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Era l’alba del giorno dopo quando Baldr tornò dalla sua missione al campo dei birkebeinerne. Sapeva bene che cosa era accaduto la sera prima, succedeva tutte le volte che veniva catturata una donna. Le prime volte, quando era giovane, anche lui si era divertito a violentare in gruppo le collaborazioniste dei vari nemici che si erano avvicendati, ma poi, con il passare del tempo, ne aveva visto la reale efferatezza e l’inutile crudeltà e se ne era tirato lentamente da parte. Per quel motivo aveva deciso di andare a saldare i conti proprio quella notte: per non avere niente a che fare con tutto ciò. Per lo stesso motivo aveva acconsentito che, per quel rito orgiastico venisse usata la sua tenda.

“Lei adesso è lì!” disse tra sé sottovoce, perché nessuno potesse udirlo “Se è ancora viva provvederò a curarne le ferite, se non è sopravvissuta la seppellirò appena fuori il perimetro del villaggio, insieme alle altre sfortunate!”

La grande tenda in manto di renna e orso era lì, davanti a lui, muta! Un umido sole rossastro stava ergendosi lento dalle cime degli abeti innevati che circondavano la radura, allungando le ombre marezzate fino al centro del villaggio. Baldr attese immobile finché la sagoma deforme dell’ombra del pino più alto non toccò con la propria punta la sua dimora. Era un rito che compiva sempre; attendere quel momento prima di entrare e scoprire quanto la bruttura dei compagni aveva lasciato dietro di sé.

L’interno era scuro e puzzava ancora di tutti gli umori che si erano liberati quella notte: sudore, sperma e sangue.

Lei era lì, lo guardava con i suoi bellissimi occhi azzurri spalancati e cisposi. Pareva concentrata a capire cosa attraversasse in quel momento la mente di Baldr.

“Come mai non c’eri anche tu stanotte ad abusare del mio corpo?” Chiese con voce profonda.

Lui abbozzò un sorriso amaro. “Non faccio certe cose, io”.

Verðandi lo fulminò con uno sguardo carico di freddezza, adesso la sua voce aveva un tono secco, feroce.

“Però permetti che i tuoi uomini lo facciano!”

“Sono le nostre tradizioni, non le posso cambiare. Sono orrende, lo so bene, ma sono la conseguenza degli orrori che il tuo padrone e molti prima di lui hanno portato tra la mia gente”.

Lei tacque, colpita da quell’affermazione tanto cruda quanto reale.

“Vuoi che ti porti qualcosa?” Chiese Baldr dopo un silenzio interminabile.

Lei, ancora sdraiata sul tappeto di pelo non rispose. Era stata educata, fin da bambina, a condizionare l’animo umano attraverso la prorompente carica sensuale che emanava. Nel corso degli anni il suo splendido corpo era servito per i lubrici scopi di Erik il sanguinario: accendere alleanze con altri esseri umani, aggiogare a sé potenti stregoni. Perfino per uccidere durante gli amplessi traditori e nemici della corona. Per questa ragione aveva resistito alla violenza collettiva con un controllo che nessuna donna aveva mai avuto prima. Per questo era sopravvissuta. Non era però abituata alla gentilezza fine a sé stessa e la domanda di Baldr, tanto disinteressata, l’aveva completamente spiazzata.

“Se vuoi, puoi lavarti”. Disse Baldr riattizzando un fuoco ormai spento da tempo sotto un catino d’acqua.

“Io esco, vado a raccogliere la legna, tornerò tra una mezz’ora”. La ragazza sapeva che era una scusa per donarle un po’ d’intimità; un gesto carino ma inutile, appena possibile avrebbe levato quel bel capo dal suo corpo sanguinante, insieme a quelli di coloro che avevano avuto l’ardine di prenderla con la forza.

Verðandi si alzò, non senza fatica. Il vestito era ormai un cencio strappato che le copriva solo quelle parti del corpo che gli energumeni non avevano trovato di alcun interesse. Ormai inutilizzabile se lo stracciò di dosso con rabbia, rimanendo completamente nuda. Era sporca. Si sentiva sporca. Prese il panno poggiato da Baldr vicino al fuoco e lo immerse nell’acqua solo leggermente tiepida, lo strizzò e poi se lo passò sul corpo con forza tentando di eliminare, oltre ai residui degli umori del branco, anche il ricordo della notte appena trascorsa: Non ci riuscì! Quando ebbe terminato l’abluzione si guardò intorno in quello squallore. Un fuoco controllato da alcuni sassi, un pagliericcio ammorbidito con le solite pelli di renna e alcuni vestiti buttati a terra. Controllò, c’erano solo abiti maschili e puzzolenti. In un angolo vide una piccola coperta rossa ancora in condizioni decenti. La prese e ci avvolse il suo splendido corpo intirizzito, quindi si avvicinò al falò, attendendo. Quanto erano lontane adesso le stanze di Pogstroom, il palazzo reale che Erik aveva fatto costruire per le Nornea, con le sue immense stanze decorate da superbi affreschi e i pavimenti di marmo levigato, i caldi e comodi letti su cui riceveva i suoi tanti amanti, e una torma di servitù disposta ad esaudire anche il più piccolo desiderio che lei avesse manifestato.

Baldr spostò nuovamente la pelle che fungeva da entrata alla sua tenda, il tepore che proveniva al suo interno gli fece ricordare le dolci brezze della primavera. Lei era ancora lì, accoccolata vicino al fuoco. L’uomo scaricò una bracciata di legna secca accanto alle braci.

“Hai fame? “Chiese “Vuoi qualcosa da mangiare?”

“Sì, i cuori di quelli che ieri sera mi hanno violentata” e aggiunse sprezzante: “vorrei pure il tuo!”

“Ho soltanto del cervo, mi dispiace”.

“Andrà bene anche quello, per ora”.

Nei giorni seguenti Verðandi non uscì mai dalla tenda di Baldr; non voleva incontrare nessuno degli uomini che avevano abusato di lei, non era sicura che si sarebbe trattenuta dal tentare di cavare loro gli occhi, compromettendo ancora di più la sua pericolosa situazione. Pensò che probabilmente uno sarebbe riuscito a ucciderlo con l’inganno, come aveva sempre fatto. Forse addirittura due. Ma prima o poi l’avrebbero scoperta e la ritorsione di quella gente sarebbe stata tremenda: e lei voleva vivere. Anzi, doveva vivere, aveva una missione da compiere.

“A cosa stai pensando?” Le chiese Baldr vedendola assorti in quei funesti pensieri, pianificando la propria vendetta.

“A niente. All’inverno che avanza veloce”. Mentì. Lui fece finta di crederle.

“Eh, gran brutta cosa il freddo”. Sorrise Baldr. “A proposito, domani dovrò assentarmi per qualche giorno, è stata avvistata una grande mandria di cervi e non possiamo farceli scappare. Ci forniranno gran parte del nutrimento e calde pellicce per l’inverno, come hai potuto notare! Non vorrei che ti venisse in mente di scappare durante la mia assenza, tutte le donne, in questo villaggio vivono solo per poterti scannare e gli uomini che lascerò di guardia hanno vista potente e poco sonno”.

“No, ti prego, non andare. Non lasciarmi sola”.

Il suo terrore era reale, il suo bellissimo sguardo s’intorbidì di una patina di calde lacrime. “Se te ne andrai io rimarrò sola. Quelli potrebbero tornare e farmi nuovamente del male”. Poi disperata aggiunse “Non lasciarmi, ho bisogno di te”. Lo guardò fisso negli occhi, con un pensiero che l’aveva assalita in quell’istante “Che ne sarà di me, ora?”

“Credo che sarai messa in vendita come schiava, o più probabilmente come concubina. Le nostre leggi consentono a chiunque l’acquisto dei prigionieri catturati in battaglia”. Baldr tossicchiò nervosamente, quasi avesse appena proferito una condanna a morte, e quasi lo era; una donna come Verðandi, desiderata da tutti sarebbe potuta diventare una prostituta se chi l’avesse acquistata avesse desiderato riprendersi con gli interessi il capitale investito. E questo avrebbe comportato il resto della sua vita breve e pieno di malattie. Lei non sembrò scomporsi, anche se i suoi occhi si riempirono di lucciconi traslucidi.

Baldr in quel momento vide tutta la fragilità di Verðandi, la grande strega. Per la prima volta la considerò come una donna, e pure molto bella, non solo come qualcuno da proteggere. Non certo come quel mostro che tutti descrivevano.

“La guerra fa fare strane cose” Disse tra sé in un sospiro.

“Cos’hai detto? Non ho capito”.

“Nulla, stavo solo pensando ad alta voce”. Si alzò dal tappeto sul quale era seduto e, senza aggiungere altro uscì dalla tenda. Lei rimase immobile guardandolo allontanarsi mentre la sua figura sembrava sbriciolarsi nella possente luce che proveniva dell’esterno. Trascorsero parecchi minuti, in cui si udirono voci concitate e urla di rabbia, poi il giovane uomo rientrò.

“Adesso non devi più temere nulla. Ho detto al consiglio del villaggio che ti acquisterò io, qualunque sia la cifra e che diverrai la mia sposa. Quando sarò di ritorno cominceremo i preparativi”. Poi, con uno sguardo triste negli occhi aggiunse “Non ti devi preoccupare, è solo una scusa per proteggerti fino a che non sarò di ritorno. Poi penseremo a qualcos’altro, non intendo certo costringerti contro la tua volontà”.

Lui uscì nuovamente, lasciando Verðandi immersa in un calderone ribollente si sentimenti contrastanti che le friggevano il cervello. Odiava quelle persone… ma non lui. Detestava quella miserrima abitazione ma quando Baldr le era vicino neppure la stanza aurea di Pogstroom era più ospitale di quel tugurio. E poi, da un paio di giorni, si svegliava la notte solo per guardarlo dormire accanto a lui, attendendo con apprensione il contrarsi del suo possente torace sotto la spinta di un respiro. Possibile che lei, Verðandi, l’ammaliatrice di uomini e dei, si fosse innamorata?

Il vecchio gallo quasi si strozzò nel tentativo di presentare al mondo quella fredda mattina, mentre un sole pigro s’attardava tra le coltri di nubi. Poi con il passo ancheggiante di chi con orgoglio sa di avere adempiuto al proprio dovere di destare l’astro diurno, si diresse verso il pollaio dove le galline lo stavano attendendo appollaiate sui loro trespoli di legno. Era quasi arrivato quando due gambe veloci lo travolsero, sbatacchiandolo contro l’usciolo di legno. Si rialzò tutto sprimacciato, con qualche penna che ancora veleggiava in aria, squadrò l’uomo che lo aveva investito con il suo sguardo più torvo poi entrò nel bugigattolo.

“Baldr!” La voce potente risuonò fuori la capanna dell’uomo ma prima che questo fosse riuscito ad alzarsi un’ombra massiccia si catapultò all’interno.

Verðandi dormiva ai piedi del letto secondo le consuetudini hersiriane di trattare gli schiavi peggio che i cani ma non per volontà di Baldr. Molti uomini del villaggio non gli avevano perdonato il fatto che non avesse prestato la donna per i loro festini, anche per una sola notte, neppure dietro compenso; quindi, per evitare maldicenze secondo le quali la strega avrebbe ammaliato Baldr rendendolo una marionetta nelle sue mani i due avevano convenuto di mantenere un comportamento adeguato, almeno finché la loro unione non fosse stata convenientemente approvata secondo gli usi di Hersir.

“Hull, amico mio, cosa succede, perché irrompi in casa mia con tanta foga?”

L’uomo trasse un respiro, aveva corso e sbuffava come un mantice. La sua immensa stazza era un peso decisamente greve da portare in giro con una simile fretta!

“Il giovane Holden, la vedetta a nord della foresta è arrivato galoppando con notizie importanti; sembra che nella piana di Horn sia in corso una furiosa battaglia.”

“Tra quali eserciti?” chiese Baldr infilandosi la maglia e i calzoni di lana grezza.

“È questo il fatto strano: un gruppo, quello più numeroso, sono sicuramente i birkebeinerne ribellatisi a Erik ma gli altri nessuno li ha mai visti. Indossano grosse tuniche di lana cinte in vita e usano come armi strane spade semicircolari che paiono grossi falcetti”.

“Sono i druidi” disse Verðandi, ancora accoccolata sotto le coperte “e le armi che usano si chiamano khopesh, spade arcuate in grado di penetrare ogni protezione”.

Si alzò tenendo addosso la coperta come unico vestito e guardò Baldr e Hull negli occhi con una smorfia sprezzante “Il mio re li ha mandati per riprendermi e per annientarvi!”

“Forse è vero quello che dici” rispose Hull “ma credo che i tuoi druidi, per quanto potenti, fossero in numero troppo inferiore ai birkebeinerne, decisamente motivati a difendere sé stessi e le loro famiglie dalle ire del re. Se è vero che solo pochi di loro sono scampati alla battaglia, nessuno dei tuoi decantati salvatori farà ritorno. Credo che lui ti ritenga morta, insieme alle tue compagne, e che tu giaccia nel profondo della caverna. La sua è stata solo una spedizione punitiva contro coloro che l’hanno tradito; nulla di più”.

“So che nessuno di questi druidi vedrà l’alba di domani” insisté Hull” uno a dieci è una proporzione molto sfavorevole! Il tuo buon re Erik aveva di queste truppe una considerazione troppo alta, mi pare”.

Poi, rivolgendosi a Baldr: “Andiamo a vedere, potrebbe essere un’occasione unica per finire i birkebeinerne e sbarazzarci di loro una volta per tutte”.

“Amico mio, noi non siamo mostri” ribatté Baldr “e anche se in passato loro sono stati nostri nemici adesso sono l’unica cosa che si frappone al ritorno delle truppe di re Erik nelle nostre terre. Chiama a raccolta tutti gli uomini disponibili e vai a dire a Beka di prepararsi a ricevere molti pazienti e a ricucire innumerevoli ferite”.

Non appena Hull uscì dalla tenda Baldr si avvicinò a Verðandi e le cinse con forza le spalle delicate, il suo sguardo era quello della prima volta che si erano incontrati: intenso, quasi feroce.

“Chi sono quegli strani soldati e perché re Erik nutre per loro un così grande rispetto da mandarne uno sparuto gruppetto contro una brigata di feroci guerrieri vichinghi?”

Lei non si scosse, anzi fissò il suo sguardo sprezzante sul viso dell’uomo.

“Te lo dirò, ma credimi, non ti piacerà quello che udrai. Molti anni fa re Erik trovò la prima Verðandi e, con la sua magia riuscì a strappare il trono al fratellastro Håkon Adalsteinsfostre. Era già soddisfatto per quello che aveva ottenuto quando un giorno, durante un sontuoso banchetto, si presentò uno strano uomo con la carnagione bianca come il latte, gli occhi rossi e lunghi capelli assolutamente nivei. Disse che con il suo aiuto re Erik sarebbe stato in grado di ricostituire le Nornea, la triade di streghe con capacità che andavano oltre a quelle di questo mondo. Lui si chiamava Haggert ed era primo maestro dell’ordine dei druidi. Arrivarono dal sud, a decine, oltre il grande mare interno e i loro poteri erano straordinari. Diversamente dalle Nornea, che avevano controllo su fenomeni relativi alla pura magia essi erano dotati sul piano fisico: erano forti, incredibilmente forti. E agili come gatti, la loro spada fendeva l’aria a velocità che nessun’altra arma aveva mai percorso. Del loro addestramento in battaglia so poco o nulla ma si racconta che solo i più forti sopravvivono, gli altri, quelli che non ce la fanno divengono cibo per i sopravvissuti!”

“Tutto ciò è atroce” disse Baldr.

“Ma è quello che sono: delle perfette guardie del corpo”.

Quasi una settimana dopo un carro hersiriano condusse dodici birkebeinerne malconci ma vivi nel vicino porto di Thuga, da lì sarebbero partiti per tornare in Northumbria, alle loro famiglie. Prima di partire ognuno di loro abbracciò stretto Baldr garantendo il suo aiuto nel momento del bisogno: i nemici di un tempo ora erano degli alleati preziosi.

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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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