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Il vento sta cambiando, densi nuvoloni grigio piombo si addensano all’orizzonte, come un presagio di sventura imminente!

Questo pensava il vecchio con un occhio solo quando si sollevò a fatica dall’imponente scranno di legno intagliato e laminato di oro zecchino. Alzarsi per lui era ormai un’impresa impegnativa e dolorosa e non desiderava che nessuno degli altri aesgaardiani potesse vederlo in quelle condizioni, debole e fiacco. Decise quindi di fare due passi per rimettere in movimento le articolazioni anchilosate e si diresse lentamente verso l’altro lato della grande stanza rettangolare ricamata come la trina di un merletto di Burano.

Passò davanti a una lastra di argento tirata a lucido. L’immagine che gli ritornava era quella di un povero vecchio provato nell’animo molto più che nel fisico; dopo tutto aveva vissuto per un tempo corrispondente a quasi ottomila anni terrestri, e quella per una divinità era un’età più che ragguardevole. La recente perdita del suo adorato figlio Baldr, ucciso durante un agguato nelle terre dell’Est, inoltre aveva peggiorato il suo stato gettandolo nella prostrazione più cupa. Poi un terribile sospetto ancora di più avvelenava la sua anima; che dietro quell’omicidio potesse esserci la mano di uno dei due restanti figli eredi al suo trono. Questo terribile pensiero acuiva ulteriormente il suo dolore.

Si rimirò nello specchio non tanto per mera superbia quanto per ché non voleva che trasparisse la sua debolezza e il suo dolore. Nei tristi momenti che avevano seguito la fine del suo figlio prediletto e quindi le speranze che Aesgaard potesse, un giorno, avere un governante giusto da seguire dopo che lui se ne fosse andato, si era reso conto della crescente necessità di lasciare il potere a uno dei due figli che restavano. Decidere non era un’impresa facile.

Uno, era troppo esuberante e avvezzo alla guerra per gestire un regno che si basava anche su sottili equilibri, frasi non dette e incontri cospiratori alla luce tenue della luna. L’altro invece per questo era la persona adatta ma era vile e codardo nei combattimenti, i soldati non lo avrebbe mai accettato come capo; e anche questo per un reame che basa la propria esistenza sulla vittoria in guerra e la sottomissione dei nemici, è una colpa sulla quale non si può transigere. Inoltre era considerato molto strano, troppo.

Non era quella però la ragione che lo aveva spinto a convocare Thor e Loki alla sua presenza quel giorno, ben altri motivi lo costringevano a cercare quell’incontro.

Óðinn, con la mente rigonfia di tristi pensieri si diresse verso un grande portone in noce compatto splendidamente intagliato e istoriato con formelle d’oro massiccio, lo aprì, lasciando entrare quanto era fuori ad attendere: il buio vuoto cosmico. La porta era l’unico baluardo verso lo spazio infinito ma un dio non muore, anche se si trova senza protezione in quell’ambiente, anzi ne esce rigenerato. Trasse un grande respiro, anche se invero non ne avrebbe avuto bisogno e si fermò ad ammirare estasiato quell’innaturale panorama.

In quel denso buio angosciante si mostravano infinite stelle luminose e un pianeta verdeggiante intorno al quale ruotava in satellite scabro: la Luna. Oltre, in lontananza, ammirò lo scivolare lento e sinuoso di una fascia lattea che si snodava avvolgendo galassie e sistemi solari, lasciando solo una tenue traccia biancastra; al suo interno risaltavano migliaia di lucine abbaglianti e tornite spirali rossastre che si annodavano su sé stesse mentre erano attraversate da asteroidi che ne incrociavano lo spazio innaturale. Óðinn guardò in un punto specifico quell’immane ammasso di stelle dove millenni prima era stato un rigoglioso pianeta ormai scomparso e con un filo di voce sussurrò: “Casa!”.

Si volse verso la struttura che conteneva il suo popolo, la grande astronave chiamata Aesgaard, la dimora degli alieni che chiamavano sé stessi Shetr-Innok. Da quel punto preciso, sul lungo balcone che si stendeva sotto i suoi piedi fin nel cuore del mostro oscuro, era in grado di rimirarla in tutto il suo splendore.

Sospeso nel nulla cosmico lo splendido cubo di materia oscura grande quanto dieci città terrestri era letteralmente sommerso da trine e merletti di metallo dorato che uscivano da ognuna delle sue sei facce; alcune si esaurivano avvitandosi su se stesse come i pampini di una vite, altri si aggrovigliavano contorcendosi per poi rituffarsi da dove erano spuntate. Era tutto una profusione di archi, sesti e volute che ricordavano un’immensa ragnatela. Una balbuzie di smerli e orpelli che uscivano e rientravano in modo incestuoso nel corpo solido del cubo che quasi pareva non appartenere al ripetersi ordinatamente caotico di quell’infinità di fronzoli, nonostante questi fossero l’armatura sulla quale il solido poggia va a guisa di una lanuggine rigonfia di ragni. Da quella, che era la struttura principale partivano sei lunghi corridoi, ognuno dei quali terminava in un altro gruppo di edifici circoscritti da invisibili mura d’energia. Decisamente più piccoli e semplici di forma una era la zona nella quale si allenavano tutti gli Elfi oscuri nei rari momenti di pace, un’altra di forma ovale era il salone dei banchetti e delle cerimonie, da un’altra, piccola e rotonda, partiva un lungo ponte dai mille colori che si andava a perdere in quel pianeta pieno di vita proprio sotto di lui: le altre erano solo abitazioni e luoghi di culto.  Diamine, chi lo dice che un dio non può avere degli dei a sua volta?

Una meteora attraversò civettuola il campo visivo di Óðinn proprio quando una voce alle sue spalle lo fece sobbalzare: “Da questo punto di vista la Terra è decisamente meravigliosa. A proposi to, sei molto elegante oggi!”

In effetti, per quell’occasione indossava Debegring, la sua migliore armatura in eternor, quello che era il materiale più duro e leggero di Aesgaard, con la quale aveva combattuto e vinto innumerevoli battaglie contro giganti, demoni e uomini.

Era stata fabbricata con piastre sovrapposte e recava istoriata sopra di ognuna delle sue sezioni le rappresentazioni delle più importanti vittorie di Óðinn il Possente, mentre sui terminali dei due copri spalla, proprio sopra il petto, facevano bella mostra di sé due altorilievi in oro massiccio che raffiguravano due teschi.

Sotto il poderoso elmo in strisce di cuoio borchiato e dotato di due imponenti corna di uro scendeva la lunga capigliatura del sovrano, rossa striata di grigio, agghindata con trecce alla maniera che solo Óðinn poteva portare.

I baffi si univano alla barba ed erano abbelliti nella parte finale con perline in opale bianco e fiocchetti rossi che incorniciavano una bocca con sottili labbra violacee dotate di potenti zanne sporgenti come quelle di alcune varietà di ragni.

I mitteni dell’armatura, i guanti da battaglia, erano in lana grezza rivestiti di cuoio e rinforzati con sottili e dorate lamine di eternor massiccio, i corti calzoni in spessa lana cotta e gli stivali in cuoio rinforzato in metalli proteggevano gli arti inferiori; nel complesso la vecchia figura emanava ancora una calda aura di rispetto e di forza.

Si voltò: “Loki, vedo con piacere che sei arrivato; dalle ultime notizie che giravano sul tuo conto, eri in Grecia, a fondare un nuovo culto pagano, pieno di giovani e scultorei ragazzini nudi e di virginali ragazze”.

“I fanciulli greci si vestono sempre così poco e il loro sangue è decisamente più dolce e corposo dell’acerbo nettare dei loro coetanei del Grande Nord, deve essere per merito del clima più mi te!”

“E di tuo fratello Thor hai notizie?” Poi accennando un sorriso “No, non me lo dire, lo so già, attaccato alla gonna di qualche popolana, pronto a ghermirne le grazie come un rapace e poi a succhiarla come un otre!”

“E’ più facile che sia immerso in qualche truculenta battaglia, su, nel Grande Nord; starà scannando qualche povero guerriero: nemico o amico che sia”. Fece eco Loki. Óðinn annuì: “La sua giovanile irruenza e la sua incontenibile sete di sangue sono già state causa di numerosi problemi con i nostri alleati norreni; i nostri fedeli stanno perdendo rispetto, ormai cominciano a vederci per quello che siamo, selvaggi assassini assetati del loro dolce sangue e golosi della loro carne”!

“Sono solo ingrati esserucoli patetici privi di ogni onore” aggiunse stizzito Loki “senza di noi sarebbero ancora all’età barbara nella quale li trovammo, nelle caverne a massacrarsi con clave di quercia e scaldarsi con la pelle di qualche animale”.

“La nostra tecnologia ha certamente consentito una evoluzione insolitamente veloce per loro” si giustificò Óðinn “e in cambio cosa abbiamo chiesto? Solo la loro incommensurabile fede nel nostro culto, dal quale dipendiamo per gli approvvigionamenti di cibo fresco: niente altro. Purtroppo questo diventa sempre meno frequentato, costringendoci a cibarsi nottetempo dei cadaveri rimasti sul campo di battaglia: sangue nauseante, sporco, insapore e poco nutriente”.

“E marchiandoci come mostri”. La voce di Loki si era calmata mostrando il consueto controllo delle sue emozioni più nascoste.

Óðinn, chiuse il portone che dava sul nulla e, con fare involontariamente stanco, si diresse verso il suo trono, al centro del salone delle udienze, una grande sala a cupola con le pareti guarnite di cariatidi zannute e bestiali telamoni dorati che separavano lunghi corridoi bui.

“A proposito, padre, ho avuto notizia della morte di Baldr, com’è successo?” Loki pareva affranto.

Il vecchio Dio alieno puntò lo sguardo indagatore sul figlio, quasi a cerca re una risposta ai suoi sospetti, ma era troppo stanco per inseguire una risposta che probabilmente lo avrebbe ucciso dal dolore, e poi l’espressione di Loki sembrava decisamente innocente anche se, ricordò, egli era il dio degli inganni.

“La settimana scorsa è voluto andare in Palestina, per cercare di combattere il culto che da lì si sta propagando, quando improvvisamente è stato aggredito da un gruppo di cristiani”.

“Come hanno potuto dei semplici uomini uccidere uno Shetr-Innok, uno potente come Baldr, poi?”

“Non lo sappiamo ancora. Era solo, troppo convinto della propria potenza per pensare di portare con sé una scorta. Da quello che le mie spie hanno raccolto indagando, sembra che il nemico fosse in possesso di un’arma di una tale potenza da assassinare anche uno di noi”.

“Chi può possedere un simile potere?” La voce di Loki si era acuita di un’ottava; il pensiero che tale forza fosse nelle mani di un nemico oscuro lo preoccupava sensibilmente. “Quale arma lo ha ucciso?”

“Una croce sembra, o forse una spada, le mie spie non lo hanno capito; l’unica cosa che è sicura è che prima di essere usata l’arma è stata intinta nel sangue di Gesù di Nazareth!”

Si sedette, anzi precipitò sul comodo cuscino che ne guarniva la seduta, come una marionetta alla quale hanno reciso i fili che la sostengono.

“Non abbiamo che poco tempo, Loki, neppure quello di attende re il ritorno di tuo fratello; gravi decisioni vanno prese immediatamente e io ho ordinato una riunione dell’Alto Consiglio domani a quest’ora; vedi di esserci, il tuo sostegno sarà fondamentale per me”.

Loki alzò il sopracciglio destro in una smorfia di sorpresa, sapeva che il fatto di essere stato convocato con un così breve margine di tempo era indice di un pericolo imminente – e tanti ce ne era no stati nei millenni precedenti – ma non aveva mai visto Óðinn così preoccupato e vulnerabile: incredibilmente per un essere avvezzo ad approfittarsi delle debolezze altrui quale lui era, questo lo ferì.

“Racconta tutto dall’inizio, padre”

 

 

 

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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