Omaggio a… Elisabetta Ricciuti
1
La luce impietosa del mattino filtrava tra le persiane socchiuse, tagliando a strisce la penombra della stanza di Giuseppe a Catania. Il profumo del caffè e del mare che entrava dalla finestra era un richiamo familiare, ma quel giorno c’era qualcosa di strano. Giuseppe, uno studente universitario con la testa ancora annebbiata dagli appunti di storia medievale, avvertiva un formicolio persistente sul petto, come se la pelle fosse stata appena scottata dal sole estivo, eppure era solo aprile. Si alzò svogliatamente e si diresse verso lo specchio del bagno.
Quello che vide non era il suo riflesso stanco, ma qualcosa di ben più inquietante. Sul lato sinistro del suo petto, proprio sopra il cuore, si stagliava un marchio scuro e intricato, un simbolo che non aveva mai visto. Non era un tatuaggio, non una ferita. Sembrava inciso nella pelle, come un arabesco antico, ma aveva un’aura debole, quasi pulsante, che nessun inchiostro avrebbe potuto replicare. Il panico gli attanagliò la gola. Provò a strofinare, a lavare, ma nulla. Era lì, irrevocabile.
Giuseppe uscì di casa con una maglietta accollata, nel tentativo disperato di nascondere quel sigillo alieno. Mentre camminava per le vie strette del centro storico, tra il vociare dei mercati e il ronzio degli scooter, iniziò a notare dettagli inaspettati. Un ragazzo, un coetaneo che non aveva mai incrociato prima, si stringeva la felpa sul petto con un’espressione tirata. Più avanti, una ragazza seduta a un tavolino di un bar si toccava nervosamente la camicetta, il suo sguardo perso nel vuoto. Erano sguardi che Giuseppe conosceva, gli stessi che doveva avere lui in quel momento.
Decise di fare una deviazione verso la vecchia biblioteca comunale, un edificio decadente che fungeva da ritrovo informale per gli studenti. Non appena entrò nel cortile interno, la conferma. Quattro ragazzi, alcuni li conosceva di vista, altri mai visti, erano lì, con i volti tirati. Uno di loro, Marco, che frequentava il suo stesso corso, gli fece un cenno. “Anche tu?” mormorò, e la sua mano si posò sul petto, nello stesso punto in cui Giuseppe sentiva pulsare il suo marchio. Annuì. Erano legati da qualcosa che nessuno di loro capiva, qualcosa che gli altri, le persone normali intorno a loro, sembravano non vedere affatto. I loro tentativi di parlarne con genitori o amici non marchiati erano caduti nel vuoto, accolti da sguardi confusi o preoccupati per la loro sanità mentale.
La disperazione li spinse a cercare risposte in ogni angolo, ma il mistero si infittiva. Fu allora che, nel momento di maggiore smarrimento, un’ombra gigantesca si proiettò sul cortile della biblioteca. I ragazzi alzarono lo sguardo, le bocche spalancate. Sopra di loro planava un essere che la ragione si rifiutava di accettare: un Drago della Fortuna. Il suo corpo serpentino e squamato, il suo muso canino, la sua criniera lucente ondeggiavano nell’aria. Era Falkor, proprio come nelle illustrazioni che Giuseppe aveva ammirato da bambino.
Il candido Drago della Fortuna atterrò con una grazia sorprendente per la sua mole, occupando quasi tutto il cortile, i suoi occhi rubino fissi su Giuseppe. Senza esitazione, come se una forza invisibile lo guidasse, Giuseppe si avvicinò. Falkor abbassò il muso, e Giuseppe, con un misto di timore reverenziale e incredulità, sentì una spinta irresistibile a montargli sulla groppa. Non c’era tempo per le domande, la logica era stata spazzata via da quell’apparizione.
Con un’altra, leggera spinta delle sue zampe, Falkor si alzò in volo. Il vento gli sferzava i capelli mentre Catania si rimpiccioliva sotto di loro: i tetti rossi, il blu cobalto del mare, la distesa di case e vicoli. Era una sensazione di libertà e vertigine, ma nel profondo Giuseppe sentiva che quel volo non era un capriccio, ma una chiamata. Falkor non parlava, ma la sua presenza era una rassicurazione silenziosa, un ponte tra il mondo che Giuseppe conosceva e uno più vasto e incredibile.
Dopo pochi minuti di volo, il drago scese dolcemente sopra un vecchio palazzo del centro storico, uno di quelli con le finestre scrostate e il portone semiaperto. Falkor non atterrò, ma si librò abbastanza vicino da permettere a Giuseppe di scivolare agilmente a terra. Il drago lanciò un ultimo, enigmatico sguardo verso l’edificio, quasi un cenno, prima di riprendere quota e dissolversi tra le nuvole, lasciando Giuseppe solo di fronte al palazzo.
Spinto da una curiosità irrefrenabile e dalla sensazione che il drago lo avesse portato lì per una ragione, Giuseppe si intrufolò nell’androne. Le sue torce del cellulare illuminavano la polvere e l’oscurità. Seguì un debole lamento che proveniva dal piano interrato, e scese una vecchia rampa di scale che conduceva a una cantina. L’aria era pesante, intrisa di polvere e un odore dolciastro di terra bagnata. Il fascio di luce danzava tra le ragnatele e le botti ammuffite, fino a quando non illuminò una figura rannicchiata in un angolo, singhiozzante.
Non era un fantasma, né un animale. Era un Elfo. Aveva la pelle pallida, quasi diafana, capelli lunghi color muschio e occhi di un verde smeraldo velati di lacrime. Le sue orecchie a punta erano inconfondibili. Era una visione surreale, sconvolgente. Un elfo, in una cantina di Catania.
“Sei tu… sei tu che hai fatto questo?” la voce di Giuseppe era tremante, ma il suo sguardo era fisso sul marchio pulsante sul petto dell’elfo.
L’Elfo alzò gli occhi verso di lui, pieni di una sofferenza profonda. “No… non sono stato io,” sussurrò, la sua voce melodiosa spezzata dal pianto. “Ma ho fallito… ho fallito miseramente.”
Giuseppe lo spinse a parlare, le sue domande si accavallavano. L’Elfo, il cui nome era Silvain, rivelò una storia che sfidava ogni logica, ogni concetto di realtà che conosceva. Parlò di una giovane e bella scrittrice fantasy, Elisabetta Ricciuti, rapita non da un uomo, ma dagli emissari del Regno Incantato di Ktras. Il mandante era Aurelian, il figlio crudele del Re Mekontas, che intendeva farla sua sposa, costringendola a un matrimonio contro la sua volontà.
Silvain era uno dei custodi, incaricato di vegliare sui confini tra i mondi, ma era stato sopraffatto. E il marchio che Giuseppe portava sul petto? Non era una maledizione, ma una conseguenza. Una manifestazione delle ripercussioni. “Le forze del Mondo Magico si stanno squilibrando,” spiegò Silvain, la voce che acquisiva un tono di urgenza. “Questo matrimonio forzato… è un affronto all’equilibrio stesso di Ktras, e ogni sconvolgimento lì ha conseguenze sul vostro mondo. Catastrofi naturali, carestie, malattie inspiegabili… i vostri marchi sono solo l’inizio, il primo sintomo di un’agonia che colpirà entrambi i mondi.”
2
La rivelazione di Silvain aveva lasciato i ragazzi in uno stato di shock incredulo, ma anche con un’inquietante consapevolezza. I marchi sui loro petti bruciavano, un promemoria costante della posta in gioco. La vita come la conoscevano era appesa a un filo sottile, e quel filo era legato a una scrittrice rapita in un regno incantato.
“Allora, cosa facciamo?” chiese Marco, la sua voce un po’ tremante. “Dobbiamo fare qualcosa, giusto?”
Silvain, ancora rannicchiato in un angolo, scosse la testa. “Non potete andare a Ktras senza una guida, senza capire. Il vostro mondo e il mio sono stati separati per eoni. Serve una chiave, un punto di accesso, o qualcosa che vi prepari.”
Fu Gaia a suggerire l’idea. “I libri,” disse, gli occhi che le brillavano di una nuova determinazione. “Elisabetta scrive di mondi fantasy. Forse la chiave è proprio lì, nelle storie.”
L’idea, per quanto bizzarra, risuonò con tutti. Se un drago della fortuna poteva apparire a Catania, allora forse i libri non erano solo finzione.
Decisero di dividersi i compiti. Il giorno dopo, si incontrarono in una delle librerie più grandi della città, con una missione insolita. Gaia Tancredi, con la sua passione per le storie che sfidavano i confini della realtà, si diresse subito verso la sezione dedicata ai classici dell’immaginario. Tornò con una copia di “La Storia Infinita” di Michael Ende, la sua copertina ricca di illustrazioni promettenti.
Luigi Truzzo, più metodico e amante delle epopee complesse, scelse il mattone per eccellenza del genere: “Il Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien. Lo sollevò con un sospiro che era un misto di sfida e rispetto.
Ettore Garofani si precipitò sugli scaffali che ospitavano i romanzi che avevano definito la sua infanzia e adolescenza. La sua scelta ricadde senza esitazione sulla saga di “Harry Potter” di J.K. Rowling, sperando che la magia di Hogwarts potesse offrire qualche indizio.
Giuseppe Tano, al momento, non comprò alcun libro. Si sentiva più a suo agio nell’osservare, nell’assorbire le informazioni, nell’ascoltare. Aveva bisogno di capire prima di agire. Tuttavia, aveva un’idea. Quella sera stessa, chiamò sua cugina. “Ciao! Senti, mi servirebbe un favore. La tua amica Alessia, quella che legge un sacco di fantasy… Potresti chiederle se ha qualche suggerimento per libri che parlano di passaggi tra mondi, o di magie che si mescolano alla realtà?”
Alessia Maccherone, incuriosita dalla richiesta inaspettata, comprò diversi volumi, attingendo alla sua vasta conoscenza del genere. Li consegnò a Giuseppe il giorno dopo, un’intera pila di tomi, senza fare troppe domande, ma con uno sguardo di curiosità. Giuseppe li mise da parte, per il momento.
Per tutta la settimana, i ragazzi si immersero nelle loro letture. Le loro serate universitarie, solitamente dedicate a studi o uscite, si trasformarono in sessioni di lettura intense, alla ricerca di un indizio, di un simbolo, di una frase che potesse illuminare il loro strano destino. Ogni tanto, si scambiavano sguardi significativi, le mani che sfioravano i marchi sui loro petti, come a chiedergli un segno, una direzione.
3
Una settimana dopo, si ritrovarono di nuovo nella vecchia cantina, dove Silvain li aspettava, il suo viso elfico ancora segnato dalla preoccupazione, ma con una scintilla di speranza negli occhi. Avevano i loro libri in mano, alcuni sgualciti dall’uso intenso, altri con pagine sottolineate e note a margine.
“Bene,” disse Marco, cercando di prendere l’iniziativa. “Chi inizia?”
Gaia alzò la mano per prima. “Ho letto ‘La Storia Infinita’,” cominciò, la sua voce che vibrava di emozione. “Parla di un ragazzo, Bastian, che trova un libro che lo porta dentro una storia. Fantàsia, il mondo della storia, sta morendo, consumata dal Nulla, perché la gente non crede più nei sogni. La Imperatrice Bambina è malata e ha bisogno di un nuovo nome da un figlio degli uomini per essere salvata e salvare Fantàsia. Bastian entra nel libro, dà il nome, e poi scopre che può desiderare qualsiasi cosa a Fantàsia, ma ogni desiderio gli fa perdere un ricordo del suo mondo.” Si fermò, pensierosa. “La parte più interessante è come il mondo della storia e il mondo reale si influenzano. E il fatto che Falkor, il Drago della Fortuna, sia una figura chiave, proprio come quello che ha portato qui Giuseppe.” Fece un gesto verso il marchio sul suo petro. “E poi c’è questo ‘Nulla’ che consuma la realtà. Non so, mi sembra familiare.”
Luigi prese la parola, con il suo tono più ponderato. “Ho finito ‘Il Signore degli Anelli’,” disse, appoggiando il voluminoso libro. “È una storia di un viaggio epico per distruggere un anello malvagio forgiato da un Signore Oscuro, Sauron. L’Anello corrompe chi lo porta, e la sua distruzione è l’unica via per salvare la Terra di Mezzo dalla sua ombra. Ci sono Elfi, come Silvain,” fece un cenno all’Elfo, “e Nani, Uomini, Hobbit. La magia è presente, ma è più sottile, legata alla natura e agli artefatti. L’importanza della compagnia, del sacrificio, e della resistenza alla corruzione sono temi centrali. E poi c’è il concetto di ‘quest’ che deve essere compiuta per salvare il mondo.”
Ettore, infine, prese il suo turno, gli occhi lucidi per l’emozione della sua saga preferita. “Beh, Harry Potter è una storia di un mondo magico nascosto nel nostro, dove i maghi vanno a scuola e combattono il male. Harry scopre di essere un mago e che il Signore Oscuro, Voldemort, ha ucciso i suoi genitori e ha cercato di uccidere anche lui. La magia è ovunque, ci sono incantesimi, pozioni, creature fantastiche. Ma è anche una storia su come l’amore e l’amicizia siano le armi più potenti contro l’odio e la tirannia. E ci sono i ‘passaggi segreti’, i ‘portali’ che permettono ai maghi di muoversi tra i mondi.”
Giuseppe ascoltava attentamente, la sua mente che faceva collegamenti. Il “Nulla” di Fantàsia, la “corruzione” dell’Anello, il “male” di Voldemort. Erano tutti concetti che suonavano pericolosamente vicini alla “agonia” di Ktras di cui Silvain aveva parlato. I marchi sui loro petti pulsavano con un’intensità quasi dolorosa mentre le parole delle trame risuonavano nella cantina.
La settimana successiva, l’attesa era palpabile. La cantina, ormai loro quartier generale, vibrava di un’energia strana, un misto di speranza e crescente urgenza. Questa volta, ad unirsi a loro c’era anche Alessia, l’amica della cugina di Giuseppe, invitata nonostante non avesse il marchio. La sua vasta conoscenza del fantasy era troppo preziosa per essere ignorata.
“Ciao a tutti,” disse Alessia, sorridendo timidamente mentre si sedeva su una vecchia cassa di legno. “Ho riletto i primi due libri di Harry Potter.” Strinse i volumi tra le mani. “Il primo, Harry Potter e la Pietra Filosofale, introduce Harry, un orfano che scopre di essere un mago e deve iniziare la scuola di magia di Hogwarts. L’antagonista è Lord Voldemort, che ha ucciso i suoi genitori. Alla fine, Harry e i suoi amici scoprono che Voldemort sta cercando di rubare la Pietra Filosofale, che gli darebbe vita eterna. Riescono a fermarlo. Il secondo, Harry Potter e la Camera dei Segreti, vede Harry e i suoi amici affrontare un’antica minaccia nella scuola, legata a un diario di Voldemort. Si scopre che il mostro della Camera è un Basilisco, e Harry deve sconfiggerlo per salvare la scuola e la sorella di Ron, Ginny. In entrambi i libri, la magia è molto presente, ma ci sono anche i concetti di amicizia, coraggio e la lotta tra il bene e il male. E poi ci sono passaggi segreti, come il binario 9 e ¾ o la Camera stessa, che ti portano in luoghi nascosti.”
Mentre Alessia parlava, una sua amica, Erica Pozzo, si schiarì la voce. Era stata invitata da Alessia per la sua profonda conoscenza di un’altra saga. “Io ho riletto Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis,” disse Erica, con un tono quasi reverenziale. “Inizia con quattro fratelli che, durante la guerra, vengono mandati in campagna e scoprono un armadio magico che li porta nel mondo di Narnia. Narnia è un mondo incantato, popolato da creature parlanti e governato dal leone Aslan, una figura molto potente e buona. Hanno un ruolo chiave nella liberazione di Narnia dalla tirannia della Strega Bianca. La storia è piena di profezie, sacrifici e la lotta eterna tra il bene e il male. Ma l’aspetto più rilevante è proprio il passaggio tra i mondi attraverso l’armadio, un oggetto comune che diventa un portale per un luogo fantastico. E anche a Narnia, come in Ktras, c’è un re malvagio e una terra che soffre.”
Le loro conversazioni furono interrotte bruscamente dal suono del telefono di Marco. Lo sguardo del ragazzo si fece grave mentre ascoltava. Riattaccò, il volto pallido. “Ragazzi… dovete vedere questo.” Ci mostrò il suo tablet. Un’immagine in prima pagina di un quotidiano online: un titolo a caratteri cubitali: “Scomparsi alla Fiera del Libro: Autori di Fantasy evaporati!” Sotto, un articolo che parlava di uno strano evento accaduto a Torino. Alcune persone, negli stand di una casa editrice che aveva appena stampato due romanzi fantasy, “Gli Anelli del Destino” e “Vanity Charmspear”, erano letteralmente svanite nel nulla, senza lasciare traccia. La polizia era nel caos, i testimoni parlavano di una “nebbia dorata” e poi del vuoto.
“Gli Anelli del Destino,” mormorò Giuseppe, sentendo un brivido freddo lungo la schiena. Era il titolo del romanzo inedito del suo amico Filippo. “Significa che è vero.”
“Chi ha scritto questi libri?” chiese Silvain, la sua voce elfica ora priva di ogni traccia di pianto, sostituita da un’urgenza pressante.
“Filippo Armaioli,” rispose Giuseppe. “È un mio amico. Vive a Pisa. Dobbiamo andare da lui. Subito.”
4
La decisione fu presa all’istante. La mattina dopo, lasciarono Catania. Il viaggio in treno per Pisa fu carico di un’ansia crescente. L’aria era densa di domande inespresse. L’Elfo Silvain li accompagnava, camuffato con un cappotto e un cappello per non destare sospetti. Arrivati a Pisa, con la sua iconica Torre Pendente che svettava ironicamente storta su un mondo che si sentiva sempre più fuori asse, si diressero verso la casa di Filippo. Era ancora presto, ma la situazione era troppo grave per preoccuparsi del galateo. Bussarono con insistenza.
“Filippo, dobbiamo parlare,” disse Giuseppe con urgenza. “Riguarda i tuoi libri. I tuoi romanzi. Le persone alla Fiera del Libro… Silvain dice che è legato al rapimento di Elisabetta Ricciuti. Abbiamo bisogno che tu ci racconti tutto sui tuoi romanzi. Dobbiamo trovare un modo per entrare in Ktras.”
“Silvain?…Elisabetta chi??…”
Dice Filippo,non capendo e non ricordandosi che la segue sui social.
Filippo li fece entrare, incredulo, mentre gli leggeva la notizia sul giornale online. I suoi occhi si spalancarono. “Evaporati… oh cazzo. Questo è… questo è un fottuto problema reale.” Si portò una mano alla fronte, poi guardò i ragazzi, i loro marchi, l’Elfo. “Venite, accomodatevi. Non so da dove iniziare, ma cercherò di riassumere tutto ciò che posso su Gli Anelli del Destino e Vanity Charmspear. Ma non credo ci serva,i miei libri non valgono niente.”
Il prossimo appuntamento nella casa di Filippo a Pisa, era carico di un’intensità diversa. L’aria non era più solo di mistero, ma di una palpabile urgenza. Silvain, l’Elfo, sedeva in un angolo, i suoi occhi antichi che seguivano ogni parola, ogni sguardo dei ragazzi. I marchi sui loro petti pulsavano con un ritmo sempre più forte, quasi in sincronia con le notizie che filtravano dal mondo esterno: piccole, inspiegabili anomalie iniziavano a manifestarsi, sussurri di eventi insoliti che sfidavano la logica.
Alessia, la sua conoscenza di Harry Potter più affinata, iniziò a riassumere i successivi capitoli della saga. “Allora, in Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban,” spiegò, “Harry e i suoi amici scoprono che Sirius Black, un presunto assassino, è fuggito dalla prigione di Azkaban e si crede stia cercando Harry. La storia introduce i Dissennatori, creature oscure che prosciugano la felicità, e il viaggio nel tempo. Si scopre poi che Sirius è innocente e il vero traditore è un altro. È un libro che parla di ingiustizia, di ricerca della verità e di come il passato possa influenzare il presente.”
Proseguì con il quarto. “Poi c’è Harry Potter e il Calice di Fuoco,” continuò Alessia, la voce che vibrava di eccitazione. “Hogwarts ospita il Torneo Tremaghi, una competizione pericolosa tra tre scuole di magia. Harry viene misteriosamente scelto come quarto campione. Il libro è pieno di prove difficili, ma il punto cruciale è il ritorno di Lord Voldemort. È la prima volta che Harry lo affronta direttamente dopo l’infanzia, e la magia oscura è più potente che mai. C’è il tema della morte, del coraggio e della necessità di affrontare un male che sembra invincibile.”
Erica prese il testimone, introducendo un nuovo universo fantasy. “Io ho letto Le Cronache di Shannara di Terry Brooks,” disse, i suoi occhi brillanti. “È una saga ambientata in un futuro post-apocalittico in cui la magia è tornata e il mondo è popolato da razze come Elfi, Nani, Troll e Gnomi, oltre agli Uomini. Il fulcro è la famiglia Ohmsford e le loro avventure per salvare le Quattro Terre da varie minacce, spesso demoniache. Il primo libro, La Spada di Shannara, vede il giovane Shea Ohmsford, l’ultimo della linea di Shannara, dover usare un’antica spada magica per sconfiggere il Signore degli Inganni. Ci sono viaggi epici, potenti artefatti magici, un grande albero mistico chiamato l’Eterea che protegge il mondo, e un forte senso del destino. La lotta tra il bene e il male è centrale, con battaglie su larga scala e un senso di pericolo costante.”
Fu il turno di Filippo Armaioli. Si schiarì la gola, visibilmente nervoso, ma anche con un barlume di orgoglio nel parlare delle sue creazioni. “Allora, i miei romanzi… Gli Anelli del Destino è la mia epica più ampia. Parla di una guerra imminente che minaccia di distruggere il mondo magico. Per combattere le forze del Male, rappresentate dagli Orchi, si riuniscono le Fate Guerriere, con la loro magia eterea e i loro legami con la natura; gli Hobbit, creature semplici ma incredibilmente coraggiose e resilienti; e i Nani, maestri della forgia e guerrieri indomiti. Il loro obiettivo è unire i popoli sotto la bandiera di un’antica profezia e distruggere gli Anelli del Destino, potenti artefatti che il Signore Oscuro ha creato per corrompere Darkonnen e le Contee vicine. È una storia di alleanze improbabili, di sacrificio e della ricerca della speranza anche nell’oscurità più profonda. La guerra è descritta in tutti i suoi dettagli, con battaglie vaste e personaggi che devono affrontare la morte e la disperazione. Mi sono ispirato a Gli Eroi del Crepuscolo di Chiara Strazzulla,e al Signore degli Anelli.
Filippo fece una pausa, prendendo un respiro profondo, prima di passare al secondo romanzo. “Vanity Charmspear è una cosa un po’ diversa. La protagonista è una ragazza, Vanity, che si trasferisce in un paesino inglese apparentemente normale. Ma in realtà, la sua scuola non è una scuola qualunque: è un’accademia di Magia segreta, dove i giovani con poteri vengono addestrati. Vanity deve imparare a controllare le sue abilità magiche e al contempo allenarsi fisicamente in prove estenuanti, quasi come in una competizione. È una sorta di Harry Potter al femminile, ma con un’enfasi molto maggiore sull’azione, sulle sfide fisiche e sulla sopravvivenza, con elementi che richiamano un po’ l’atmosfera di Hunger Games. La trama è più orientata all’avventura e alla scoperta di sé attraverso il superamento di ostacoli mortali.”
Giuseppe, che aveva ascoltato ogni parola con concentrazione, sentiva che il quadro si stava componendo, pezzo dopo pezzo. Le connessioni erano troppe per essere coincidenze. Il suo mondo e questi mondi di fantasia erano intrecciati in un modo che nessuno di loro aveva mai immaginato. La chiave per salvare Elisabetta, e forse l’intera realtà, era nascosta tra le righe di quelle storie.
5
La cantina di Filippo a Pisa era avvolta in un silenzio carico di aspettativa dopo i riassunti delle varie saghe fantasy. I ragazzi, pur illuminati dalle nuove informazioni, si sentivano ancora persi. Le trame epiche si sovrapponevano, ma nessuna sembrava offrire una soluzione chiara al loro problema.
“Allora,” ruppe il silenzio Filippo, con un sospiro pesante, “abbiamo tutte queste storie di magia, draghi, elfi e anelli malvagi. Ma cosa dobbiamo fare? Come liberiamo Elisabetta? E soprattutto, come raggiungiamo Ktras?”
Nessuno aveva una risposta. I marchi sui loro petti pulsavano con insistenza, quasi a sottolineare l’urgenza. L’Elfo, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, si alzò in piedi. I suoi occhi smeraldo brillavano nell’oscurità.
“Le risposte non si trovano solo nella conoscenza, ma nell’esperienza,” disse Silvain, la sua voce risuonava profonda e misteriosa. “Dobbiamo tornare al mio nascondiglio. Lì vi spiegherò.”
Tornarono quindi alla vecchia casa diroccata di Catania, la stessa dove avevano trovato Silvain. L’atmosfera lì era diversa, quasi intrisa di magia latente. Una volta sistemati, l’Elfo rivelò la verità.
“Il mondo magico,” iniziò Silvain,”non è solo un luogo nelle storie. È un vero e proprio pianeta, una sorta di universo parallelo per voi. Ogni terra dei vostri romanzi fantasy esiste come un’isola separata su questo pianeta, come continenti galleggianti nel cosmo. Per accedervi, per entrare in quelle terre, non basta la volontà. Bisogna leggere il libro giusto. Solo leggendo, con la mente e l’anima completamente immerse nella storia, si può accedere a quel mondo la sera, attraverso i sogni. È un passaggio onirico, un ponte tra la vostra realtà e la nostra.”
Un brivido corse lungo la schiena dei ragazzi. Entrare nei sogni? La prospettiva era eccitante e terrificante al tempo stesso. Nei film horror con Freddy Kruger non portava a niente di buono.
“Dobbiamo andare a Ktras,” continuò Silvain. “È lì che è stata portata Elisabetta. Ma il problema è che Ktras non è una terra descritta in un romanzo già pubblicato: è un mondo che Elisabetta stava creando. È un romanzo che doveva ancora scrivere completamente Questo significa che alcune zone potrebbero essere coperte da nebbia,o da sabbie mobili.”
“Forse… forse esiste una bozza, degli appunti,” suggerì Giuseppe. “I suoi genitori. Dobbiamo andare a casa Ricciuti.”
Senza esitazione, il gruppo si diresse all’elegante, ma ora mesta, casa Ricciuti.
I genitori di Elisabetta, il volto segnato dalla preoccupazione e dalla stanchezza, li accolsero con un misto di sorpresa e disperazione. Spiegarono la loro storia, i marchi, Silvain, e la connessione con i romanzi della figlia. I genitori, sconvolti ma anche disperatamente alla ricerca di risposte, mostrarono loro tutte le carte della figlia scomparsa: manoscritto incompleto, vecchi quaderni, disegni, appunti sparsi.
Mentre gli altri setacciavano fogli e documenti, Erica, con la sua attenzione per i dettagli narrativi, trovò un quaderno rilegato con una copertina in cuoio e la calligrafia inconfondibile di Elisabetta. Sul frontespizio, un titolo scritto a mano: “Dartan” di Elisabetta Ricciuti.
Lo sfogliò, e i suoi occhi si allargarono. “Ragazzi… è questo. Credo sia la storia che cerchiamo.”
Lesse ad alta voce l’incipit e poi riassunse: “La storia parla di un gruppo di ragazzi che legge romanzi fantasy. E si ritrova per parlarne. Finché una di loro sparisce, e mentre un drago vola nel cielo, un Elfo viene trovato e rivela che la ragazza sparita, Melissa, si trova in un mondo magico per accedere al quale si deve entrare nei sogni leggendo il libro giusto. I ragazzi comprano vari libri e ne leggono tanti, sperando di aiutare l’amica, anche se temono di entrare in quel mondo, con la paura di non tornare più a casa. Dartan è un eroe che li aiuta quando sono là a trovare Melissa, promessa sposa al figlio di un Re malvagio.”
Un silenzio carico di tensione cadde nella stanza. La storia era una metafora perfetta, uno specchio della loro stessa situazione.
“È lei,” mormorò Filippo, il respiro mozzo. “È Elisabetta che ha descritto la nostra storia. Questo libro… questo libro è la chiave.”
Silvain annuì solennemente. “Trovato il libro, si trova la via. Ora dovete leggere.”
Salutando i genitori di Elisabetta, lasciandoli con una flebile speranza, i ragazzi tornarono alla casa di Filippo, stringendo il quaderno di “Dartan” come se fosse un tesoro inestimabile.
“Allora,” disse Marco, gli occhi che si posavano sul quaderno, “chi lo legge per primo?”
Silvain spiegò: “La storia che avete trovato è un portale. Chi la legge con piena intenzione, la sera, si ritroverà nel mondo che essa descrive. Sarà il primo a toccare Ktras attraverso questa via onirica.”
“Alessia, leggilo tu per noi,” suggerì Giuseppe, sentendo l’ansia crescere.
Alessia scosse vigorosamente la testa, il viso improvvisamente pallido. “Eh, no, Filippo leggilo tu! Io non voglio trovarmi laggiù neanche in sogno! Tu sei grande e grosso, se vai là sapresti cosa fare.”
Le parole di Alessia, per quanto dettate dalla paura, avevano un loro peso. Filippo era il più anziano, il più razionale, e un autore di fantasy a sua volta. Accettò. “Va bene,” disse, prendendo il quaderno di “Dartan”. “Lo leggerò io.”
6
Quella sera, Filippo si isolò, il manoscritto inedito di Elisabetta tra le mani. Iniziò a leggere, immergendosi completamente nella storia di Melissa e dei suoi amici. Ogni parola, ogni frase lo attirava più a fondo, finché la realtà intorno a lui non svanì e i suoi occhi si chiusero. Non era un gran libro, era ingenuo,come il suo Vanity Charmspear, eppure era ben scritto, e si vedeva che chi lo aveva ideato avrebbe fatto grandi cose proseguendo con la scrittura creativa.
Filippo incontrò Dartan il Cavaliere, Esther la fanciulla in fuga, Mefistofele il gattino e tutti i personaggi in una terra suggestiva ma anche sottilmente spaventosa. L’aria non era inquinata come quella terrestre, ma si percepivano note olfattive fastidiose al naso.
Quando si risvegliò, al mattino, il primo raggio di sole che filtrava dalla finestra gli annunciò che era di nuovo a casa sua. La sua stanza era uguale a prima, il quaderno di “Dartan” poggiato sul comodino. Era tornato. Ma sapeva, nel profondo, che aveva viaggiato.
La mattina dopo, l’aria nell’appartamento di Filippo a Pisa era elettrica. I ragazzi si erano radunati, impazienti di sentire cosa ricordasse del suo viaggio onirico. Silvain, l’Elfo, sedeva in disparte, l’espressione tesa.
Filippo, con una tazza di caffè tra le mani, sembrò ancora un po’ disorientato, ma i suoi occhi brillavano di una nuova consapevolezza. “Sono entrato,” disse, la voce roca. “Era come un sogno, ma più vivido di qualsiasi realtà. Sono finito in un luogo che sembrava… Ktras, sì. Ho visto scorci di foreste antiche, montagne imponenti. C’erano creature che io non ho mai descritto nei miei libri. Ho incontrato un personaggio, un guerriero, che mi ha chiamato ‘l’Iniziato’. Mi ha detto che Elisabetta è in una fortezza, ma è protetta da un incantesimo potentissimo che solo un cantore di storie può sciogliere.”
Filippo fece un respiro profondo. “Ma la cosa più importante è questa: il libro Dartan è un portale, ma non basta leggerlo per entrarci tutti contemporaneamente. Ho sentito la necessità di portarlo con me, di tenerlo stretto. Credo che funzioni come un punto di ancoraggio. Per ora, è una specie di test per prepararci. Ma ho una teoria. Se tutti voi, i marchiati, leggete la stessa storia, con la stessa intenzione, potremmo entrare insieme.”
Con un gesto deciso, Filippo tirò fuori dalla sua stampante una pila di fogli. “Ho fatto delle fotocopie del manoscritto di Dartan,” annunciò. “Solo per voi, quelli con il marchio.” Consegnò una copia a Giuseppe, Marco, Luigi, Gaia ed Ettore. “Dobbiamo leggerlo, e preparare le nostre menti.”
Poi, con un’espressione ancora più seria, aggiunse: “Ma non basta. C’è un altro passo. Silvain mi ha dato un’intuizione, o forse è stata la voce del guerriero nel sogno. C’è un altro libro, fondamentale per la carriera di Elisabetta, un testo che lei stessa considerava una fonte d’ispirazione profonda per creare in futuro altre storie e i suoi popoli. Dobbiamo procurarlo e studiarlo.”
“Quale?” chiese Giuseppe.
“‘Drù Na Dann – Il Marchio Proibito,” rivelò Filippo. “Dobbiamo averlo in forma cartacea. Non digitale. Le sue illustrazioni, le sue mappe… sono cruciali. Sembra che la fisicità del libro, la sua materialità, sia parte del potere.”
La richiesta fu subito accolta. Nonostante la modernità e la convenienza del digitale, i ragazzi non esitarono. C’era qualcosa di intrinsecamente giusto nel tenere in mano una copia fisica, sfogliarne le pagine. La settimana successiva fu dedicata alla ricerca di “Dru Na Dann” nelle librerie e online. Non fu difficile trovarlo; era un titolo della Carthago Edizioni ancora facile (per poco) a essere trovato.
All’appuntamento successivo, di nuovo nella cantina di Filippo, Silvain era più vigile che mai. Alessia, pur non marchiata, era presente, pronta a fornire il suo contributo di conoscenza.
“Allora,” iniziò Alessia, reggendo con cura la sua copia di “Drù Na Dann – Il Marchio Proibito”, le sue dita che accarezzavano la copertina. “Questo libro è… diverso. Parla di Erlian, una terra antica e mistica, dove la magia è intessuta nella natura stessa. La trama principale ruota attorno ai marchi ancestrali, potenti simboli che vengono incisi sulla pelle dei prescelti, conferendo loro abilità magiche o destini particolari. Ma ci sono anche i marchi proibiti, quelli che derivano da un’antica e oscura magia, che possono corrompere l’anima e il paesaggio stesso.”
Alessia fece una pausa, guardando i marchi sui petti dei ragazzi. Un brivido percorse la schiena di tutti.
“La storia segue le vicende di un giovane che scopre di portare uno di questi marchi e viene coinvolto in una lotta millenaria tra i custodi degli antichi riti druidici, e una fazione oscura che cerca di sfruttare o distruggere la magia della terra. Il cuore del conflitto è la ricerca di un artefatto dimenticato, una reliquia che potrebbe rovesciare le sorti della guerra. Le descrizioni delle foreste sono vivide: alberi che sussurrano segreti, sentieri invisibili, creature fatate che possono essere sia alleate che nemiche.”
La voce di Alessia si fece più grave. “C’è un forte senso di destino e di profezia. Molti personaggi sono legati a cicli antichi, a una storia che si ripete. La magia è selvaggia, primordiale, non facile da controllare. E poi c’è la corruzione: non solo la corruzione del potere, ma proprio la corruzione della terra, che si manifesta con paesaggi desolati e creature mutate. La storia è un monito sul rischio di abusare del potere e sull’importanza di proteggere l’equilibrio della natura.”
Gli occhi dei ragazzi si posarono su Silvain. Le descrizioni di Erlian, dei marchi, risuonavano stranamente con le parole dell’Elfo su Ktras e gli sconvolgimenti. Era come se “Drù Na Dann” fosse una sorta di chiave di lettura, un manuale per comprendere la loro nuova e terrificante realtà.
Filippo annuì lentamente. “È esattamente quello che Elisabetta usava come base per l’ambientazione di Ktras, o almeno così credo. Questo libro ci fornirà le fondamenta per capire il mondo in cui Elisabetta è stata portata.”
Le fotocopie di Dartan riposavano accanto alle copie cartacee di Drù Na Dann. La teoria di Silvain, la prima esperienza di Filippo, e ora la comprensione di “Dru Na Dann” stavano formando un quadro. Ma il vero viaggio, quello nel mondo dei sogni, doveva ancora iniziare per tutti loro.
7
Il mattino seguente, l’atmosfera nella casa a Pisa era elettrica. Filippo aveva l’aria stanca, ma i suoi occhi brillavano di un’insolita intensità. La notte precedente, aveva viaggiato. Aveva sognato Ktras, il mondo di Elisabetta, attraverso le pagine di “Dartan”. Nonostante si fosse ritrovato di nuovo nel suo letto, il ricordo del suo viaggio onirico era vivido, quasi tattile.
La prima cosa che fece Filippo fu fotocopiare meticolosamente il manoscritto di “Dartan”. Non una copia per tutti, ma solo per coloro che portavano il marchio: Giuseppe, Marco, Gaia, Luigi ed Ettore. Era un passaggio, una sorta di rito d’iniziazione. “Questo è solo per noi,” disse, distribuendo le copie rilegate con una solennità quasi religiosa. “È la nostra guida.”
Alla successiva riunione, con Silvain sempre presente, Filippo alzò lo sguardo sui volti tesi dei ragazzi. “Dobbiamo prepararci al meglio,” disse, la sua voce risuonava con nuova autorità. “La storia di Elisabetta ci ha dato la chiave per entrare, ma non per sopravvivere. Dobbiamo capire i mondi che Elisabetta ha creato, i pericoli che potremmo affrontare. C’è un libro fondamentale nella sua carriera, che potrebbe contenere indizi cruciali.”
Filippo scrisse un titolo su un foglio: “Drù Na Dann – Il Marchio Proibito”.
“Comprate questo libro. In cartaceo, se possibile. Le illustrazioni sono essenziali,” raccomandò, sapendo che le immagini potevano contenere dettagli sfuggenti alla sola narrazione. Due giovani donne sorrisero: erano due illustratrici di quel libro, che si erano introdotte nelle riunioni, perché preoccupate per la scomparsa dell’amica. (Nessuno disse niente vedendole partecipare. Vennero qualche volta,poi non più.)
Una settimana dopo, i ragazzi si ritrovarono con le loro copie di “Drù Na Dann” in mano, alcuni avevano già letto, altri ancora in fase di assorbimento. Era il turno di Alessia di riassumere, e lo fece con la sua solita, brillante chiarezza.
“Allora, ‘Drù Na Dann – Il Marchio Proibito’ non è solo un libro,” iniziò Alessia, reggendo il volume come se fosse un artefatto prezioso. “È una storia intrisa di magia ancestrale e pericoli nascosti. Il fulcro della trama è un’antica foresta, un luogo mistico dove la natura stessa è viva e detiene poteri immensi. Qui, le tradizioni druidiche sono forti e sacre.”
Fece una pausa, cercando le parole giuste. “Il romanzo parla di un’antica maledizione che sta prosciugando la linfa vitale della foresta e corrompendo le sue creature. Il ‘marchio proibito’ del titolo è un simbolo oscuro che appare su coloro che sono stati toccati da questa corruzione, o che sono destinati a giocarvi un ruolo cruciale, sia per la distruzione che per la salvezza. È un po’ come i nostri marchi, ma molto più sinistro.” Indicò i segni sui petti dei ragazzi.
“I protagonisti sono un gruppo eterogeneo: una giovane Druida, legata alla foresta e con la capacità di comunicare con gli spiriti della natura; un Guerriero Esiliato, tormentato dal suo passato ma mosso da un senso di giustizia; e un saggio Spiritista che cerca di decifrare le antiche profezie. La loro missione è trovare l’origine della maledizione e spezzarla, affrontando creature corrotte, illusioni pericolose e, soprattutto, un’oscura entità che si nutre della disperazione e del decadimento.”
Alessia continuò, evidenziando i punti che riteneva più rilevanti. “Il libro enfatizza il legame profondo tra la terra e i suoi abitanti. Se la terra soffre, anche le persone e le creature soffrono. E viceversa. Ci sono sentieri segreti, templi nascosti tra gli alberi, e riti ancestrali che possono sia curare che distruggere. La magia qui non è fatta di incantesimi sfarzosi, ma è radicata nel cuore della natura, è selvaggia e primordiale.”
“E poi,” concluse Alessia, quasi sottovoce, “ci sono i conflitti tra le diverse fazioni: gli Elfi delle foreste, a volte neutrali, a volte alleati, e gli Uomini, che spesso non capiscono la magia della natura e finiscono per distruggerla. Il romanzo è un monito sul rispetto dell’equilibrio e sulla forza della natura stessa. Se Ktras sta soffrendo per il rapimento di Elisabetta, forse è questo tipo di magia che dobbiamo aspettarci, o forse la stessa foresta è un luogo che esiste su quel pianeta magico.”
Un profondo silenzio seguì le parole di Alessia. I marchi sui loro petti sembravano bruciare di più, quasi a confermare le parole della ragazza. Silvain, l’Elfo, annuì lentamente, il suo sguardo rivolto verso l’ignoto. La strada per Ktras si stava delineando, e sembrava più pericolosa di quanto avessero immaginato.
Le parole di Alessia risuonavano nella cantina di Filippo, ma l’autore stesso scuoteva la testa, un’ombra di scetticismo che attraversava il suo volto.
“Non credo proprio,” disse Filippo, interrompendo il flusso delle supposizioni. “Elisabetta non stava ancora pensando alla Terra di Dann quando ha creato la Ktras di Dartan. Quello era uno dei suoi primi scritti. Magari lo ha buttato giù al liceo, e si sarà vergognata di una storia troppo semplice o ingenua. Non l’ha mai pubblicato apposta.” Puntò un dito sulla copertina di Drù Na Dann. “No… Drù Na Dann può esserci utile per un’infarinatura generale, ma non sappiamo davvero cosa ci aspetta lì. Oltre a rileggere Dartan e a continuare a studiare i testi fantasy più famosi come abbiamo fatto finora, non possiamo fare molto di più per prepararci al viaggio onirico. Però…” la sua voce si fece più grave, “c’è una cosa che possiamo fare: allenarci a combattere.”
I ragazzi si guardarono, sorpresi.
L’Elfo, lo fissò con attenzione.
“È possibile,” continuò Filippo, la sua espressione seria, “che se ci colpiscono nel mondo dei sogni, le ferite o peggio, possano avere ripercussioni anche nella realtà. Avete un marchio, un legame con quel mondo. Non possiamo rischiare di essere impotenti.”
L’idea era agghiacciante, ma logica. Se la loro connessione era così forte da permettere il passaggio tra i mondi, allora era plausibile che le minacce potessero estendersi oltre il confine del sogno. Allenarsi a combattere, anche senza sapere esattamente cosa avrebbero affrontato, sembrava l’unica precauzione sensata.
Così, la loro missione acquisì una nuova, inattesa dimensione. Oltre a immergersi nelle pagine dei libri, avrebbero dovuto preparare i loro corpi e le loro menti per uno scontro che trascendeva la fantasia. La cantina di Filippo, prima un luogo di misteriose rivelazioni, si preparava a diventare anche una palestra, un campo d’addestramento per eroi improvvisati.
8
La cantina di Filippo era di nuovo il loro rifugio, un luogo dove la realtà si fondeva con l’immaginazione, anche se l’ombra del dubbio gettata da Filippo persisteva. L’aria era tesa, carica dell’impegno per l’allenamento fisico che avevano iniziato, un surreale complemento alle loro sessioni di lettura.
Erica fu la prima a presentare le sue nuove scoperte. “Ho letto Gli Eroi del Crepuscolo di Chiara Strazzulla,” esordì, la voce riflessiva. “È una storia ambientata in un mondo in cui il sole sta morendo e il crepuscolo avanza inesorabilmente. I protagonisti sono un gruppo eterogeneo di eroi che devono intraprendere un viaggio disperato per trovare una soluzione, affrontare creature delle tenebre e superare prove impossibili. Il tema centrale è la speranza di fronte a una catastrofe imminente e la ricerca di una luce quando tutto sembra perduto. Ci sono antiche profezie, regni in rovina e un senso di urgenza palpabile.”
Poi fu il turno di Alessia, i suoi occhi brillanti per l’emozione della lettura. “Io ho letto Cronache del Mondo Emerso di Licia Troisi,” disse, con un entusiasmo contagioso. “La protagonista è una ragazza, Nihal, che vive in un mondo fantasy minacciato da un tiranno, il Tiranno. È l’ultima sopravvissuta di una razza di mezz’elfi e diventa una guerriera. La saga segue il suo percorso di formazione, le sue battaglie, i suoi amori e le sue perdite, mentre cerca di sconfiggere il Tiranno e salvare il Mondo Emerso. Ci sono guerre epiche, creature fantastiche, magie potenti e un forte senso del destino. La storia è molto incentrata sulla crescita del personaggio attraverso le avversità e il sacrificio personale per un bene superiore.”
Un silenzio pesante seguì i riassunti. Le parole di “Gli Eroi del Crepuscolo” su un mondo che muore e quelle di “Cronache del Mondo Emerso” su un tiranno e il sacrificio risuonavano sinistramente con la loro situazione. I marchi sui loro petti sembravano pulsare più intensamente che mai, quasi a voler sottolineare la gravità della situazione.
Il gruppo fece una pausa, le menti stanche ma cariche di informazioni. Il chiacchiericcio dei libri, per quanto affascinante, iniziava a sembrare una distrazione di fronte alla realtà cruda del loro dilemma.
Fu Filippo a rompere il silenzio, con una voce che tradiva una profonda frustrazione e una punta di disperazione. “È ora di agire,” disse, ma il suo tono era quello di chi è al limite. “Abbiamo letto a più non posso. Abbiamo setacciato centinaia, migliaia di pagine. Abbiamo cercato risposte, indizi, una mappa, una chiave. Ma la verità è che… non sappiamo se basti.”
Il suo sguardo si posò su Giuseppe, poi su Marco, Luigi ed Ettore, e infine su Silvain che ascoltava in silenzio, immobile come una statua. “Abbiamo trovato il modo di entrare in Ktras attraverso Dartan. Ma non abbiamo idea di come trovarla in quel mondo vasto e frammentato, né di come riportarla indietro. Oltre a leggere e allenarci, stiamo correndo il rischio di… di arrenderci alla possibilità che Elisabetta sia persa per sempre in un limbo inaccessibile.”
Le sue parole colpirono tutti come un pugno nello stomaco. L’entusiasmo iniziale, la speranza alimentata dalle trame fantastiche, sembravano improvvisamente vacillare di fronte all’enormità del compito. Filippo, l’autore, colui che creava mondi, stava per ammettere la sconfitta. Il silenzio nella cantina si fece opprimente, spezzato solo dal fruscio delle pagine dei libri e dal battito accelerato dei loro cuori marchiati.
9
Il silenzio carico di disperazione di Filippo gravava sulla cantina, minacciando di soffocare la flebile speranza che ancora ardeva nei ragazzi. Ma Silvain l’Elfo non era rimasto con le mani in mano. Il suo sguardo antico, per un momento, aveva brillato di una determinazione ferrea.
Un fruscio nell’aria, come di foglie secche mosse da un vento improvviso, riempì la cantina. Poi, un luccichio. In un punto dove prima c’era solo il muro grezzo, apparvero due figure. I ragazzi rimasero a bocca aperta.
Dal portale emersero due figure impossibili. La prima era una donna di eterea bellezza, i tratti delicati ma con una forza evidente nello sguardo. Le sue ali, seppur ritratte e invisibili agli occhi inesperti, non nascondevano la sua natura. Era Rayne, una Fata Guerriera dal romanzo di Filippo, Gli Anelli del Destino. L’altra figura era maestosa, un uomo anziano con una lunga barba bianca, un cappello a punta e un bastone nodoso che sembrava pulsare di antica potenza. Non era come lo ricordavano dai film, ma la sua aura era inconfondibile: Gandalf.
“Preferivo arrivasse il gufo Anacleto de La Spada nella Roccia,” mormorò Giuseppe, un lampo di umorismo nella tensione, “ma almeno non è arrivato Voldemort. O peggio.”
Gandalf scrutò la stanza con uno sguardo penetrante, il suo bastone che batteva leggermente a terra. “Chi sei?” chiese Marco, quasi sussurrando.
“Salve,” rispose Gandalf, la sua voce profonda e risonante, come un tuono lontano. “Mi chiamo Gandalf il Rosso. E non vorrei essere Rosso.” Agitò il lungo bastone, e nell’aria si percepì un’energia primordiale. Era chiaro che con quello strumento potesse fare ogni incantesimo possibile; ma se anche lui temeva qualcosa, allora ciò che era da affrontare era un male peggiore di quello che la magia, seppur la più potente, poteva fronteggiare. “Stanno per accadere grandi cose nel mio Mondo, ma, temo, terribili.”
Il suo sguardo si posò su Filippo. “Tu devi essere Filippo della Terra. Hai scritto parte della nostra Storia, sai? Come fece anche Tolkien. Prevedendo la mia venuta, e quella di molti del mio mondo. Da tempo, i sogni di alcuni di voi umani speciali, Eletti della migliore specie, si traducono in storie che da voi sono libri creati per intrattenere. Ma da noi, nel Mondo Magico, sono la nostra storia in senso storiografico. Ciò che per voi è fantasia, o fantasy, per noi è realtà.”
Filippo impallidì. “Certo, se avessi saputo che ciò che scrivevo diventava realtà per qualcuno, avrei evitato guerre e omicidi.”
Gandalf sorrise, un’espressione malinconica sul volto. “Oh, Filippo, nobile pensiero, ma… davvero lo avresti fatto? Una storia è fatta di bene e di male, di luci e ombre. Se si scrivesse una storia solo con eventi lieti, chi la leggerebbe?”
“Beh, meglio che non la legga nessuno, piuttosto che altri ne soffrano,” replicò Filippo, il suo scetticismo sostituito da una profonda inquietudine.
“Hai cuore nobile, uomo,” riconobbe Gandalf. “Ma sappiamo tutti che la tentazione di movimentare una narrazione altrimenti piatta ti avrebbe mosso lo stesso a immettere ugualmente dell’azione nel tuo testo.”
L’atmosfera si fece ancora più densa. “Che cosa sta succedendo, Mago?” chiese Giuseppe, la sua voce quasi un sussurro.
“Quello che hai scritto tu,” rispose Gandalf, la sua voce che ora risuonava con la gravità di una profezia. “Ci stiamo mobilitando per la guerra totale. Come nel tuo libro.”
Le parole di Gandalf calarono come un macigno. La loro ricerca di Elisabetta si era trasformata in qualcosa di molto più grande, intrecciata con il destino di interi mondi. La “guerra totale” dal romanzo di Filippo non era più solo una trama fantasy; era una realtà che stava per travolgere anche loro.
Le parole di Gandalf sul rischio della “guerra totale” colpirono i ragazzi con la forza di un’onda. Un silenzio teso riempì la cantina, ma fu Giuseppe a romperlo, la sua voce ferma e decisa. “Allora è meglio che ci muoviamo subito,” disse, lo sguardo determinato. “Se è vero che la guerra sta per scoppiare, non possiamo perdere altro tempo.”
10
Da quel momento, le serate di Filippo cambiarono. Ogni notte, si isolava con il quaderno di “Dartan”, leggendolo con una concentrazione che sfidava la veglia. Non era solo una lettura, era un ingresso in un altro mondo. Gli altri ragazzi, spinti da una nuova e febbrile determinazione, si immersero anch’essi in un’orgia di romanzi fantasy. Pagine scivolavano sotto i loro occhi, storie su mondi incantati, eroi e mostri, magie e pericoli, nella speranza di prepararsi all’ignoto.
Alla fine, il salto. Una sera, mentre Filippo si immergeva nelle parole di Elisabetta, si ritrovò nel Mondo Magico. Non era un sogno confuso, ma una realtà vibrante. L’aria era diversa, i colori più vividi, e l’erba sotto i suoi piedi sembrava pulsare di vita. Era solo lui, come aveva previsto, ma non era solo del tutto.
Accanto a lui, come se lo avessero atteso, c’erano Rayne, la Fata Guerriera dal suo stesso romanzo, e Gandalf il Rosso, maestoso e imponente come sempre. Con loro c’era anche Silvain, l’Elfo, che però sembrava visibilmente a disagio, un’ombra di paura nei suoi occhi.
“E ora che devo fare?” chiese Filippo, la sua voce suonava strana alle sue stesse orecchie, amplificata dal silenzio di quel luogo fantastico.
Gandalf avanzò di un passo. “Qui sei nelle terre create da lei, Elisabetta. Siamo a Dann, Filippo, come nel suo romanzo ‘Drù Na Dann’. Devi evitare le terre che hai creato tu, quelle che stanno per prepararsi alla guerra. Mentre Elisabetta si trova nel Castello, ovvio.” La semplicità con cui il mago pronunciò l’ultima frase lo fece sorridere, anche in quel momento di serietà.
Rayne, la Fata, aggiunse: “Segui i personaggi che lei ha creato, ma non parlarci. Sei qui per un motivo, non per un tour turistico. Usa il Mantello dell’Invisibilità…”
Filippo sgranò gli occhi. “Quel mantello…?”
“Esatto,” confermò Gandalf, il suo sguardo penetrante. “Ma non fermarti ogni volta che vedi una creatura meravigliosa, o un personaggio leggendario. Il tempo non gioca a nostro favore.” Il mago agitò il bastone, e un’aura di urgenza pervase l’aria. “Io non potrò accompagnarti,” proseguì, “ma con te viene questo mio amico.”
Da dietro Gandalf, emerse una figura piccola, robusta, dai piedi nudi e pelosi, e un viso amichevole. “Piacere,” disse con un sorriso, “mi chiamo Samvise!”
Filippo fissò i suoi piedi. “Salve. Hai piedi…”
“Pelosi?” Sam rise. “Diversi, immagino. Capita, quando nasci Hobbit.”
Filippo, Samvise e Rayne si mossero. L’Elfo, fece un passo avanti, poi esitò, la paura dipinta sul suo volto pallido. “Io… io non posso,” mormorò, ritirandosi nell’ombra. “Ho fallito una volta, e la paura di fallire di nuovo… non riesco.
Temo di finire come il mio amico Dobby!”
A completare quella che sarebbe diventata la Compagnia del Salvataggio della Ragazza Perduta ci pensarono alcuni personaggi che apparvero in breve tempo, unendosi al gruppo come se il destino li avesse chiamati. Erano figure che Filippo riconobbe all’istante dalle pagine dei romanzi fantasy che avevano letto. Si rivelarono tutti valorosi, e Filippo, pur desideroso di conoscerli e associare ognuno ai loro libri d’origine, si era ripromesso di parlarci poco e di chiedere solo l’essenziale. C’era un compito più importante.
La rivelazione di Gandalf piombò come un macigno sulla cantina di Filippo. Una guerra totale, esattamente come quella scritta nelle pagine del suo romanzo, stava per scoppiare in un mondo che era fin troppo reale.
“Allora è meglio che ci si muova subito per fare qualcosa,” disse Giuseppe, la sua voce risuonò con una nuova determinazione. Non c’era più tempo per i dubbi.
Filippo, con il quaderno di “Dartan” tra le mani, annuì. La sua scetticismo era stato spazzato via dalla presenza di Gandalf e Rayne. La sera stessa, si dedicò alla lettura del manoscritto, immergendosi in ogni parola. Anche gli altri ragazzi si dedicarono ai loro libri fantasy, cercando di capire il meccanismo di quel passaggio onirico, sperando di seguire Filippo.
11
Filippo, Rayne e Samvise si mossero tra gli alberi, lasciandosi alle spalle Silvain, che, sopraffatto dalla paura o da un qualche impedimento magico, rimase dov’era, la sua figura che svaniva lentamente. Non c’era tempo per chiedersi il perché. La missione era troppo importante.
Presto, a completare la Compagnia del Salvataggio della Ragazza Perduta, si unirono altri personaggi. Eroi leggendari, figure uscite direttamente dalle pagine dei romanzi fantasy che avevano letto. C’era persino la sua Vanity, in carne e ossa, e una Hermione Granger che, pur essendo astuta e decisa, non somigliava affatto all’attrice Emma Watson. Filippo si era ripromesso di parlarci poco, di chiedere solo l’essenziale. Erano tutti valorosi, e associare ognuno ai loro libri specifici sembrava inutile, una distrazione. La loro presenza era la prova definitiva: la fantasia era diventata la loro realtà, e il loro destino era nelle mani di questi eroi e di un autore che era ora parte della sua stessa creazione.
Filippo si ritrovò sul ponte di un vascello di Narnia, le vele gonfie di un vento che non proveniva da nessun mare conosciuto. Rayne e Samwise erano al suo fianco, le figure degli altri eroi del fantasy che si muovevano agilmente intorno a loro. Era un’esperienza surreale: creature parlanti e marinai con vesti medievali si affaccendavano, mentre il mare, di un azzurro irreale, si estendeva all’infinito.
La compagnia navigò attraverso le acque interdimensionali, lasciandosi alle spalle l’incanto selvaggio di Dann. La loro destinazione erano le Terre di Mezzo, un crocevia nel vasto mondo onirico, sperando di ottenere lì informazioni cruciali per raggiungere il Castello.
L’arrivo nelle Terre di Mezzo fu accompagnato da una sensazione di gravità e storia. Foreste antiche e maestose si stagliavano all’orizzonte, e l’aria stessa sembrava risuonare di antiche leggende. Lì, in un angolo di quella vasta terra, ebbero un incontro inaspettato. Filippo si trovò di fronte a Frodo Baggins, il Portatore dell’Anello in persona, la cui saggezza silenziosa era palpabile. Frodo, con la sua inconfondibile aura di gentilezza e resilienza, ascoltò attentamente la storia di Filippo e della loro missione. I suoi consigli, seppur brevi, furono preziosi, parlando di coraggio nelle piccole cose, della tenacia contro il male e dell’importanza della compagnia.
Ripartirono, il cuore di Filippo un po’ più leggero per l’incontro, ma il corpo sempre più provato. La navigazione attraverso i regni onirici era un supplizio. Il mal di mare era tremendo, un’agonia costante che superava qualsiasi esperienza terrena. Per fortuna, un Hobbit guidava il vascello, la sua innata familiarità con la navigazione e la sua calma contagiosa un balsamo per i nervi tesi di Filippo. Ma ogni sensazione nel Mondo Magico era esasperata. Il freddo era un gelo che mordeva le ossa, il caldo era rovente, quasi ustionante. I profumi, quando erano buoni, erano estasianti, un’esplosione di aromi paradisiaci. Ma anche il più piccolo puzzo si amplificava in un gran fetore insopportabile.
Filippo si ripromise di trovare la giovane scrittrice al più presto. Stare in una terra fantasy era, sì, un’esperienza emozionante e incredibile, ma soprattutto spaventosa. Oltremodo. E poi c’era la stanchezza. L’aria sembrava pesante, densa, come se si trovasse in alta montagna, priva di ossigeno. Credeva di svenire a ogni momento, il suo corpo terreno non abituato alle estreme percezioni di quel mondo onirico, o forse all’energia stessa che pulsava in esso. Doveva affrettarsi, prima che il suo corpo, o la sua mente, cedessero.
Il viaggio marittimo di Filippo e della sua singolare Compagnia terminò su coste rocciose e oscure, bagnate da un mare inquieto. La terra di Dann, così come la conosceva dai libri di Elisabetta, si estendeveva davanti a loro: foreste secolari, montagne aguzze e, in lontananza, la sagoma minacciosa del Castello. L’aria era pesante, carica di un’energia greve che faceva pulsare il marchio sul petto di Filippo con insistenza dolorosa. Il tempo era esaurito.
12
Non appena misero piede a terra, furono assaliti. Dalle ombre degli alberi emersero creature che Filippo aveva solo immaginato: Orchi dalla pelle verde-grigia, armati di asce rudimentali e scudi macchiati di sangue, e figure spettrali che si muovevano con una sinistra grazia. Erano Negromanti, con le loro vesti scure e gli occhi incandescenti, che brandivano magie oscure.
La Compagnia rispose con una sinfonia di ferro e luce. Rayne, la Fata Guerriera, si trasformò in un turbine di grazia letale. Le sue ali, ora visibili, fendevano l’aria con un fruscio quasi inudibile mentre brandiva una spada sottile e luminosa, un ricamo di acciaio che si muoveva con precisione mortale. I suoi movimenti erano una danza, ogni affondo un’espressione della sua potenza, e da essa scaturivano incantesimi di luce e vento che disorientavano e respingevano gli Orchi.
Samvise, sorprendendo Filippo con la sua agilità, era un vortice di coraggio. Pur essendo un Hobbit, si muoveva con una rapidità inaspettata, la sua piccola spada che tagliava le gambe degli Orchi mentre schivava i loro colpi con incredibile destrezza. Non era un guerriero possente, ma la sua tenacia era inesauribile.
Hermione Granger non era Emma Watson, ma la sua mente brillante e la sua conoscenza degli incantesimi erano più letali di qualsiasi spada. Dalle sue mani partivano getti di luce accecanti, scudi protettivi che deviavano frecce e incantesimi di paralisi che immobilizzavano gli Orchi più grandi. “Stupeficium!” e “Expelliarmus!” risuonavano tra gli alberi, mentre i Negromanti indietreggiavano, le loro magie oscure neutralizzate dalla sua precisione.
Vanity, la protagonista del romanzo di Filippo, dimostrò il suo addestramento fisico. Non solo lanciava incantesimi con determinazione, ma si muoveva con l’agilità di un’acrobata. Schivava, saltava, si lanciava in mischia con una sicurezza impressionante, le sue mani che scagliavano piccole sfere di energia magica e il suo corpo agile che si muoveva in un balletto di autodifesa.
Filippo, pur non essendo un guerriero, si trovò a imitare i movimenti di Rayne, la sua mano che stringeva un’arma improvvisata. Sentiva la magia del luogo pulsare nelle sue vene, e i suoi colpi, seppur meno esperti, erano carichi di una forza inaspettata.
Superata la prima ondata di nemici, il viaggio verso il castello continuò, ma il pericolo non diminuì. Dal cielo, con un battito d’ali che smosse gli alberi e un ruggito che fece tremare la terra, piombò una Viverna, una creatura draconica con ali membranose e una coda acuminata. La sua pelle squamosa era scura come la notte, i suoi occhi gialli fiammeggianti.
Fu uno scontro brutale. Rayne e Vanity, le più agili, cercarono di distrarla con attacchi rapidi e incantesimi di fuoco e ghiaccio. Hermione scagliò incantesimi di confusione per disorientarla, mentre Samwise cercava di trovare punti deboli da terra. Filippo, per la prima volta, sentì la paura paralizzarlo, ma la vista dei suoi compagni lo spinse.
Fu Rayne, con un balzo impossibile, a salire sulla schiena della Viverna mentre questa scendeva in picchiata. Con una mossa fulminea, conficcò la sua spada luminosa in un punto vulnerabile tra le squame del collo della creatura. La Viverna emise un urlo agonizzante, il suo corpo gigantesco che si contorse in aria prima di precipitare con un tonfo sordo, sollevando una nuvola di polvere e foglie.
La strada per il castello era ora aperta, ma non meno insidiosa. Si infiltrarono tra le mura massicce, muovendosi attraverso corridoi bui e silenziosi, pieni di ombre minacciose. Ogni sala, ogni torre presentava un nuovo ostacolo: guardie orchesche, trappole magiche, e la sensazione costante di essere osservati.
Con molte difficoltà, dopo aver superato un labirinto di passaggi segreti e aver neutralizzato decine di guardie, la Compagnia arrivò finalmente alla cella più remota del castello. Era una porta di ferro pesante, sorvegliata da un Orco massiccio che Samwise e Vanity distrassero con un’astuta manovra, permettendo a Rayne di disarmarlo.
Aprirono la porta con un cigolio sinistro. La cella era buia e umida, ma in un angolo, illuminata da una debole fessura di luce che filtrava da una feritoia in alto, c’era Elisabetta Ricciuti. Era incatenata al muro, il volto pallido e stanco, ma in grembo teneva un quaderno e una penna. Nonostante la sua prigionia, aveva continuato a scrivere, a creare il suo mondo anche nella cattività. I suoi occhi, seppur velati di stanchezza, brillavano di una forza indomita.
“Elisabetta!” esclamò Filippo, la sua voce rotta dal sollievo e dall’emozione.
La scrittrice alzò lo sguardo, un barlume di sorpresa e speranza che le illuminava il volto. “E tu chi sei…? Salvami! Speravo proprio che qualcuno sarebbe venuto. Qui è terribile!”
Rayne si precipitò a liberarla dalle catene ai piedi con pochi, rapidi movimenti della sua spada.
“Non la porterete via!” ruggì Mekontas, la sua voce echeggiò nel castello.
“Non crediate di poter fuggire!” urlò Aurelian, sguainando una spada scintillante.
“Via! Dobbiamo fuggire!” gridò Rayne, mentre Hermione afferrava Elisabetta per un braccio.
Mentre le guardie si avvicinavano, la Compagnia si precipitò fuori dal castello, correndo disperatamente verso la libertà. Fuori dalle mura, un’apparizione inaspettata: una carrozza robusta, trainata non da cavalli, ma da un gigantesco cinghiale azzurro. Il cinghiale, un’altra creatura dal Mondo Magico, grugnì, le sue zanne affilate e i suoi occhi sornioni che fissavano i fuggitivi.
“Salite!” gridò Rayne, indicando la carrozza. “È la nostra via di fuga!”
Senza esitazione, Filippo, Elisabetta e il resto della Compagnia saltarono a bordo, mentre frecce sibilavano e incantesimi di fuoco volavano sopra le loro teste. Il cinghiale azzurro, con una forza incredibile e una velocità sorprendente, partì al galoppo, le ruote della carrozza che sollevavano polvere mentre si allontanavano dal Castello, lasciandosi alle spalle il Re furibondo e il Principe ancora più adirato. La loro avventura era lontana dall’essere finita, ma la prima e più cruciale parte della missione era compiuta: Elisabetta era salva. Per ora.
La carrozza trainata dal gigantesco suino azzurro correva veloce, lasciando il Castello sempre più lontano. L’adrenalina della fuga pulsava ancora nelle vene di Filippo ed Elisabetta, ma il sollievo era immenso. Il vento fischiava nelle orecchie, portando via i suoni della battaglia e della rabbia del Re.
Accanto a loro, il saggio Gandalf sorrise, la sua lunga barba bianca che si muoveva al vento. “Il vostro viaggio è compiuto, per ora,” disse, la sua voce profonda e calma risuonava sopra il trambusto della carrozza. “Avete dimostrato coraggio e lealtà. Ora è tempo che torniate al vostro mondo.”
Si rivolse a Filippo con uno sguardo significativo. “Continua a scrivere, Filippo della Terra. Ricorda che le tue parole hanno potere, un potere che si estende ben oltre le pagine.”
Poi, gli occhi del Mago si posarono su Elisabetta, che stringeva ancora il suo quaderno con mano tremante. “E tu, Elisabetta, non dubitare mai della forza della tua immaginazione. È un dono che può plasmare la realtà, per quanto incredibile possa sembrare.”
Elisabetta annuì, un sorriso stanco ma riconoscente che le illuminava il volto. “Grazie, Gandalf,” disse, la voce quasi un sussurro. Poi, con un sospiro che era un misto di sollievo e spossatezza, aggiunse: “Prometto che non tornerò mai più in questi luoghi.” Si strinse al fianco di Filippo. “Una terra fantasy, per quanto affascinante e avventurosa, è meglio immaginarla che visitarla fisicamente!” I suoi occhi, solitamente pieni di sogni, ora riflettevano la fatica e la paura delle esperienze vissute, preferendo la magia delle sue storie alla brutale realtà di Orchi, Negromanti e re malvagi.
Gandalf annuì con comprensione. “Ognuno deve trovare la propria via,” disse, e un bagliore di luce lo avvolse. Rayne e Samvise si salutarono con un cenno, pronti a tornare ai loro mondi, alle loro battaglie.
Con un ultimo, potente incantesimo, Gandalf aprì un portale luccicante proprio di fronte alla carrozza in corsa. Era una spirale di luce e colori familiari, un passaggio diretto verso la loro realtà. “Andate,” disse il Mago, “e che la fortuna vi accompagni.”
Il cinghiale azzurro, senza esitazione, si lanciò nel portale, portando Filippo ed Elisabetta verso casa, mentre dietro di loro il Mondo Magico iniziava a svanire.
13
Elisabetta ritrovò la sua gente al ritorno a casa; dovette riposare perché era spossata. Ma quando potè camminare, tutta la città festeggiò,sia i suoi migliori amici e colleghi,sia dei ragazzi che avevano seguito al Tg della sua sparizione,temendo il peggio. Si fece movida e malamovida. Bottiglie di birra spaccate a terra, urla nella notte,i residenti che si lamentarono e tanto casino. Alcune ragazze andarono seminude e ubriache a giro, dopo aver bevuto intere bottiglie di vino e rincarato la dose con sette shottini o più. Si fecero anche dei concerti gratis, e tanti altri piccoli eventi correlati. Insomma, si espresse una empatia e solidarietà.
Il suo libro aveva venduto molto e ora tutti attendevano un seguito. Che era già previsto. Solo che non sapeva se avrebbe pubblicato anche Dartan. O quel racconto che aveva scritto nella cella. Quando le dissero che avrebbe potuto incontrare i suoi personaggi e le terre che aveva immaginato,rimase colpita e forse un poco dispiaciuta di essere rimasta prigioniera altrove,non potendo vivere avventure coi suoi beniamini. Ma poi ripensò alla paura che quelle terre fantasy le avevano procurato. Forse era bene se avesse speso tempo a conoscere gli amici che le avevano voluto bene; a partire da quel Filippo che era arrivato fino a salvarla,mettendosi in una condizione di pericolo. Era tornato con vistosi graffi alle gambe… Già, perché lo aveva fatto?
Gli telefonò.
-Perché ti ho salvata? Beh, qualcuno doveva farlo. E poi,sono da tempo tuo follower su TikTok. Avevo visto che eri bellissima,e mi son detto,cazzo no,l’Italia già va come va,poi se perdiamo pure ciò che ha di bello, andiamo male…”
Che risposta!, pensò lei,divertita e lusingata.
Quando si videro dal vero, si presentarono,stretta di mano. Si erano già visti, con capelli arruffati e visi atterriti, pallidi e contriti. Elisabetta si era rimessa bene dopo l’avventura scioccante; mentre Filippo aveva ancora le gambe arrossate per le ferite,inferte da folletti dispettosi proprio sulle stesse piaghe che delle ortiche avevano per prima delineato. Quando Filippo vide dal vero Elisabetta, guardandola meglio, senza l’adrenalina di quei momenti terrificanti, gli apparve all’inizio una ragazza normale, come tante. Poi la vide sorridere e indubbiamente constatò che era bellissima,proprio come l’aveva vista nei video. Wow, pensò. Che spettacolo. Non solo era una disegnatrice e scrittrice talentuosa, ma le Miss Italia che avevano vinto ultimamente erano tutte 1000 volte minimo meno belle di lei. Senza dubbio.
Sì, era valsa la pena salvarla. Davvero un tesoro più prezioso del tèsssoro di Gollum!
-Come stai? Io sono ancora scioccata.
Io scrivo per divertirmi, non potevo certo pensare che scrivendo come una dea creatrice davo vita davvero a degli esseri senzienti, fisici… è tanto da dover assimilare…Mi chiedo sempre, e ora?
Se li faccio morire nei miei testi, qualcuno soffrirà davvero per le mie parole?
-Già,ma non devi crucciartene. Penso sia come con le formiche. Le pestiamo e distruggiamo ma mica ce ne importa.
-Sì,ma questi personaggi sono umanoidi…umani, come noi. Non è la stessa cosa.
-Non te ne importare. Continua a scrivere. Non possiamo pensare a tutto.
Purtroppo, i ragazzi marchiati ora vivono nel Mondo Magico. Sono stati teletrasportati là, tutti.
-Oh no, è terribile…
-Già. È una fortuna aver salvato almeno te.
-Quindi quel mondo…ha fame di noi?
-Non so. Qui scriveranno che quei ragazzi sono scomparsi, e finiranno in cold case mai risolti. Solo noi sappiamo la verità. Che ora sono nelle pagine dei libri.
-Ho cercato di scrivere mentre ero là.
Mi distraeva dalla solitudine e dalla paura. Non è certo un bel modo chiedere in sposa una ragazza segregandola,non ti pare?
-Beh, però, quel Principe ha avuto buone gusto, scegliendoti. Chi non ti sposerebbe. Sei davvero molto bella.
-Scherzi? Grazie.
-No,no, non scherzo. Sei bella davvero.
Un’avventura senza fine,quindi, e pure spiacevole per quei ragazzi marchiati…Beh,sia come sia, era tornata a casa. Con nuovi ricordi e amici.
Tanti ne furono contenti, del suo ritorno.
E adesso Elisabetta Ricciuti aveva anche delle nuove storie.

Ho riletto è lunghino ma bellissimo!
Questo testo è un omaggio a una bella scrittrice che ho conosciuto su TikTok. È un testo breve ma complicato se vedi.
Molto interessante come sempre.