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Woops! Tump! Woosh! Blam!

I rumori secchi e intermittenti arrivarono dall’esterno.

Il pannello di rivestimento in cortex anti meteoriti assorbì l’impatto di quel gruppetto di micro asteroidi richiudendosi dietro di loro e lasciando il veicolo spaziale indenne.

“Devo ammettere che queste protezioni di ultima generazione sono molto più efficaci delle precedenti” disse uno dei due astronauti, un marcantonio con la pelle nera e un naso insolitamente camuso, controllando all’esterno, attraverso un grande oblò rettangolare che l’astronave Aurora non avesse subito qualche danno; nel farlo il suo sguardo venne attratto da un enorme globo striato.

“Guarda Giove,” continuò “ogni volta che lo osservo mi sento un privilegiato!”.

“Scrollati la melanconia di dosso, Tiberius, e pensa al lavoro, la scansione del raggio molecolare ha rilevato un asteroide pieno di ferro e di altri minerali nascosto nella fascia esterna della cintura, in un punto dove potrebbe essere possibile catturarlo senza troppi problemi”.

“Sto andando Abaris!” Il moro si diresse lentamente verso l’uscita della piccola stanza, un coacervo di luci multicolori che si accendevano e si spegnevano a ritmo di una danza planetaria. Tiberius aprì la porta e si trovò di fronte la cabina di depressurizzazione, un piccolo vano il cui unico arredamento era una rastrelliera con appese due tute color arancio, prese quella che aveva impresso il suo nome e la indossò.

L’atmosfera si caricò di tensione, dopo tutto loro vagavano in quel tratto di cosmo da intere settimane alla ricerca di aeroliti cariche di metalli pregiati da rivendere sulla base lunare Selene; ma fino a quel momento la caccia si era rivelata decisamente improduttiva.

Con lo scadere del periodo di contratto diventava indispensabile tornare con un carico consistente per ottenere il rinnovo della concessione mineraria, e questa tensione si manifestò improvvisa, con la scoperta di quel nuovo, potenziale giacimento minerario.

 

 

Vista da fuori l’astronave-miniera Esperia pareva un coleottero, una piccola testolina seguita da un grande ventre ovoidale, vasto quanto dieci campi da calcio allineati; a prevalere su tutto, in quell’ombra universale, un grigio metallo asciutto del rivestimento, o almeno questa era la tonalità che ritornava dalle grandi luci al plasma che ne illuminavano i contorni.

“Sono pronto per entrare nell’hangar, avvicinati quanto più che puoi Abaris, questa volta non voglio sprecare neppure un colpo!”.

“Hai ragione, i dardi afferra-meteoriti sono molto più cari oggi di quanto non fossero solo l’anno scorso e la qualità dell’acciaio al palladio è decisamente più scarsa”.

Tiberius sbuffò, la prosopopea che il suo caro amico e collega di lavoro esibiva ogni volta, gli dava fastidio. Si avvicinò alla porta di uscita, la dischiuse ruotando una grossa leva e, con il passo appesantito dagli scarponi magnetici si diresse verso quello che sembrava l’addome della nave.

“Ancora mi viene a mancare il fiato quando entro nella fornace” Pensò trovandosi di fronte quello spazio smisuratamente grande e, per quasi metà, ancora vuoto. Pochi passi oltre la porticina una piccola golf car con cingoli magnetici lo attendeva.

“Se dovessi fare tutta quella strada a piedi morirei di fatica prima di essere arrivato! “Disse tra sé.

Salì sulla vetturetta, il sensore posto sotto il sedile rilevò il suo peso e accese il quadro dei comandi, così semplicemente premendo il pedale “Avanti” la piccola macchinetta si mosse spedita e, in una decina di minuti arrivò a destinazione.

Tiberius scese a malincuore dal comodo mezzo elettrico e si diresse al centro della grande sala, verso un ascensore che conduceva al carroponte soprelevato. Con fatica fece il piccolo gradino per salire sulla piattaforma e, quando vi fu sopra, pigiò l’unico pulsante presente. Con un fremito quella porzione di pavimento vibrò sotto i suoi piedi, poi cominciò a salire, lenta ma costante. Ci vollero un paio di minuti perché l’ascensore giungesse a destinazione, molti metri più in alto. Sempre con la stessa lentezza esasperante l’uomo chiamato Tiberius percorse la pensilina fino a raggiungere la postazione di controllo, una cabina vuota al cui interno si trovava unicamente un invaso con la forma del corpo umano, completamente ricoperta di sensori biometrici. All’altezza delle ascelle un paio di lunghi braccioli terminano con due cloches nere e in prossimità del coccige un piccolo appoggio per le natiche impediva al manovratore di stancare troppo la schiena.

Si accasciò in quella comoda posizione e si allacciò le pesanti cinture attorno alla vita e alle spalle. Adesso sentiva solo il suo respiro riverberare come un’eco nel suo casco fino a che un trillo, insolitamente forte lo distolse dai suoi pensieri: era Abaris che lo chiamava.

“Avvio procedure di controllo, funzionamento dispositivi tuta”.

“Roger!”

“Pressurizzazione ambiente”.

“Roger!”

“Aggancio cinghie polimeriche”.

“Va bene, Abaris, è tutto a posto”.

“Sarà, ma le procedure di controllo ti hanno salvato la vita più di una volta, ricordi?”.

Rieccolo! Fu il pensiero di Tiberius.

Uno scossone, questa volta profondo, investì tutta la nave mentre, come due immense elitre, le paratie superiori del vano di carico si aprirono, aiutate da sei immensi pistoni. Dapprima una sottile striscia di cosmo si disegnò sopra la postazione dell’operatore, nella quale Tiberius riuscì ad ammirare le profondità dello spazio, poi questa si dilatò fino a occupare l’intero tetto della nave-miniera.

Persino un uomo come Tiberius, nato nello spazio e avvezzo a simili spettacoli, ogni volta si sentiva un minuscolo puntino perso nel nulla, un’inezia pensante in quella fremente immobilità che è l’universo.

Impugnò la cloche e la fece ruotare con leggeri tocchi del polso cui seguirono lenti movimenti della sua postazione.

“Controllo poltrona mobile OK; rock and roll baby!”.

“Tiberius, sii serio” Lo rimproverò Abaris ma lui fece finto di non aver udito la sua voce e cominciò a canticchiare un motivetto con la sua voce sgraziata.

“Meno male che siamo nello spazio e che nessuno può udirlo, altrimenti saremmo entrambi in una galera marziana!”

Il gigante moro attivò lo schermo HUB del suo casco, un sistema antidiluviano ma ancora efficace per controllare tutti i movimenti degli asteroidi.

“Ti mando le coordinate per l’aggancio”

Poco dopo, sullo schermo bluastro comparve un cerchio che si dispose intorno a uno dei milioni di asteroidi posti sopra il casco del moro.

“Va bene, l’ho agganciato!” Tiberius spinse un bottone sul bracciolo destro e dal pavimento dell’hangar uscì quello che pareva un cannone su cui svettava un grande arpione a punta che, come un immondo aracnide, era dotato di altrettante zampette di acciaio terminanti con spessi uncini.

“Pronto al lancio: meno tre, meno due, meno uno…via!”

Il colpo partì, nel silenzio più assoluto; il rampino lasciò dietro di sé una leggera fumata bluastra e procedette perfettamente dritto verso il suo bersaglio a gran velocità.

“Preso!” Urlò Tiberius qualche istante dopo “Questa volta è stato un centro perfetto, tiriamolo nella stiva!”.

“Sto per accendere il raggio analizzatore” la voce di Abaris era eccitata, passarono solo pochi istanti che per Tiberius parvero ore, poi la voce, tornò a squillare nel suo casco.

“Abbiamo i risultati, il 60% è composto di ferro, il 20% di argento, il 5% di nichel, il 2% d’iridio e il restante sono oro, platino e palladio. Dio mio, è una vera miniera: questo sasso vale una fortuna. Sembra facile ma trovare un simile tesoro in un pagliaio di sterili asteroidi è stato un colossale colpo di fortuna”.

“È vero!” Confermò il gigante.

Tiberius pigiò un piccolo bottone sul suo joystick e nuovamente un fremito scosse la nave, una potente luce si accese sul cannone e, al contempo anche sull’arpione profondamente agganciato alla sua preda posta a chilometri di distanza. Come risposta anche l’asteroide vibrò, prima in modo lento, quasi impercettibile poi sempre più deciso, avvicinandosi alla nave-miniera Esperia.

Non si capì bene se fosse l’asteroide ad avvicinarsi all’astronave oppure il contrario ma l’energia che usciva dal cannone magnetico a volte pareva non essere sufficiente per trascinare un così grande peso.

“Vira Abaris, stiamo per perdere il contatto; è come pescare un tonno da cinquecento chili con una stringa da scarponi”.

“È vero, ma se volto a destra, posso evitare che vada a sbattere contro quell’altro meteorite, non sono sicuro che il gancio possa trascinare anche quel peso supplementare, è sottoposto a uno sforzo immane, non so per quanto possa resistere!”.

“Abaris, se riesci a trascinarlo fuori dall’orbita di attrazione di Giove, potremo tirarlo a bordo con più facilità”.

“Ci sto provando ma è incastrato a fondo nella fascia, non so quanto il contatto magnetico potrà resistere prima di staccarsi!”.

La nave-miniera Esperia si mosse lentamente, allontanandosi dalla fascia degli asteroidi; Abaris era uno dei piloti più esperti in questo genere di lavori, forse il più esperto, per questo la Corporazione dei Minatori gli aveva affidato la nave più capace della loro flotta. Anche questa volta la loro fiducia non fu tradita, con poche ma abili manovre riuscì a isolare la preda in un corridoio affrancato.

“Adesso è libero Tiberius, dai il massimo di potenza al raggio traente, lo porto fuori!”.

“Va bene, manetta al massimo!” Finalmente la distanza tra i due corpi cominciò a ridursi in maniera significativa; mentre si avvicinava il meteorite si mostrò in tutta la sua immensità, oscurando con la sua ombra l’intera astronave.

“Distanza ottanta chilometri, in diminuzione, dimensione massima del corpo astrale seicento metri, peso stimato dodicimila tonnellate” la voce metallica del computer della nave risuonò nel casco di Tiberius intontendolo, non per il tono squillante quanto per le misure che aveva appena elencato.

“Mai fatto un carico simile, diventeremo ricchi!”

“Meno un minuto all’inversione del magnetismo, preparati allo scossone, amico, e spera che anche stavolta le tue cinghie reggano il colpo!”.

“Speriamo, non ho nessuna voglia di girovagare per il cosmo come una foglia lungo un fiume!”.

“Le assurde similitudini di Tiberius sono il motivo per il quale nessuno ha piacere di lavorare con lui!” Ridacchiò tra sé Abaris.

Se gli scrolloni precedenti erano stati fastidiosi, quest’ultimo invece fu proprio doloroso per entrambi. La preda presa al laccio fu bloccata a pochi metri dalla nave, tenuta in trazione controllata dal raggio magnetico.

“Adesso la faccio scendere”. Il cannone rientrò nel suo alloggiamento tirando verso sé l’asteroide che fu calato sul pavimento dell’hangar principale. Il suo peso era tale che i superbi ammortizzatori inerziali dell’immensa piattaforma assorbirono con difficoltà l’impatto, guaendo come cani bastonati.

“Buon Dio! Il peso effettivo di questo mostro supera le tredicimila tonnellate, siamo ricchi!” La voce di Abaris parve non sortire alcun effetto, il volto di Tiberius era contratto per la tensione e la concentrazione.

Solo dopo che le pesanti elitre si furono rinchiuse, tirò un sospiro di sollievo e si slegò dalla sua scomoda imbracatura, tornò all’ascensore e, con la stessa insopportabile lentezza ridiscese dalla pensilina, trovandosi a pochi metri dalla sagoma del meteorite che riempiva l’hangar per la quasi totalità. Distolse subito lo sguardo poiché la squadra di robot-demolitori stava già provvedendo alla dissezione dell’asteroide in pezzi più piccoli, adatti alle fornaci lunari. Le lance al plasma cominciarono a scagliare abbaglianti lampi di luce nell’area, creando un’atmosfera irreale.

“Buon lavoro, ragazzi” Fu il pensiero di Tiberius prima di richiudersi alle spalle la porta della cabina di pressurizzazione.

Una rapida doccia sonica, un cambio di abiti, quelli vecchi erano sudaticci per la tensione, una spruzzata di deodorante all’aroma di pino silvestre e Tiberius fu nuovamente in cabina, adagiato comodamente sulla sua poltrona di pelle, ascoltando Abaris elencare le procedure che sarebbero potute andare storte e gli errori che, secondo lui, anche oggi l’amico avrebbe commesso, ma fu quando arrivò al riassunto economico che Tiberius si destò dal suo blando torpore.

“Con questa cattura la stiva della nave è piena. Possiamo tornare alla base, sulla Luna”.

“Con tutto questo tempo quanto impiegheremo?”

“Forse dodici ore ma è più plausibile che ne occorreranno quindici”.

“Meglio, così i robot-demolitore avranno il tempo di sezionare le varie parti dell’asteroide e prepararli per la fusione. Sono stanco, vado a dormire”.

Tiberius si alzò dalla poltrona, dirigendosi verso uno di due piccoli vani sovrapposti, situati alle spalle della postazione di comando, premette il bottone relativo a quella più in basso e, con un leggero sibilo, una branda uscì dalla parete. Si sdraiò sulla lettiga che, dopo pochi istanti rientrò nella parete portando con sé l’astronauta già intorpidito per la fatica.

Abaris rimase solo, aveva già tracciato la rotta per la base lunare e quindi, una volta innestato il pilota automatico, anche lui avrebbe potuto riposarsi, ma non ne aveva voglia. Finalmente era rimasto solo con i suoi pensieri e con quel panorama mozzafiato, con un gesto che mai avrebbe fatto se non fosse stato appartato, poggiò i piedi sulla console e incrociò le mani dietro la testa distendendosi quanto più possibile.

Fu così che cominciò a pensare a quando circa tre secoli, nell’anno 2207, una gravissima crisi economica e demografica travolse il pianeta Terra. La quantità di persone era tale che il mondo non riusciva più a offrire il sostentamento alle decine di miliardi di abitanti, nonostante i vuoti progressi della tecnologia. I governanti in carica, grassi soloni privi di ogni tipo di morale o etica, non furono in grado di risolvere il problema e si rinchiusero nei loro castelli dorati spartendosi le ultime risorse disponibili, lasciando il popolo a languire per la fame. Fu così che scoppiò la terza guerra mondiale, non già belligeranza tra nazioni differenti ma una specie di guerra civile globale, che scardinò alla base quel corrotto sistema economico.

In quel caos totale, che aveva decimato i tre quarti della popolazione del pianeta comparve come un faro un nuovo ordine mondiale; tutte le maggiori religioni che avevano guidato la rivolta degli affamati e dei derelitti si erano unite in un unico organismo di controllo, un bizantinismo chiamato Santo Esarcato Pantocratore. Inutile aggiungere che la “Religione” cominciò a controllare ogni singolo aspetto della vita dei terrestri nei secoli a venire, come già aveva fatto, fomentando integralismi e falcidiando ogni tipo di dissidenza interna o esterna che fosse, in modo da bloccare sul nascere la formazione di pericolosi movimenti di rivolta; avevano ben imparato dagli errori dei loro predecessori che la forza bruta era l’unico sistema efficace di gestione del potere.

Pensò anche a quanto fu fortunato a essere venuto alla luce nello spazio esterno, una terra neutrale che gli consentiva, come diritto di nascita quello di non doversi sottomettere ai vari regolamenti e laccioli delle leggi dell’Esarcato riguardo all’immigrazione, poteva andare e venire come credeva e questo aveva fatto di lui merce ambita per gli armatori di flotte spaziali.

Poi anche Abaris si addormentò.

Il suono angoscioso della sirena, simile a quello di una lamina di ferro sfregata contro una grata, ma moltiplicata per mille, li svegliò di soprassalto dal sonno dei giusti e, nell’alzarsi di scatto colto da una spasmodica frenesia Tiberius batté la testa contro la volta della sua cabina.

“Abaris, cosa sta succedendo!” Urlò tenendo la mano pigiata sulla fronte dolente.

Dal sussulto il pilota quasi cascò dalla poltrona; si era addormentato mentre la nave-miniera placidamente tornava verso casa, come un mulo stanco quando il cavaliere molla le briglie e si accascia stroncato dalla fatica.

“Colpa mia, colpa mia” Ripeté Abaris costernato “Siamo arrivati e il computer lo sta segnalando”.

La base lunare Selene era una struttura che aveva dell’incredibile, era avveniristica anche per quel periodo di effervescenze scientifiche, un’immensa cupola di ultraspex rinforzato che ricopriva l’intera area dell’Oceano delle Tempeste, sopra il quale si adagiava mollemente. Era una perla lattescente di circa duemila chilometri di circonferenza, piena di luce che, a tratti diventava più forte, come se una miriade di scintille esplodesse al suo interno come fuochi pirotecnici mentre lampi di luce illuminavano a giorno la semioscurità del satellite. Era il reparto fonderia, dove il minerale grezzo che arrivava dalle decine di navi-miniera era trasformato in ferro e poi in acciaio. Come un castone la semisfera era circondata da una corona di anonimi edifici di colore grigio, punteggiati qua e là da finestre che, come tratteggiature, si alternavano sulla superficie della cinta esterna, alcune accese altre spente.

“Siamo a casa!” Pensò Tiberius, mentre Abaris smanettava sulla console, pigiando strani bottoni colorati che ne accendevano altri.

“Base Selene, qui è l’astrofficina Esperia, chiedo il permesso di scaricare presso il magazzino Materie Prime 14”.

Una voce roca uscì dall’interfono solo dopo qualche istante.

“Astrofficina Esperia, impossibile atterrare presso il magazzino quattordici, è inagibile a causa di alcune riparazioni dello scudo esterno, consiglio di scaricare al magazzino tredici”.

“Il tredici porta sfiga!” Sbraitò uno scaramantico Tiberius, Abaris lo squadrò costernato tirando un lungo sospiro di compatimento, quindi rispose.

“Il magazzino tredici andrà benissimo, aprite un corridoio per una nave-miniera classe Stratos, grazie!”

Sul lato esterno destro dell’immensa cupola si formò un piccolo punticino nero che via via si allargò quel tanto che fu sufficiente ad Abaris per penetrare nella corazza e far delicatamente posare la grande astronave sulla superficie lunare appositamente spianata.

L’hangar magazzino 13 era un’immensa sala di sei chilometri per tre, delimitata da paratie di ferro che bloccavano la visuale di qualunque altra sezione della base Selene a occhi indiscreti.

“Tu sai a cosa serva questa immensa tensiostruttura?” Disse Tiberius appena misero piede fuori dall’Esperia.

“Onestamente no, anche se sono decenni che mi chiedo cosa stiano combinando nell’hangar principale di questo posto ma, fino a che mi pagheranno bene per il mio lavoro e per non fare troppe domande, neppure mi interessa”.

Vennero raggiunti dopo poco dal capo struttura, un omiciattolo grasso e sudaticcio con un evidente quanto ridicolo riporto di capelli tinti.

“Caspita ragazzi, davvero un bel carico! La pesa principale segna un netto di sedicimila ottocento trenta tonnellate di materiale grezzo, il raggio selettore ha individuato ferro, platino, iridio e oro; questi sono i vostri assegni.”

Tiberius avrebbe preferito avere la descrizione di ogni singolo quantitativo di minerale e il costo attuale delle materie prime ben documentato ma, quando vide l’importo scritto sul foglio di cartoncino pensò che sarebbe andato bene anche così, mai aveva avuto tra le mani una simile somma di danaro, così tanto che, anche se non ti cambia definitivamente la vita, comunque la rende migliore per molto tempo.

“Non spendeteli tutti in donne”.

Raccomandazione inutile, dopo un mese passato nelle fredde immensità del cosmo il caldo abbraccio di una donna era l’unica cosa che cercavano.

Abaris guardò la sua nota di accreditò e si stropicciò gli occhi “Seicentomila duecento crediti sono una fortuna!”

“Già, finalmente potrai acquistare la tua casetta nella cintura elitaria e sposare la tua amata Daphne”.

“Non credo, non è ancora il momento ma ci penserò. Adesso preferisco aggiungere questi soldi sul mio conto corrente terrestre, poi vedremo”.

“Andiamo in banca a ritirare i contanti, stasera voglio proprio godermi la vita, dopo tutta quella faticaccia!”

“Andrai nel solito bordello?  Quando ti deciderai a farti una fidanzata seria?”

“Come te? No amico, io non sono adatto alla vita addomesticata”.

“Come credi!”

Presero uno dei tanti taxi magnetici che attendevano nell’area riservata, un modello grande e giallo, con delle bande trasversali rosse e nere, guidato dal solito indiano che neppure parlava la loro lingua. Non ne aveva bisogno, comunque, perché si limitò a passare uno schermo ai due passeggeri, nei quale loro digitarono l’indirizzo. Quindi la macchina si alzò leggera da terra per quasi due palmi e cominciò il suo incedere pulito e senza scossoni attraverso l’arteria principale della base, via Stephen Hawking.

Il Santo Esarcato Pantocratore tiene molto alla riservatezza, ogni strada, anche quelle laterali più piccole sono protette da alte mura, mi sento come uno di quei topolini da laboratorio rinchiusi in un dedalo di cartone e che si muovono freneticamente solo per ritrovarsi di nuovo in un vicolo cieco”.

“Tu pensi troppo Abaris, sei troppo intellettuale”.

Il mezzo si fermò davanti a un locale sfacciatamente kitsch, sulle cui vetrine campeggiavano insegne al neon di donne nude che si sfregavano il pube contro un palo in perspex dorato e la cui insegna Libido, fugava ogni dubbio su quello che si sarebbe trovato al suo interno.

“Perché non vieni anche tu?” Chiese Tiberius

“Lo sai che non fa per me, io vado da Daphne ma tu divertiti”.

“Ci puoi contare, per quel che ti riguarda pensa solo che tra poco stringerai la tua fidanzata”.

Tiberius avrebbe voluto dire al collega che lei lo tradiva in continuazione, con chiunque ma poi ripensò alle notti calde e voluttuose passate tra le braccia di Daphne, mentre in un altro turno Abaris andava a caccia dei cocci del cosmo e si trattenne. Daphne non gli avrebbe mai perdonato una simile confessione. Nonostante tutto, lei teneva al fidanzato –quando c’era –in modo ridicolo, quasi patologico. Aveva il coraggio di essere asfissiante e gelosa.

“Sei un uomo fortunato” Disse Tiberius mentre entrava nel locale, accompagnato da una ragazza completamente nuda che era venuta ad accoglierlo sulla soglia.

“Anche tu!” Rispose Abaris.

Sapeva bene dei tradimenti di Daphne, anche di quelli con il compagno ma, se il tempo passato da solo nell’immensità di un universo senza limite apparente gli avevano insegnato qualcosa, questa era che in quella zona di confine estremo esistevano solo due tipi di donne. Quelle che paghi a prestazione e che dimentichi subito dopo oppure quelle cha paghi con assiduità, con regali, cene e quant’altro: le fidanzate e le mogli. Altrettanto dispendiose e infedeli ma che, almeno, ti attendono a casa, ricevendoti con un caldo abbraccio…per più tempo.

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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5 Comments

  1. Purpleone
    Purpleone

    Premesso che il racconto fantascientifico non è fra i miei preferiti devo però ammettere che, seguendo la mia curiosità, mi capita talvolta di incontrare delle piacevoli eccezioni. Come in questo caso. Complimenti. 🙂

    1. Alcano
      Alcano

      Che dire, amici cari, è sempre un piacere. Ho fatto questa full immersion di racconti solo perché, per ora e per progetti veramente importanti, non avrò tempo per pubblicare altro anche se sarò sempre qui a leggere i vostri. E a commentarli.