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Osservo ormai da molto tempo alcune ossa giallognole e logore, insudiciate dal terriccio e distrutte, dilaniate in tanti piccoli pezzettini così minuziosamente riposti gli uni accanto agli altri e dolcemente orientati a ricostruire l’essere al quale appartenevano. Inizialmente per interesse, ora quasi per necessità sottopongo al vaglio dei miei occhi scrutatori questi piccoli e malridotti ossicini. In effetti più attentamente li osservo e più continuo a rimuginarci e più mi convinco che finanche da un cumulo di ossa, in quello stato da chissà che eternità, sia possibile ricavare un insegnamento che possa dirsi valido in eterno. “Ecco quel che resta dopo la morte di un essere umano” penso, dopo aver guardato e riguardato quelle piccole ossa che si stagliano davanti ai miei occhi, “e privi di tutto veniamo alla luce e privi di tutto abbandoniamo questo mondo”. Questo persistente, assillante pensiero che mi lascia attonito e non poco mi turba, genera in me una vorticosa serie di riflessioni che, quasi macchinalmente direi, sono costretto ad affrontare. Così mi soffermo a pensare che l’essere umano conservi, custodisca talvolta anche gelosamente le esperienze vissute sotto forma di ricordi, di modo che l’idea di rinunciarvi — segnatamente al momento della morte — produca un tale turbamento in lui da gettarlo nello sconforto più assoluto. “Se certi accadimenti, siano essi belli o meno belli” mi chiedo “restano impressi nella mente dell’essere umano per merito delle emozioni, allora come si potrebbe dubitare che questi rinunci al più bel ricordo, a cui è saldamente legata la più bella esperienza, se non proprio con le lacrime agli occhi? E come potrebbe, chi ha amato profondamente e immensamente, assaporando il gusto dolce dell’amore, pensare di non poter più amare senza rischiare di impazzire?”. Ahimè! Questo cumulo di ossa mi inquieta per davvero: quando lo guardo, vedo me stesso e ciò a cui dovrò rinunciare per l’eternità. E penso, continuo a pensare senza tregua agli attimi immediatamente antecedenti alla morte: immagino che prima che questa sopraggiunga si conservi pur sempre un breve, brevissimo istante di lucidità grazie al quale, sia pure in modo fulmineo, verrebbe a noi concessa la possibilità di ripercorrere e rivivere tutta la nostra vita, comprensiva tanto degli accadimenti esteriori quanto di quelli interiori. E una volta cessato quell’istante, nulla più. Tutto si dissolverebbe: la bellezza a noi tanto cara e attorno alla quale tutto abbiamo fatto ruotare, le mani con le quali abbiamo sfiorato il dolce viso della nostra amata, i piedi equini grazie ai quali abbiamo calpestato migliaia di luoghi diversi, la vita stessa. Eppure in me c’è ancora un barlume di speranza, nonostante l’inquietudine: quelle ossa, a ben vedere, tutto può dirsi che siano fuorché inutili, poiché noi tutti siamo così fatti anatomicamente. E se, perlomeno in questo senso, ciascuno è uguale all’altro e se il corpo di ciascuno di noi dovrà immancabilmente affrontare il medesimo processo naturale, sicché prima o dopo tutti torneremo ad essere nient’altro che un mucchietto di ossa, allora perché dovremmo continuare a perseverare nell’odio, nell’invidia, nell’egoismo e nella discriminazione? 

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4 Comments

  1. FilippoArmaioli
    FilippoArmaioli

    Bel racconto breve. Si basa sulla morte e sulle ossa quindi sul legame tra resto anatomico e inevitabilità del trapasso. Concetti già abusati in letteratura. Eppure hai saputo (pur non aggiungendo alla fine niente di nuovo)…dissotterrarli dalla cripta degli argomenti narrativi.