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Nonna Pina era una vecchia italiana all’antica come mentalità ma moderna nel suo correre forsennata. E come lei non ama perdere tempo anche voi avete fretta di leggere le sue (dis)avventure…

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1. Il Corso di Cucina

Nonna Pina era convinta di essere una chef stellata. Peccato che nessun altro la pensasse così. Quando il nipote Marco la iscrisse a un corso di cucina moderna, Pina arrivò con la sua vecchia pentola di alluminio e un sacchetto di pomodori del suo orto.

«Signora, qui usiamo tecniche di cottura sous-vide,» spiegò lo chef, un giovane con il grembiule nero e l’aria di chi ha studiato a Parigi.

«Sotto… che?» chiese Pina. «Io cucino come ha sempre fatto mia nonna! E se mia nonna ha vissuto fino a novant’anni mangiando la mia pasta, vuol dire che è buona!»

Lo chef sospirò. «Signora, le chiedo solo di seguire la ricetta.»

«La ricetta? La ricetta è per chi non sa cucinare! Io cucino a occhio!»

E così, mentre gli altri allievi pesavano gli ingredienti al grammo, Pina buttava tutto nella pentola, aggiungeva un po’ di questo e un po’ di quello, e alla fine il suo piatto era… sorprendentemente buono. Lo chef, umiliato, dovette ammettere che le orecchiette di Pina erano migliori delle sue tagliatelle al tartufo.

«Visto?» esclamò Pina trionfante. «La cucina è amore, non scienza!»

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2. Il Corso di Yoga

Dopo il successo al corso di cucina, Pina decise di provare qualcosa di nuovo: lo yoga. «Mi hanno detto che fa bene alla schiena,» disse a Marco. «E la mia schiena ha bisogno di aiuto dopo cinquant’anni di pasta fatta a mano!»

Arrivò in palestra con il suo vestito a fiori e le ciabatte. L’insegnante, una ragazza magrissima di nome Luna, la guardò con un sorriso forzato.

«Signora, per lo yoga serve abbigliamento comodo.»

«Questo è comodo!» rispose Pina, indicando il vestito. «E poi, io non sono qui per la moda, sono qui per la schiena!»

La lezione iniziò con la meditazione. «Chiudete gli occhi e pensate a un luogo tranquillo,» sussurrò Luna.

«Io penso alla mia cucina,» disse Pina ad alta voce. «Con il sugo che bolle e le orecchiette che cuociono…»

«Signora, deve pensare a un luogo tranquillo, non a un luogo dove si mangia!»

«Per me la cucina è il posto più tranquillo del mondo!»

Poi arrivarono le posizioni. «Ora facciamo il saluto al sole,» disse Luna.

«Il saluto al sole? Ma se è mezzogiorno e il sole picchia forte! Io il sole lo saluto solo la mattina presto, quando vado a comprare il pane!»

La lezione finì con Pina sdraiata sul tappetino, che russava. «Signora, si svegli!»

«Eh? Ah, scusa. Mi ero addormentata. Ma questo yoga è rilassante, eh?»

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3. Alla fattoria si fatica

Marco pensò che una gita in fattoria avrebbe fatto bene a sua nonna. «Nonna, ti farà bene stare all’aria aperta!»

«L’aria aperta? Ma io sto bene in casa!» protestò Pina. Ma alla fine accettò, a patto che ci fosse un bagno nelle vicinanze.

Arrivarono alla fattoria didattica, gestita da una giovane guida di nome Giulia. «Benvenuti! Oggi impareremo a conoscere gli animali della fattoria!»

«Io gli animali li conosco già,» disse Pina. «Sono quelli che finiscono nella pentola!»

La prima tappa fu il pollaio. «Questi sono i polli ruspanti,» spiegò Giulia.

«Ruspanti? E io che pensavo fossero solo polli!» esclamò Pina. «E quanto costano al chilo?»

«Signora, qui non si comprano, si osservano!»

«E a che serve osservarli? Tanto non li puoi mangiare!»

Poi arrivò la mucca. «Questa è Bianca, la nostra mucca da latte,» disse Giulia.

«E quanto latte fa?» chiese Pina.

«Circa venti litri al giorno.»

«Venti litri? E io che ne compro uno al supermercato! Ma allora conviene avere una mucca!»

Quando fu il momento di mungere, Pina si offrì volontaria. Ma la mucca, forse spaventata dal vestito a fiori, le fece la cacca addosso. Pina rimase immobile, con la cacca sulla scarpa.

«Signora, si cambi!» disse Giulia, preoccupata.

«Ma che cambio? Questo è un segno di buona fortuna! In campagna si dice che se la mucca ti fa la cacca addosso, avrai un anno di raccolto abbondante!»

«Ma noi non abbiamo un raccolto, nonna,» disse Marco.

«E allora avrò un anno di pasta abbondante!»

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4.  Il rinnovo immeritato della Patente

Nonna Pina aveva guidato per cinquant’anni senza mai un incidente. Beh, a parte quel piccolo episodio con il furgone del panettiere nel 1987, ma quello non contava perché il panettiere aveva torto. E poi c’era stata quella volta con il semaforo, ma il semaforo era rotto. E il muretto? Quello era già crepato.

Quando arrivò la lettera della motorizzazione, Pina la guardò con sospetto. «Rinnovo della patente? Ma io la patente ce l’ho già! Perché devo rifarla?»

«Nonna,» spiegò Marco, «devi fare una visita medica e un test. È la legge.»

«E chi l’ha fatta ‘sta legge?» borbottò Pina. «Io guido da quando c’era il cavallo, e adesso mi dicono che devo rifare l’esame?»

La prima tappa fu la visita medica. Il dottore, un giovane occhialuto di nome Dott. Bianchi, iniziò con il classico test della vista.

«Signora, mi legga la terza riga dell’ottico.»

Pina strizzò gli occhi. «Ma che c’è scritto? ‘Sti caratteri sono piccoli come le formiche!»

«Provi con gli occhiali, signora.»

«Io non porto gli occhiali!» esclamò Pina, offesa. «Io ci vedo benissimo! È ‘sto foglio che è scritto male!»

Il dottore sospirò e le porse un paio di occhiali da lettura. Pina li mise e… «Ah, ecco! Ora si legge! Ma come, io avrei bisogno degli occhiali? Ma se io guido benissimo!»

«Signora, quando è stata l’ultima volta che ha guidato?»

«Ieri!» rispose Pina con orgoglio. «Sono andata a fare la spesa. E non ho investito nessuno!»

«E il semaforo?»

«Quale semaforo?»

Il dottore annotò qualcosa sul modulo. Pina lo guardò con sospetto. «Che ha scritto? “Pericolosa”? Io non sono pericolosa! Sono solo… decisa!»

La seconda tappa fu il test dei riflessi. Il dottore le chiese di premere un pulsante quando vedeva una luce rossa. Pina guardò il dispositivo con diffidenza.

«E che cos’è ‘sto aggeggio? Un videogioco? Io non gioco ai videogiochi, quelli sono per i giovani!»

«Signora, è un test semplice. Quando vede la luce rossa, preme il pulsante.»

La luce si accese. Pina non si mosse. La luce si spense. Pina non si mosse. La luce si riaccese. Pina finalmente premette il pulsante, ma con un’espressione di totale confusione.

«Ma che fretta c’è? Io devo prima capire cosa devo fare!»

«Signora, il test è finito.»

«E come è andata?»

Il dottore la guardò. «Diciamo che… ha margini di miglioramento.»

La terza tappa fu il test dell’udito. Il dottore le sussurrò una parola e le chiese di ripeterla.

«Mi dica cosa ho detto, signora.»

«Come?»

«Mi dica cosa ho detto.»

«Non ho sentito! Parla più forte!»

«Signora, le ho detto di ripetere la parola!»

«Ah, ma allora non era un test dell’udito, era un test di pazienza!»

Il dottore sospirò e alzò la voce. «LE HO DETTO: MI DICA COSA HO DETTO!»

«Ah, ecco!» esclamò Pina. «Ha detto “Mi dica cosa ho detto”. Ma che parola era? “Casa”? “Palla”? “Maccheroni”?»

«Signora, la parola era “maccheroni”.»

«E perché non l’ha detto subito? Io i maccheroni li sento anche da lontano!»

La quarta tappa fu il colloquio con il medico. Il Dott. Bianchi la guardò con serietà.

«Signora, devo farle alcune domande. Sa che giorno è oggi?»

«Certo! È il giorno in cui devo rinnovare la patente!»

«E che mese è?»

«Il mese… quello dopo agosto? O prima? Dipende da quanti giorni ha settembre…»

«Signora, siamo a marzo.»

«Marzo? Ma allora ho sbagliato il calendario! E io che pensavo fosse ancora febbraio!»

Il dottore annotò qualcosa. Pina si sporse in avanti. «Che ha scritto? “Confusa”? Io non sono confusa! Sono solo… distratta!»

«Signora, le devo dire una cosa. I suoi riflessi sono un po’ lenti, la vista non è perfetta e l’udito… beh, diciamo che potrebbe migliorare. Ma la cosa più preoccupante è che lei sembra convinta di guidare benissimo.»

«E perché? Io guido benissimo!»

«Signora, l’ultima volta che ha guidato, ha parcheggiato in un’aiuola.»

«Ma era un parcheggio! C’era scritto “divieto di sosta”, ma io ho pensato che fosse un consiglio!»

Il dottore la guardò. Pina lo guardò. Ci fu un lungo silenzio.

«Signora,» disse infine il dottore, «le rinnovo la patente. Ma solo se promette di guidare con prudenza.»

«Prometto!» esclamò Pina, raggiante. «E poi, che vuole che succeda? Io guido da cinquant’anni!»

«E non ha mai avuto incidenti?»

«Beh,» ammise Pina, «c’è stato quel piccolo episodio con il furgone del panettiere…»

«Nel 1987?»

«Sì! Ma quello non contava! Il panettiere aveva torto!»

«E il semaforo?»

«Quello era rotto!»

«E il muretto?»

«Quello era già crepato!»

Il dottore sospirò e firmò il modulo. «Signora, le auguro buona fortuna. E la prego: se vede un semaforo rosso, si fermi. Anche se pensa che sia rotto.»

Pina uscì dallo studio trionfante. «Visto? Te l’avevo detto che era facile!» disse a Marco. «Adesso andiamo a casa, che devo fare la pasta. E guido io!»

«Nonna, ma hai appena detto che guiderai con prudenza…»

«Certo! Prudenza!» esclamò Pina, mettendosi al volante. «Ma prima devo passare dal panettiere. Devo dirgli che aveva torto!»

E così, Nonna Pina rinnovò la patente, ma non la sua convinzione di essere la migliore guidatrice del mondo. E da quel giorno, quando qualcuno le chiedeva come fosse andata la visita, rispondeva:

«Benissimo! Il dottore mi ha detto che ho margini di miglioramento. Ma io gli ho detto: “Dottore, a ‘sta età, i margini li lascio ai formaggi!”»

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5. Nonna Pina e la giornata al mare

Era una domenica di agosto e Nonna Pina aveva deciso che era ora di portare i nipotini al mare. «Si va in spiaggia!» annunciò. «E io preparo le orecchiette al sugo, che fanno bene!»

«Nonna, ma al mare si mangia leggero…» provò a dire Marco.

«Leggero? E chi ha mai sentito parlare di mangiare leggero al mare?» rispose Pina, già intenta a riempire la pietanziera. «Le orecchiette al sugo sono il pasto perfetto! Un pieno di energia, come le tagliatelle!»

E così, tra ombrelloni, secchielli e palloni, la famiglia si sistemò sulla spiaggia. Pina, ovviamente, aveva portato la sua pietanziera di alluminio, quella che usava da cinquant’anni, con le orecchiette al sugo fatte in casa. Le mangiò tutte, con grande soddisfazione, mentre i nipotini la guardavano con ammirazione.

«Nonna, ne vuoi ancora?» chiese la piccola Giulia.

«No, grazie, tesoro. Io sono a posto. Anzi, forse sono anche troppo a posto…»

Il riflesso gastro-colico, quel meccanismo che si attiva quando si mangia e aiuta l’intestino a “fare spazio” al cibo appena ingerito, non perse tempo. Dopo mezz’ora, Pina iniziò a sentire dei brontolii sospetti.

«Marco,» sussurrò, «io vado a fare una passeggiata in pineta. Torno subito.»

«Nonna, ma è mezzogiorno! Il sole è fortissimo!»

«Appunto! Ho bisogno di un po’ d’ombra!»

E così, Pina si incamminò verso la pineta, con un’andatura che definire “preoccupata” è poco. Camminava veloce, con le mani sulla pancia, mormorando tra sé: «Ma che ho mangiato? Le orecchiette? Ma le orecchiette non fanno mai male! Sarà il sugo… o forse era troppo… o forse era poco cotto… o forse…»

Trovò un’amaca, sistemata tra due pini, e ci si sdraiò sopra con un sospiro di sollievo. Ma il sollievo durò poco. Il brontolio diventò un rombo. Il rombo diventò un’onda. E l’onda… beh, l’onda stava per arrivare.

«Mamma mia,» gemette Pina, «ma dove la faccio? Qui non c’è nessuno… ma se arriva qualcuno? E come mi pulisco? Non ho carta! Non ho niente!»

Iniziò a meditare. Non la meditazione zen, quella con le candele e l’incenso. No, la meditazione di chi sta cercando disperatamente una soluzione a un problema molto, molto concreto.

«Potrei usare le foglie… ma sono piene di formiche. Potrei usare il fazzoletto… ma è pulito e non voglio sporcarlo. Potrei…»

Ma la meditazione fu interrotta. La merda, come diceva Pina, «fece il suo viaggio». E non fu un viaggio breve. Fu un viaggio epico, un viaggio che attraversò l’amaca, superò ogni barriera e si concluse con un suono che echeggiò nella pineta come un tuono.

«AAAAH!» gridò Pina, ma non troppo forte, perché non voleva attirare l’attenzione. «Ecco fatto. Ora… ora cosa faccio?»

E in quel momento, mentre era ancora con il culo “attivo”, per così dire, sentì delle voci. Voci allegre. Voci di bambini. Voci che parlavano… in una lingua strana.

«Oh, look! A grandma on a hammock!»

Pina aprì gli occhi. Davanti a lei c’era una famiglia scandinava. Biondi, alti, con i bambini che la guardavano con occhi sgranati e curiosi. Il padre, con un’espressione tra il perplesso e il divertito, disse qualcosa in una lingua che Pina non capì. La madre, invece, sorrideva e indicava l’amaca.

«Hej! God dag!» disse la madre.

«Come?» rispose Pina, cercando di coprirsi con la pietanziera vuota.

«God dag!» ripeté la madre, avvicinandosi. «Are you okay?»

«Io… io sto bene! Benissimo!» mentì Pina, mentre il suo corpo diceva esattamente il contrario. «Sono solo… sto riposando! Sì, riposando!»

I bambini, però, non erano convinti. Uno di loro, un bambino di circa cinque anni con i capelli biondi e gli occhi azzurri, si avvicinò all’amaca e la guardò con curiosità.

«Mamma, che odore c’è?» chiese in svedese.

«Non lo so, tesoro. Forse è la pineta.»

«No, non è la pineta. È… è la nonna!»

Pina, che non capiva una parola, sorrideva nervosamente. «Bambini carini! Molto carini! Ma… ma perché mi guardano così?»

Un altro bambino, più grande, indicò l’amaca. «Mamma, la nonna ha fatto la cacca!»

La madre scandinava, che finalmente capì la situazione, arrossì e cercò di trascinare via i bambini. Ma i bambini, come tutti i bambini, erano affascinati.

«Guarda, mamma! C’è una macchia!»

«È marrone!»

«Puzza!»

Pina, ormai rassegnata, sospirò e si mise a sedere. «Va bene, va bene. Avete visto tutto. Sì, ho fatto la cacca. E allora? Anche voi la fate, no?»

I bambini la guardarono, poi si guardarono tra loro, poi scoppiarono a ridere. Il padre, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, si avvicinò e le porse un pacchetto di fazzoletti.

«Here,» disse in inglese. «For you.»

Pina lo guardò. «Fazzoletti? Ah, grazie! Ma… ma come faccio a pulirmi con questi? Sono piccoli!»

Il padre sorrise. «Better than nothing.»

«Già, meglio di niente,» borbottò Pina, prendendo i fazzoletti. «Ma la prossima volta, porto il rotolo intero!»

La famiglia scandinava si allontanò, con i bambini che continuavano a ridere e a indicare l’amaca. Pina, rimasta sola, guardò il disastro e sospirò.

«Ecco cosa succede a mangiare le orecchiette al sugo al mare,» disse tra sé. «La prossima volta, porto il panino. O meglio, non mangio proprio!»

Quando tornò in spiaggia, i nipotini la accolsero con entusiasmo. «Nonna, dove sei stata?»

«In pineta, a meditare,» rispose Pina con un sorriso forzato. «È molto rilassante. Dovreste provarci.»

«E perché puzzi?»

«Puzzo? Io? Sarà il sudore! Con questo caldo, si suda tanto!»

E così, Nonna Pina concluse la sua giornata al mare con una nuova consapevolezza: le orecchiette al sugo sono buone, ma vanno mangiate con moderazione. E la pineta, per quanto bella, non è il posto migliore per meditare. Soprattutto se hai mangiato troppo.

Da quel giorno, quando qualcuno le chiedeva se le piacesse andare al mare, rispondeva: «Il mare? Bellissimo! Ma la pineta… la pineta la lascio agli svedesi!»

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Forse i racconti di Nonna Pina sono finiti,o forse ce ne saranno altri.

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta e Owntale. Voglio farmi delle ragazze giovani,ma solo se non abitano troppo lontano da Pisa.

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