Eccomi a voi signori lettori, con il mio pesante fardello di verità che sto per pontificare: io sono un idiota. Non uno di quegli idioti che osservi e pensi: “Guarda una persona normale che, chissà perché, vuole apparire un idiota. Forse lo fa per darsi un tono, per farne un vanto!” Io invece lo sono naturalmente, e questo è stato scientificamente attestato da un significativo concistoro delle menti più brillanti della psicologia. Uomini dotati di tanta di quella scienza che questa usciva come sudore da ogni poro della loro prestigiosissima pelle. Mi hanno studiato, osservato e analizzato. Il loro responso finale, nero su bianco, è stato che sono un idiota conclamato. Ci sono nato così, non è stata una mia scelta ma il dono malefico di una natura avversa. La prima volta che me ne resi conto avevo dieci anni. Andavo alle scuole elementari del mio paese e, per una sorta di pudore personale, durante la ricreazione mi ritiravo in disparte a consumare la mia merenda. Lontano da tutti, soprattutto dai pungenti sorrisetti maliziosi dei miei compagni. Quel giorno una ragazzina che non avevo mai visto, bella come il sedere di Belen, venne nel mio angolo scuro, illuminandolo con la sua presenza. Io mi ricordo solo che era bionda e odorava di sapone alla lavanda.
“Ciao” Disse con un sorriso che mi fece avviluppare tutte le viscere. Io non avevo mai guardato le ragazze, neppure quelle della mia classe, preso com’ero a tentare di capire quale fosse il posto di un idiota par mio in quel roboante mondo che mi avvolgeva, come il bozzolo di un ragno fa con la sfortunata preda. Alzai lo sguardo incontrando il suo: quasi svenni per l’emozione!
“Ciao” Risposi. Almeno, questo era quello che avrei voluto dire. Il suono che invece uscì dalla mia bocca impastata fu un miscuglio incomprensibile di suoni gutturali. Lei non parve farci troppo caso. Si avvicinò con le labbra al mio orecchio…ora non mi ricordo quale dei due…e sussurrò: “Se mi dai la tua merendina all’albicocca, ti do un bacio sulla bocca!”
Annaspai come uno che sta per affogare al pensiero di quelle voluttuose labbra rosa e delicate schiacciate contro le mie, secche come la scorza di un albero.
Essendo, come ho scritto poc’anzi, un venerabile idiota ci misi un po’ a che il mio limitato comprendonio si rendesse conto di quanto stava accadendo in quel momento. Quella merendina all’albicocca era la cosa più di marca che mia mamma mi avesse mai comprato prima, vestiti e scarpe comprese. Una confezione di quattro meravigliosi pezzetti di paradiso avvolti nella plastica trasparente. Ma per un bacio di quella soave creatura una, quella di oggi, l’avrei ceduta volentieri.
“Va bene” risposi sempre in quello strano idioma sussurrato e sospirato, lei sfilò quella leccornia dalle mie mani dicendo: “Chiudi gli occhi!” E io lo feci.
Rimasi così dieci minuti buoni, aspettando il compenso pattuito. Quando, con un atroce sospetto nel cuore li riaprii di lei non era rimasto neppure l’odore di sapone alla lavanda.
Il pomeriggio seguente un’altra ragazzina, altrettanto bella anche se mora, mi giocò lo stesso tiro…e anche una terza, il giorno dopo.
Quella sera mia mamma mi prese da parte, mi assestò uno scappellotto, prese l’ultima merenda all’albicocca, la scartò e la divorò in un boccone. Poi tra un sorriso maligno e l’altro, decretò:
“Se quelle piccole zoccole vogliono mangiare merendine come queste, se la vanno poi a comperare. Comunque tu, figlio mio, sei un idiota!”
Le donne, lo ammetto, mi hanno sempre confuso. Sono strane: dicono una cosa ma ne pensano un’altra. Non voglio dire che siano false, capiamoci bene, ma solo che vedono la verità a modo loro, con tutte le tinte e le sfumature che può avere uno dei loro super-accessoriati beauty case. Forse anche l’uomo, senza rendersene conto, fa altrettanto. Ma non rendendomene conto direi di buttare al cesso questo pensiero.
Non tutte, però…e non in tutte le età della loro vita! La “fantasia” si mette in moto dai quattro anni fino a circa sessanta/settanta. In questo lasso di tempo decisamente breve, se rapportato alla durata delle ere geologiche, la considerazione di quello che rotea loro intorno è filtrato dalla convinzione che tutto sia, in qualche modo, scusato. Direi concesso, se volessi sembrare particolarmente maschilista, cosa che non sono nel modo più assoluto.
Torniamo a me e alla mia idiozia lampante. Vorrei narrare ai signori rispettabilissimi che mi stanno dedicando un po’ del loro tempo, un altro episodio della mia vita, nel quale l’evidenza del mio reato di “Lesa Intelligenza” è brillante come un catarifrangente in mezzo al letame.
Avevo quattordici anni allora, ed ero rimasto un idiota colossale, concetto amorevolmente reiterato dalla mia famiglia, dai miei amici, dai professori e persino dal parroco del piccolo paesino montanaro dove abitavo allora. Ragione per la quale non andavo più alla Santa Messa con grave rischio per la mia anima immortale. Quando quel profeta del Santo Verbo arringava la sparuta massa di fedeli con le sue accorate prediche contro i peccatori più blasfemi, guardava sempre verso di me, come se io fossi la causa di tutti i mali che attanagliano il mondo. Invece poi compresi che era solo lussuria quando, anni dopo, venne mandato missionario in Libano a catechizzare gli estremisti musulmani. Una dignitosa uscita di scena, seguita a una serie di accuse di pedofilia che erano fioccate da ogni parrocchia nella quale lui avesse prestato la sua santissima vocazione.
Fatto sta che a quell’età, ero uno dei pochi che aveva il motorino. Niente di che, un Garelli tre marce con telaio tubolare bicolore; un usato quasi garantito che avevo ereditato da un mio cugino più grande quando, con orgoglio si era comprato la macchina: una Fiat Panda vecchia di sette anni. Da allora gli amici erano tornati a comportarsi da amici, e nel termine peggiore dell’accezione Dopo mesi, se non anni, di silenzio mi telefonavano in continuazione chiedendomi di scarrozzarli da ogni parte. Chi voleva che lo portassi dalla “morosa” nel paese vicino, dove poi tenevo il moccolo come una bugia per tutta la sera, chi alla partita di pallone. Alcuni solo per farsi un giretto e darsi un contegno davanti ai branchi erranti di ragazzine che si muovevano lungo l’arteria principale del paesucolo. Certo, la miscela costava ma, da quei buoni amici che erano, si guardavano bene dal mettermi in imbarazzo offrendomi i soldi anche per un solo litro.
Fu così che una sera, andando per prendere il mezzo di locomozione che mi aveva reso così famoso nel branco, lo trovai smontato: a pezzi. Mio padre, ancora con le mani imbrattate di olio mi guardava con un sorriso cattivo: “Se quegli stronzi dei tuoi amici vogliono fare un giro in motorino se lo comprano. Tu comunque sia, sei e rimarrai un idiota!”
Ci sono persone con un tale carico di rabbia rinchiuso nel cuore che non riescono più a vedere il bello che si nasconde nelle cose, anche le più semplici. O nelle persone, anche le più modeste. Penso che il loro risentimento verso mia condizione di idiota sia legato molto di più a quello che queste anime prave pensano di me rispetto a quello che io penso di me stesso; oppure che sia solo invidia.
Riuscire a filtrare il mondo attraverso gli occhi puri di un idiota, in grado di scomporlo nelle sue più piccole, inutili unità, per ricomporlo bello e pronto col suo carico di speranza per il futuro, non è cosa da tutti!
Fu così che, appena più grandicello, quando cioè le legge e la maggiore età me lo concessero, scappai a gambe levate del paesello natio e dall’amorevole famiglia di psicopatici che mi aveva allevato con cura.

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??? mi ha divertito! Certo se fosse vero che tuo padre ti ha smontato il motorino sarebbe fantastico!
Sono ritratti veri quelli che scrivi, ma comunque sempre con una morale. In questo caso essere buoni e semplici, contenti del postivo che c’è.
Poi è scritto bene!
No, invero i miei genitori sono stati piuttosto accomodanti. Grazie ancora per il tuo supporto e per sapere “leggere” sempre nel modo giusto i miei piccoli brandelli di fantasia. I richiami alla”idiozia” come valore sono ripresi da Forrest Gump e da Sc’Veik, personaggi in cui l’idiozia è solo un modo puro di vedere le cose…ma la vita, ahimè, è un’altro paio di maniche!