raggiante e molto sollevata. “Certo” e si salutarono con due rapidi baci sulla guancia, non privi di un leggero imbarazzo. Poi la ragazza salì sull’autobus, prese posto in uno dei primi seggiolini, salutò ancora una volta l’amico con un cenno della mano destra, poi l’autobus partì ed iniziò la sua rotta verso la casa di Ashel. Il paesaggio urbano della città passò rapido davanti agli occhi della giovane: case, palazzi e giardini di quella zona periferica della città, non offrivano molto altro ed il paesaggio dal carcere a casa sua lo conosceva ormai a memoria. Non che l’avesse fatto molte volte a dire la verità tuttavia, conosceva molto bene la zona, se non altro perché ci viveva da ben diciannove anni. – Che strano il comportamento di Raik prima alla fermata, spero che non abbia realmente uno cotta per me, anche perché altrimenti non saprei davvero come comportarmi- pensò la ragazza e mentre rimuginava sul fatto accaduto, un pensiero fece fortemente capolino nella sua testa: – Già è vero, non ho il biglietto- pensò inizialmente preoccupata – poi però fece spallucce – tanto il controllore non passa mai e se passa gli racconterò una storia convincente per non farmi fare la multa, che tanto non pagherei ugualmente- sorrise scaltra. Per fortuna della ragazza, del controllore non ci fu traccia. La strada si fece poi in salita, era il tratto finale del percorso dell’autobus. Ashel infatti pur vivendo in una cittadina di mare da poco meno di novantamila abitanti, abitava in una zona collinare adiacente posta nell’estrema periferia nord-ovest della città e da cui con lo sguardo si poteva spaziare su tutta la zona sottostante ed anche su alcuni territori vicini. Mentre saliva verso la collina che ospitava la sua abitazione, si mise ad osservare un poco la città, ascoltando la musica con le sue inseparabili cuffiette dello smartphone. Sebbene non fosse a più di cento metri di altezza sul livello del mare, il panorama che si poteva ammirare da lì era già notevole: la città si vedeva nella sua interezza, con strade più o meno trafficate, alcuni palazzi più alti e numerosi giardini. Ponendo lo sguardo verso sud, la ragazza scorse l’imponente struttura che era stata il suo carcere – che schifo – pensò. Poi però posò lo sguardo verso il mare ed il piccolo molto antistante ed i suoi pensieri mutarono radicalmente. – Però vivo proprio in un bel posto- e ciò era un’affermazione più che corretta. Infatti, il mare di fronte a lei era stupendo: di un blu intensissimo ed il traffico delle poche piccole navi che lo attraversavano non rovinava affatto quello spettacolo, bensì lo rendeva, se possibile ancora più magico, donandoli un tocco di bianco, creato dalle scie delle imbarcazioni, che sembrava completare un quadro degno del migliore pittore del mondo. La ragazza era estasiata da quella bellezza, che sebbene fosse stata abituata a vedere tutti i giorni fin da bambina, aveva il potere, quasi magico, di lasciarla oltremodo estasiata ogni qualvolta che aveva il piacere di ammirarla. Infine, Ashel pose il suo sguardo verso ciò che circondava quel panorama: le grandi colline che circondavano la città, erano capeggiate dal colle di Par, alto quasi ottocento metri. Il quale era alquanto impressionante, vista la sua notevole altezza in relazione alla vicinanza con il mare e che provocava conseguentemente un netto contrasto di colori, fra il grigio-marrone, che in primavera diveniva verdastro ed il colore sempre blu profondo del mare posto di fronte all’alta collina. La grande catena collinare circondava interamente la città e salvo le zone più prossime ad essa era fittamente ricoperta da boschi di lecci e castagni, intervallati di tanto in tanto da qualche pino solitario e da altre piante tipiche della macchia. Faceva eccezione solo la parte estremamente a sud della città, che confinava con la grande pineta marittima: un imponente complesso boschivo, lungo centinaia di chilometri e largo diverse decine, completamente selvaggio ed in gran parte disabitato. La ragazza era distratta, quando si accorse di essere in prossimità di casa. Una signora anziana salì su l’autobus, con due grossi sacchetti della spesa: era la signora Maria l’unica persona che abitava nella zona più alta della città, insieme ad Ashel e la sua famiglia. Le due si salutarono brevemente, nonostante la vicinanza di casa non avevano una grande confidenza, perciò non si scambiarono più di un “buongiorno “affrettato. La ragazza però vedendo salire la donna capì che alla prossima fermata doveva scendere, poiché sapeva che l’anziana saliva sempre ad una fermata prima di casa sua, dove faceva la spesa a l’alimentari più vicino e poi prendeva l’autobus per tornare a casa. Ashel premette il pulsante giallo per prenotare la fermata, che fece un suono acuto e con cui l’autista capiva che doveva fermarsi alla prossima stazione, sebbene in quel caso lo avrebbe dovuto fare comunque poiché si trattava del capolinea di quella tratta. Ashel scese da bus rapidamente e vide che l’anziana signora dai capelli bianchi arruffati sulla testa come quelli di un barboncino era in chiara difficoltà a portare giù la spesa da l’autobus, così senza pensarci su due volte decise di aiutarla. “Non si preoccupi signora ci penso io “, disse cordialmente Ashel mentre portava giù dal mezzo le due pesanti borse cariche di generi alimentari della signora. Nonostante la ragazza non rispettasse più del dovuto le leggi e non fosse proprio una ragazza per bene, la solidarietà e la buona educazione non le mancavano mai ed aiutare una persona in difficoltà, soprattutto se anziana, era un atto che lei reputava quasi dovuto. “Grazie mille bambina mia “disse la vecchia ringraziando anche con lo sguardo la ragazza per la gentilezza ricevuta “Non c’è di che ringraziare signora” rispose schernendosi Ashel “vuole che l’aiuto a portare la spesa fino a casa sua, tanto siamo di strada e non è un problema… “. La donna interruppe di colpo il discorso della giovane “No, grazie mille bambina, riesco tranquillamente a portare la spesa a casa da sola, è molto gentile da parte tua però “” ne è proprio sicura?”, insistette la giovane. La vecchia annuì e nonostante Ashel insistette molto per aiutarla ad arrivare fino alla propria casa, che era ubicata poco prima della casa di Ashel lungo la salita della collina, la vecchia non volle sapere ragioni ed iniziò a camminare lungo la strada con un’andatura particolarmente sveglia ed agile per la sua veneranda età, che secondo la ragazza, era di almeno ottanta anni. Ashel osservò per qualche istante la vecchia, che in brevissimo tempo fu quasi in cima alla salita e sparì rapidamente alla vista della ragazza. – incredibile- pensò stupefatta Ashel, era veramente pazzesco come una donna di quell’età fosse ancora così in forma, nonché una vera propria fortuna. Appena la ragazza si destò da l’incontro con la vecchia, si mise anch’essa a camminare lungo la strada asfaltata che passava in un fitto bosco di lecci e pini e poi svoltò a destra lungo un sentiero sconnesso che andava in leggera salita e procedette verso casa sua, passando nel fitto della foresta, da cui di tanto in tanto spuntava un piccolo spazio rado fra la vegetazione e da cui si poteva inoltre scorgere il panorama di Las Percia ed il suo meraviglioso mare. Il percorso che Ashel dovette affrontare era breve: poco meno di un chilometro, ma complice anche la stanchezza arretrata ed il trasporto dei propri effetti personali alla ragazza costò una discreta fatica quell’abituale sentiero verso casa, nemmeno troppo impegnativo. Leggermente affannata la ragazza giunse ad un campo coltivato abbastanza grande, posto sul lato superiore del sentiero e ad alcuni vigneti e frutteti che stavano invece nella parte inferiore: le sue terre. Di fronte le si stagliò ben presto casa sua, un edificio a due piani, moderatamente grande e di legno. Sopra di esso, dopo una curva tortuosa che passava per i campi coltivati e per un altro rado frutteto c’era la casetta di sua nonna Alba, che pur non abitando propriamente con la ragazza, abitava a poco meno di duecento metri da lei, in quella piccola casetta soprastante. Ashel giunse presto in prossimità della porta d’ingresso, in possente legno di quercia e con un battitore tondo in ferro antico, per potere bussare alla porta. Sul lato destro di Ashel c’era una vasca con dell’acqua che una volta doveva essere servita come abbeveratoio per gli animali ai tempi in cui la sua famiglia possedeva ancora del bestiame; cosa che ormai era da diversi anni che non si verificava più. A sinistra invece una piccola stradina portava al pollaio della famiglia, dove alloggiavano le galline, gli unici animali rimasti in possesso di Ashel ed i suoi, oltre al gatto di casa Marte ed al cane di casa Artù. La ragazza trasse un profondo sospiro e batte tre volte sulla porta con veemenza, sapeva benissimo che i suoi l’avrebbero sgridata ed a suo avviso nemmeno poco. Ad aprire la porta si presentò sua Madre Elisabel, con entrambe le mani sui fianchi ed uno sguardo che non prometteva nulla di buono. La corporatura leggermente abbondate di Elisabel non sfigurava poi troppo per i suoi cinquantasei anni di età, i capelli castani corti erano scompigliati come suo solito sul viso magro della donna, gli occhi uguali a quelli della figlia, rilucevano di una luce particolare e gli occhiali da vista, che generalmente teneva da vicino capeggiavano sul naso leggermente prominente della donna. “Finalmente sei a casa! Pensavo che non ti avremmo più rivista”, esclamò la donna piccata. Naturalmente era stata informata dalle autorità del fatto che la figlia era stata arrestata per un piccolo furto la settimana precedente e che avrebbe trascorso almeno una settimana in carcere, come prevedeva la legge del posto per i piccoli furti e sapeva anche che era stata rilasciata il giorno stesso, ciononostante si era molto preoccupata ed era comprensibilmente in pensiero per le sorti della figlia. “Entra, sono contenta che sei tornata a casa” e detto ciò, si tolse le mani dai fianchi ed abbracciò con affetto Ashel. La ragazza si sentì sollevata, aveva capito che la madre l’aveva già perdonata per la piccola malefatta. D’altronde anche Elisabel non era proprio un’ amante delle leggi e non s’è l’era mai presa con la figlia per i piccoli sgarri fatti e per i piccoli problemi con la giustizia che fino ad ora aveva avuto; anche perché le aveva spiegato fin da piccola che se non era un reato particolarmente grave, una violazione della legge non avrebbe potuto farli niente di che ed infatti così era stato anche in tale circostanza, dove con una banale settimana in carcere s’è l’era cavata egregiamente. Tuttavia, dello stesso avviso non era Samuel. La ragazza entrò affiancata dalla madre nell’ampio soggiorno in legno della casa e si accorse con sollievo che tutto era esattamente come se lo ricordava. Il grande tavolo da pranzo era posto nel bel mezzo della sala, una piccola TV fuori produzione e molto vecchia, di quelle non ancora a schermo piatto, era posta di fronte e la poltrona, in cui notò che era seduto il padre ed era lì al suo solito posto dietro al tavolo. Casa sua non era grande, nonostante i due piani ed era anche piuttosto vecchia, dato che la famiglia risultava piuttosto povera rispetto agli standard locali. Oltre alla grande sala infatti, nel piano terra c’erano semplicemente un piccolo bagno posto in fondo a destra ed ubicato in una stanza separata ed un cucinotto in una piccola stanza di fianco alla sala. Al piano superiore c’erano semplicemente le due camere da letto: di Ashel e dei genitori. Il padre, il signor Samuel, era assorto nella lettura del solito giornale quotidiano che leggeva ogni giorno e non batté ciglio neppure quando le due donne entrarono nel salotto ed iniziarono a guardarlo. Elisabel simulò un colpo di tosse per attirare a sé l’attenzione del marito, ma ciò fu inutile. Così la donna, si spazientì, come era solita fare ed urlò:” Samuel, abbiamo visite!”. L’uomo alzò appena lo sguardo dal giornale, abituato ad i frequenti urli della donna e pensando che si trattasse di una sciocchezza, dato che loro non ricevevano quasi mai visite. Tuttavia, quando si accorse che di fianco alla donna c’era la figlia si stupì leggermente, posò il giornale sul comodino affianco alla poltrona, si levò gli occhiali da vista che anch’esso usava da vicino e con i suoi profondi occhi castani guardò la figlia. “Lo sai che hai fatto un tremendo guaio no? “, rimproverò subito la figlia senza usare mezzi termini: voleva arrivare immediatamente al dunque. La ragazza guardò il padre: aveva la barba tra il bianco ed il grigio, a causa dei suoi quasi sessanta anni di età ed a giudicare da una prima vista dell’uomo sembrava che non se la facesse da qualche settimana. Il suo volto era segnato da qualche ruga che il tempo gli aveva gioco forza inflitto ed i contorni spigolosi della faccia, insieme alla fronte piuttosto ampia completavano il tutto. Il suo viso era poi incorniciato da dei corti capelli neri, un po’ scompigliati e con diversi ciuffi grigio-bianchi anch’essi segni dell’età piuttosto avanzata dell’uomo. Il suo fisico invece era moderatamente asciutto, sebbene un poco corpulento, tuttavia sicuramente risultava parecchio in forma per la sua età. – Lo sapevo che mi faceva la predica -, la ragazza non rispose ed abbassò istintivamente lo sguardo, non voleva litigare con il padre, l’unico suo desiderio ora era quello di andare a letto e di riposare un poco al caldo, dato che la stanchezza si faceva ormai sentire ed aveva quindi un assoluto bisogno di riposo, tuttavia il padre non la lasciò andare così facilmente in camera sua. “ti rispondo io “aggiunse il padre piccato “lo sai benissimo, ma te ne freghi! Quante volte ti ho detto di stare attenta a quello che fai? Per questa volta te la sei cavata bene con una sola settimana, ma la prossima? Vuoi marcire a vita in un cella buia? O vuoi continuare a vivere serenamente la tua vita? E Ashel? “, la incalzò pesantemente il padre. La ragazza fece per rispondere, la rabbia le stava salendo velocemente, ma l’intervento della madre calmò le acque. “Calma, Samuel “disse con voce stranamente dolce “E’ andato tutto bene ed è questo quello che conta e poi era un furto da niente, quei maledetti poliziotti potevano anche chiudere un occhio per una volta”, la ragazza sorrise – la mamma ha ragione, quei maledetti sbirri non si fanno mai gli affari loro- pensò.” Non è la prima volta che lo fa e questo tu lo sai Elisabel… “Si ma…” lo interruppe la donna, Samuel fece un cenno della mano: non voleva sentire ragioni. “Devi essere più responsabile Ashel “disse guardando cupo la ragazza, che annuì ed ancora una volta tacque. “Voglio solo dirti che il tuo gesto è stato molto grave e sconsiderato e che poteva avere delle conseguenze ben peggiori” continuò imperterrito l’uomo “Io personalmente non so più cosa fare con te, la tua condotta è spesso oltre modo irrispettosa di ogni legge e mette gravemente in pericolo te, la tua vita e chi ti sta intorno. Devi assolutamente capire che questo non va bene e che è pericolosissimo, per questo io, in accordo con tua madre, ho deciso una punizione esemplare per te, da scontare oggi stesso; in modo tale che tu ti possa rendere conto del tuo gravissimo comportamento scellerato”. Nella stanza calò il silenzio, la madre guardò la ragazza come a volerle comunicare tutta la sua impotenza di fronte ad una decisione presa dal padre stesso ed a cui Elisabel non era riuscita ad opporsi, come probabilmente avrebbe desiderato. La ragazza impallidì leggermente: era molto preoccupata per la decisione del padre. “Oggi andrai a raccogliere i pinoli Ashel “disse secco il padre “eh?” chiese la ragazza sconcertata. “Andrai a raccogliere i pinoli nella grande pineta marittima, così se ami tanto il rischio capirai di cosa effettivamente si tratta “proseguì il padre perentorio “faticherai ed imparerai la lezione, non ho altro da aggiungere “. Ashel era sconcertata da tale punizione inflittole dal padre. Non era mai stata nella pineta, sebbene sapesse bene come ci si arrivasse ed inoltre, sua nonna, le aveva raccontato molte volte, che era un luogo molto pericoloso ed anche piuttosto misterioso, dove, la sera specialmente, accadevano cose strane e del tutto inspiegabili. Sulla pineta infatti, esistevano leggende di tutti i tipi: da quelle che sostenevano che era infestata da spiriti e fantasmi, fino a quelle che dicevano che la pineta era un luogo di ritrovo per briganti, killer e bande di criminali locali che attaccavano, fino ad arrivare ad uccidere qualsiasi incauto visitatore. Insomma, i racconti sulla pineta erano infiniti ed Ashel non aveva mai saputo bene se qualcuno di questi potesse essere o meno fondato e veritiero. Perciò alla ragazza era sempre stato impedito di andarci, a partire dai suoi genitori e dai parenti ed arrivando fino agli amici più o meno stretti, che avevano cercato più volte di scoraggiare Ashel dalla malsana ed ipotetica idea di entrare nel bosco perciò la ragazza si era con il tempo effettivamente convinta che quel posto fosse pericoloso e misterioso e per questo da evitare assolutamente. Tuttavia, come tutte le cose proibite e misteriose, la ragazza ne era terribilmente attratta ed aveva sempre desiderato andarci, ad insaputa del padre e della madre, sebbene fosse vero che per diverse ragioni non aveva mai avuto l’occasione di entrarci. Ecco quindi che ora si presentava su un piatto d’argento l’occasione che aveva da tanto atteso: sarebbe andata nella pineta, assecondando i desideri del padre e avrebbe anche esplorato una parte di essa. La ragazza non vedeva già l’ora che fosse il pomeriggio. D’un tratto i suoi occhi si illuminarono furbi, tuttavia, per fare pensare erroneamente al padre che quella punizione le sarebbe costata una tremenda fatica, si rese conto di dovere protestare un minimo così da non potere recare eventuali sospetti. “Ma come nella pineta papà? È pericolosa ed io ho paura! “disse la ragazza con finto tono preoccupato “Però non hai paura di rubare provviste e soldi?” rispose il padre irritato “Non mi interessa di cosa hai paura o meno, questo è un ordine e tu lo eseguirai, ora vai in camera tua e restaci fino a pranzo!” esclamò il padre. La ragazza era estremamente seccata dai bruschi modi che aveva papà con lei quando era arrabbiato, ma decise che non le conveniva tirare troppo la corda; altrimenti suo padre avrebbe anche potuto infliggerle una punizione diversa e ben peggiore e gli sforzi della ragazza per fingere di essere stata colpita in modo violento da questo provvedimento sarebbero stati vani. Ashel non disse quindi niente e salì le scale per andare in camera sua a riposarsi: doveva essere in forze per l’esplorazione che l’attendeva nel pomeriggio: suo padre le aveva fatto proprio un bel regalo con quella punizione! Poco più tardi Ashel era sdraiata sul letto bianco di camera sua a testa in su, aveva già disfatto la valigia e messo in ordine la camera ed ora si stava un poco riposando prima di pranzo. Quando le venne in mente una cosa fondamentale, che aveva completamente dimenticato, visto che stava già pianificando nel dettaglio come procedere alla esplorazione della pineta. Si mise dunque a sedere sul letto e guardò la sua giacca nera appesa all’attaccapanni posto a sinistra della porta d’ingresso della sua piccola cameretta. Nella parte destra c’era il suo grande armadio dei vestiti, a cui teneva molto, sebbene non fosse mai abbastanza fornito, almeno per i suoi gusti; ad entrambi i lati del letto c’erano due comodini con altrettante lampade e nella parte sinistra della camera c’era un ampio specchio, con cui nel tempo libero Ashel amava spesso specchiarsi, soprattutto per assicurarsi che il suo fisico restasse in perfetta forma. La ragazza prese il giubbotto ed estrasse dalla tasca destra un oggetto piuttosto curioso: un anello d’oro, con una pietra marrone al centro e la lettera “T “scritta in giallo nel centro. L’anello era l’unica cosa che Ashel era riuscita a tenere, tra tutto quello che la polizia le aveva confiscato nel momento in cui l’avevano scoperta con le mani nel sacco. A dire la verità era anche l’unica cosa di valore che la ragazza aveva trovato nel capannone abbandonato in cui aveva preso solo un po’ di cibo per la famiglia e qualche soldo che aveva trovato sparso per il capannone. La ragazza in realtà non considerava nemmeno un furto ciò che aveva fatto, poiché il capannone era del tutto privo di qualsiasi tipo di sorveglianza ed era completamente aperto ed abbandonato, sebbene ci fossero all’esterno dei cartelloni con su scritto: “proprietà privata “, che l’avevano incastrata dal punto di vista legale. Ad ogni modo la refurtiva era stata davvero di effimero valore, tranne per quel piccolo anello d’oro, che era riuscita abilmente a nascondere nel proprio seno, unica parte del corpo che le guardie non avevano potuto perquisire e che aveva quindi permesso alla ragazza di portare l’anello fino a dentro la sua cella per poi nasconderlo abilmente nella tasca del suo giubbotto e portarlo infine sino a casa sua. La ragazza si sdraiò nuovamente sul letto ed iniziò a fissarlo estasiata: era proprio un bel gioiello. Se lo mise per un po’ al dito medio e dopo di che lo ammirò per bene. – Mi sta proprio bene – pensò, così decise che lo avrebbe tenuto in tasca e che lo avrebbe indossato durante la sua “punizione “in pineta. All’improvviso senti muovere leggermente il letto e sobbalzò di colpo preoccupata. Tuttavia, un secondo dopo non sentì più nulla e pensò che probabilmente si fosse immaginata il movimento, così tornò tranquilla a dormire, finché poco dopo mezzogiorno sentì la voce di sua madre urlare “E’ pronto il pranzo!”. La ragazza scese dal letto, si vesti rapidamente, sbadigliò rumorosamente e si preparò per andare a mangiare, aveva dormito poco più di mezzora, ma le sarebbe dovuta bastare per essere in forze per il pomeriggio impegnativo che l’attendeva.

Ciao a tutti!

spero che questo primo ( lungo ) capitolo della storia vi abbia almeno messo la curiosità di vedere come andrà avanti la faccenda, prometto che i prossimi capitoli saranno più brevi e più ricchi di avvenimenti. Nella speranza che vi sia piaciuto,

Riccardo.

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