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Era un martedì mattina come tanti altri, il cielo era limpido e tirava un vento leggero che smuoveva le foglie facendole roteare e spostandole di qua e di là. Guardava fuori dalla finestra e si immaginava quanto sarebbe stato bello uscire e passeggiare invece di starsene lì a correggere quegli insulsi testi di ancora più insulsi studenti. Odiava quell’edificio che cadeva a pezzi e quella sala cupa nella quale era costretto a passare quell’ultima ora di buca e mentre leggeva i temi con fare distratto sollevava la testa verso l’orologio e lo fissava aspettando con ansia il suono della campanella che avrebbe sancito la fine di quella tortura. In quel momento stava leggendo il testo di una certa Sabrina che aveva scritto il suo elaborato con un lessico così pomposo da essere troppo raffinato anche per la regina e che gli provocava un dolore insopportabile alla testa. Alzò per l’ultima volta lo sguardo verso la finestra che dava sul cortile , quando finalmente sentì il suono della campanella. Si infilò il cappotto con rapidità, mise i compiti nella borsa e si fiondò fuori dall’istituto con una foga pari a quella degli studenti.

Appena scese la grande scalinata iniziò ad incamminarsi con una meta ben precisa in mente. Davanti a lui si estendeva un viale costeggiato da grandi alberi che ormai stavano diventando dei colori autunnali e stavano perdendo alcune foglie che, cadute con leggiadria per terra, venivano pestate dai passanti. Sotto questi si trovavano delle panchine in legno, consumate dal tempo e dalle persone che ci incidevano le proprie iniziali. In una di queste erano seduti due ragazzi. Lei si atteggiava come una donna più grande dell’età che aveva e cercava di trattenere una risata poco signorile, invece il ragazzo stava seduto con le gambe piegate sopra la panchina e raccontava una barzelletta spostandosi in continuazione i capelli dalla fronte. Alla fine della storiella la ragazza scoppiò in una risata senza riuscire a trattenersi e anche il ragazzo si unì a lei, creando così un frastuono così forte da far volare tutti gli uccelli che stavano lì intorno. Osservando la scena gli riecheggiarono in mente le sue risate di quando era un bambino:” Ah! Che momenti speciali aveva vissuto seduto in quelle panchine, sua nonna lo portava lì a giocare e anche se lui lo sapeva bene che lo faceva quando mamma e papà litigavano non disse mai niente alla nonna e così passava lì interi pomeriggi a raccogliere le foglie con le forme più particolari. Un giorno quando tornarono a casa non trovò più suo padre, ma anche in quella situazione nessuno gli spiegò perché se ne era andato senza nemmeno salutarlo e lui provò a chiederlo a sua madre, ma lei era così triste da non riuscire a rispondergli. Poco dopo sua nonna morì. Lui divenne un adolescente e, quando non era a scuola, stava tutto il tempo a lavorare in una pizzeria per arrotondare lo scarso stipendio della madre che, nel frattempo, divenne sempre più silenziosa fino a non parlare quasi più con nessuno. A diciassette anni scappò di casa con i soldi che aveva risparmiato e andò in una città molto lontano per crearsi una nuova vita a e fu lì che incontrò la donna di cui si innamorò perdutamente: Eva, la cliente più bella che avesse mai visto. Si ricordò del balzo che il suo cuore aveva fatto appena era entrata nel locale dove lavorava e l’eleganza con la quale si era seduta, accavallando le gambe, al bancone facendolo rimanere senza parole, infatti appena lei gli chiese qualcosa da bere dalla sua bocca uscì come risposta un rantolo soffocato e solo dopo aver bevuto un paio di bicchieri di fila riuscì a chiederle il numero. Nonostante la sua timidezza, un anno dopo si sposarono in una piccola chiesa in mezzo al nulla e si stabilirono in un bilocale lì vicino anche se sapevano che avrebbero fatto fatica a pagare l’affitto ogni mese: d’altronde lui si era da poco iscritto all’università per diventare professore e lei era riuscita a trovare un posto come segretaria che veniva pagato due soldi. Lei però quando la cassetta delle lettere iniziò a essere piena di bollette si rese conto che due cuori e una capanna non era così romantico come dicevano e iniziarono le prime discussioni che diventarono sempre più accese. Quando lui si laureò e trovò un impiego la loro relazione era già al capo linea anche se nessuno dei due voleva veramente ammetterlo, finché lui una sera la trovò con altro e così improvvisamente la loro storia si chiuse. Lei si trasferì all’estero, lui tronò nella sua città natale.  Non si incontrarono mai più. Tornato a casa scoprì che la madre era morta poco dopo che lui se ne era andato sparandosi un colpo alla testa. Si sentì estremamente in colpa quel giorno e immaginò il cadavere della madre, trovato chissà quanti giorni dopo, disteso al suolo con gli insetti che giravano intorno al foro che si era creato nella nuca. Da quel giorno tutte le notti sognava questa scena.Così dopo anni  si ritrovava nello stesso viale con quaranta anni sulle spalle, un lavoro che aveva iniziato piano piano ad odiare, e una vita insoddisfacente ma che si faceva andare bene.
Dopo poco arrivò davanti a una libreria, aprì porta facendo suonare la campanella che era attaccata allo stipite e, appena fece una passo dentro il negozio, il solito odore di carta ormai ingiallita dal tempo gli riempì le narici e con la poca luce che filtrava da una finestra semiaperta riuscì a mettere a fuoco la scena che gli si presentava davanti. Vide in fondo alla stanza, dopo le lunghe file di scaffali pieni di libri e ricoperti da uno spesso strato di polvere, il proprietario della libreria che come al solito se ne stava seduto sopra un grande tavolo di legno e dondolando le gambe leggeva un qualche volume. L’ uomo aveva una barba ispida e brizzolata che si grattava in modo distratto e ogni tanto tirava un filo del vecchio maglione che indossava per poi tornare subito alla lettura.Veniva in quel luogo quasi una volta ogni settimana perché era sempre vuoto e riusciva a trovare sempre il libro perfetto senzadover fare conversazione con nessuno ad eccezione del proprietario.

“Buongiorno” gli disse questo senza togliere senza togliere lo sguardo dalle pagine

“Che libro sta cercando per questa settimana?”

“Mah non ho niente di particolare in mente …solo qualcosa per sfuggire dalla realtà, però sa questo lo fanno quasi tutti i libri”

“Quelli scritti bene!” ribatté lui, abbozzando un sorrisetto tra le labbra.

Dopo questo breve scambio di battute rimasero entrambi in silenzio e lui si incamminò verso la prima fila di scaffali analizzando con lo sguardo tutte le coste dei libri, tirando fuori quelli di cui non conosceva il titolo e facendo scorrere velocemente le pagine fino all’ultima per leggere la frase finale.Questo era il suo metodo preferito per scegliere cosa comprare, se quella frase gli appariva scialba e priva di senso rimetteva in fretta e furia il volume al suo posto, mentre se lo incuriosiva lo prendeva creando così una pila di libri di diverse forme e colori che si trascinava dietro fino a che non aveva esaminato tutti gli scaffali.

Il suo bottino era abbastanza scarno finché non arrivò in un angolino polveroso dove di solito non andava mai ma quel giorno era in cerca di qualcosa che lo ammaliasse. Lo trovò. Scorrendo rapidamente con lo sguardo la mensola più in basso notò un grande volume con la copertina verde senza ne autore ne titolo: subito il suo cuore fece un balzo proprio come quando aveva conosciuto Eva, si sentì tutto di un tratto l’uomo più fortunato del mondo e lo prese con avidità tra le mani. Non fu necessario guardare l’ultima frase, rimise confusamente gli altri libri al proprio posto e andò verso il proprietario:
“Scusi…questo libro quanto viene?” disse. L’uomo lo prese tra le mani, lo girò un paio di volte, e rispose

“12,90”

Mentre tirava fuori il portafoglio pensò che di solito l’uomo gli faceva qualche commento sul libro che aveva scelto, oppure gliene consigliava uno dello stesso genere e invece stavolta era rimasto zitto. Si sbarazzò di questo pensiero e si recò più velocemente possibile fuori dalla libreria stringendo il libro come un tesoro. Uscito in strada ebbe la strana impressione che tutti i passanti lo guardassero e si sentì un grande peso sulle spalle, così anche se doveva fare qualche commissione andò a passo spedito verso casa cercando di passare per le strade meno trafficate come se avesse paura che qualcuno gli rubasse il suo bottino.

Prima di aprire il portone di casa si guardò intorno un paio di volte e, varcata la soglia di casa, si tolse il cappotto con foga. Era così sudato da avere delle pezze sotto le ascelle, ma non se ne curò e si gettò nella sua poltrona blu in salotto. Anche se la casa dove abitava era molto modesta, amava il piccolo salotto: la poltrona occupava molto spazio assieme al tavolino , dove una grossa lampada verde emetteva una luce molto forte. Aprì il volume passando le mani sulla morbida copertina di velluto e si concentrò a pieno nella lettura, gli occhi iniziarono a scorrere rapidamente tra le righe e dopo poco iniziarono a bruciare come carboni ardenti e tuttavia non riusciva a distogliere lo sguardo e sembrava che le parole di quel libro gli si scolpissero nel cervello creando lunghi solchi, così che non le dimenticasse mai più. Le dita a contatto con le pagine si immobilizzavano e iniziavano a diventare dello stesso colore ingiallito della carta e anche se le pagine si giravano, lui non faceva niente e rimaneva con le mani sempre nella stessa posizione. Piano piano la luce che filtrava dalla finestra si affievolì e poco dopo fu obbligato ad accendere la grande lampada per riuscire a leggere e ,anche se la luce della luna venne sostituita dai colori dell’alba e dal cinguettio degli uccelli, rimase immobile, incapace di togliere lo sguardo da quelle pagine.

Per tre giorni nessuno lo vide al lavoro, gli studenti furono contenti di non dovere assistere alle sue lezioni e i colleghi non si accorsero nemmeno della sua assenza, così non ci fu nemmeno lo squillo del telefono a distrarlo dalla sua lettura.

Una notte arrivò all’ultima riga e chiuse il libro. Ammirò il colore che gli ricordava quello di un prato appena tagliato, con l’odore d’erba ancora nell’aria; si guardò le dita e le mosse con movimenti circolari, si stiracchiò le gambe per placare il formicolio e si alzò cercando, come un bambino che ha appena mosso i prima passi, di trovare l’equilibrio. Uscì dal portone di casa e il freddo vento notturno gli fece bruciare il naso, così si strinse il cappotto al petto e mentre camminava sentii le campane suonare. Contò i rintocchi, erano le tre precise.

Non vide nessuno, se non qualche ubriaco troppo impegnato a non vomitarsi si pantaloni per fare caso alla sua presenza e in poco tempo raggiunse le sue panchine dove ormai gli alberi avevano solo poche foglie sopravvissute alle folate di vento. Si sedette e guardò davanti a sé. Mise la mano in tasca e sentii il freddo del metallo, la portava sempre dietro scarica in caso di emergenze. Prese il libro, sfogliò tutte le pagine arrivando all’ultima e lesse ad alta voce “Da adesso mamma, staremo insieme per sempre”.

La mattina seguente un uomo dalla barba incolta lo vide accasciato sulla panchina, ma non si curò di lui prese soltanto il libro verde che gli stava accanto e se ne andò via in fretta tornando alla piccola libreria. Aspettò un paio d’ore nelle quali sfogliò il volume con tranquillità, trattenendo una risata e grattandosi ossessivamente a barba poi, prima dell’apertura, ripose il libro nello stesso punto in attesa della prossima vittima. In quel momento la campanella della porta suonò.

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