Come ogni mattina, Lee stava uscendo per andare al lavoro proprio quando il sole era rovente. I raggi si riflettevano sull’asfalto come lance infuocate, creando quell’effetto sauna per cui Bangkok era famosa.
Lee inspirò l’aria rarefatta e pesante che evaporava dal cemento della strada. Ad ogni respiro, l’aria bollente gli scivolava lungo la gola fino ai polmoni. “È come respirare lava” pensò boccheggiando. Una goccia di sudore gli scivolò dal collo lungo il petto. La T-shirt, di due misure più grandi, gli si era appiccicata sotto lo sterno.
Mentre saliva le scale per andare alla fermata della BTS, Lee notò uno dei tanti frettolosi passanti lanciare uno sguardo nella sua direzione. Per fortuna indossava i suoi occhiali preferiti. Quelli con la montatura in metallo e le lenti nere come la pece. Nessuno sarebbe riuscito ad intravedere i suoi occhi attraverso quelle lenti.
I pendolari si agglomeravano alla fermata come formiche attorno a un cubetto di zucchero. Lee si appoggiò al muro, in disparte, con le braccia incrociate e il telefono in mano. Srotolò le cuffie e le indossò senza musica.
Era sabato mattina, e dopo una settimana estenuante all’università, quel giorno Lee prese il treno che lo avrebbe portato nella direzione opposta. Il sabato lavorava in un negozio di carte Pokémon da collezione, dove le giornate passavano lente. L’attività principale era fatta di grandi scrollate sul telefono, spesso con la testa accasciata sul bancone. L’eco degli sbadigli faceva da colonna sonora. Quando i clienti entravano erano accolti da una smorfia di disinteressamento sulla faccia di Lee.
Gli occhi si illuminavano solo quando gli cadevano sulle carte. Lee le aveva studiate fin da bambino, in ogni dettaglio. Le chiamava piccole opere d’arte. Le collezionava ossessivamente in raccoglitori speciali. In molte occasioni, Lee si era trovato a decidere se fare la spesa o comprare una delle sue preziose carte, e spesso aveva optato per la carta. I suoi genitori lo osservavano perplessi. “Tutta una perdita di tempo e di soldi” gli diceva sempre suo padre. Così Lee aveva semplicemente smesso di parlargliene, e aveva iniziato a lavorare al negozio. Quando suo padre gli chiedeva dove andava il sabato Lee contraeva la fronte, guardava in basso, borbottava qualcosa di incomprensibile e cambiava discorso. Perché il sabato, oltre alle carte, c’erano anche le lezioni di danza. Un’altra attività che a Lee faceva venire un sorriso a 36 denti, ma che a suo padre faceva accapponare la fronte. La regola era non si parla di danza con il padre, perché è un attimo che la vena sulla fronte gli inizia a pulsare. Ma Lee si nutriva di quello sport. Ogni passo a tempo di musica gli provocava un brivido dietro la schiena, le pupille si dilatavano, e la acquolina gli saliva in bocca.
Suo padre, invece, lo voleva incatenato a un banco di scuola, ad ammuffire su qualche libro di medicina. Ogni volta che pensava che si era iscritto agli otto infiniti anni di medicina gli veniva il mal di pancia. Lee si sorprendeva spesso a strapparsi le sopracciglia con le dita delle mani durante le lezioni. Passava le giornate a controllare l’ora, minuto dopo minuto. La voce dei professori era un fastidioso ronzio che si insinuava tra le orecchie.
Suo papà scelse quella facoltà per lui. Lo guardò fisso negli occhi, le braccia incrociate e la testa leggermente rivolta verso l’alto. “Medicina è la scelta migliore per te.” Senza lasciare a Lee il tempo di ribattere si alzò, lanciò uno sguardo d’intesa a sua madre ed andò in cucina.
Quel sabato era uno come tanti. La testa accasciata sul bancone, lo scollo infinito e gli sbadigli. Tutto da copione. Poi, verso sera, Lee sentì la campanella della porta suonare ed a seguire era apparso George. Inizialmente Lee aveva sollevato indifferente gli occhi, ma in un attimo non riuscì a trattenersi dall’alzare un sopracciglio e piegare la testa da una parte in tono interrogativo. George era un signore distinto che sembrava teletrasportato da un’altra epoca, la sua voce era di quel tono basso che solo certi uomini hanno. Le spalle larghe e ruotate all’indietro, il portamento orgoglioso e regale senza trasparire arroganza.
Quando George era entrato sembrava che la porta si fosse aperta da sola, in segno di rispetto. George si era subito presentato a Lee, la stretta di mano sicura, il sorriso beffardo sotto i baffi neri.
“Ciao, piacere! Sono George. Dara mi ha detto che posso appendere il manifesto per un provino che teniamo settimana prossima.”
“Piacere” aveva mormorato Lee a bocca aperta come uno stoccafisso.
“Certo.” Lee prese il blocco di fogli. “Li sistemo io questa sera in vetrina,” aggiunse timidamente.
L’occhio gli era sfuggito sul manifesto. Erano i provini per una tournée di ballo con la compagnia “Siam Dance”, famosissima a BKK. Il provino era tra due settimane, il 3 di dicembre.
“Dara mi ha detto che spesso ballate assieme, dovreste provare, anche solo per gioco” disse George, aggiungendo “Beh, grazie mille. Devo scappare, sono di fretta. Pensaci comunque” ed era sparito nel traffico delle 6 di pomeriggio in un batter d’occhio.
Lee era rimasto imbambolato davanti alla porta con il manifesto e i volantini in mano, gli occhi spalancati, espirò sorridendo leggermente, incerto su cosa pensare su quell’incontro alieno.
Come promesso appese il manifesto in vetrina e posizionò i volantini vicino alla cassa, tutti tranne uno, che piegò a segnalibro nel libro di anatomia, il libro dell’esame che aveva fallito già quattro volte ed al quale il professore gli aveva dato un’ultima chance di ripetere, il 3 dicembre.

Le auguro un buon proseguimento.
Un bel testo ho letto con piacere.