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Qualche volta, quando esco prima dal lavoro, mi fermo nel bar sotto casa. Non per un bisogno particolare ma solo per incontrare il mio filosofo di vita vissuta preferito.

Prospero, si chiama quel capolavoro d’uomo, ed è sempre allo stesso posto, ogni giorno, come un elemento dell’arredamento.

Seduto al tavolino, lo sguardo perso fissando un punto lontano nell’orizzonte, immobile, come chi della vita ha già visto e compreso tutto e non c’è più niente che possa meravigliarlo.

Per questo è carico di tristezza.

Il bicchiere di vino costantemente a metà stretto tra le mani, il viso grinzoso con un simpatico colorito giallo itterizia, il naso paonazzo, le gote livide. Ricorda in modo imbarazzante il soggetto del capolavoro pittorico del grande maestro Teomondo Scrofalo, ma senza barba. Chi non ha mai visto Drive In s’informi.

Beve, Prospero, e molto. Ma l’elevato tasso alcolico che ha nel sangue gli ha donato un miracoloso potere. Quello di comprendere ogni animo che gli si presenta dinanzi con meticolosa acribia. Ed è molto selettivo nelle sue amicizie! Una volta, durante una discussione con un signore che non gli restava particolarmente simpatico lo udii minacciare: “Non ti strappo la faccia solo perché quando vai a casa il tuo cane non ti riconosce e ti morde, e questo mi dispiace, visto che dopo una carogna come te avrebbe voglia di farlo abbattere” L’altro se ne andò, come poteva ribattere!

A me, mi ha preso bene. Mi parla col suo solito tono pacato e ripetitivo, trascinando le “sc” e sulle “gn”, ma solo perché, come dice lui, con gli anni la lingua si è ingrossata. Quel giorno non avevo nessun particolare interrogativo da porgli, ma di qualcosa volevo parlare, avevo bisogno di fare quattro chiacchiere. Quindi mi venne in mente questa domanda scema: “Oh te, Prospero, di mo’ sù, quanti anni avevi quando hai perso la verginità?”

Lui mi guardò, per un attimo il suo sguardo coincise con il resto del mondo, poi nuovamente si perse. Ma non più nello spazio bensì nei meandri del tempo. Tossicchiò nervosamente e le dita di ferro si staccarono appena dal calice semivuoto che gli stava di fronte, come se il ricordo lo stesse dividendo dalla sua consueta routine fatta di bevande spiritose e alti pensieri conseguenti.

“Avevo vent’anni e andavo all’ultimo anno del liceo; non sono mai stato una cima, lo ammetto. Comunque per andare a scuola passavo sempre lungo viale Manzoni, e lì la vidi per la prima volta, un giorno d’estate in cui persino le cicale si erano ritirate per il gran calore che c’era nell’aria. Era con un gruppetto di sue amiche che chiacchierava allegramente. Mi colpì con la sua bellezza: era alta, con lunghi capelli color del grano maturo e occhi azzurro cielo. Un seno e due chiappe talmente sode come si possono trovare solo nelle ragazze della sua età. Sembrava più vecchia di me di qualche anno ma non mi importava. Allora ero un ragazzo molto timido quindi per quasi tutta la durata del primo semestre la guardai di nascosto, non avendo l’ardire di presentarmi a una simile bellezza, anche se lei, ogni volta che passavo e la guardavo, ricambiava il mio sguardo con un sorriso a sessantaquattro denti; tutti perfetti e bianchissimi. Poi, un bel giorno decisi di prendere il coraggio a quattro mani. Avevo venduto la mia collezione di francobolli, arato tutti i praticelli dei vicini per mesi e rotto il maialino salvadanaio. Ero pronto, andai da lei per offrirle la serata che meritava. Ancora mi ricordo come era vestita quel giorno, gonna corta altezza natica, camicetta aderente aperta fino all’ombelico letteralmente forata da due capezzoli di marmo e borsetta di similpelle nera.

Mi avvicinai sicuro, alla guida della mia FIAT 850 coupé marroncino cagarella, accostai e mi sporsi per abbassare il finestrino dal suo lato. La saliva cominciò a mancarmi, così riuscii solo a pronunciare un timido: “Ciao”

Non mi sembrava vero, lei sorrise e dopo aver salutato le inseparabili amiche si avvicinò. Senza dire nulla salì in macchina. Pensai di fare un po’ di conversazione ma lei mi fece cenno di partire. Non stavo più nella pelle per la felicità, la ragazza che avevo adorato da lontano per mesi era in macchina con me. Inebriato dal suo profumo le chiesi: “Ti va se andiamo a bere qualcosa?” Lei mi guardò come se mi fossero spuntate in testa delle margherite!

“Non andiamo subito in camporella?”

“Diamine, sei raffreddata? Hai la voce un po’ roca” Notai.

“Vai di qua” Disse indicando l’imbocco di un viottolo sterrato che lasciava la via principale per infilarsi discreto nella pineta. Mi fermai poco dopo, in un piccolo spiazzo…anche perché la strada era finita.

La guardai inebetito togliersi la camicetta rosa. Non aveva il reggiseno ma quelle tette sode come marmo si prendevano gioco della forza di gravità, protendendosi saldamente in avanti, come i cannoni di un cacciatorpediniere

Il poco sangue che avevo era scappato dal cervello per andarsi a infilare tutto in un altro posto, così, con la testa che rimbombava per il vuoto, mi spogliai completamente nel breve tempo che a lei occorse per sfilarsi di dosso la gonna. (Pausa ad effetto).

Eravamo entrambi nudi, la guardai e per poco non mi venne un coccolone. Aveva qualcosa di viscido che spuntava tra le sue belle gambe tornite; quello che mi diede particolarmente fastidio fu che era molto più grosso del mio!

“No aspetta” dissi terrorizzato “non pensavo, non sapevo, non credevo!”

“Senti bello, sono mesi che mi guardi battere lungo il viale insieme agli altri viados” poi aggiunse, alla vigliacca “Sono cinquantamila lire se vuoi stare dietro, centomila se vuoi stare davanti”.

“Non voglio!” Urlai tentando di aprire la portiera, ma due morse mi afferrarono alle spalle e, all’urlo di “Indietro non si torna, caccia la grana” decise di applicare la tariffa più costosa. Mi afferrai al volante e strinsi talmente le chiappe tanto che ormai erano divenute una, ma fu tutto inutile”.

Io lo guardavo allibito, con le palle degli occhi che sporgevano di almeno quindici centimetri dall’orbita; allora comprese il vero senso della mia domanda.

“Forse tu intendevi l’altra parte? Beh, per quella sono occorsi altri anni”.

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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16 Comments

  1. Ignotochi
    Ignotochi

    Non nego che mi ha fatto sorridere. Il racconto è scritto bene ed è sincero, lo conferma quel poco di volgare, ma giusto che prospero dice. Il lessico usato gli da forza. È un racconto vero. Ora leggo anche gli altri “Prospero2” e “Prospero3”, bravo.

    Ti dono oro ?

        1. Alcano
          Alcano

          Sai Ignotochi, hai detto una cosa meravigliosa. Per me condividere con te…con voi, un mio personaggio mi riempie di orgoglio.
          Sì, Bartolo (Senza la t diventa Barolo…nome omen) è questo, per me e spero per tutti voi.

    1. Alcano
      Alcano

      Non ho parole per ringraziarti di quello che hai scritto e di quello che mi hai donato.
      Questo piccolo racconto introduce uno dei miei due protagonisti surreali, quello a cui ho dedicato solo qualche racconto (all’altro, Bartolo, ho dedicato un romanzetto).
      Mi fa davvero piacere che ti sia divertita leggendolo.
      Grazie per la tua generosità e per la tua disponibilità.
      al