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Ciao a tutti, mi chiamo Marta ed è la prima volta nella vita che entro in un forum. Perdonate se ancora non so usare il linguaggio e le abbreviazioni.
In questo tempo isolato, ho scritto un racconto, ne pubblico un pezzo. E’ solo immaginazione, mi scuso se può urtare qualcuno. Non so cosa aspettarmi, ma vorrei condividere quello che si muove, in segreto, dentro di me.
Oltre che condividere il mio scritto, mi piacerebbe tanto trovare un co-autore, mi spiego: il racconto è in prima persona, chi scrive è un uomo con una malattia degenerativa. E’ una sorta di suo diario in cui racconta un incontro con una donna. Mi piacerebbe che qualcuno scrivesse nei panni della donna protagonista, in modo da create una narrazione parallela.
Eccolo, dunque, nei suoi primi capitoletti…

 

UN RACCONTO

 

Non passa giorno senza che io non pensi a questo mio corpo ridotto a quello di un neonato, vessato da gesti continuamente abortiti, immagini sbiadite di un’intenzione.

Ma c’è un momento della giornata in cui la potenza di quest’angoscia perde terreno, per lasciare spazio a qualcosa di indefinito, che per spiegarlo mi occorre rifugiarmi in un linguaggio un po’ psicologico.

La mattina, chi si prende cura di me, deve invariabilmente, ad un certo punto, sollevarmi dal letto ed inizia a farlo dalla testa e dal busto.

Ogni parte del mio corpo ha bisogno di essere sorretta ed io mi abbandono alle mani vigorose ed attente, so che non faranno strappare il mio collo, né scivolare la mia schiena.

Ecco, nel momento in cui aderisco e sono circondato dalle braccia altrui, mi prende un’emozione alla gola che è come un’esca lanciata nel mio passato più remoto.

Sono stato un bambino a cui il contatto fisico era quasi sempre negato, me lo proponevano frettolosamente,  mescolato ad una certa dose di inquietudine. Una sorta di viatico per un contagio, più che un gesto naturale.

Ecco, quando oggi mi abbracciano per consentirmi di stare al mondo in qualche modo, è come se il mio terribile presente lenisse ciò che è stato indicibile allora.

Nei giorni in cui è lei che mi fa alzare, che mi fa compiere il tragitto caldo tra il letto e la carrozzina,  allora è ancora meglio: so il profumo che incontrerò, quando la mia testa si poserà sulla sua spalla.   Quell’odore di sottobosco, di natura prepotente e  scaldata dal sole…   Mi abbandono così a fantasie che solo qualche anno fa erano relegate all’ambito della perversione altrui, studiate, per lavoro, in modo distante ed asettico.

Quando è lei al comando, mi trovo ad accettare senza vergogna anche che mi masturbi ed  il mio cazzo sembra ricordare e ripercorrere, senza indecisione, il percorso lineare verso un orgasmo.

 

PARTE II

 

Con l’esaurirsi del fiotto tiepido, succede quasi sempre che io mi addormenti. La fisicità del piacere mi svuota anche di quel poco che resta di me: mi abbandono al socchiudersi degli occhi perché so che anche lei starà nel mio immobilismo, nella sospensione del tempo.            Rinuncerà a mettermi in carrozzina e mi aiuterà a ridistendermi, posizionandosi accanto a me. Lo fa sempre ed è per questo momento insieme che io non mi spavento più del vuoto.  A guardarci distrattamente, sotto le coperte entrambi, potremmo sembrare una coppia che sottrae il tempo alle richieste del mattino, indugiando pigra nell’odore familiare dei corpi vicini.

In realtà, lei mi si stende accanto e rimane attonita, cercando ogni volta di dare una dignità e un senso a questo accadere tra noi, così imprevisto. Ha fatto fatica a dirselo ed ancora più a dirmelo: io le piaccio, specialmente le mie gambe. Inutili, morte, eppure così sensibili: il mio continuo necessitare di qualcosa ed al contempo la mia inesauribile energia a-finalistica. Come creta che lei non vorrebbe mai smettere di lavorare. Prendendo in prestito le parole di un blogger disabile, mi chiama “il suo Picasso”.

Tutto questo, me l’ha detto dopo avermi chiesto il permesso per collegarmi al lettore oculare. Aveva bisogno di un noi riempito delle parole di entrambi: non le bastavano i battiti di assenso e diniego delle mie palpebre, né i versi confusi che tento di articolare.

Il sentirsi ancora bello per qualcuno, non credevo che sarebbe stata un’emozione così forte, seppure in modo misterioso e distorto. Sono molte cose per molta gente, ma bello no di certo e la mia immagine del “prima della malattia” non la riesco a rievocare neanche guardando le fotografie.

Arrivare a proporle il mio sesso è stato più semplice del previsto, l’evidenza di un’erezione ha semplificato le cose e non ha preteso richieste o spiegazioni.

La prima volta mi ha  aiutato a masturbarmi: è stato così diverso dai gesti pietosi ricevuti in ospedale, briciole di sfregamenti frettolosi, con il desiderio mortifero che si spegnesse al più presto, il problema che creavo.

Con lei, invece, ci sono stati sorrisi imbarazzati, quasi come preadolescenti che scoprono una reciprocità nuova e possibile. Tutto perché a lei questo piace, nello stesso modo in cui piace a me: i nostri corpi indicano la stessa direzione.

E’ stato da quel giorno, da quelle carezze volute ed incerte, che posso dire che fra noi si è stabilita una sorta di quasi quotidiana complicità, un andare insieme verso qualcosa di sconosciuto, alla faccia di tutto ciò a cui può far comunemente pensare la disabilità.

 

PARTE III

 

E’ arrivata da me con le guance accese, segno che ci sarebbe stata una variazione ai gesti consueti. Infatti, ha appeso borsa e giacca al muro, mi ha dato un bacio frettoloso, mi ha sollevato il capo e lo ha immobilizzato nella struttura che mi permette di fissare gli occhi al monitor del computer. “Dobbiamo parlare: questa cosa che siamo esiste, ha un nome… E non so se questo è un bene o un male… Io sono una devotee: sono attratta da un corpo disabile esattamente come un’altra donna può esserlo da una divisa o da una massa muscolare ben formata. Che ne facciamo, adesso, di questa informazione?”.  Tutto d’un fiato, emotiva, ma diretta e senza filtri com’è lei.

Il fatto di avere tutto l’alfabeto davanti agli occhi, pronto perché ne facessi parole, non mi ha aiutato molto. La cosa che mi fa davvero ridere è che lei, dopo aver parlato, è rimasta ad osservarmi con uno sguardo che mai avrei pensato di risentirmi addosso, benchè abbia segnato per vent’anni la mia professione… I suoi occhi dicevano che ero io lo psichiatra e che dovevo essere io ad illuminare d’immenso il terreno sconosciuto!

“Ma io ti piaccio?”. Le ho scritto questo, invece.

La voce metallica, naturalmente, si è propagata senza intonazione e meno male, perché sarebbe uscito un tono incerto, intrappolato tra l’ironia e la tragedia. E’ stata lei a scegliere l’ironia e a mischiarci un po’ della dolcezza che ritrovo da che la conosco.

Mi ha preso una mano e se l’è rigirata tra le sue guardandola, contrastando le mie contrazioni. Ha sollevato il viso e ha piantato i suoi occhi nei miei: “Bhè, il sesso funziona a meraviglia!”.

In quel momento,  ho capito cosa doveva aver provato Humbert Humbert, quando iniziò al amare Lolita e scrisse di sentirsi “in un paradiso contornato dalle fiamme dell’inferno, ma pur sempre in un paradiso”.

 

PARTE IV

 

La forza erotica, che ci illudiamo di aver scelto di accogliere, ci porta, giocoforza, a passare molto tempo insieme. Ciò che è cominciato come un furtivo toccarci e fuggire dalle parole, si sta tramutando in una relazione. Non so bene che vita lei abbia fuori di qui, ma è spessissimo con me. La cosa che adesso fa, appena arriva, è collegare il mio volto al monitor, per poter parlare insieme del piacere che proveremo.

Anche io ho cambiato le mie abitudini: faccio attenzione che il suo toccarmi non sia mai per dovere. Lascio che siano altri a cambiarmi il catetere inguinale e a trattare i movimenti del mio intestino. Mi tengo più pulito e non ringhio quando il sollevatore mi trasporta a fare il bagno.

Mi interesso molto di più anche alle potenzialità della mia sedia a rotelle, fantasticando su ausili che regalino autonomia. Ho sempre detestato essere bloccato sulla carrozzina elettrica: se, da un lato, è vero che posso muoverla utilizzando le dita della mano destra opportunatamente bloccate, mi è ancora insopportabile la distonia che si scatena nel  mio corpo, quando lo si cerca di costringere. D’altra parte, mi vergogno della sedia manuale: rimango inerme ad agitarmici sopra, produco rumore fine a se stesso, mi concentro sul non sbavare, su come sarebbe bello spingermi da solo e non mi accorgo nemmeno di essere stato posizionato all’aperto, nel parco del RAS.

Il fatto che ora ci sia lei, indirizza, in qualche modo, le mie energie ancora sopite, mi rende più propenso a non stare sempre nel letto e a proiettarmi verso un indefinito altrove.

Mi sorprendo a ricordarmi le cose che mi piacciono e a misurami con loro, ipotizzando possibilità e compromessi. Devo trovare il coraggio di riferirmi a me stesso con l’appellativo che mi rappresenta: un handicappato e dio solo sa che male fa scriverlo! Qualunque azione io decida di intraprendere, la dovrò fare da handicappato.

Sono due le cose che mi spaventano: gli addii che dovrò dire di fronte a tutto quello che ero (finchè me ne sto a letto, non ho sollecitazioni dal passato) e lo sguardo: gli altri non vedranno che un handicappato, anche se, nel mio intimo, potrei sentire di non essere solo più questo.

 

 

PARTE V

 

“Nessuno fa nulla da solo”.  Ho sempre pensato di saperlo, ma solo oggi mi rendo conto che non l’ho sperimentato mai. E con “fare”, intendo produrre vita ed energia,  prospettiva e vertigine. Tutta roba che può dare solo la comunione di un gesto con qualcuno di importante.

L’idea, il desiderio che divengono un’ azione comune!

Io e lei iniziamo a chiederci se questo essere ispirati e sospinti non sia amore. Sono io che scrivo?! Sono forse innamorato?!

Dunque, oggi mi ha proposto di uscire, di stare insieme nel parco.       La sua idea prevede che io, domani, mi faccia mettere a posto dagli OSS  di turno (sa che mi vergognerei, se fosse lei ad occuparsi di tutto), in modo da farmi trovare seduto sulla sedia elettrica, con tanto di collegamento al lettore oculare. Crede che potremmo percorrere i vialetti per mano. Crede che staremo bene. Dice che questa cosa, oltretutto, la eccita. Dice anche che un po’ si vergogna, non sa trovare in sé i confini tra lecito e possibile. Ha bisogno di me per tracciarli.

 

 

PARTE VI

 

E’ trascorsa una settimana dall’ultima volta che ho scritto. Sette giorni di silenzi, proprio sul limitare della nostra possibilità. Ho avuto una crisi respiratoria che mi ha portato a dover essere attaccato all’ossigeno, in pre-terapia intensiva.

Ora respiro da solo, ma ho comunque la polmonite e non posso vedere nessuno. Mi fa male tutto il corpo, mi sento come percorso da scosse continue e la distonia non mi lascia tregua. In questi momenti, rimpiango di non essere tetraplegico.

Tuttavia, il mio pensiero è polarizzato a lei che, ricevuto questo schiaffone nel bel mezzo di un ameno progetto, sarà volata via così com’è apparsa, rientrando nei ranghi della sua vita e portandosi dietro la sensazione di aver vissuto queste settimane come in un sogno dai contorni sbeccati.

Si sarà sentita sciocca, presentandosi carina al nostro appuntamento e trovando vuota la mia stanza. La forza del mio essere handicappato l’avrà colpita senza riserve, restituendo un nitore impietoso e patetico ai momenti passati insieme.

Probabilmente si vergognerà, non si riconoscerà. Si rivedrà mentre masturba uno storpio, negherà a se stessa di essersi eccitata.     Proverà orrore all’idea di farsi vedere in giro con me. Conseguentemente a questi pensieri, mi chiedo come io stesso abbia potuto essere complice di questa follia.

Ho tagliato i ponti con tutti perché non potevo sopportare l’idea che fossero gli altri, con il tempo, a tagliarli con me. Nessuno sa dove risiedo, scambio mail solo con Pier, il mio migliore amico da sempre. Qualche volta, è anche venuto in visita. Lui ed io abbiamo una storia comune fin dall’infanzia, ma sempre con una lontananza che lo porta a poter sopportare.

Ho sempre pensato che quello che mi è accaduto mi costringeva ad un luogo verso cui volevo almeno avviarmi da solo. Non mi è mai interessato che le cose si trascinino per inerzia e per dovere, né potevo sopportare la certezza che la mia vigoria fosse sostituita da queste macerie, sotto gli occhi quotidiani del mio mondo.

Ecco, entrano in questa stanza e mi tolgono dalla mia bolla di auto-commiserazione, per comunicarmi che tra tre giorni mi riportano alla RAS.

 

PARTE VII

 

Ho chiesto che mi iniettassero 2 mg di Midazolam, per non dover vivere troppo coscientemente il ritorno, in ambulanza, alla RAS.

Ho trovato lei sulla soglia della mia stanza. E l’ho maledetto il Midazolam, che mi socchiudeva gli occhi e mi faceva apparire ancor più provato di quanto non fossi.

Si era informata sul giorno del mio ritorno ed ora era lì. Era patita e commossa. Era incredibilmente vera. Con il senno di poi, avrei dovuto sapere che non sarebbe scomparsa. Dimostrava, inoltre, di aver immaginato correttamente i miei pensieri funesti di questi giorni, in quanto fu questo che mi disse, una volta rimasti soli: “Te l’ho detto, sono una devotee e sono una persona sincera, quello che comprendo non so come lo si possa cancellare, né mi interessa farlo. Lo seguo e basta, mi fido”.

Della sera del mio ritorno, ricordo solo dei flash: lei che mi informa di aver chiesto alla Cooperativa per cui lavora di mettere metà del suo monte ore in questa RAS; lei che mi chiede di aiutarla con l’esame di Igiene, per conseguire un titolo che può farle avere un contratto più vantaggioso; lei che fa la notte e che, tra un paziente e l’altro, mi viene a trovare.

E poi noi due, che restiamo nella paura e nel sollievo.

 

PARTE VIII

 

Le gambe danno di matto. Giacomo, l’OSS di turno, prova a farmi sedere sulla sedia a rotelle elettrica, ma appena tenta di convincere le estremità inferiori a stare nella sede a loro attribuita, queste si dimenano e fanno sì  che tutto il mio corpo sia scosso dagli spasmi.

Per poco non scivola a terra il catetere, che non è stato ancora infilato nella tasca laterale sinistra della sedia.

Ad arginarmi, non basta neanche quel po’ di movimento meccanico che la carrozzina è in grado di fare, per attutire i tremori.      Sono troppo poco abituato agli spostamenti e ne pago le conseguenze.    Faccio capire con fatica a Giacomo che desidero le mandi un messaggio, per annullare il nostro programma. Lui, fiducioso, mi convince a rimandarlo di mezz’ora.

A poco a poco, miracolosamente, il corpo si calma quel tanto che basta a far sì che io possa essere legato in sicurezza: la testa con la fascia sulla fronte, le cinghie laterali, quella sul petto, quella lungo il basso ventre. Per le gambe è più complesso, non sono simmetriche e quello che serve alla destra è diverso da quel che occorre alla sinistra.

La mia gamba destra è più corta, in quanto è stata più colpita dalla deformità. Il piede è ritorto verso l’esterno. Quella sinistra è molto magra, ma meno provata dalla malattia. Solo il piede non è più in grado di essere elastico e, quindi, si protende in avanti. Ne consegue che non posso portare scarpe normali: ne ho un paio su misura, ma sono decisamente meno appariscente se sto solo con i calzini.

La posizione assunta dalle gambe fa sì che la progettazione degli appoggi della sedia a rotelle abbia necessitato di uno studio ad hoc. Se tutto avviene correttamente, riesco a sentire che i piedi si appoggino in modo abbastanza saldo. Una delle sensazioni più sgradevoli da gestire in carrozzina è il non equilibrio, la percezione di stare sempre sul punto di cadere. E’ questo il motivo per cui i disabili gradiscono essere toccati da chi se ne cura: potenzia la sensazione di essere in sicurezza.

Passaggio alla sedia a parte, è stato bello, oggi, essere aiutato a prepararmi. Soprattutto, ho capito che è stata una buona idea, tempo fa, in un momento di ottimismo, essermi fatto fare dei vestiti su misura, che prendessero le distanze  dalla solita tuta informe.

C’è un’intera industria di sartoria per handicappati ed i risultati sono apprezzabili, senza rinunciare alla comodità per indossarli. Per esempio, i vestiti si aprono completamente e si assemblano sul corpo con facilità, con il velcro. Oggi, indosso dei jeans con le calze blu scuro, una camicia bianca ed un maglione bordeaux di cotone, il tutto adatto a questo fine aprile temperato. Indosso anche una pashmina da uomo, un regalo di lei, per esorcizzare la polmonite.

Sono pulito, mi hanno fatto la barba e sono pronto.

Mi incontro con lei tra poco, nell’atrio; decido di non farmi accompagnare e di arrangiarmi autonomamente con l’ascensore. Dovrei riuscire a trasmettere al mio braccio sinistro (il destro è bloccato sul joystick di guida) il comando di raggiungere da solo con il pulsante di chiamata.

 

PARTE IX

 

Lei è molto bella, come lo può essere una donna così, interpretando la primavera.

Collegato al mio monitor, mi rendo conto che riesco a comunicare in modo abbastanza fluido e lei, ormai, interpreta correttamente i colori che stanno dietro le mie parole. Stando così le cose, non sembra così impossibile che io riesca ad aiutarla con l’esame di Igiene!

Decidiamo di passare dalla caffetteria dell’Istituto, perfettamente attrezzata per la carrozzina. Hanno messo i tavolini fuori e, mentre la aspetto con il vassoio, mi rendo conto di quanto bella e profumata sia questa giornata. La luce scalda le cromature della mia sedia, mi sento le ossa forti ed il cuore pieno. Le persone  non fanno caso a me, sarà che qui c’è molta più gente paralitica che in piedi.

Per uno con il corpo tetraspastico, mostrarsi mentre mangia è imbarazzante.

Per quanto mi riguarda, posso deglutire, ma non masticare: così, da ormai qualche anno, mi nutro di cibi gelatinosi, integrandoli con delle flebo. E’ stato uno dei passaggi obbligati della malattia, uno di quelli che ho patito di più.

Bevo il caffè con il suo aiuto e con l’ausilio di una cannuccia, mento quando le dico che non ho voglia del tiramisù, che mi propone con una strizzatina d’occhi.

 

PARTE X

 

Quando mi preme la mano sul petto, aumentando la pressione per il desiderio che le leggo negli occhi, mi sento mancare ed il sangue inizia a scorrere all’impazzata. Come avrei voluto iniziare io a toccarla! Il mio corpo risponde ed inizia a contorcersi un po’, per effetto dell’emozione intensa.

Quando mi prende la mano libera, capisco che è arrivato il momento di percorrere, affiancati, i vialetti del parco. Non posso guardarle il viso fino a che non le chiedo di fermarci in un luogo appartato, dove lei si possa sedere su una panchina. Mi bacia, prima di farlo: un bacio vero e lungo che mi fa diventare il cazzo duro come il marmo.

Non mi lascia la mano, anzi la guida sotto la gonna, per farmi scoprire che è senza mutandine. Nessun riparo al fatto che è eccitata.

Il mio corpo è insofferente alle cinghie contenitive: so che dovrà rinunciare alle mie parole, ma le chiedo di liberarmi da tutto l’imbraco superiore.

Smette così anche lei di parlare e le sillabe smozzicate che emettiamo sono molto simili tra loro.

Da seduta, avvicina le mie gambe alle sue ginocchia e mi massaggia i piedi. Togliendo i calzini, fa loro sperimentare la pelle nuda delle sue cosce. E’ stranamente liscia e lucida, percorsa da una sottilissima rete di fagliette, come se tendesse a seccarsi facilmente.

Mi viene da piangere, perché non avrei mai detto che queste carezze donassero dignità proprio alle parti più colpite del mio corpo.

Stando attenta al catetere, mi abbassa i pantaloni separando il velcro ed estrae il cazzo duro e sicuro di se che mi ritrovo. Con destrezza, smonta i braccioli della carrozzina e li neutralizza facendoli scorrere sul fianco. Con il cursore, modifica l’inclinazione del sedile, per scoprire insieme che siamo comodi e pronti affinchè lei si possa sedere su di me.

Tentenna un po’,  ha paura di fare del male al mio corpo già fuori controllo. Per un attimo, sembra volersi limitare a masturbarmi, standomi comunque il più vicina possibile. Sono io che le afferro il polso e lei capisce.

Mi si siede sopra e la penetro con una facilità estrema: i contorni del cazzo sembrano modellati per percorrerla tutta, uno strusciare di cui percepiamo ogni centimetro.

Ci sentiamo l’uno il riparo dell’altra ed è proprio in un altro mondo che ci ritroviamo. Non c’è bisogno che lei faccia alcunchè, la mia spasticità rende ritmico il suo stare immobile. E lei vi si perde, senza mai staccare i suoi occhi dai miei.

Sa che sto controllando l’orgasmo e che non ne posso quasi più.      Mi avverte che sta venendo e confondiamo insieme il nostro piacere, prestandoci e scambiandoci gli sguardi.

 

PARTE XI

 

Nel dovermi riposizionare in carrozzina, incontra  i movimenti inconsulti del mio corpo, senza che io possa guidarla con le parole. Mi ripulisce l’inguine, litiga con i calzini, mi aggiusta i vestiti, mi passa una salvietta sulle labbra. Impedisce al busto di scivolare, schermandolo con il proprio corpo. Inizia a mettermi le cinghie, evita di bloccarmi il braccio, dicendo che mi avrebbe spinto lei. Da ultimo, mi ricollega alle mie parole possibili. Ride perché, sullo schermo, faccio apparire l’emoticon di un cuore pulsante.

Tornando verso l’edificio, osservo la nostra immagine riflessa nelle vetrate. All’improponibilità che mi suggerisce l’impatto visivo, si affianca un’emozione che ha il sapore di un segreto, di una sfida, di uno sconfinamento.

Mi soffermo anche sul profilo di lei, mi piace immaginare che si senta con me, dentro questa bolla privata.

 

PARTE XII

 

Oggi ho scelto di farmi trovare impegnato nella fisioterapia. Con stupore da parte del personale, mi sono fatto portare in palestra. Voglio che lei veda la parte migliore di me ed è per questo che mi sforzo di scoprirla io stesso.

Appena la vedo, il mio ventre si contrae sotto la tuta, sento già l’erezione che preme, ma la voracità di ieri è accompagnata da un desiderio che va oltre il pensiero dei nostri sessi. Ha gli occhi luminosi, tenta di cogliere come si fa ad addomesticare il mio corpo. Non mi tocca, lascia fare ad altri, non vuole che io mi distragga. Forse, pensa che io possa migliorare la mia condizione.

In caffetteria, chiacchieriamo come se tutti i discorsi del mondo ci appartenessero.

Viene fuori che vive da sola con un gatto,  l’avevo immaginato. Scrive un diario, nel quale cerca di tenere le fila della sua vita. Sta scrivendo molto, in questo periodo, cerca di capire le sue verità appena scoperte, di distinguerle dagli abbagli. Per questo, va in fondo ai ricordi, fino a rincontrarsi bambina. Mi racconta di una compagna delle elementari, affetta da tetraparesi spastica. Ne osservava gli ausili, ne ascoltava i versi. A casa, riproduceva tutto, giocando con una bambola.

Rievoca un Natale lontano: l’arrivo, da Milano, di un cugino con una gamba ingessata e le stampelle. Ricorda di essersi accesa in un anticipo di desiderio sessuale. Aveva cinque anni ed era innocente.

Ripercorre la sua devozione alle cicatrici: quando le osserva su un corpo, le vengono in mente quelle che lei si porta dentro. Altri le fanno brillare al sole, al posto suo. Sulla mia schiena, ne troverà molte.

Mi domanda perché si vergogna di quello che è ed io la prendo in giro: a confronto dei miei ex pazienti, lei ha un master internazionale, quanto a perversioni! Ride, perché quel che penso lo sa già: negare non serve a nulla, siamo noi due a poter decidere di caricare quello che siamo di alcune valenze, piuttosto che di altre.

Ha vissuto fino a cinque anni fa a Fano, sul mare delle Marche. Mi svela che l’assistente generica al disagio è un lavoro che fa solo da quando è a Torino. L’ha trovato grazie alla scuola superiore, ha un diploma di Operatore dei Servizi Sociali. In realtà, nella sua precedente vita, ha preso una laurea che l’ha portata a fare tutt’altro, ma non ha voglia di scendere nei particolari.

Mi racconta una vita abbastanza ritirata, l’amore per gli spazi caldi, ma disadorni, la cura per pochi particolari essenziali. Qualche amicizia femminile, gli amori di cui non si pente, doni da ognuno che si porta dietro, senza dimenticare. Attualmente, non ha un compagno ed io mi chiedo se può immaginarsi accanto a me, il cui corpo dissemina ferite in modo imbarazzante. Mi chiedo se lo reggerei io stesso, un impegno così.

“Perché io?”, le chiedo.

“Non lo so dire. Da quando ti ho conosciuto, ti ho portato con me nel mio letto, a casa. Eri, sempre più spesso,  il mio ultimo pensiero prima di dormire. I primi tempi, sei stato un riferimento fugace, spuntavi come un fungo, all’improvviso, tra la veglia ed il sonno. Poi, mi sono arresa ed ho iniziato ad immaginare di toccarti. Il resto lo sai, perché non ho represso nulla. Non so a quale parte di me ti sei agganciato”. 

“Qualcuno sa di questo… Di noi?”.

“Solo il mio diario e la mia amica più intima, che vive nelle Marche, ma che viene a trovarmi almeno un weekend al mese. Dio, sembro un’adolescente, ma questi rapporti non cambiano! Gliene parlo perché, se non mi ancoro a qualcuno che mi conosce da sempre, temo di perdermi in pensieri fini a se stessi, che si aggroviglierebbero senza portare a nulla di nuovo. Con Sara posso parlare, soprattutto di quello che i fa sentire ambivalente ed incerta. Lei fa lo stesso con me…Ci scambiamo le sfumature, ma vediamo la vita nello stesso modo”.

E’ molto bello sentirla parlare, crede con fiducia indomita nelle parole. Ne sente e ne trasmette il peso. Non è pedante, ma le sceglie con cura, spesso utilizza le immagini e le metafore. Sa districarsi con gli ossimori, è questo che mi colpisce sempre. E’ delicata, ma non fa sconti né a se stessa né a me.

 

 

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