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Adoravo Regent Street. I suoi lampioni verdi, i tasselli di vario colore che abbellivano i marciapiedi, i ristoranti aperti da poco con ancora l’odore di nuovo al loro interno. Era semplicemente perfetta.  Peccato che io lì non ci abitavo. Alloggiavo poco distante in un grattacielo rosso al ventisettesimo piano, e la cosa strana era che si trovava in mezzo ad altri grattacieli rossi; quindi, sino a quando avevo otto anni non riuscivo bene a distinguere quale fosse il mio. Ma per certi versi lo sentivo, era quello delle orchidee viola nei vasi di vetro, era quello dei divani grigi e delle moquette bianche, ed era quello che aveva di fianco una fontanella che sprizzava acqua dappertutto. Mi divertivo nelle giornate di sole, quando faceva troppo caldo per uscire, a contare le macchine del parcheggio di sotto, come un controllore specializzato, dal mio angolino preferito del soggiorno. Da lì vedevo tutto. Non solo le macchine, ma anche gli altri grattacieli interminabili, aerei in volo, persone che guardavano la TV, e anche quando non vedevi sentivi i clacson rabbiosi dei tassisti, e le voci concitate dei pedoni.

Purtroppo, però il mio primo anno di soggiorno in quel mondo fatato, non è stato nelle zone di Regent Street, ma da tutt’altra parte, dove gli appartamenti erano piccoli e senza bidet, e ogni due per tre la polizia entrava nelle case per ispezionare. No, non eravamo nel ghetto, ma era comodo per il lavoro di mio padre e quindi inizialmente non ci avevamo fatto caso. Come non avevo fatto caso che in una giornata di afa mi ero imbarcato su un pulmino giallo diretto chissà dove. Fortunatamente però c’era mia sorella, la quale non sempre è stata in grado di comunicarmi bene cosa stava succedendo. Tante volte anche perché nemmeno lei capiva, e quindi non voleva farmi preoccupare. Il punto è, che io capivo tutto benissimo. Solo che avevo la mente troppa piena di cose per potermi esprimere, e anche perché all’epoca avevo qualche problema a pronunciare le erre e le esse, quindi tanto valeva stare zitti.

Non per molto però. Appena quel pulmino scendeva, entravamo in campi verdi con erba che sembrava fieno, e ci mettevano le mani nei capelli controllando la presenza di pidocchi, dicendo varie parole in una lingua strana. Non che io sapessi qualcosa, ma mia sorella a differenza di me sapeva quasi tutto alla perfezione, e mi domandavo se mi avesse tenuto qualcosa segreto.

Sembrava tutto quasi fatato… quel giorno stesso promisi a mia sorella, che per il mio venticinquesimo compleanno avremmo alloggiato nello stesso appartamento in cui vivevamo allora, tra quei palazzoni che osservavano compiaciuti lo skyline di New York, quasi sognanti, di poter essere anche loro belli in tal modo. E quel giorno stesso, promisi a mia sorella che anche noi avremmo riguardato lo skyline, con un bicchiere di spumante in mano, l’uno accanto all’altra.

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TomStone
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Appassionato nei criteri imperfetti del proprio essere, da sempre forte minimalista, il tutto racchiuso in un forte vortice di domande e interrogativi, che forse non risolverò mai

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