Caro Sebestian,
Era bello sfrecciare in discesa alzando i piedi, staccarli dai pedali.
Il vento caldo ci spettinava e ci inondava con quel profumo di pesco.
Il sole picchiava sui nostri berretti, ci fermavamo sempre dopo i campi del vecchio Piero, dove c’era una fontanella nascosta ai bordi della strada, a rinfrescarci e lavare quelle pesche appena rubate nei suoi campi, era l’unico che ce lo permetteva, o faceva finta di non accorgersene…
Le mangiavamo poco più in là, sotto l’ombra dei salici.
Fresche e umide fuori, mentre dentro erano calde, succose e dolcissime; una combinazione di sapori perfetta, proprio come quel tempo.
Passavano così le nostre giornate estive, il liceo ormai era finito e dentro quei pomeriggi segnati dal gracidare delle cicale, dallo scirocco caldo, dalle macchie sulle camicie di succo di pesco, del sapore del tabacco, i nostri sogni quasi prendevano forma. Quando espiravamo il fumo sui fasci di luce che perforavano l’enorme albero sopra di noi, quante cose ci vedevamo lì sopra.
Lentamente il fumo si dissolveva, le giornate si accorciavano, le foglie ingiallivano, gli scatoloni con le poche cose di casa mia si riempivano.
Quella casa lentamente si svuotava, così anche le nostre giornate insieme; sapevi che non ero molto convinto di andarmene, te ne parlavo poco mentre tu mi riempivi di ottimismo parlandomi delle immense possibilità che mi avrebbe dato la città, quella città che sognavamo insieme senza stagni e senza rane.
Ci saremmo scritti e tenuti in contatto tutti i giorni, mi ripetevi che facevo bene ad andarmene, così avresti potuto farti anche quelle ragazze del paese che piacevano a me, senza pensarci più due volte.
Pedalavamo fino al bar, pedalavamo a casa.
La domenica prima della mia partenza abbiamo aspettato che finisse la messa in piedi, in sella alle nostre bici fuori dalla chiesa ad aspettare. E poi giù, di nuovo fino al salici.
La sera prima di partire ho sognato che l’impronta dei nostri copertoni lasciati sulla terra umida e fangosa si cementificasse e rimanesse indelebile negli anni; così come quando incidesti il nome tuo e di Celeste con un trincetto sull’albero, e poi ti lasciò per quello del terzo anno.
Due settimane dopo volevi abbattere l’albero.
La città non era come ce la immaginavamo, ma di questo non te ne parlavo nelle mie lettere, giravo orgoglioso in bicicletta nonostante il freddo umido, non era una semplice bici, non era più quella specie di carrarmato della prima guerra mondiale di mio nonno, era una mountainbike a dieci marce, con freni a disco, ultra leggera, pesava più il catenaccio che mi portavo dietro per legarla che la bici stessa e dovevo stare attento a non farmela fottere.
Gli anni dell’università volavano, cercare di stare dietro agli studi non è stato facile, considerando che eravamo rimasti solo io e mamma, tutte le volte ti dicevo che per le vacanze accademiche scendevo a trovarti, finivo sempre per trovare qualche lavoretto, finivo per perdere i tuoi inverni. E così non sapevo di come te li passavi giù in paese, di cosa facevi al bar, con chi parlavi, con chi completavi il cruciverba. Se portavi qualche ragazza dietro al carrarmato della prima guerra mondiale del mio nonno, così come mi avevi promesso.
Il tempo scorreva veloce, come la ruota della bici dopo un giro a vuoto una volta rimontata la catena.
Eri con me in tutte queste piccole cose, che non ti ho detto mai.
Eri con me quando mi sono scordato di pulirmi le mani del tutto e ho dato uno dei miei ultimi esami con la mano sporca di nero del grasso della catena. E pensare che tu lo facevi appòsta per giustificare i tuoi ritardi, ho preso poco a quell’esame ma ti ho sentito accanto.
Ad aprile sono sceso, per il funerale di tua madre, ci siamo visti, abbracciati e non abbiamo parlato, non c’era niente da dire, parole che possono esternare certi dolori non ci sono.
Hai mollato tutti e mi hai detto di seguirti, abbiamo corso fortissimo fino a casa tua, avevi ancora la mia bici, l’hai lanciata e mi ci hai fatto salire al volo, abbiamo pedalato fortissimo contro il vento e contro la pioggia, siamo saliti fino in cima alla collina, mi hai regalato uno dei cieli più belli della mia vita, pioveva ancora forte e sotto le nuvole ad ovest il sole incendiava tutto quel grigio petrolio che sapeva tanto di città.
L’hai indicato ed è lì che volevi andare, me lo urlasti con il volto bagnato dalla pioggia e dalle lacrime.
Poi sono tornato alla mia vita, ed il tempo è passato in un battito di ciglia.
Nella mia vita di città la bicicletta era rimasta per il tempo libero, mi sono unito ad un’associazione e le prime domeniche di caldo facevamo chilometri e chilometri. Era diventato uno sport, uno sfogo e una cultura, seguivo il ciclismo in televisione, leggevo riviste che promuovevano ogni tipo di bicicletta, sella, manubrio, freni, ruote, caschi, ero diventato uno degli stronzi che dicevi che invece di avere in bagno la pornografia aveva riviste di cucina, gossip o quant’altro…
Mi piaceva avere una bici attaccata in garage come un trofeo, mi piaceva prendermene cura, era un modo diverso di amarla, era un modo diverso di ricordarmi della giovinezza, di me e di noi.
I capelli cominciavano ad ingrigirsi, l’ufficio era diventato molto più grande, così come la mia macchina ed il mio orologio.
Quando il telefono squillava e non conoscevo il numero, non speravo mai in un nuovo cliente, piuttosto che ci fossi tu dall’altra parte a dirmi qualche cosa.
Passavo di tanto in tanto in paese, ma non ti trovavo quasi mai, non ti riconoscevo più dietro gli occhiali scuri, la barba folta, il capello lungo, quell’atteggiamento da duro imbattibile che sopravvive di quello che capita, non ti riconoscevo dietro quel blando sarcasmo, il bicchiere d’amaro mezzo vuoto in una mano, nell’altra la sigaretta accesa che non scuotevi mai, con la cenere che finiva per cascare sul tavolo.
Un’altra volta appena mi vedesti, mi dicesti subito che ti avevano fottuto la bici, che era stato di sicuro qualche immigrato, il paese ne era pieno, “me lo paghi te questo giro? oste un rumm per favore, paga lui oggi!”
Lo facevo volentieri di pagarti da bere, come esitavo poco a “prestarti” soldi.
Oggi sono stato ai salici, dove ormai non ci sono più salici, ma solo un immenso agriturismo, sono passato dai campi di pesche, dove tutto oggi è recintato; poi in paese, alla scuole…
Ho persino incontrato Celeste, è una bellissima mamma di due bambine, ma questo tu già lo sai, nessuno riesce a darmi una spiegazione, o meglio non si spiegano come non avevo fatto a non notarlo.
Hai preferito le carezze dell’eroina a quelle del vento caldo d’estate pedalando insieme.
Ho sistemato la tua bici, l’aveva ancora nel capanno tuo padre, è lui che me l’ha data, non voleva averla più, non voleva più niente di tuo, da quando hai venduto anche i gioielli di tua madre.
Pover uomo, l’hai ucciso andandotene via così…
Sono andato fino a sopra la collina, la pedalata fino in cima è stata dura credimi, era come averti dietro. Speravo ti saresti sdebitato regalandomi l’ennesimo tramonto, ma invece no.. solo un banalissimo cielo grigio di novembre per il tuo amico d’infanzia.
Ti scrivo queste ultime parole che forse non leggerai mai, su un foglio di carta ingiallita rimasto nelle borse di pelle laterali della tua bicicletta, perfetto come tutti i momenti insieme, come questo vecchio ammasso di ferraglia, come le tue parole che sono diventate per me quel meccanismo perfetto chiamato catena, che teneva saldo tutto e mi permetteva di stare in equilibrio pedalando verso la vita.
