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Lo stretto cunicolo buio e puzzolente sembrava non avere mai fine.

Da quando Ugho si era infilato in quel desolato budello sotto terra gli pareva fossero passate ore ma, dal momento che gli gnomi non hanno strumenti per misurare il tempo e non potendo basarsi sulle ombre che il sole proietta al suolo, convenne che fosse trascorsa una generica “eternità”.

Con lui c’era anche Honna, una piccola Dewinn della foresta di Thurg.

Era quella una branca di folletti molto particolare, più goffi e sgraziati rispetto ai loro cugini di superficie. Talposi verrebbe da dire, con quelle morbide pellicce di topo muschiato che ne coprivano il corpo e la testa, quel piccolo naso appuntito e due grandi occhi scuri abituati all’oscurità del loro mondo sotterraneo.

Ecco, un Dewinn pareva tanto uno gnomo, anche se meno corpulento e scorbutico.

Honna era molto carina per essere un Dewinn ed era amica di Ugho da tanto di quel tempo che nessuno dei due riusciva più a ricordarsi com’era cominciata la loro frequentazione.

Era anche molto graziosa quel giorno e Ugho se ne era già accorto prima, in superficie, quando lei gli chiese di accompagnarlo.

“Dove?” Domandò lui preoccupato. Gli gnomi sono esseri indolenti che non si spostano volentieri dalle loro calde tane allestite nelle cavità dei fusti dei grandi alberi, proprio dove le radici s’infilano nel terreno molle e umidiccio. Lei fece spallucce e tirò fuori un’espressione così incantevolmente dolce che l’avrebbe costretto a seguirla anche tra le fiamme dell’inferno, se avesse voluto.

Ma Ugho fece finta di nulla. Dopotutto bisogna sempre darsi un tono. Pensò.

“Devo attraversare l’intera foresta, per raggiungere la casa del vecchio Bron. Ha rapito il mio cucciolo”.

“Il vecchio Bron? Cosa ci dovrebbe fare quell’eremita dissennato con un minuscolo scoiattolo rachitico?” Gridò Ugho. “Senti Honna, io e te siamo amici da tanto tempo ma andare lì è pericoloso: quello è un umano!”

Ma lei tanto fece, implorò facendo inumidire quegli stupendi occhioni, supplicò abbracciandolo fortemente e promettendogli gratitudine eterna, che il piccolo gnomo dovette cedere le armi.

E adesso erano lì, in quella stupida e fredda galleria scavata dai Dewinn e che puzzava pure del loro piscio dolciastro.

“Siamo arrivati!” Vociò felice Honna indicando una misera lucina che trafilava alla fine del lungo tunnel che ancora li attendeva.

Ugho, invece, felice non lo era per niente; il cunicolo era umido e puzzava ma la fuori, sapeva, era molto peggio. Lei accelerò i suoi passettini emettendo squittii di contentezza, lui invece continuò con lo stesso ritmo, senza alcun ardore, anzi arrivato verso la fine del percorso i suoi passi si fecero più corti e meno frequenti.

“Dai pigrone, andiamo, qui fuori è bellissimo”. Lo chiamò Honna.

“Qui fuori…qui fuori” bofonchiò lui sottovoce “ma non era meglio restare dentro? Tanto quello che c’è fuori si sa: volpi e tassi affamati, un sole rovente e accecante, aquile predatrici e le ruote di ferro dei carri degli umani. Senza contare i duri zoccoli delle loro bestie!”

“Forza brontolone, vieni qui e ammira il paesaggio”.

In effetti il posto in cui Honna aveva deciso di uscire non era poi così male, all’ombra di un grande castagno con le foglie verde smeraldo, a fianco di un torrentello le cui acque cristalline scorrevano veloci e chiacchierine. Uno stormo gruppo di storni si staccò dall’albero prendendo il volo.

Il tumulto delle foglie smosse e dei loro richiami striduli quasi fecero venire un colpo a Ugho, tanto era teso.

“Bello qui!” Disse mentre le gambe ancora gli facevano giacomo giacomo. “Ma cosa ci siamo venuti a fare? E dov’è la casa del perfido Bron?”

“Dall’altra parte della foresta”.

Ugho si guardò intorno disorientato: “Ma come, mi avevi detto che…” Poi di colpo tacque. L’esile corpicino di Honna era attaccato al suo, appiccicato in un abbraccio che non aveva nulla di amichevole. Lei alzò lo sguardo verso di lui, e nel farlo quegli stupendi occhi neri si allargarono languidi e un sorrisetto malizioso si disegnò su quella boccuccia rosa.

“Io…tu…noi”. Mugugnò Ugho sorpreso.

“Taci, adesso parlo io. Tu sei il mio cavaliere dalla lucida armatura, mi avresti seguito e protetto anche in un’avventura pericolosa come quella che ti ho prospettato, tanto è il tuo amore per me…lo so, l’ho sempre saputo! E anch’io ti amo perché tu sei il più nobile gnomo di questa foresta, e anche il più carino”.

“Quindi tutto questo era solo una scusa per stare sola con me?”

“Si, mio adorato!” Disse lei stringendosi ancora più forte, porgendo la bocca al fremente bacio che aspettava. Ugho era sbalordito per la sorpresa ma quelle piccole labbra erano talmente invitanti che non poté resistere. Apprese, con quel bacio alla francese, che la lingua dei folletti Dewinn è abrasiva come la pelle dei pesci gatto; e lui adorava i pesci gatto.

Una foglia impertinente si sfilò dall’abbraccio legnoso di un ramo del castagno, e planando paciosa, sostenuta da un flebile alito di foresta, si posò sulle verde erba, accanto ai due innamorati avvinghiati in un abbraccio indivisibile.

Ugho riaprì gli occhi al tocco ovattato della foglia sull’erba fresca, distogliendo lo sguardo dalla piccola Honna ancora intenta a godersi il suo premio.

“Cosa c’è?” Disse lei riprendendo fiato.

“Li vedi i lembi della foglia? Sono di un marrone così scuro che quasi tende al nero”.

“Li vedo, mio amore, è segno che l’autunno si sta avvicinando ma riprendiamo da dove questo momento si è interrotto, vuoi?” Cinguettò lei amabilmente.

Lui invece era serio, nelle leggende degli gnomi, quando ai tuoi piedi cade una foglia orlata di nero prima ancora che l’autunno cambi il colore a ogni fronda del bosco, questo è segno di una grande sventura in arrivo. Alzò gli occhi al cielo, scrutando tra la chioma del grande albero qualche segno di debolezza o malattia. Nessuno; le altre foglie brillavano di un verde smeraldo intenso come le acque del lago tra i monti, nessuna traccia di alcuna imperfezione, l’albero era forte e sano, senza dubbio. Guardò nuovamente a terra, adesso l’orlo era ancora più grande e, se possibile, ancora più scuro: la foglia si stava decomponendo sotto i suoi occhi, con una velocità che nulla aveva di gnomesco.

Adesso anche Honna era visibilmente turbata: “Credi che baciandoci io e te, si sia combinato qualcosa di male, che il cielo ci stia mandando un segno?” Chiese preoccupata tanto da non riuscire neppure più a prendere il fiato.

Ugho prese il piccolo mento della sua amata e alzò quello sguardo che, mortificato, stava fissando la foglia ormai nera.

“Non devi pensarlo nemmeno per un istante. Non credo di essere il primo gnomo a innamorarsi di un folletto, anzi. Grandi storie si narrano tutte le sere intorno al fuoco del mio villaggio, tra queste molte riguardano i grandi amori dei miei simili nati con i piccoli spiritelli Sterre, i Dreh della grande foresta a nord e anche i folletti Dewinn. Nulla su questa terra si potrà opporre al nostro amore, se questo intende resistere all’usura del tempo stesso”.

Lei si rincuorò, in effetti molti di questi racconti di rapporti, diciamo cosi, promiscui, erano spesso riportati anche dalla sua gente, per quanto questa non ne facesse un grande vanto. “Allora a cosa si deve questo prodigio nefasto?”

“Non lo so, mio amore, ma intendo scoprirlo!”

“E come intendi fare? Non abbiamo alcun indizio da cui cominciare, e non è detto neppure che lo si voglia fare, giusto?”

“La foglia è caduta ai miei piedi, questo maleficio riguarda me e non intendo delegare a nessuno questo imperativo che la sorte mi ha dato: se lo ha fatto avrà avuto le sue buone ragioni!”

La logica degli gnomi era da sempre ferrea, Honna non seppe cosa ribattere a quelle parole, semplicemente l’ardore che covava come una brace sotto la cenere grigia dei suoi piccoli occhi, si ravvivò. Non poté trattenersi dal baciare il suo coraggioso amore. Con un vigore quasi umano lo strinse, tanto da fargli male.

“Sapevo di essermi innamorata dello gnomo più coraggioso di tutti. Bene, mio cavaliere, da dove vuoi cominciare?”

Ugho si sciolse dall’abbraccio attaccaticcio e raccolse la foglia, la guardò per bene in controluce, le venature erano ormai scomparse e la consistenza umidiccia e marcescente formava un velo opaco del colore stesso della morte. Poi l’annusò, e si bloccò, impietrito tentando di richiamare dalla memoria qualcosa che aveva già annusato. Gli gnomi hanno grandi nasi molto fini e il loro odorato è uno dei sensi più utilizzati, al pari, se non più, della vista.

“Ho già sentito questo odore.” Sentenziò, poi con un tono greve si rivolse verso Honna, i suoi occhi trasmettevano un’ancestrale paura. “È odore di uomo, ma non un uomo qualunque…lo stregone nero è tornato!”

Honna quasi svenne per il terrore, nemmeno per un attimo dubitò del fiuto dell’amato: sapeva quanto fosse infallibile, maggiore di quello di un cane segugio.

Ma non ebbero modo di parlare oltre. Un orrendo frastuono di frasche smosse si alzò dal roveto sul loro lato destro e in un istante una sagoma immensa si materializzò accanto a loro, evanescente nei contorni ma con il forte aroma della solitudine e della sporcizia che spandeva intorno a sé in un indiscutibile olezzo: Bron il pazzo era lì. L’umano li aveva colti di sorpresa mentre loro avevano la mente rivolta altrove. Honna, stavolta svenne davvero mentre Ugho si immobilizzò, come fa uno scoiattolo quando viene trovato all’aperto, senza possibilità di fuga. Il cunicolo era lì, ma il corpo esanime dell’amata era poco distante dai grossi piedi del gigante, trascinarla di peso all’interno non era una cosa possibile. Bron si fermò e la terra smise di tremare, ma non il corpo dello gnomo.

Il gigante annusò l’aria qualche istante, poi abbassò la testa e vide un Ugho tremante ma con le gambe di piombo per il terrore; gli fece un grosso sorriso, mostrando quanti pochi denti ancora avesse, e in che pessime condizioni quelli rimasti si trovassero.

“Ciao piccolo gnomo!” Tuonò rimbombando.

“Sa…salve Bron l’eremita” Rispose con la voce strozzata Ugho; da dove poi questa fosse arrivata, vista l’immensa paura che lo saturava completamente, era e rimane ancora un mistero. Bron guardò anche il corpicino esanime di Honna distesa a terra; da quell’altezza e con la vista malandata dell’uomo doveva sembrare poco più di una macchia grigia.

“È la tua fidanzata?” Chiese serio.

“Sì, almeno credo!”

“Allora è meglio che tu la raccolga e la metta al sicuro, tra breve, in questa radura si svolgerà un combattimento molto aspro e dal risultato incerto”.

Le gambe del piccolo gnomo tornarono ai suoi ordini, il rischio che accadesse qualcosa di male a Honna gli mise le ali ai piedi. Prese in braccio l’esile corpicino e, non senza fatica, la condusse all’entrata del cunicolo e la ricoverò al suo interno, quanto più in profondità riuscì.

Poi, contrariamente a ogni regola del buon senso gnomesco uscì, trovandosi nuovamente ai piedi dell’uomo.

“Che cosa ci fai tu qui?” Domandò meravigliato Bron.

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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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9 Comments

  1. Albi92mu
    Albi92mu

    Spiegaci come si fa!
    Come si fa ad avere uno stile così, bello e preciso da poter scrivere cose nuove che quasi non si riconosce il tuo tocco?
    Riesci a far piovere le parole e le storie che racconti dentro direttamente nella testa…
    complimenti e grazie, per me sei stimolante alla scrittura!

    1. Alcano
      Alcano

      “quasi non si riconosce il tuo tocco?”
      Sindrome bipolare, è questo il mio trucco! 🙂
      Scherzi a parte, scrivo sempre, tantissimo, di tutto e quello che mi aiuti molto è una fantasia fervida che spinge me per primo a immedesimarmi nei racconti.
      Comunque sia ti ringrazio infinitamente per questo bellissime parole.

  2. Ignotochi
    Ignotochi

    Beh ti faccio i miei complimenti, anche se il genere fantasy non è il mio ed è raro che mi entusiasmino, ti faccio i miei complimenti per come è scritto. Si sente che hai esperienza, è una scrittura matura, non ha sbavature, descritta bene, dialoghi espressi bene. Leggendolo ti accorgi che scorre da solo, con facilità. Per la storia non mi esprimo perchè proprio non è il mio genere, ma per la tecnica per me meriti la lode!

    1. Alcano
      Alcano

      Vorrei avere le parole giuste per ringraziarti, un elogio simile non è certo cosa da poco e se a proporlo è uno scrittore par tuo allora acquisisce una valenza ancora maggiore. Non pubblico da tempo, impelagato nelle spire di una vita matrigna che mi ha portato da un’altra parte; ho dovuto correggere un romanzo…e in parte riscriverlo…di un amico. Una cosa importante della quale parlerò poi con calma. Intanto grazie ancora, anche per l’immeritato lingotto di oro.
      A presto.

            1. Alcano
              Alcano

              Essendo un diario, altre alla parte scritta che io ho ho aggiustato e abbellito Marco ha inserito nel testo anche una caterva di foto interessanti, secondo me è uscito un buon lavoro.
              Vedremo cosa diranno le case editrici.