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Il vecchio si appoggiava stancamente al nodoso bastone, un dritto ramo di quercia sapientemente scelto e modellato per offrire al meglio sostegno e ausilio per il cammino.

Percorreva stancamente la piccola carrareccia con tutta la velocità che gli consentiva la sua età alquanto ragguardevole ma, per quanto lentamente andasse, la persistenza del suo passo gli aveva concesso di percorrere già svariati chilometri da quando qualche ora prima, sull’iniziare dell’imbrunire, aveva intrapreso il suo viaggio partendo dal villaggio di Secusia.

Ora si trovava proprio nel mezzo di un enorme bosco oscuro e minaccioso, circondato da grandi piante di querce e di abeti, proprio al centro delle terre del popolo dei Taurini, ai piedi del grande monte chiamato Roc Maol, Questo massiccio è da sempre sacro a quella gente.

Alcune leggende della zona, che aveva raccolto nelle locande di Secusia nei pochi giorni in cui si era fermato in paese, narravano che quello era il posto in cui Fetonte, semidio figlio di Apollo, fosse precipitato a causa dell’imperizia nel portare il carro del sole del genitore. Il racconto lo mise in viaggio per quella zona.

L’anziano viaggiatore camminava lento nella notte, senza alcuna paura. Una piccola lanterna appesa al limitare superiore del proprio sostegno e la calda luce di una luna piena insolitamente grande erano sufficienti per illuminare il suo passo e non incespicare nelle sterpaglie di cui il sottobosco era pieno.

Per quanto fosse ricurvo sul bastone si intuiva il lui un’altezza maggiore rispetto alla media della sua epoca e, anche se intabarrato in una tunica grigia fatta utilizzando un sacco in canapa grezza a cui era stato aggiunto uno spesso cappuccio e un brandello di corda come cintura, emanava una sorta di alone di deferenza.

La foresta era silenziosa, tutti gli animali erano al caldo nelle loro tane, solo un vecchio e stralunato barbagianni lanciava il suo lamentoso richiamo nella notte ormai fonda.

Raggiunse un tratto di foresta in cui la luce lunare filtrava affievolita dalla spessa volta fogliata; la zona era particolarmente aperta e oscura; incomprensibilmente anziché allungare il passo per uscirne il prima possibile,  l’uomo si fermò, appoggiandosi al lungo randello col volto, come se stesse attendendo che succedesse qualcosa.

Improvvisamente alle sue spalle un rumore, come quello di un piccolo legnetto schiacciato dal peso di una persona, poi un altro alla sua destra e uno ancora alla sua sinistra.

Era circondato, se ne rendeva conto ma, anziché fuggire in avanti terrorizzato, come qualunque altro viandante avrebbe fatto, rimase immobile.

Sapeva bene che era una trappola; secondo le leggende della zona quei boschi erano frequentati da oscure presenze che di notte aggredivano gli inermi passanti lasciandoli a terra morti e privi di ogni stilla di sangue e degli organi interni, in special modo chi si avvicinava troppo a quel monte.

Gli abitanti chiamavano queste entità demoniache vampiri e asserivano anche che essi erano in grado di muoversi senza calpestare il terreno.

Era quindi un gioco crudele il loro. Così come gli antenati dell’uomo milioni di anni orsono costringevano le prede al loro fatale destino spaventandoli con frastuono e urla così queste presenze si divertivano a tendere imboscate agli uomini per farli cadere nelle loro fauci fameliche.

Qualche spasmodico minuto passò senza che più nessun rumore si udisse, il vecchio era sempre immobile al suo posto non aveva contratto un solo muscolo, non era scappato urlando come tutti quelli che lo avevano preceduto, sembrava paralizzato dalla paura.

Avendo intuito che il loro divertimento era sfumato cinque esseri uscirono dalla penombra della boscaglia, fluttuavano a pochi centimetri dal suolo e, quasi fossero incorporei, al loro passaggio non si piegava neppure il più esile filo d’erba, parevano attraversare inconsistenti le più aggrovigliate profondità della boscaglia senza disturbarle.

Si disposero a cerchio intorno al viandante, i loro occhi emanavano una fetida luce rossastra mentre le loro fauci orrendamente aperte in un ghigno sardonico, mostravano un’enorme dentatura giallastra oltre che un abnorme sviluppo dei canini.

Si fermarono a pochi passi da lui:

“Cosa abbiamo qui, un temerario oppure un pazzo?” Disse uno dei demoni rivolgendosi a quello che indubbiamente era il capo.

Questi girò attorno al viandante che continuava a mantenere il cappuccio abbassato e il volto nascosto, come in un reverenziale timore.

“Questa sera va male, è solo un vecchio avvizzito col sangue insipido! “Disse nuovamente il ciarliero demone, Thor ci aveva promesso prede giovani e saporite se avessimo vigilato sulla zona, impedendo a chiunque di avvicinarsi alla grotta!”

A quelle parole il vecchio si scosse, come se qualcosa lo avesse finalmente risvegliato dal suo torpore.

“Però gallina vecchia fa buon brodo”. Rintuzzò un altro emettendo una risata così lugubre da gelare il sangue perfino al più coraggioso dei preti esorcisti.

Detto questo si lanciò contro la gola dell’uomo con le fauci aperte e i canini completamente sguainati per cibarsi col suo sangue… qualcosa però non andò come il mostro aveva programmato.

Poco prima di affondare i suoi denti nella povera vittima questa lo afferrò saldamente al collo, bloccandone la spinta e, come se per lui non avesse peso, col braccio alzato reggeva senza sforzo apparente il demone che si dibatteva a mezz’aria. Questi si dimenava per liberarsi dalla presa come un’immonda marionetta ma i suoi sguaiati movimenti non conducevano a nulla.

“Lasciami andare” ululava terrorizzato “e voi aiutatemi, uccidete questo porco, mi sta facendo male”.

Sotto lo sguardo atterrito degli altri, lo strano viandante con un movimento secco delle dita staccò di netto la testa al vampiro che cadde a terra tramutandosi in un mucchietto di polvere prima ancora di toccare il suolo, altrettanto fece il resto decapitato del corpo.

Ripresi dallo spavento i due vampiri ai suoi lati si lanciarono all’unisono per attaccarlo, l’essere si spostò con una velocità incredibile ponendosi alle spalle del ciarliero demone che l’aveva dileggiato poco prima.

Senza che questi quasi se ne accorgesse prese la sua testa tra le mani e la rivoltò con forza. Senza un lamento, con gli occhi sbarrati dalla sorpresa il cacciatore divenuto la preda si accasciò al suolo sparendo immediatamente dopo in una nuvola di bioccoletti incandescenti.

I restanti vampiri gli si avventarono contro tutti insieme e lo attaccarono da tre lati diversi menando fendenti con i loro artigli poderosi in direzione della gola del nemico.

Con una calma soprannaturale l’uomo respingeva contemporaneamente ogni colpo subito, con metodica e inumana precisione così che nessun artiglio poté toccare il suo corpo.

Poi, proprio nel corso della battaglia cominciò a recitare una strana litania utilizzando parole che non si udivano da eoni.

“Havex tux jiphrop maytraz outiex rexantum nogiferatum!”

Di colpo il tempo si fermò, cementando in una posa plastica i suoi assalitori, tutta quella parte dell’Universo, rispondendo al suo comando, smise di muoversi e si congelò in un singolo istante.

Solo il vecchio viandante, unico in quella porzione di creato, non subiva gli effetti del tempo; si avvicinò ai demoni sospesi a mezz’aria e con studiata calma prese il suo pastorale e lo conficcò con forza nel petto di uno di loro; al secondo, che terrorizzato muoveva gli occhi alla ricerca di un’improbabile aiuto, staccò prima un braccio, poi un altro. Il dolore lanciante non ebbe la capacità di essere espresso se non da calde lacrime di dolore che scesero sul viso demoniaco. Il viandante lo lascio gemere per lunghi minuti un dolore indicibile, poi andò alle sue spalle, ne afferrò la base del collo e con una forza incredibile affondò le dite nella schiena e tirò, dividendola in due pezzi di nera carne sanguinante, lasciando scoperta la spina dorsale fin quasi all’osso sacrale. Inutile descrivere la profonda agonia dei seguaci degli Asi, squarciati ma ancora vivi, almeno fino a che il vecchio viandante non avesse deciso di ripristinare il normale scorrere del tempo: e se lo auguravano con tutta la loro nera anima.

Ancora si avvicinò al capo della banda, a cui spezzò le gambe, sempre con l’ausilio della sua legnosa clava.

Dopo di che recitò la formula al contrario.

“Nogiferatum raxantum outiex maytraz jiphrop tux havex”.

Il tempo riprese il suo corso normale e nel momento esatto in cui lo fece, i corpi martoriati dei due parassiti scoppiarono come fuochi d’artificio, solo il loro capo invece precipitò a terra sbraitando per il dolore.

“Chi sei?” Urlò “Cosa vuoi da noi?”

 

 

 

 

 

 

 

 

Solo allora l’uomo si tolse il cappuccio, mostrandosi al nemico.  L’orrore, quell’essere maledetto lo aveva già provato e donato più volte, quando Thor lo aveva trasformato in uno dei suoi demoni da guardia succhiandogli tutto il sangue fino a fargli schiantare il cuore, ma riportandolo nuovamente alla vita in quella forma trasferendogli un sorso del suo. Quello che stava guardando adesso era qualcosa di peggio; la testa dell’uomo aveva il volto coperto da una maschera fatta di cuoio, i lineamenti morbidi e i tratti regolari e perfetti dell’oggetto contrastavano in modo lampante col fuoco che aveva il suo sguardo; una densa bruma giallognola che si condensava in lingue infuocate usciva dai fori degli occhi illuminando il resto della maschera di pelle. Poi, per la prima volta l’uomo parlò, con una voce potente ma nitida, ricca di sfumature cristalline.

“Dimmi dov’è l’entrata della caverna di Fetonte, l’ingresso dell’arcaica città megalitica di Rama”.

“Non posso, non hai idea di quello che mi farebbe Thor se te lo dicessi”.

L’essere incappucciato sollevò di peso l’agonizzante fagotto che poco prima, sprezzantemente, lo aveva deriso e lo portò all’altezza del suo volto; il vampiro si ustionò al contatto dell’aria rovente.

“Credo che tu non abbia idea di chi io sia; quello che il tuo inutile dio pagano potrebbe farti non sarà nulla se paragonato ai patimenti che io ti donerò: fai la tua scelta, ma sappi che se mi aiuterai io risparmierò la tua vita, diversamente il dolore sarà tale che mi pregherai perché io ti uccida velocemente!”

“Va bene, va bene, ti indicherò la strada ma, come vedi, con le gambe rotte non posso esserti d’aiuto”.

“Questo non è un problema!” Il vecchio prese tra le braccia il vampiro, così come si farebbe con un bimbo addormentato, un acuto dolore sconvolse il viso del demone mentre le gambe penzolavano inerti oltre il braccio.

“Da che parte andiamo?” Chiese

“Dopo quella macchia di ginepri si apre una stradina che si incunea lungo il fianco destro del monte, più in là ti guiderò poi!”

Lo spinoso cespuglio nascondeva in effetti un sentiero, ancora più buio, se possibile, della radura in cui era avvenuto il combattimento; il vecchio bastone era rimasto lì, con la piccola lanterna, ma l’uomo mascherato adesso pareva vedere al buio come un gatto, meglio ancora dello stesso vampiro.

“Sali da questa parte” disse il demone quando, circa un chilometro dopo la stradina si divideva in quattro rami. La salita era particolarmente dura, il terreno umido non permetteva una presa sicura e i rami impudenti degli alberi spesso formavano in intrigo tale da rallentare il cammino della strana coppia. Mai, comunque, l’uomo rallentò il passo nonostante i suoi calzari fossero più adatti a una festa di paese che a quell’ambiente e non dava il minimo accenno di fatica. Anche questo sentiero non era molto lungo, quindi arrivarono presto a un pianoro soprelevato, un piccolo terrazzamento naturale privo di vegetazione.

“Lasciami qui, sei quasi arrivato” disse il vampiro “nella scalata che devi fare ora ti sarei d’impiccio”. L’uomo con la maschera lo poggiò delicatamente sul terreno poi rimase fermo, come indeciso sul da farsi.

“Vedi quella stretta via alla tua destra? Seguila per alcuni metri e ti troverai di fronte una ripida parete di roccia; dovrai arrampicarti per raggiungere un’ampia cengia  formatasi nella roccia, lì è la via di accesso per Rama” poi guardò fisso in quegli occhi infuocati “Adesso mi ucciderai, vero?”

Senza dare risposta il viandante si voltò e si allontanò per la via indicata, quasi arrivato alla macchia e senza voltarsi disse “Tra un’ora sorgerà il sole; io comincerei a cercare un riparo”.

Poi, ancora “Quando incontrerai Thor digli che la sua fine e quella di tutti gli Asi è prossima; a proposito, devi anche dire loro che le dodici sicæ, i pugnali costruiti con i chiodi della croce del Cristo sono nelle mie mani e che presto verrò a cercare ognuno di loro”.

Fece due passi e ancora, senza voltarsi “Adesso comprendo perché Odino ha preferito gli Ulfhednar a voi vampiri, siete di una debolezza imbarazzante!” Poi riprese il suo cammino,

In quel momento il vampiro comprese perché era stato lasciato in vita, tentò di alzarsi ma le gambe non sostennero il proprio peso, rotolò vicino a un grande tronco di faggio e vi si appoggiò, facendo forza con la schiena sui doloranti mozziconi disarticolati provò nuovamente a mettersi in piedi ma cadde a terra come un sacco.

“Gran brutta situazione!” Pensò.

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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