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“Rimani esattamente in questa posizione.”

“Mh.”

“Ecco, così, proprio in direzione della luce.”

“Sei bellissima.”

I muscoli del viso non potevano contenere la contrazione di un leggero sorriso di beatificazione.

Si sentiva benedetta davvero, perché aveva davanti la creatura più bella che il creato potesse aver plasmato.

Erano i suoi occhi a vederla così, non la sua mente, non la sua fantasia.

Proprio dalla sclera alla cornea.

Dal rifrangere della luce all’imprimersi dell’immagine davanti a sé.

Rimase con la bocca aperta, ancora un altro po’, per guastare quel momento di estasi visiva.

si sdraiò, prona, congiungendo le mani a fare da sostegno alla propria testa, per continuare, ancora per poco, ancora per un istante, a godersi quell’intensità.

-Le donne, le donne sono troppo seriose e non si prendono mai in giro, non trovi?

-Sì, può darsi, ma adesso posso andare a vestirmi? Queste coperte prudono.

-Sì, scusa, vai pure.

La ragazza davanti a lei scese dal letto, in direzione del bagno, mentre I. rimase per un secondo a terra, per ridestarsi.

La ragazza faceva pipì a porta aperta.

-Non ti spiace vero?

-No, fa come fossi a casa tua.

Rispose I. mesta, profondamente turbata.

Le balenò alla mente, che quella ragazza non era ancora maggiorenne e che l’evidenza dei suoi atteggiamenti ne davano conferma. Acerba, come l’uva a giugno. Giovane, certo, ma pronta per esser colta.

Uscita dal bagno, la ragazza, rimise le mutandine, tirandole su con violenza, come se qualcosa ne ostacolasse la salita, su quelle gambe pallide e lunghe.

Si mordeva le labbra in segno di concentrazione, come se quell’azione fosse tanto complessa da tenere occupata ogni terminazione nervosa. Era sgraziata e ogni movimento sembrava non dipendere dalla sua volontà, come fosse sotto alcol.

-Vuoi fare colazione?

-Sì, tante le volte, hai i cereali al cioccolato?

Sì, era ridicolmente infantile. Quasi irritante. Ma contenne la rabbia in favore di quello che sapeva sarebbe successo più tardi.

-No, ho solo del latte e del caffè.

Rispose stringendo i pugni lungo le cosce, sforzando un sorriso gentile.

-Vada per il latte

Rispose l’altra, facendole l’occhiolino toccandosi i seni per provocare I., toccando la sua voluttà.

Era così volgare, ma bella, tanto bella, soprattutto il volto, gli occhi.

Sì, gli occhi, li aveva di un chiarore sprezzante, da commuoversi.

Già, le donne si prendono troppo sul serio, pensò. Qual era il problema di avere in casa propria una minorenne nuda, volgarotta e con una predisposizione naturale all’emancipazione sessuale?

Questo doveva andare a vantaggio della causa.

Era pronta, perché era stato già tutto calcolato e non era certo la prima volta che agiva.

Erano ormai anni di continue ricerche e continui tentativi. Studi, esperimenti.

Le si avvicinò.

Le baciò il collo, si strusciò nuda com’era alle sue spalle e I. fece intravedere il proprio trasalimento, ma placò ogni evidente reazione e stoica rimase immobile.

Profumava.

-Non ti piace farlo di mattina?

Chiese.

Le pupille nel frattempo di dilatarono e il fiato divenne corto. Ansimò. Era eccitata.

-Sono pronta..

I. non si mosse di un millimetro.

Serafica, sorrise.

Ripensava al momento in cui aveva deciso che sarebbe stata lei, proprio il corpo che aveva dietro di sé, ad essere la prossima vittima.

Era eccitata, ma non sessualmente, le sue voglie sarebbero state soddisfatte da altri peccati, non certo con quella sopravvalutata voglia di scopare estranee. Fornicare, no, qualcosa di ancora più vizioso.

Chiuse gli occhi, prese fiato e con grande compostezza bevve un sorso del caffè.

Si voltò verso la ragazza che ansimava.

La strinse a sé, le prese la testa con entrambe le mani, con brutalità e la baciò, spingendola al suolo.

-Ti piace farlo così all…

Non terminò la frase che cadde a terra svenuta, accompagnata da un tonfo sordo, sul pavimento in legno.

-Che ingenua…

Disse I. tra sé, ma non si lasciò andare ad altri commenti.

Era una professionista, non un’improvvisata, doveva mantenere il proprio rigore militaresco.

Finì il caffè e ripulì la cucina.

Andò in bagno, igienizzando con meticolosa attenzione.

Doveva tornare tutto in perfette condizioni, non poteva lavorare in quel caos.

Rincalzò le coperte del letto.

Tutto era tornato com’era.

Soltanto una cosa era fuori posto; la ragazza.

Prese gli abiti di lei e la vestì, come si fa con le bambole, ma vide che risultava estremamente discinta e allora andò nel suo armadio, in cui ogni capo d’abbigliamento era diviso per tonalità di colori, tipologia e dimensione. Fu facile trovare il giusto oggetto.

Un abito floreale sarebbe stato perfetto.

-Così va meglio.

Le cambiò nuovamente i vestiti mettendole il proprio. Le pettinò i lunghi capelli biondi e la caricò sulle spalle.

Era molto esile, slanciata e sebbene I. fosse una donna non troppo prestante, aveva una grande forza motivata dalla quantità di adrenalina pompata dal sangue nelle vene.

Aveva un piccolo montacarichi che portava al seminterrato del magazzino dove abitava, in cui la depose.

Scesero.

Il seminterrato era umido, ma I. lo aveva allestito per questi eventi straordinari.

Era ossessionata dalla perfezione che doveva fare da cornice alle sue opere d’arte.

Un tavolo da sala operatoria avrebbe fatto da appoggio per il corpo.

Panelli fonoassorbenti che avrebbero impedito che le grida del corpo uscissero da quella stanza.

Tutto rigorosamente plastificato per essere ripulito velocemente dal sangue dello stesso corpo.

L’arredamento era importante, la forma era importante.

La trascinò sul tavolo.

L’effetto del cloroformio sarebbe terminato a breve, doveva affrettarsi.

Le accarezzò il viso, così liscio, sembrava proprio modellato come quello di una bambola di ottima manifattura, esprimeva una rara forma di giovinezza, di quella che sarebbe rimasta sospesa nel tempo e nello spazio per l’eternità.

Prese una fiala da un banco con una siringa pronta ad aspirarne il contenuto.

Gliela iniettò nel braccio.

A poco a poco si svegliò, la ragazza.

-Dov…dov…

-Sei a casa mia tesoro, non preoccuparti, mi sto prendendo cura del tuo aspetto. sh..non piangere, lo vedi che diventi brutta così?

La ragazza biascicava le parole, sentiva la bocca completamente intorpidita e guardando in alto vide se stessa riflessa in uno specchio, era legata, piena di fili che passavano da una parte a l’altra del suo corpo.

Dei monitor che riflettevano delle strane immagini.

Era tutto buio, se non il punto esatto in cui c’era lei, era l’unica cosa illuminata, l’unica che riusciva a vedere.

-Ti vedi adesso? Scusa, non puoi parlare. Ti sentirai così per un po’, ma non ti preoccupare, l’effetto di questi farmaci dura poco e io non ci metterò molto.

Conosci Modigliani?

Il pittore? Quello di Livorno?

Lui non dipingeva mai le pupille delle sue modelle.

E sai perché? Perché non è possibile dipingere quello che non si conosce e le pupille assorbono la luce per permetterci di vedere, ovvero conoscere, vedere oltre un bel viso e non tutti meritano di possederle. Be’, non è così semplice in realtà da spiegare, ma credo ti accontenterai della mia sintesi, anche perché sei tanto bella quanto totalmente analfabeta.

Non piangere ti ho detto, o mi rovinerai il lavoro.

La ragazza provò a gridare in preda a spasmi convulsi.

Iniziò a schiumare dalla bocca, contraendo i muscoli della schiena, inarcandola e prima che I. potesse evitare il peggio, si tranciò la lingua di netto serrando la mandibola.

-Cazzo

Sapeva che era epilettica, aveva pronto tutto l’occorrente per non permetterle di esagerare, ma non aveva fatto in tempo.

Tempestivamente le mise le dita in bocca per non farla soffocare, quasi lasciandoci le falangi.

Il sangue zampillava copiosamente macchiando tutto.

-Merda, merda…

Sussurrò tra sé mentre prendeva il necessario per tamponare il sangue.

La slegò mettendola in posizione di sicurezza per non farla soffocare con il proprio sangue.

Le iniettò subito un farmaco a base di benzodiazepine per calmare la crisi.

-Merda

E adesso come avrebbe continuato l’operazione?

Pensò per un attimo.

Non poteva andare tutto storto per una stupida crisi epilettica.

Questo non avrebbe fermato la sua creazione, la sua opera d’arte.

Gli eventi erano già stati stabiliti e in un modo o nell’altro doveva continuare.

La ragazza aveva perso coscienza.

I. doveva agire, cicatrizzò quel che rimaneva della lingua, ripulì tutto il sangue dalla sua faccia, prendendosi ancora un momento per guardarla.

Riprese subito l’operazione.

L’aveva fatto una decina di volte, doveva stare tranquilla.

La mano della ragazza ciondolava dal bordo del piano di metallo. Aveva un smalto nero, sciupato dal vizio che aveva di mordersi le dita.

Con apprensione aveva iniziato la procedura, il rito.

La vestale era pronta. Tutto era pronto.

Doveva mantenere la calma.

-Dai, sei proprio una femminuccia! Pedala!

-Aspettami! Sono quasi arrivata, oh!

– Anna…

– Arrivo!

– NO! RIMANI DOVE SEI!! CHIAMA MAMMA, SUBITO!!

GIORNALE LOCALE

08/06/2020

“E’ stato trovato il corpo dell’adolescente scomparsa nelle settimane scorse, aveva un abito floreale al momento del ritrovamento. Era stata sepolta ancora viva, secondo alcune indiscrezioni. Le sue condizioni fisiche raccontano di una feroce violenza. Si tratta dello stesso serial killer che ha ucciso 10 ragazze cavando loro gli occhi?”

– Stessa tipologia di vittima, diverso modus operandi.

È cambiato qualcosa, il carnefice stavolta ha avuto un imprevisto…lo vedi?

Lingua mozzata, macchie di sangue ovunque.

La ragazza era epilettica e il nostro amico ha avuto un contrattempo accidentale.

Aspettiamo che le analisi di laboratorio confermino alcune cose…

Ehi, Tommy, non ci pensare.

Il collega della poliziotta aveva i conati di vomito.

“Dai, ho fame, andiamo al bar qua vicino, ti va?”

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Y.le
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Qual è la verità aldilà del velo di Maya?

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