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Il lago è davanti a me.
Senza annoiarsi continua placidamente a dare segni di vita.
Sta sprofondando lentamente.
Il suo destino è segnato ma non ne appare preoccupato, come se dopo millenni non gli dispiacesse poi tanto di cambiare vita, rinnovarsi e diventare altro.
Lentamente il livello dell’acqua scende, chissà quali improbabili verità emergeranno un giorno dai suoi fondali.
Ma per chi come me non avrà il tempo di arrivare fino a quel giorno, il lago è una grande sorgente, una madre che nutre tutto ciò che il destino a posto nelle sue vicinanze.
Al suo interno sguazzano panciuti pesci, che all’improvviso sferzano sul pelo dell’acqua fragorose codate per ricordare al mondo emerso la loro esistenza, sfidando pescatori più o meno capaci, a proseguire nella paziente attesa di conquistare una preda.
Ovunque pinneggiano altezzosi i Germani, consapevoli della bellezza della loro livrea, a confronto di papere sguaiate ma simpatiche, che con poca grazia, si aggirano lungo la costa più frequentata dai turisti, alla ricerca di un pezzetto di pane.
Le tartarughe occhieggiano sulla superficie, il loro incontro dura un istante. Con calma ma inesorabilmente come si sentono osservate, si immergono rivendicando dalla profondità del lago, il diritto alla vita selvatica.
Le bisce d’acqua sono piuttosto rare da incontrare, ma ci sono e si aggirano furtive sotto le chiome degli alberi, le cui fronde quasi si appoggiano sull’acqua.
Remare sul lago è bellissimo. Il vento è un soffio gentile che rinfresca e all’occorrenza sospinge il natante rendendo la fatica lieve. Si può così percepire solo quella sana piacevolezza nel sentire i muscoli del corpo agire.
L’uso della pagaia aiuta la mente a rilassarsi poiché impone, per poter procedere in linea retta , di trovare il ritmo giusto e di conseguenza ad esso sincronizzare la respirazione.
Dalla canoa lo spettacolo è magnifico. Un caleidoscopio di colori, una moltitudine di suoni di ogni genere dal quale è facile sottrarsi o andare incontro con pochi colpi di pagaia. Quando si arriva alle sponde del lato destro, che è quello più selvaggio del lago, il “silenzio cantato” dagli uccelli del bosco, crea un magico sottofondo e qui si raggiunge un vero e proprio “stato di grazia”.
La meraviglia inizia dalla piccola casa gialla dallo “splendoso” giardino.
Poco dopo di lei la costa si alza e di tanto in tanto alcune piccole spiaggette o grandi massi rotolati dalla cima del cratere, raccontano di amori estivi, baci rubati e passioni segrete. Qui l’acqua appare di un inteso turchese, come avviene nelle più belle grotte marine, poiché gli alberi cresciuti sulle rive a strapiombo lasciano a tratti, per pochi metri sparsi qua e là, la possibilità al cielo azzurro di riflettersi sull’acqua.
Proseguendo lungo le sponde, la natura del posto si rivela in maniera sempre più incisiva.
Qui si scorgono le tartarughe immobili sui massi al limite dell’acqua intente a prendere il sole. Hanno il carapace allungato di un bel verde brillante per quanto scuro, dal quale spicca proteso verso l’alto un collo più lungo rispetto alle tartarughe terrestri, con striature giallo canarino e due evidenti sottili tracce di color rosso amaranto all’altezza degli occhi.
Alcune sono grandi quanto piatti da portata.
La canoa silenziosamente procede, alcune tartarughe rapidamente si tuffano e spariscono. Altre più coraggiose o pigre, confidando nella possibilità che la totale immobilità possa mimetizzarle, rimangono sui sassi, consentendoci di ammirare la loro perfetta anatomia di feroci predatori acquatici.
Gli alberi a tratti sembrano mangrovie. Le chiome folte color smeraldo con il fogliame fitto perfettamente distribuito, si stendono per un paio di metri dentro il lago sempre a un pugno di centimetri dalla superficie, dato che per quanto si possano sforzare nell’adattamento, la loro natura di piante terrestri, gli impone il mantenimento di una minima distanza.
Ogni tanto si vedono spuntare dall’acqua tronchi di alberi che la natura ed i suoi eventi hanno piantato sul fondale. Sono opere d’arte spontanea, le cui forme e colori variano a seconda della sorte che li ha trascinati fin laggiù. Sono per la maggior parte color grigio chiaro, lucidi come fossili che oramai non temono più il processo del tempo. Alcuni possono impressionare per la drammaticità della posa assunta. Alla loro vista potremmo immaginare corpi trattenuti dalla melma, con le braccia allungate nel disperato tentativo di essere raggiunte da un salvatore di passaggio.
Altri sono talmente elaborati nella forma, da rendere palese il fatto che non sono state le mani dell’uomo a crearle ma quelle di Dio in persona.
Quando scorgo il primo mucchio di plastica incastrato tra i rami, capisco che il miracolo è finito, il mondo è tornato a riproporre i suoi orrori.
Allora devio verso il centro del bacino dove un’ altra emozione attende di essere vissuta.
Inizio a guadagnare il centro, adesso intorno a me il mondo è alla giusta distanza. Nulla può toccarmi, niente può accadere qui.
Al centro del lago l’atmosfera cambia. La forza degli elementi, senza brutalità, lascia intendere che quell’avanzare con poco sforzo sta avvenendo “per gentile concessione”.
Alla mia destra l’hotel “la Culla del lago”, dove quarantasette anni fa una coppia malamente innamorata, decise di darmi la vita.
Alla mia sinistra la casa gialla, con lo “splendoso” giardino a farle da cornice e la grotta sul retro. Nei suoi meandri tutto può sparire e ogni cosa può essere nascosta per anni.
Il sole inizia ad abbassarsi. La casa gialla è inghiottita dal’ ombra insieme a tutto quanto si trovi sulla riva alla mia sinistra.
Procedo nella striscia di sole davanti a me, accecata dalla luce e dai sui milioni di riflessi sull’acqua. Sono l’astronauta che entra nel buco nero, sono colui che è in procinto di essere rapito dagli alieni, sono nella mia mente in uno spazio tra terra e cielo.
Ma invece sono nel lago e per quanto ceca e smarrita nei miei pensieri, approderò presto ad una riva.
Eccola la vedo, sono davanti all’uscita del traforo. Vedo le macchine sfrecciare fuori dal tunnel e più in basso sotto la strada le spiagge. Ad un centinaio di metri dalla riva “arrancano” i pedalò, che pur essendo le imbarcazioni senza motore decisamente più faticose da usare, risultano le preferite dai meno atletici frequentatori dei lidi di ogni dove.
La visione di uno di questi “cassettoni a pedali” con una coppia di paffuti innamorati a bordo, mi suggerisce che devo fermarmi, devo continuare a riflettere perché percepisco di essere arrivata alla mia meta. Osservo questa volta fuori dal cono di luce accecante, ho gli occhi aperti e vedo.
Ho capito , il mio Narciso in effetti, vive proprio sulle sponde del lago, il suo specchio d’acqua dove mirare dallo “splendoso” giardino la sua immagine riflessa ogni volta che vuole. Inoltre ha una grotta dove accatastare tutto e tutti, senza sentirne lo strazio ed il dolore, come i suoi padri facevano prima di lui.
Alla fine però dentro di se racchiude bellissime paure, meravigliose insicurezze e timidi dubbi che oramai la mia totale abnegazione di innamorata naturale, hanno con grazia alleviato, decretando così la fine del nostro amore.
A me resterà, dopo il pianto, la forza di continuare a remare, a correre , ad essere bella con la mia anima empatica ed il mio fisico di atleta. Nessun pedalò mi vedrà mai sul sedile.
A Narciso adesso l’obbligo di ritrovare un’altra donna da conquistare per poter ricominciare il medesimo giro di ruota.
Il lago mi ha dato la vita e comunque sarà sempre qui anche per me.
Il mio viaggio è finito, è durato giusto il tempo di una fioritura.
È passata oltre un’ora da quando ho preso la canoa e non sono stanca. Devo raggiungere il molo e riconsegnarla alla gentile Marisa che per soli sei euro, mi ha affittato per sempre un nuovo senso di me stessa.

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Luisa
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Scrivo con piacere, è il mio sistema per ritrovare la calma nei momenti difficili

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16 Comments

  1. Alcano
    Alcano

    Ho letto tutto il tuo splendido racconto; che dire, a parte la sensazione di tranquillità, quella che si ha quando si ha tutto sotto controllo, mi è piaciuto molto il tuo modo di scrivere, raffinato e mai lezioso.
    Da imparare.
    Ottimo

    1. Luisa
      Luisa

      Grazie per aver commentato e per i complimenti.
      Spero di trovare presto una nuova emozione da raccontare, magari questa volta senza dover patire le pene dell’inferno.
      Francamente apprezzerei potermi raccontare nella gioia e non nell’abbandono.
      Oramai sono “vecchia” e mi sono stancata.
      Ancora grazie,

      1. Alcano
        Alcano

        Ti auguro ogni bene, ovvio.
        Certo che se il patire una pena d’amore ti fa scrivere così…mi sa che lascio la mia fedele compagna e arranco io pure per quella traviata salita 🙂
        Scherzo, mi pare chiaro, ma voglio ribadire quanto mi sia piaciuto il tuo racconto

    1. Luisa
      Luisa

      Sono felice di questo! Nulla è più bello per me del sapere che ciò che ho scritto, abbia rappresentato qualcosa di piacevole, un bel momento, per chi lo ha letto.
      Grazie di cuore per avermelo fatto sapere,