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Un vento gelido tagliava la taiga come la lama di un rasoio, piegando i giovani rami delle betulle al suo passaggio. Ai piedi dei pini imponenti i fiori violacei del brugo vibravano come corde di un violino pizzicate con rara maestria. Un imponente maschio di cervo annusava l’aria, la neve era prossima e lui lo sapeva. Emise un bramito che si addensò nel freddo del cielo vespertino. Era un verso di richiamo, qualcosa aveva allertato i suoi sensi: la presenza di uomini era troppo vicina per garantire la tranquillità a lui e al suo branco. Si infilò dritto nel fitto della boscaglia, seguito da due femmine.

Il corto ma generoso autunno stava per terminare cedendo il suo posto a un inverno freddo e sterile; da quelle parti la neve si presentava presto e se ne andava solo quando un potente sole estivo la cacciava, ma solo per qualche mese.

Il cielo si stava incupendo, montando da nord grossi cumuli di nubi grigie come la pietra che si preparavano a coprire un sole ormai debole che stava tramontando evidenziando la parte inferiore di quei cirri con veloci pennellate di cremisi e arancio. In quelle che ora sono conosciute come isole Svalbard, ai piedi del monte chiamato Ceresfjellet, in una grotta oscura, tre donne si affaccendavano nascoste a occhi indiscreti. In quell’antro le streghe stavano per compiere un rituale mistico che nessuno aveva visto e che mai, prima di quel momento, era stato tentato: fare ritornare in vita un uomo morto in battaglia.

Una delle tre era vecchia e male in arnese, con i vestiti logori e il viso incartapecorito dal trascorrere del tempo, la seconda, più giovane, mostrava una quarantina d’anni e nonostante le prime rughe che offendessero le guance e il bordo degli occhi, era una donna di notevole fascino. Infine la terza, giovane e bella, coi capelli biondi agghindati in lunghi boccoli che scendevano sulle spalle e lungo la schiena.

Le donne erano le Nornea Urðr, Verðandi e Skuld, tre streghe da sempre al servizio di Erik Haraldsson, detto Ascia Insanguinata; re di Norvegia e Northumbria, figlio di re Harald Bellachioma e di Ragnhild Eiriksdotter.

“Questa volta deve essere quella buona” gridò la giovane Verðandi “se falliremo ancora l’ira del re sarà tremenda”.

“Io credo che lui capirà; dopotutto riportare in vita un uomo morto non è un’impresa semplice neppure per streghe potenti come noi; e poi non è che il trentesimo tentativo da quando siamo arrivate in queste terre”. Disse Urðr.

“Trentacinquesimo” Corresse la mediana.

“Trenta, trentacinque uomini uccisi. Cosa credi che siano per il re di Norvegia? Nulla”.

“Forse per lui no ma per i villaggi intorno comincia a essere un problema: da circa diciotto lune i nostri birkebeinerne stanno rastrellando i migliori guerrieri di queste terre, alcuni per essere trasformati in schiavi, altri per essere squartati per i nostri esperimenti!” Concluse Verðandi.

“Allora diamoci da fare”. Urlò la vecchia Urðr caracollando verso le altre due.

Le tre sacerdotesse cominciarono ad agitarsi intorno a un masso sopra il quale era sdraiato il corpo privo di vita di un giovane ragazzo di circa vent’anni il cui petto lacerato da un colpo d’ascia ed era stato ricucito con punti grossolani, quasi fosse stata la carcassa di un animale da cucinare allo spiedo. Il volto ceruleo era guarnito da una folta barba bionda e i capelli erano inzaccherati di sangue; giaceva completamente nudo sull’altare, legato ai polsi, alle caviglie e intorno alla testa, come se chi l’aveva incatenato avesse avuto timore che il cadavere potesse alzarsi e fuggire.

“Una vecchia leggenda variaga recita: quando sarà l’era di Ragnarok, Óðinn chiamerà a sé gli einherjar, e questi si alzeranno dalle loro tombe, imbracceranno le loro asce e i loro archi per distruggere ogni nemico del Signore degli Asi. Immaginate il nostro buon re Erik a capo di un esercito di invincibili guerrieri non-morti; sarà all’altezza di un Dio! “Esultò la vecchia strega.

La luce di una torcia venne avvicinata al corpo inanimato.

“Skuld, portami l’Óðresteir, è su quel tavolo!” Disse indicando un masso coperto di erbe e altri talismani. La mediana, da quell’accozzaglia di oggetti strani estrasse un cubo grande quanto un pugno, o poco più. Lo alzò per vederlo meglio, alla luce della torcia risplendeva quasi fosse fatto di puro argento levigato con cura.

“Madre mia, sei sicura che questo squallido oggetto abbia il potere che tu gli attribuisci?” Chiese la donna.

“Quello, e molto di più, miscredente!” La redarguì Urðr “Ho evocato un potere oltre l’immaginabile in questo oggetto creato dalla mia magia, portandolo a una suprema consapevolezza. L’essenza aliena che ora risiede nell’Óðresteir sarà in grado di portare a nuova vita la nostra cavia; la mia capacità, lo sai bene, è il potere di ampliare l’energia del cosmo, come la tua è quello di evocare le forze terrene”.

“Perdonami madre se ho dubitato”. Si mortificò Skuld.

La vecchia si avvicinò al catafalco e cominciò a intonare una strana litania in una lingua perduta, o forse mai esistita. La giovane Verðandi le fece da controcanto, come provato da mesi, intanto che Skuld poggiava sul petto della salma il misterioso amuleto. Poi anche lei si unì al canto.

Passarono dieci minuti, ma nulla.

La tensione all’interno della caverna si tagliava con il coltello. Le Nornea sapevano bene quello che avrebbe comportato un fallimento; Urðr aveva investito molto di sé stessa in quel progetto mettendo a repentaglio la credibilità verso il suo re, cosa alla quale teneva più di qualunque altra, ma niente di tutto quello che avrebbe dovuto accadere tra quelle fredde pareti di roccia scalpellata era stato tentato prima, una simile sinergia tra sapienza e magia, un potere oltre ogni immaginazione! Per quel motivo le Nornea erano in uno stato di estrema tensione e di speranza, che però via via si affievoliva a ogni nota della loro formula portentosa, che rimaneva senza risposta apparente.

“Dobbiamo insistere mettendo tutte noi stesse, lo so che è difficile ma dovete credere con tutte le vostre forze” Spronò la vecchia, e le altre streghe si prodigarono oltre il limite che pensavano di avere. Diversi minuti trascorsero ancora, desolatamente inerti. Come risposta a quell’indolenza del fato, la vecchia Urðr cantò ancora più forte, quasi squarciandosi la gola per lo sforzo. Forse fu la fede profusa in quell’incantesimo o forse la voce sgraziata della donna che risvegliò l’energia che sonnecchiava all’interno del cubo, fatto sta che questo cominciò a illuminarsi, inondando la buia spelonca con una fredda luce rossastra. Dopo alcuni minuti si trasformò in una palla bianca e accecante, tanto che le tre donne dovettero allontanare lo sguardo. Pochi istanti e la luce del piccolo sole si spense e tutto tornò come prima.

“Verðandi, prendi l’Óðresteir” Ordinò la vecchia alla ragazza. La giovane si avvicinò timorosa e con il dorso della mano sfiorò l’oggetto, quasi avesse paura di scottarsi. Il cubo ormai giaceva immobile sul petto del ragazzo “È freddo come il ghiaccio dello Jostedalsbreen!”

“Allora è pronto, dammelo”.

La giovane maga lo prese con cura, accavallando le due mani per formare una conca sicura e, con passo incerto, lo portò alla vecchia che già aveva sparecchiato dei vari utensili magici l’ara di pietra.

“Appoggialo delicatamente!” Ordinò la vecchia Urðr.

Nella semioscurità l’oggetto brillava come un faro, sotto la luce della torcia l’Óðresteir rimandava una superficie mutata, non era più grigia e uniforme al pari di un lingotto di metallo ma aveva profondi solchi, come dopo il passaggio di un bulino e il suo cuore si era colorato di un oro intenso. I segni sulla superficie sembravano formare strane scritte e le rune che riportava al centro di ogni faccia avevano un significato arcano.

All’improvviso il cadavere sobbalzò, tendendo allo spasmo le corde che lo incatenavano all’altare di roccia. La testa comincio a strattonare verso l’alto e fu solo per il solido legaccio che la teneva che non si ruppe all’altezza del collo. Grugniti bestiali uscirono dalla bocca socchiusa, insieme a una strana bava viscosa e maleodorante. Ancora i muscoli si contrassero spasmodicamente e i grugniti divennero lamenti pietosi. Poi gli occhi si riaprirono su questo mondo, ma non più normali occhi, solo sfere opalescenti prive di ardore.

“Questo è un gran giorno, il guerriero ha ripreso vita, diventando un’invincibile macchina di morte. Neppure il più potente berserker riuscirebbe a sconfiggere questo guerriero einherjar”. Un sorriso sgradevole si disegnò sulla bocca della vecchia Urðr. “Il re ci sarà grato, per lui richiameremo in vita un’intera armata di non-morti con la quale sconfiggerà ogni nemico. E noi conquisteremo un grande potere, avremo palazzi favolosi e…”.

Un sibilò fendette l’aria, qualcosa nascosta dal buio si incastrò in profondità nel collo della strega. I suoi occhi si spalancarono per la sorpresa mentre la freccia si materializzò come per incanto. Il sangue cominciò a scendere copioso, e di colpo fu il buio per la norna chiamata Urðr che si accasciò a terra senza avere il tempo di emettere un lamento. Un’orda di uomini armati di asce e di spade corte si precipitò all’interno dell’antro, verso le restanti maghe che guardavano la scena terrorizzate.

“Cosa volete da noi?” Urlò intimorita Verðandi.

“Solo la vostra vita, streghe!” Fu la risposta di un gigante di quasi due metri con lunghi capelli castani raccolti in una coda di cavallo sporca. Lei si avvicinò conturbante, la sua persona pareva emettere una strana energia che bloccò l’impetuosità degli uomini. In parte era dovuta alla sua straordinaria bellezza e in parte al suo potere di conoscere e controllare i sensi degli uomini.

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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