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1

Filippo, uomo potente e capace di fare ogni cosa, decise che era giunto il momento di conquistare il mondo… partendo dalla cima del campanile della sua città. (Pisa) Non per una sfida, ma perché il suo gatto, Persiano, si era arrampicato lassù e si rifiutava di scendere senza una bustina di patatine alla paprika. Filippo, con la sua aura di infallibilità, radunò gli abitanti. “Non temete, miei concittadini!” tuonò, facendo tremare le finestre del municipio. “Questa è la prova che la mia potenza non ha limiti! Persiano vuole patatine? Patatine avrà!”Con un solo cenno, ordinò la costruzione di una rampa di lancio. Non una scala, non un’impalcatura, ma una rampa, perché la sua grandezza richiedeva un approccio… differente. Gli ingegneri della città, confusi, cercarono di spiegare che una rampa non avrebbe funzionato.
“Sciocchezze!” rispose Filippo, con un sorriso così smagliante da accecare il sindaco. “Useremo la forza della gravità in modo… strategico.”
Gli operai, abituati alle sue stranezze, costruirono la rampa usando tutti i tappeti del comune e legandoli insieme con corde da bucato. L’effetto finale era una sorta di scivolo colorato e instabile che pendeva dal campanile.
Quando tutto fu pronto, Filippo si preparò al lancio. Indossò un casco da ciclista, prese la bustina di patatine e si sedette su un carrello del supermercato.
“Per la scienza! E per le patatine!” urlò prima di darsi la spinta finale.
Il carrello sfrecciò lungo la rampa, ma a metà percorso un nodo di tappeto si sciolse. La rampa si srotolò e Filippo, con il suo carrello, si ritrovò a volare in cerchio, agitando la bustina di patatine come una bandiera.
Atterrò in un cespuglio di rose, illeso ma coperto di petali e ridicolo. Persiano, dall’alto, lo guardò con aria di sufficienza e, con un balzo agile, si calò giù per un grondaia, atterrando con grazia a pochi passi da lui. Prese la bustina di patatine che Filippo aveva in mano e scappò via.
Filippo si alzò, spolverandosi i pantaloni e con un’espressione soddisfatta. “Vedete?” disse agli abitanti, che si trattenevano a stento dal ridere. “La mia missione è compiuta. Persiano ha le sue patatine, e io ho dimostrato ancora una volta che non c’è ostacolo che non possa superare… anche se a volte la soluzione è un po’… contorta.”
E così, Filippo conquistò il campanile non con la forza, ma con il ridicolo, e la sua leggenda di uomo potente e capace di fare ogni cosa divenne ancora più grande.

2
Filippo, appena ripresosi dall’avventura del campanile, si stava godendo un meritato riposo quando il suo telefono vibrò con insistenza. “Ma chi osa disturbare la mia siesta?  “mormorò, notando che la chiamata proveniva dal suo amico Marco Ciollano. Marco, noto in città per la sua sfortuna cronica e le sue imprese improbabili, era l’unica persona che Filippo teneva in rubrica con l’appellativo di “Sfigato”.
Filippo rispose con un sospiro di rassegnazione. “Marco, dimmi. Che hai combinato?”
Dall’altra parte della cornetta, una voce squillante e carica di entusiasmo rispose: “Filippo, mio caro amico! Ho raggiunto un nuovo livello di illuminazione culinaria! Sono a Pechino e ho appena terminato una cena che ha ridefinito il concetto di gusto!”
Filippo, abituato alle iperboli dell’amico, si sedette più comodo. “Cosa ti hanno servito, una pizza con l’ananas al contrario?”
“Molto di più!” esclamò Marco. “Ho iniziato con tarantole fritte, croccanti come patatine. Poi ho proseguito con un pipistrello arrosto, che, credimi, era più tenero di un petto di pollo. E per finire… rullo di tamburi… un pechinese alla pechinese! Delizioso!”
Filippo sbatté le palpebre, cercando di elaborare la sequenza di orrori gastronomici. “Marco, aspetta. Un… un pechinese? Intendi la razza di cane?”
“Ma certo, Filippo! Una ricetta locale, un capolavoro! Mi sento un vero gourmet!”
Un silenzio imbarazzato calò tra i due. Filippo, uomo potente e capace di fare ogni cosa, era per la prima volta nella sua vita senza parole.
“Senti, Filippo,” riprese Marco, con tono più cauto. “Questa esperienza mi ha aperto gli occhi sulle vere priorità della vita. Ho capito che la felicità non sta nella ricchezza, ma nelle piccole cose. O, in questo caso, in un piccolo sussidio mensile.”
Filippo deglutì a fatica. “Di che stai parlando?”
“Ho un desiderio, un bisogno irrefrenabile,” continuò Marco. “Voglio un sussidio al mese per potermi permettere un Tavernello al giorno. Capisci? Un solo, umile, litro di Tavernello. È il vino dei poeti, l’elisir dei poveri! Per me è molto meglio del Sassicaia. Mi rendi felice, amico mio?”
Filippo, l’uomo che aveva superato le leggi della fisica per un pacchetto di patatine, si ritrovò a fronteggiare la richiesta più assurda di tutta la sua esistenza. Il potente e infallibile Filippo fu costretto a fare l’unica cosa che non avrebbe mai pensato di fare: consultare un manuale di pronto soccorso psicologico per affrontare la follia di Marco Ciollano.

La richiesta di Marco scatenò in Filippo una reazione inaspettata. Non avrebbe mai permesso che la leggenda del Tavernello superasse quella della sua potenza. Così, decise di recarsi in Parlamento per far approvare una legge che impedisse a Marco di ottenere il sussidio.
Per fare la sua apparizione in modo memorabile, Filippo entrò a Palazzo Montecitorio vestito da “comunista stereotipato”. Indossava un cappotto di lana logoro, una camicia a quadri e, appese ai passanti dei pantaloni, una falce e un martello. La sua mossa più geniale, però, era quella di emettere di tanto in tanto delle “scorregge proletarie”, che, secondo il suo piano, avrebbero dovuto mostrare la sua appartenenza alla classe operaia. (In realtà, non erano solo rumori fatti con la bocca, ma l’effetto era esilarante solo se si fosse creduto che non fossero vere.)
Mentre si aggirava tra i banchi del Parlamento, i deputati lo guardavano tra il perplesso e l’inorridito. Filippo si fece strada fino alla zona delle votazioni, notando un anziano partigiano di 101 anni, Lino Gonnella, che sonnecchiava pacificamente.
“Perfetto,” pensò Filippo. “È giunto il momento di dimostrare che il potere non ha età.”
Aspettò pazientemente che Lino Gonnella, sopraffatto da un sogno di rivoluzione e pasticcini, avesse un lieve collasso. Filippo agì con la velocità di un gatto, o meglio, di un partigiano. Si infilò nella poltrona di Lino, mentre il corpo del vecchio si accasciava sul pavimento. Con la stessa espressione che avrebbe avuto un attore che interpreta il ruolo di un eroe di guerra, Filippo alzò la mano e votò contro il sussidio per Marco.
Il voto fu palesemente falsificato, ma nessuno osò contraddire l’uomo che aveva appena messo in scena un dramma politico. Con il suo voto, Filippo riuscì a bloccare la proposta di legge, negando a Marco il suo amato Tavernello.
Tuttavia, c’era un piccolo intoppo: mentre Filippo esultava per la sua vittoria, il vero Lino Gonnella, che si era ripreso dal collasso, si alzò e lo guardò con un’espressione confusa.
“Ma tu non sei del Partito Comunista,” disse Lino con voce flebile. “I comunisti hanno un odore diverso. Tu sai di zolfo e mutanda colma…”
Filippo, colto di sorpresa, si arrese e si tolse di dosso la sua maschera da anticapitalista. Ma il suo piano era già compiuto, e la sua reputazione come uomo potente e capace di ogni cosa era salva.

La voce di Marco Ciollano al telefono era un fiume in piena, un misto di indignazione e delusione. “Filippo, non ci sono sussidi! L’ho saputo alla radio, e per un parassita fancazzista cassintegrato come me, che vive di piccole gioie… è un colpo al cuore!”
Filippo, ancora in piedi in mezzo al corridoio del Parlamento con l’anziano Lino Gonnella che lo fissava sospettoso, provò a fare la cosa che gli veniva meglio: scherzare. “Tranquillo, Marco, il mondo è pieno di ingiustizie. Se non hai il Tavernello, vuol dire che sei destinato a un destino più grande…so una sega,tipo diventare un sommelier di acqua minerale…”
“Non capisci, Filippo,” ribatté Marco con tono più solenne. “C’è qualcosa che non ti ho mai detto. Non sono solo sfortunato… sono anche un cieco ceco.”
Un silenzio imbarazzato calò tra i due. Filippo, che aveva appena falsificato un voto in Parlamento, non sapeva come reagire a un’affermazione del genere. Decise di continuare a giocare. “E io sono slovacco, vedi? Siamo una coppia perfetta, un cieco ceco e uno slovacco che ci vede.”
A quel punto, la voce di Marco si fece incredibilmente seria, quasi aliena. “Io sono non vedente, Filippo. Ma non sono deficiente. Posso percepire i nemici intorno a me… e i miei siete voi umani.”
Filippo si irrigidì. “Marco, che stai dicendo?”
“Sono un alieno, Filippo,” rivelò Marco con una calma disarmante. “E tu sei il mio principale nemico. Ho percepito la tua aura di falsità, la tua potenza, la tua incapacità di capire le piccole cose. Ho capito che tu sei un pericolo per la mia missione.”
Filippo rise, una risata nervosa che nascondeva un brivido lungo la schiena. “Io sarei un alieno? Ma scherzi? Io ci vedo, e tu no. Come puoi affermare una cosa del genere?”
Mentre Filippo parlava, la sua risata si bloccò in gola. Alzò lo sguardo al cielo e, in lontananza, vide un’enorme ombra che si stagliava tra le nuvole. Non era un aereo, non era un dirigibile. Era un’Astronave Madre, silenziosa e maestosa, che si avvicinava sempre di più.
“Marco, che diavolo…” mormorò Filippo, l’uomo potente e capace di fare ogni cosa, che per la prima volta nella sua vita si sentiva impotente. “Che cosa vuoi da me?”
“Nulla,” rispose Marco al telefono. “Ora sei tu che devi affrontare il tuo destino.”

3

Filippo, ancora con il telefono all’orecchio e gli occhi fissi sull’astronave madre, si rese conto che il panico si stava diffondendo rapidamente. La gente per strada urlava, le macchine strombazzavano nel traffico impazzito. L’anziano Lino Gonnella, dimenticato il suo voto, si era improvvisamente rianimato e correva in tondo gridando: “L’apocalisse è vicina! L’apocalisse è vicina!”
Filippo accese la TV in una sala d’attesa del Parlamento. Ogni canale aveva interrotto la normale programmazione per trasmettere in diretta l’evento.
✓ Tg1: Un’anziana giornalista in tailleur rosa urlava, quasi piangendo, “Gli alieni sono tra noi! Il presidente ha già annunciato che gli alieni sono tra noi! Ma gli alieni… sono già qui, lo vedete?”
✓SkyTg24: Un conduttore dai capelli perfetti, con gli occhi sbarrati, non riusciva a proferire parola. Mostrava solo le riprese dal vivo dell’astronave madre, mentre un’analista seduta accanto a lui cercava di mantenere la calma. “Si tratta di una… di una… un’astronave… oh mio Dio!”
✓ Rai News 24: Una giornalista, che sembrava pronta a gettarsi dalla finestra, stava leggendo un comunicato del governo. “Si prega la popolazione di mantenere la calma, gli alieni non sono una minaccia, ma una risorsa.” Un cartello sullo schermo, tuttavia, riportava in sovrimpressione: “Perdiamo il controllo!”.
✓ La7: Un esperto di teorie del complotto, con un foglio pieno di scarabocchi in mano, spiegava ai telespettatori: “È tutto un complotto! Gli alieni sono qui per sostituire i gatti con animali più intelligenti, come i cani. Ho le prove!”
✓Retequattro: Un presentatore, con un sorriso ebete in faccia, cercava di intervistare un passante. “Signore, lei cosa ne pensa dell’invasione aliena?” “Invasione? Io pensavo fosse l’ultimo film di Natale!”

Filippo spense la TV, disgustato. Per lui,  l’incapacità dei media di gestire una notizia del genere era l’unica vera minaccia. Mentre l’astronave madre si avvicinava sempre di più, Filippo si immaginò accendere una sigaretta (ma non lo fece perché fumare costa e fa male) e pensò a un piano per salvare il mondo, ma soprattutto per salvare la sua reputazione.

Mentre il mondo era nel caos, Filippo, seduto in Parlamento, vide la scena in diretta su un vecchio televisore a tubo catodico. Due figure familiari si stagliavano solitarie su una collina: Antonio Tajani e il generale Roberto Vannacci.
I due avanzarono verso l’astronave con passo fermo e solenne. Tajani, con il suo solito sorriso affabile, prese la parola. “Benvenuti, signori alieni! È un onore avervi qui, nel cuore dell’Europa. Che astronave maestosa, un capolavoro di ingegneria cosmica! Vi invidiamo la tecnologia e, perché no, anche un po’ il vostro senso dello stile, molto… futuristico!”
Vannacci annuiva con fare marziale, le mani dietro la schiena. “Sì, un veicolo potente, che dimostra la superiorità della vostra razza. Un vero esempio di come si dovrebbero muovere le cose in un mondo…”
Proprio in quel momento, un piccolo sportello dell’astronave si aprì, rivelando una creatura aliena dall’aspetto vagamente simile a quello di un rospo.
A quel punto, il sorriso di Tajani si trasformò in un ghigno. Fece un cenno con la mano, e dal nulla apparvero diversi caccia Eurofighter che sorvolarono l’area a tutta velocità. In un attimo, l’aria fu squarciata da un sibilo assordante e una pioggia di ordigni nucleari e testate termonucleari si abbatté sull’astronave.
Filippo, dal suo schermo, trattenne il fiato. L’esplosione fu così potente da illuminare a giorno l’intero cielo, e un fungo atomico si alzò verso l’alto, spazzando via ogni traccia dell’astronave e dei due politici.
Tajani e Vannacci non erano più sulla collina, e l’unica cosa rimasta era un silenzio assordante, rotto solo dal rumore di qualche alieno che imitava goffamente lo stridìo di una sonora pernacchia.

Quando la cortina di fumo e polvere si diradò, Filippo non credette ai suoi occhi. Sulla cima della collina, dove poco prima c’erano state solo fiamme e distruzione, si ergevano in piedi due figure scure e tremolanti: Antonio Tajani e Roberto Vannacci, entrambi anneriti e abbrustoliti come due Fantozzi usciti da una grigliata con il diavolo. I loro vestiti erano stracci, i loro capelli erano una nuvola di fumo, e Tajani tossiva con un suono che sembrava la marmitta di una Vespa.
“Ti… ti avevo detto che la potenza di fuoco era… insufficiente,” tossicchiò Vannacci, con un’espressione di profonda delusione.
Ma la sorpresa più grande arrivò quando la nuvola di polvere rivelò l’astronave madre. Non solo era intatta, ma la sua superficie riflettente era diventata ancora più luminosa e lucida. L’esplosione nucleare non l’aveva scalfita, l’aveva lucidata. Un po’ come una bottiglia di vino che, dopo essere stata scossa, risplende ancora di più.
Dalla navicella, un’altra finestra si aprì, e la creatura aliena, con la sua voce gracchiante, parlò: “Vi ringraziamo per averci fornito un lavaggio completo. La nostra astronave ha finalmente un aspetto più… professionale.”

La notizia dell’astronave lucidata dalle testate nucleari ha sconvolto il mondo, e la televisione italiana non poteva che reagire a suo modo. Bruno Vespa, con il suo solito aplomb da funerale, ospitò a Porta a Porta una tavola rotonda per discutere della situazione.
Il dibattito si aprì con Daniele Capezzone che, con il suo fare da professore, cercava di spiegare le dinamiche geopolitiche dell’invasione, ma nessuno lo stava ascoltando.
Alla sua sinistra, Mauro Corona, con la barba e il cappello di feltro (rubato a Antonio Pennacchi o a Luca Sardella,ma da anni si sospettava che i due avessero un solo guardaroba in comune), era vestito come il nonno di Heidi. Si lamentava della perdita dei vecchi valori e del fatto che gli alieni avrebbero sicuramente preferito abbattere i boschi per costruire autostrade spaziali.
Di fronte a lui c’era l’onorevole Montaruli, avvolta in un completo da cowgirl, stivali e tutto il resto. Teneva una penna in mano come fosse una pistola e continuava a ripetere che “la forza e il coraggio sono gli unici valori che contano in un’invasione aliena, non le chiacchiere”.
Poi fu il turno di Edoardo Ziello, che con una serietà imbarazzante, si sporse verso la telecamera. “Dobbiamo essere chiari,” disse. “Gli alieni non sono alieni. Sono gli ultimi comunisti, che vogliono governare senza passare dalle urne! Vogliono la nostra libertà!”
Nicola Porro, seduto accanto a lui, annuì con fervore. “Edoardo ha ragione! Vogliono imporre la loro dittatura, il loro totalitarismo marxista-alieno! Ci vogliono togliere il Tavernello! E non è bello! Cuccurucù!”
Ma in quel momento, la voce di Enzo Iacchetti si levò, un urlo di frustrazione. “Ma siete dei pirla!” gridò, indicando Porro e Ziello. “Ma come fate a pensare una cosa del genere? Ma vi rendete conto di cosa sta succedendo? La vita era bella prima! C’erano le vacanze al mare, le cene con gli amici, il calcio, le risate, i film! Ma ora, che farete? Gli alieni ci ruberanno la vita! Non vi ruberanno solo la libertà, vi ruberanno la gioia di vivere!”
Il pubblico in studio e a casa rimase in silenzio. Iacchetti, con gli occhi lucidi, continuò a parlare del tramonto, della bellezza del mondo, dei piccoli momenti che rendono la vita degna di essere vissuta. Tutti, persino Vespa, sembravano aver capito la gravità della situazione.
Filippo, andò da Vespa come nuovo improbabile leader della Sinistra e disse tutto ciò che pensava senza peli sulla lingua:
“La destra italiana ha fatto dell’escremento la sua linea di azione. Una Religione di merda,un elettorato handicappato, candidati e eletti da diarrea 💩La premier che 20 anni fa era belloccia ma già stronza ora è la stessa con 20 anni in più,stessa 💩.
Non so cosa vogliamo di più?
Che si abbatta il Parlamento e lo si ricostruisca con il letame??”
Lo presero degli energumeni della Rai e lo portarono via…Vespa andò avanti infischiandosene della sparizione dell’ospite: guardò l’orologio con contatore di share e sorrise soddisfatto. (Filippo fu sostituito da Elisa Esposito che fece una nostalgica breve lezione di corsivö…E non era neanche male da vedere,viso okay, tette grandi e corpo sano…)

4
Mentre il mondo era in subbuglio, la situazione si fece ancora più surreale. La Corea del Nord, l’Iran e persino Israele si unirono in un’insanabile alleanza, donando a un sorridente Donald Trump le loro bombe atomiche.
Trump, che aveva l’aria di un bambino a cui avevano appena regalato la costruzione più grande del mondo, le riunì tutte e le ammassò in un’unica gigantesca palla di fuoco. L’intenzione era quella di mostrare al mondo la sua forza, ma gli alieni lo avevano battuto sul tempo. L’astronave madre si era spostata e incombeva sull’Italia.
Trump, in preda al panico, convocò d’urgenza Gerry Scotti e Samira Lui per capire come l’Italia intendesse gestire la situazione.
Gerry Scotti, con il suo solito umorismo, cercò di mantenere la calma. “Maestà Mac Donald, io non sono un politico,” disse. “Sono solo un presentatore. Ma se posso dirle la mia, l’unica cosa che possiamo fare è affidarci a una persona con una certa esperienza.”
“E chi sarebbe?” chiese Trump, con una espressione perplessa e repubblicana.
“Fausto Bertinotti,” rispose Scotti.
Così, su consiglio di Bertinotti, Gerry Scotti indisse una riunione parlamentare suppletiva, convocando tutti i politici italiani. L’obiettivo era quello di fare una cosa che nessuno aveva mai fatto: mettersi d’accordo su una soluzione.
Intanto, sulla collina, Tajani e Vannacci, sempre più fuligginosi e con l’aspetto di due fantasmi, stavano ancora cercando di sconfiggere l’astronave madre. Avevano lanciato tutte le bombe atomiche che avevano, ma l’astronave era rimasta intatta, e si era lucidata sempre di più, mentre i due politici erano sempre più anneriti.
In quel momento, dal Parlamento, una voce tuonò: “Abbiamo la soluzione!”
Era Gerry Scotti. “Chiedo a tutti i politici di fare un atto di umiltà. Dobbiamo chiedere scusa agli alieni per averli attaccati, e offrirgli un piatto di pasta alla carbonara. È l’unica cosa che possiamo fare, fidatevi di me.”

Mentre Gerry Scotti proponeva la sua soluzione gastronomica al Parlamento, Samira Lui scosse la testa, incredula. “Non possiamo affrontare un’invasione aliena con la carbonara,” mormorò. Era una donna pragmatica, e aveva bisogno di un piano migliore.
Lasciando il caos del Parlamento, trovò Stefano De Martino seduto in un angolo tranquillo, intento ad accarezzare il piccolo cane nominato Gennarino Che Carino. Gli occhi del cane erano dolci e innocenti, una perfetta metafora della vita che gli alieni avrebbero potuto distruggere.
“Stefano,” disse Samira, “cosa possiamo fare? Gerry vuole offrire agli alieni la carbonara, ma io non sono d’accordo. E nemmeno lanciare i pacchi di Affari Tuoi può essere una soluzione.”
De Martino continuò ad accarezzare il cagnolino, in silenzio. “Hai ragione, Samira,” disse con calma. “La carbonara non li fermerà. Ma neanche le bombe atomiche hanno funzionato. E i pacchi di Affari Tuoi… sono pieni di soldi, ma a loro non servono. Che cosa può mai volere un alieno?”
Samira rifletté, mentre Gennarino leccava la mano di Stefano. “Non lo so,” rispose. “Ma dobbiamo scoprirlo. Forse non vogliono la guerra, ma qualcos’altro.”
In quel momento, due figure si avvicinarono a loro. Erano Lupo e Thanat, due dei personaggi più enigmatici e inquietanti di Affari Tuoi. Erano lì per dare un consiglio, ma anche loro sembravano senza parole. “L’unica cosa che possiamo fare è… non so,” disse Lupo. “Forse dovremmo scusarci,” aggiunse Thanat.
I quattro si guardarono, uniti nella loro confusione. Erano in un’impasse, bloccati tra la minaccia aliena e l’incapacità dei loro stessi leader di affrontare la situazione.

Samira, con il cuore in gola, decise di agire d’istinto. Mentre la confusione regnava e nessuno sapeva cosa fare, vide una possibile via d’uscita. “Forse la bellezza e la sincerità possono salvare il mondo,” pensò. Con questa idea in mente, si incamminò risoluta verso la collina dove l’astronave madre incombeva, ancora più lucida e imponente che mai.
Di fronte a Tajani e Vannacci, ancora fuligginosi e impegnati a bisticciare, Samira iniziò a spogliarsi. L’idea era quella di offrire agli alieni un gesto di fiducia totale, un atto di pura vulnerabilità. Forse, pensò, la nudità poteva essere un linguaggio universale che andava oltre le parole e le bombe.
Mentre si toglieva l’ultimo vestito, una luce azzurrina si posò su di lei. Tajani e Vannacci non se ne accorsero, troppo impegnati a litigare su chi avesse avuto l’idea più stupida. In un attimo, un raggio di luce la avvolse, e Samira venne sollevata da terra. Un attimo dopo, era scomparsa, come se non fosse mai esistita. L’astronave madre non aveva reagito in alcun modo, ma la sua superficie divenne più luminosa e lucida, quasi come se l’avessero appena pulita.
L’astronave era ancora lì, il mondo era ancora in subbuglio, e la sola persona che aveva cercato di fare qualcosa di diverso era scomparsa.

La scomparsa di Samira non passò inosservata a livello internazionale. Allarmato dall’incidente, un team di soccorso speciale sbarcò a Roma. Non erano soldati, ma due figure che l’umanità aveva sempre associato al salvataggio del mondo: Dwayne “The Rock” Johnson e Jack Black.
I due arrivarono sul posto a bordo di un carro armato rosa, decisi a recuperare la ragazza. The Rock, con i bicipiti tesi e lo sguardo serio, si rivolse a Jack Black. “Amico, dobbiamo fare un’azione che dimostri agli alieni che seppure l’umanità non sia un granché, abbiamo la forza bruta per salvare la nostra gente.”
Jack Black, più nervoso, cercò di capire cosa fare. “Ma che cosa possiamo tirargli addosso? Le bombe non funzionano. Non abbiamo armi per fermarli.”
In quel momento, dal Giappone arrivò un’enorme gru. Gli ingegneri giapponesi, famosi per la loro ingegneria, avevano inventato una piattaforma per il lancio di oggetti, e la misero a disposizione di The Rock e Jack Black.
I due non persero tempo. Cominciarono a tirare ogni cosa che capitava loro a tiro contro l’astronave madre. Alberi, auto, camion, scheletri di dinosauri,Godzilla e perfino megattere.
Dopo un’ora di lancio, The Rock e Jack Black, sudati e affannati, si guardarono negli occhi. L’astronave era ancora lì, intatta, e la sua superficie rifletteva il caos che stavano causando. A quel punto, una piccola finestra si aprì sull’astronave, e una voce gracchiante si fece sentire. “Se volete, possiamo darvi una mano a pulire. A noi non dispiace, ma la vostra pulizia… è un po’ esagerata.”

La vicenda di Samira e l’inutilità dei tentativi di Dwayne Johnson e Jack Black raggiunsero il culmine. La satira involontaria della situazione toccò un nervo scoperto: il messaggio si diffuse e, per una ragione misteriosa, la premier Giorgia Meloni lo prese come un’offesa personale. Stizzita, annunciò le sue dimissioni immediate. Per un principio di solidarietà istituzionale, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si dimise.
La nazione, in preda al caos, aveva bisogno di una guida. In un’iniziativa a dir poco bizzarra, fu deciso di porre al comando, seppur temporaneamente, la coppia più improbabile della televisione italiana: Paolo Bonolis e Luca Laurenti.
I due si presentarono a Montecitorio con un’aria solenne, ma non del tutto seria. Bonolis, con il suo solito fare sornione, si rivolse al popolo: “Cari italiani, la situazione è questa. Non sappiamo cosa fare, ma abbiamo un piano. Se non riusciamo a sconfiggere gli alieni, almeno possiamo farci una risata.”
Intanto, Luca Laurenti, con un’espressione tra il sognante e il confuso, si mise a cantare una canzone di amore per gli alieni.

“🎵Ho amato un alieno,

e non sono più solo 🎵…”

5
Il primo ministro del Canada, Trudeau, con una mossa tanto inaspettata quanto inutile, tentò di fermare l’astronave sparando torte e caramelle, ma il mezzo alieno non si fece nemmeno un graffio. Le torte rimbalzarono sulla sua superficie lucida, lasciando solo una patina di crema.
La follia continuò. Nicola Porro e Mario Adinolfi, uniti in coppia, iniziarono a sparare “cazzate” contro l’astronave. Per la prima volta, l’inutilità del loro discorso si manifestò in un’azione concreta: le cazzate, come dei proiettili, graffiarono la superficie del disco alieno. Ma era troppo poco, una bazzecola.
Filippo, l’uomo potente e capace di fare ogni cosa, si rese conto che il mondo aveva bisogno di un atto finale e disperato. Con un gesto che univa la sua forza a una follia geniale, iniziò a sparare persone obese contro l’astronave. Chi pesava di più, si trasformava in un’arma, un kamikaze per la salvezza dell’umanità.
Le palle umane, con un urlo soffocato, si schiantarono contro la superficie dell’astronave, diventando macchie patetiche di grasso e sangue. L’astronave aliena, in un lampo di luce, li privò della vita e dei loro problemi di peso. Ogni impatto faceva un rumore sordo e poi… nulla.
L’ultimo a essere lanciato fu un uomo obeso con un sorriso triste. “Addio, amici,” disse, “almeno ora potrò finalmente essere leggero.” Ma l’astronave non si fece niente.

“Non è finita!” urlò Filippo, l’uomo più potente del mondo, dal suo posto in Parlamento. “Abbiamo sparato gente grassa, abbiamo lanciato cazzate, abbiamo usato bombe atomiche… ma abbiamo fallito. Ma c’è un’ultima carta che possiamo giocarci, la più potente di tutte: sparare politici nudi!”
In un silenzio assoluto, Filippo si alzò e camminò verso il centro della sala.

“I politici,” disse con voce solenne, “sono l’ultima risorsa dell’umanità. Se non riusciamo a sconfiggere gli alieni, almeno possiamo farci una risata dolce amara . Chi vuole unirsi a me?”
Alcuni politici, spaventati, cercarono di scappare. Ma Filippo, l’uomo capace di fare ogni cosa, li fermò con un solo sguardo. “Non temete,” disse, “la vostra nudità salverà il mondo. E forse, dopo tutto, è la cosa più onesta che potrete fare nella vostra vita.”
Così, uno dopo l’altro, i politici si spogliarono. E poi, con un balzo eroico-altruistico, si lanciarono verso l’astronave.

Mentre Filippo era intento a convincere i politici a spogliarsi, l’onorevole Montaruli, vestita ancora da cowgirl, ebbe un’idea. Con una determinazione che non aveva mai mostrato prima, si allontanò e si recò in un’azienda specializzata in tecnologie aerospaziali.
Tornò poco dopo con una capsula aerodinamica, trasparente e lucida. Si rivolse a Filippo con un’espressione decisa: “Basta con il metodo barbaro! La nostra civiltà merita un addio più dignitoso. La nostra intenzione non deve essere quella di distruggerli con il ridicolo, ma di mostrarli nella loro essenza.”
Filippo, sbalordito da un’idea così… razionale, annuì. E così, i politici vennero costretti a spogliarsi e a sdraiarsi dentro la capsula. Uno dopo l’altro, si misero in fila, pronti a essere lanciati verso la loro ultima e più assurda missione.

Filippo, con la capsula aerodinamica di Montaruli, iniziò il suo folle piano. Uno dopo l’altro, i politici si avviavano verso il loro destino.

Prima fu il turno di Mario Monti. Con il suo solito sguardo austero, si spogliò e si sdraiò nella capsula, pensando probabilmente che l’immolazione fosse l’unica via per un pareggio di bilancio.

Poi fu il turno di Elsa Fornero, che con un sospiro di rassegnazione, si tolse i vestiti e si accomodò. La sua espressione diceva: “Se devo morire, almeno che lo faccia per una causa utile, anche se non so quale sia.”

Infine, toccò a Elly Schlein, che, senza esitazione, si spogliò, mostrando i suoi ideali al mondo. La capsula fu lanciata, e si schiantò contro l’astronave madre. Come gli obesi, anche loro si ruppero, lasciando solo una patina di grasso e sangue. L’astronave, ancora più lucida, sembrava riflettere una beffa.

A quel punto, arrivò Giorgia Meloni. Aveva sulla schiena una bandiera italiana, che usava come un mantello alla Superman. Si lanciò verso l’astronave con un’espressione di sfida, ma il risultato fu lo stesso. (L’unica cosa che rimase di lei fu il suo mantello, che, dopo essere caduto a terra, fu trovato dal gatto di Filippo, Persiano, che ci orinò felinamente sopra, in barba a dio, patria e famiglia.)

L’ultimo a salire fu Matteo Salvini. Con un mojito in mano, salutò la sua famiglia piangendo. “La Lega ce l’ha sempre duro!” disse. “Ma per quanto io lo abbia dur, sapete bene che spararmi come un razzo non servirà a un cazzo! Deve essere un’idea di un comunista questa, dato che è fallimentare, ma io mi sparo come tutti, perché non si dica che non sono democratico per i miei italiani adorati!” Furono le sue ultime parole  alcoliche.

I lanci continuarono, in un’assurda e grottesca processione di figure politiche. Donald Trump, con il suo inconfondibile ciuffo che resisteva anche nella capsula, andò incontro al suo destino, seguito da Benjamin Netanyahu, Barack Obama,Mario Draghi e Joe Biden. Era un’escalation di sacrifici, un’immagine surreale di un’umanità che si arrendeva di fronte all’inspiegabile.
Politici di ogni schieramento, di ogni nazione, si immolarono sapendo che non avrebbero avuto un vantaggio in più rispetto alle “vittime” precedenti. Era un’evidente sacrificio simbolico, un ultimo gesto disperato di un’umanità che, dopo aver fallito con le armi, la satira e la violenza, si era arresa alla follia.
Le capsule venivano lanciate a raffica, trasformando l’astronave in una tela d’arte astratta, fatta di tracce umane. Ma la sua superficie rimaneva intatta, più lucida che mai. (Ilaria Salis sfuggì così alla vendetta ungherese di Orban…preferì essere proiettile spiaccicato senza veli che galeotta malridotta a dover sempre aspettare un secondino…)

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Di fronte all’apparente fallimento dei politici, Piersilvio Berlusconi ebbe un’idea fattibile. Diede a Francesco Nozzolino l’incarico di radunare tutti gli omosessuali per lanciare un ultimo assalto all’astronave. Nozzolino, con un fare tra Braveheart e Grease, fece sfilare in piazza San Pietro una folla di uomini e donne, che intonarono una canzone di amore per la diversità, mentre Papa Leone, incredulo e titubante, li benedisse, salutò e benaugurò, prima di rifugiarsi in una stanza segreta per guardare una puntata di una serie TV Netflix.
Nozzolino, intanto, si cosparse di crema nocciola & pistacchio sul muso lipidico, e salì su un maiale bello grande e grasso di nome Wagner, che cavalcò fieramente e sbilenco (fiaccandolo e piegandolo fino all’infarto suino). Con un discorso bellico e diverso, si rivolse alla folla:

“Amici diversamente trombanti, venuti da ogni postribolo di questo squallido mondo fatto più per gli etero che per noi inculati e inculanti… se la vita con questi politici sbagliati ce l’ha sempre fatto prendere nel posteriore, noi siamo quelli cui almeno non è spiaciuto! Abbiamo sempre ballato e cantato ‘YMCA‘ e ‘Mi sono innamorato ma di tuo marito‘… oggi balleremo il nostro ultimo ballo iperbolico e canteremo un urlo tragico. Possano i nostri figli mai avuti perdonarci di non averli mai fatti nascere. Oggi è il nostro giorno dell’indipendenza, e della vigliaccheria faremo senza. Oggi è il nostro Independence Gay. E potranno toglierci la nostra bandiera LGBT, ma non potranno mai toglierci la nostra omosessualità!”
All’urlo di Nozzolino seguì quello di risposta di Tiziano Ferro e Cristiano Malgioglio. Molti gay quel giorno morirono sull’astronave madre: vissero da reietti, finirono come marmellata di eroi.
Filippo, l’uomo potente e capace di fare ogni cosa, ebbe un’idea. Fece entrare sull’astronave un robot con in mano la bambola Annabelle dei Coniugi Warren, sapendo che gli alieni avrebbero avuto un’ultima, fatale, paura.

E così, la storia di Filippo, l’uomo più potente del mondo, finì. E con essa, anche l’invasione aliena, perché, come recitava un nuovo proverbio, “Se qualcuno viene da Marte, fatti da parte.”

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta e Owntale. Voglio farmi delle ragazze giovani,ma solo se non abitano troppo lontano da Pisa.

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