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Quel giorno fummo coinvolti da numerosi preparativi ed essendo il mio ultimo giorno in monastero ne approfittai per rivivere i ricordi degli anni passati. Farò una breve descrizione del luogo che fu la mia casa. In questo immenso edificio si accedeva attraverso un altissimo portone in legno e ferro rinforzato. Da qui, si entrava in un quadriportico con colonne in stile corinzio e, al centro dell’ area, una statua in bronzo della Madonna con il Bambino seduta sul trono mentre compie il gesto della benedizione. Era prassi per tutti noi monaci pregare quotidianamente ai piedi della statua. Alle spalle della figura sacra una porta conduceva a due scalinate, una diretta a destra e l’ altra a sinistra.

La prima conduceva ai dormitori in un’ ala del monastero realizzata su due piani collegati da una scala a chiocciola. Le porte delle camere erano numerate e la mia era segnata con il numero 13. Le stanze avevano una lunghezza approssimativa di cinque metri e quattro in larghezza.

I letti erano sempre posizionati nella parte sinistra della stanza. Accanto al letto un armadio in legno in cui ognuno di noi custodiva i suoi oggetti più cari o gli abiti per le cerimonie che si tenevano regolarmente. Solo io ebbi la fortuna di avere un armadio aggiuntivo leggermente più basso per posarvici dentro tutto ciò che riguardava la caccia. Il mio arco era appeso a due chiodi nella parte destra nella stanza sopra un tavolo che svolgeva anche la funzione di scrittoio.

A differenza dei monaci che si occupavano di oratoria, il mio tavolo non riportava nessuna macchia d’ inchiostro ed era sempre occupato da libri che divoravo nei momenti di pausa o la sera, tornando da una battuta di caccia. Una candela mi aiutava a leggere anche nel cuore della notte. In pochi minuti passarono davanti i miei occhi tutti i ricordi che avevo in quella camera, dal primo giorno fino ad oggi.

L’ altra ala conteneva la sala mensa e la biblioteca. Quest’ ultima era collegata ad un’ altra sala più piccola dove ci riunivamo per leggere. Lo studio di Merini era sito al secondo piano di quest’ ala e affacciava sulla parte interna. La parte posteriore del monastero era destinata al cortile, decorato con fiori da campo quali margherite, primule, campanule e papaveri e la chiesa con un campanile alto circa venti metri. Ogni giorno la campana suonava per radunarci in preghiera.

Questa fu la mia casa. Arrivò la sera.

Il sole tramontava lasciando spazio ad una sfera celeste dalla colorazione blu. Tornai nella mia camera per mettere in ordine tutto ciò che avrei portato nel mio lungo viaggio fino a Ratisbona. Il mio arco, la faretra piene di frecce, un pugnale realizzato da Lucio, il fabbro del monastero, sulla quale raffigurò l’ incisione della Croce Papale e una borsa piena di vivande. Sentii bussare alla porta e riconobbi la voce di Merini.

“Cardinale, entri pure.”

Aprì lentamente la porta ed osservò con minuziosa attenzione il mio equipaggiamento.

“Vedo che ti stai preparando alla partenza.”

“Non voglio deluderla, cardinale” – risposi.

Notai che teneva un oggetto in mano. Sembrava una piccola sacca di pelle che destò la mia attenzione.

“Ho portato un dono per te, Aurelio. Il mondo là fuori ha un solo e unico padrone che, purtroppo, non è nostro Signore Dio.”

Mi porse la sacca. La aprì con curiosità e vidi all’ interno numerose monete in argento e oro che riflettevano la luce del camino alle nostre spalle. Non avevo mai visto così tanta ricchezza nelle mie mani.

“Il denaro sarà utile ovunque andrai. Ti servirà.” Aggiunse lui.

Guardai Merini con commozione ma trattenni le lacrime. Aggiunsi la borsa al mio inventario da viaggio e, finiti i preparativi, andammo in direzione della parte posteriore del monastero dove si tenne la festa in mio onore. Numerose torce illuminavano un cortile molto ampio, circondato da muri in pietra. Secondo alcuni monaci anziani le alte mura risalirebbero all’ epoca dei romani. Antichi bastioni difensivi usati per difendersi dalle popolazioni straniere che saccheggiavano liberamente nei primi secoli di vita della repubblica romana.

Camminavo assieme a Merini e iniziammo a parlare.

“Vedo tanta emozione nei tuoi occhi, Aurelio.”

“Non posso negare che abbiate ragione. Non riesco ad esprimere la felicità di questo momento, cardinale.”

“Capisco le emozioni che pervadono il tuo cuore, ma volevo metterti in guardia da uno dei probabili pericoli che incontrerai nel tuo percorso: i Libri Neri. Forse ne hai già sentito parlare.”

“Ne ho sentito parlare ma non ne ho mai visto uno con i miei occhi.”

“I Libri Neri permettono all’ eresia di diffondersi in questo mondo. A noi è stata affidata la missione di liberare le nostre terre da queste empietà. Perciò ricorda, se troverai un Libro Nero nel corso del tuo viaggio devi assolutamente gettarlo tra le fiamme.”

Merini era terribilmente serio e accettai il suo consiglio, ringraziandolo.

“Cardinale Merini, avrei un’ ultima domanda prima di raggiungere gli altri monaci alla festa.”

“Chiedi pure.”

“Lei conosce il contenuto dei Libri Neri?”

L’ anziano divenne cupo in volto e un silenzio tombale cadde sulla nostra conversazione. Forse era una domanda che non avrei dovuto fare? Fece il segno della croce tre volte di fila e io seguii istintivamente i suoi movimenti.

“Non è permesso neanche citare i Libri Neri, essendo banditi da Sua Santità Giovanni XXII in persona, ma coloro che ne hanno letto le pagine hanno abbandonato la via del Signore per il culto del paganesimo.”

Ciò mi sorprese, non pensavo potessero esistere libri con un tale potere. La mia sete di curiosità sembrò non fermarsi mai e continuai a fare altre domande.

“Come faccio a riconoscere i Libri Neri?” Domandai io.

“Sono marchiati da uno stampo con tre linee rosse. Non so altro.” Concluse lui.

Quella discussione non soddisfò pienamente la mia sete di curiosità e speravo di ricevere altre informazioni ma Merini sembrava restio a parlarne, quindi non proseguì con altre domande.

La luna era alta nel cielo e le stelle brillavano intorno a lei come piccoli frammenti di diamanti. Il monastero era in festa e tutti i monaci si congratularono con me per aver ricevuto il primo incarico da cacciatore, nonché per aver portato una preda così grossa come quel cervo. Qualcuno di loro aggiunse che si trattava di una vera e propria impresa raggiungere le terre del nord Europa, ma risposi che era un viaggio voluto da Dio e che nessuno avrebbe potuto opporsi. Prima di sederci al tavolo ci unimmo in preghiera ringraziando la Sacra Famiglia per tutti i doni ricevuti a quella festa.

Ricordo un banchetto molto ricco e succulento i cui piatti principali erano carne di cervo bollita, carne di coniglio condita con olio, insalate di cavolo, carote, pomodori e patate raccolte direttamente dall’ orto del monastero che ricordo per la delicatezza al palato. Un maiale, che ad occhio avrei giudicato pesare almeno un quintale, girava lentamente su uno spiedo mentre le fiamme ne abbrustolivano lentamente le carni. Due monaci, ai lati dello spiedo, erano gli addetti al taglio e alla regolare cottura dell’ animale. Volevo godermi questo ricco pasto assieme ai miei compagni e pensavo al tempo che sarebbe passato prima di poter nuovamente ammirare una tavola così pienamente imbandita. Le delicate carni degli animali vennero accompagnate da sorsi di vino rosso, le cui bottiglie erano accuratamente ordinate nella cantina del monastero e selezionate in base all’ importanza dell’ evento. Quella sera Merini ordinò di consumare il vino migliore che fosse presente nelle botti e non badò a spese.

Una fila di torce illuminava il sentiero che conduceva dal cortile in una piccola zona dalla forma semicircolare con alberi di quercia. Qui mi sedevo all’ ombra dei rami per leggere i miei libri e contemplare le bellezze che la natura offriva. In primavera ero incantato dai fiori che sbocciavano dopo la fredda stagione invernale e in cuor mio speravo che piovesse per vedere le gocce di rugiada accentuarne lo splendore. Il periodo che reputavo più triste era l’ autunno. Le foglie cadevano lentamente e ne contemplavo gli ultimi attimi di vita quando, dalla cima degli alberi, si adagiavano delicatamente sull’ erba.

Consideravo quella porzione di cortile un posto speciale dove trovavo quiete e qui mi sedetti, appoggiando la schiena ad una di quelle querce. Numerosi pensieri susseguirono nella mia mente senza un filo di logica. Una parte di me sentiva che sarei tornato, un’ altra parte che non sarei tornato. Un’ ultima parte che passò come un fulmine nel cielo durante una tempesta, si chiese come sarei tornato da quel viaggio. I miei pensieri furono interrotti da Cornelio Selino, un monaco del monastero particolarmente legato alla religione e alla scaramanzia. Si avvicinò a me, quasi commosso.

“Domani è il giorno della partenza?” Chiese lui.

“Si, Cornelio, e volevo ringraziarti per aver passato insieme tutti questi anni.”

Mi abbracciò calorosamente come fosse un fratello e io ricambiai. Asciugò una lacrima che il suo animo gentile non riuscii a trattenere ma subito riprese:

“Ti stavo cercando per offrirti questo regalo, spero accetterai.”

Dalla tasca della tunica prese un medaglione dal colore blu cobalto legato ad una catenella, al cui centro era incastonata una pietra rossa come un rubino, grande come un’ unghia.

“Questo medaglione mi fu donato da mio padre il giorno che entrai in monastero. Mi disse che la pietra si sarebbe illuminata se fossi stato vicino ad un pagano. Tuttavia, gli anni passati in monastero hanno sviluppato in me un’ indole pacifica. Sono propenso più alla predicazione che alla caccia e penso che tornerà più utile a te.”

Accettai il dono e ringraziai Cornelio con un caloroso abbraccio.

“Dopo la mia partenza continuerai i tuoi studi di oratoria?” Gli chiesi.

“Sono sempre stato sicuro della mia scelta. Ho studiato Cicerone e Tacito in tutti questi anni. Anche io ho parlato con Merini mentre tu eri a caccia nel bosco.”

“E cosa ti ha riferito?” Chiesi sorpreso.

“Ha già contattato alcuni vescovi in Francia e verrò inviato in Provenza per diffondere il Verbo.”

“Se Merini ha preso queste decisioni significa che siamo tutti alla fine del nostro percorso di crescita in questo monastero.”

“Lo penso anche io, Aurelio.”

Ci abbracciamo nuovamente. Volevo bene a Cornelio e il pensiero di non rivederlo più mi rattristò.

“C’è una festa in tuo onore e sono curioso di assaggiare la carne del cervo che hai catturato. Andiamo?”

“Arrivo tra poco. Scusa ma vorrei restare da solo.”

Cornelio capii le mie parole e per lui separarci era difficile tanto quanto lo era per me. Lui tornò alla festa e io mi incantai a vedere la pietra, curioso di sapere se davvero funzionasse. Non credo che Cornelio mi avrebbe mentito su una cosa così importante, alla fine era il suo ricordo che avrei portato con me.

Tornai alla festa e Merini ci raggruppò per fare un ultimo brindisi in mio onore. Ognuno di noi aveva un boccale di vino pieno fino all’ orlo. Merini prese parola.

“Figli miei, domani Aurelio partirà e noi gli rendiamo omaggio con questa festa. Non lasciate che i sentimenti di tristezza invadano il vostro cuore perché saremo sempre uniti sotto il legame divino.”

Vidi Cornelio che non riuscii a trattenere le lacrime e mi avvicinai a lui, poggiandogli una mano sulla spalla per confortarlo.

“Quindi vi dico, beviamo questo vino in nostro onore e in nome di Dio!”

Un urlo unisono risuonò e bevemmo tutti. Ad alcuni monaci caddero anche gocce di vino sulla tunica ma per quella sera tutto era concesso. Sentivo dentro di me che sarebbe cambiato tutto dal giorno dopo. Bevvi con piacere quel boccale di vino assieme a Cornelio e i monaci rivolsero una preghiera a mio nome.

Rimanemmo svegli fino a notte fonda. La luna brillava in cielo e spegnevamo le ultime luci della festa. Ci ritirammo nei nostri alloggi e controllai un’ ultima volta che il mio equipaggiamento fosse al completo. Tutte le persone del monastero riponevano grande fiducia in me e non volevo deludere nessuno. Merini, Cornelio, tutti i monaci, ognuno di loro aveva lasciato dentro di me qualcosa che avrei portato nel mio viaggio. Pensai soprattutto a Ilario, mio maestro di caccia per tutti questi anni. Ciò che ho imparato sulla caccia e la sopravvivenza nella natura lo devo a lui. Mancavano poche ore alla partenza e il cuore batteva forte per l’ emozione. Poggiai la testa sul cuscino e mi lasciai andare al sonno, stringendo nella mano la pietra donata da Cornelio.

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Inquisitore

Tu che ascolti non aver paura di sbagliare, L' inferno è smettere di camminare. Dai il cuore al tempo, lui lo pulirà dal male. Sai quando muori? Quando smetti di sognare.

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