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Che anno il 2019! Bello, vissuto intensamente. Chiuso alla grande con viaggi, nuove esperienze, nuove persone, nuove prospettive.

Il 2020 ci intrigava. Doppia cifra tonda. L’abbiamo iniziato con propositi e piani come non mai. Eravamo super carichi!

Poi il virus.

Ci ha sorpresi, spaventati, bloccati, cambiati.

Abbiamo imparato nuovi modi di essere; a volte abbiamo incontrato le nostre ombre. Abbiamo provato l’assenza e ci siamo addormentati con la dolce vicinanza di qualcuno lontano.

Le settimane trascorrevano lente… o veloci, comunque strane. A volte finanche piacevoli.

Abbiamo provato il brivido di uscire di notte e infrangere il divieto.

Come quando bigiavi a scuola. Come quando dicevi a casa che ti incontravi con un’amica. E invece…

Ci stiamo ancora pensando, dobbiamo ancora metabolizzare, capire.

Tutto era cominciato qualche mese prima.

Ci eravamo incontrati per caso ad una riunione, al Truth & Tonic. Un’avventura per trovarlo! Avevo chiesto informazioni a metà dei negozi sul Grand Canal shopping center, quello con l’effetto The Truman Show. Avevo controllato tre o quattro mappe informative, fintanto che un simpatico signore di mezza età della security si era offerto di accompagnarmi, avendomi visto passare su e giù più volte. L’ascensore di accesso era nascosto in fondo ad un corridoio anonimo in un angolo del 4 piano. Il posto più inutile e difficile da trovare in tutto il complesso del Venetian. Se qualcuno non si fosse presentato, sarebbe stato di sicuro giustificato.

Eravamo tutte persone che non si erano mai viste prima e che avevano investito buona parte della mattinata per trovare quel bar. E anche tu eri lì. Sei comparsa, inattesa; e mi sei entrata nell’anima subito, intensamente.

Una giornata fitta di attività, che abbiamo trascorso insieme muovendoci da un edificio all’altro, camminando chilometri per delle walking hall lunghissime, ma sempre insieme. Parlando in maniera così naturale e confidenziale, come se ci conoscessimo da sempre. Noi, che fino alla mattina non sapevamo l’uno dell’altra, non ci siamo allontanati nemmeno per un istante fino a sera.

Ti avevo lasciato a Las Vegas quella notte stessa. Troppo presto. In piedi, elegante, sotto quella enorme scritta “Supernova” luminosa, mentre la mia macchina si allontanava e il party era già un ricordo lontano. Eri venuta in ritardo perché dovevi dare un’intervista lì nel Palazzo, dopo la standing dinner al Lavo. Mentre la limousine ti portava verso il Festival Grounds mi scrivevi un messaggio dopo l’altro. Mi chiedevi come ci saremmo potuti incontrare in mezzo a tutta quella gente. Ti avevo trovato in un attimo. Ti avrei trovata subito anche tra milioni di persone.

I giorni erano poi passati sempre troppo lenti, fintanto che non ci siano sfiorati ancora, sempre in America: aeroporto di Newark. Tu in arrivo, io in partenza. Non c’era tempo sufficiente per un rendezvous. E così solo una breve telefonata per poi volare in direzioni opposte, verso continenti diversi. Io con il mio Burberry nel bagaglio a mano, pronto per il freddo all’arrivo; tu con i tuoi costumi preferiti nello zainetto, verso sole, mare, spiaggia.

Ma finalmente poi eravamo riusciti a vederci. Per poco, per un pelo, prima che tutto fosse bloccato. Solo qualche ora a Milano, per un’altra riunione. Subito dopo ero dovuto scappare via, in ritardo per il volo. Come al solito.

Mi avevi aiutato a trovare un taxi che ci aveva messo una vita ad arrivare. Mi scrivevi: “È tardissimo, ma sei sicuro che ce la fai?” e magari speravi che io lo perdessi quel volo. Ma io ero riuscito ad arrivare in tempo. Come al solito.

Priority lane, nessuna coda, security check veloce. Ero tanto in tempo che ti avevo inviato una foto sorridente con uno spritz in mano, nella lounge Lufthansa. “Visto che non hai voluto fare l’happy hour con me, mi bevo un drink qui in aeroporto”. Faccine arrabbiate come risposta.

Allora ci eravamo dati appuntamento, ci eravamo detti che ci saremmo visti presto, in Italia, in Germania, in America. Avevamo programmato così tante riunioni che nemmeno quelli di Scientology. Poi il lockdown ci aveva imprigionato e aveva cancellato una dopo l’altra tutte quelle tappe che avevamo segnato sul calendario.

Certo, parlavamo, chattavamo, ci scambiavamo foto e ancora faccine; ma ci mancava quello stare insieme, condividere delle sensazioni ancora indefinite a cui volevamo dare un senso.

Poi tutto è ripreso come prima, ma invero nulla è come prima.

Ci abbiamo messo un po’ a riorganizzare il nostro lavoro, le nostre vite, i nostri appuntamenti.

Eppure questa volta ci siamo davvero, tra qualche istante ti rivedo.

Le giornate sono calde, ma l’aria della notte comincia già ad essere frizzante, di quella che ogni tanto ti dà i brividi.

Ora che anche l’estate se ne sta andando c’è ancora più voglia di provare emozioni. Quelle che ti porterai dentro nei prossimi mesi, quando forse sarà tutto normale, tanto normale che avrai bisogno di ricordare qualcosa di speciale.

Sono fuori che ti aspetto. Cammino avanti e indietro un po’ nervoso, con il telefono all’orecchio. Tu arrivi leggera e accattivante. Mi raggiunge il tuo odore buono, un mix di doccia appena fatta e di un profumo che ti ho già sentito addosso prima, qualche notte, da qualche parte.

Ci guardiamo, uno sguardo carico di felicità. Ci abbracciamo istintivamente, stretti, a lungo.

“Non accendere la sigaretta proprio adesso. Ho chiamato il taxi ed è già qui!”. Mi ignori, fai un tiro, lento, e la spegni; sorridi come se io non avessi mai parlato e sali nella macchina con eleganza. Io ti tengo lo sportello e penso che tu abbia il sorriso più disarmante del mondo.

“Chelsea: Sedicesima 355 West, angolo Nona, grazie”.

“Praticamente alle spalle del TAO di Downtown”, gli dico ancora.

Il tassista mi lancia uno sguardo dal retrovisore. Capisco che non c’era bisogno di specificare e ho l’impressione che approvi la destinazione con complicità.

Passa un minuto al massimo, poi… “Ehi, guarda che sono qui!” mi dici con tono offeso. “Sì, scusami…” Avrò percorso centinaia di volte queste strade, ma ogni volta non posso non guardare fuori dal finestrino. Resto come ipnotizzato. E ora parliamo come se non lo facessimo da secoli, riprendendo spontaneamente le mille conversazioni online.

“Here we are, sir”. Finalmente ci siamo: il Dream Hotel!

Mentre pago tu sei già scesa, lo sportello ancora aperto.

Sorrido tra me: sei ferma immobile a guardare quell’edificio grigio di cemento, alto, squadrato, con tutti quegli oblò. Le braccia giù lungo i fianchi. La tua piccola Vavin nera in mano, che dentro ci entrano solo l’iphone, le carte di credito e le sigarette, un pacchetto da dieci. Forse un rossetto. “Ma come cazzo gli è venuto in mente di chiamarlo proprio Dream Hotel?” pensi.

Hai esitato un attimo, ma hai imparato che non devi dubitare.

Entriamo. Pochi passi e siamo nel Lobby Bar: una esplosione incredibile di rosso. Rose rosse dappertutto, che non ne hai mai viste tante. E ancora rose sui tavoli, sulle sedie, grandi rose disegnate sul pavimento nero lucido.

Lo stupore sul tuo viso. Non ti aspettavi un contrasto così forte. Ti stai quasi chiedendo se ci siederemo qui, ma io tiro dritto.

Non ti spiego, di proposito.

Perché è solo l’inizio e so che non tradirò le tue aspettative stanotte.

Ti guido attraverso dei sottopassaggi psichedelici, graffiti sulle pareti, luci al neon, tubi a vista. I tacchi delle tue Jimmy Choo rimbombano ritmicamente. Due ragazzi abbracciati in un angolo non li sentono. Sulla parete a sinistra una porta dopo l’altra, tutte uguali.

Non ti sembra di essere più nell’edificio; ti ritorna in mente la metro di Berlino quella notte che…

Blocco i tuoi pensieri, ora sì che siamo arrivati.

“Sicuro che questa è la porta?”. “Ma come fai a distinguerla dalle altre?” La apro.

E tu la vedi: la Electric Room. Un altro mondo, così diverso, proprio lì dietro quella porta.

L’odore del legno delle pareti e della pelle dei divani, le luci morbide, soffuse. La musica, bassa, si mescola alle voci. Pensi che quel mix indistinto di sottofondo ti è sempre piaciuto. Sei rilassata ora, ti senti a tuo agio, è come se quel posto lo conoscessi da sempre.

Mi chiedi perché c’è la Union Jack dipinta dappertutto. “Non lo so”.

Un drink ghiacciato accompagna le nostre risate. Il bicchiere stretto tra le dita tradisce i tuoi pensieri.

L’orologio gira veloce, troppo veloce. Penso a quando aspettavo di vederti e i giorni non passavano mai, mentre ora il tempo va a velocità supersonica. Quanto ha ragione Einstein sulla dilatazione temporale!

Dio! La luce dei tuoi occhi mi paralizza. Non vorrei più muovermi di lì, ma lo devo fare: “È tardi, saliamo su alla PHD Rooftop Lounge??”.

Mi guardi, ti alzi in silenzio. Sei bella, tanto.

Questa volta è più facile. Una salita verticale, così veloce che senti il vuoto nello stomaco. La porta si apre. Il tipo della security ha già notato i pass fosforescenti sulle nostre mani e non ha nemmeno cambiato espressione mentre varchiamo l’ingresso schermato da pesanti tende nere.

Ti chiedi cosa ci sarà ora.

Un lungo istante per abituarsi all’oscurità.

Due grossi lampadari arancio si accendono per un attimo; ti sembra che i divani siano blu elettrico. Di nuovo il blackout.

La musica ora pompa forte nelle casse. L’aria vibra mentre le luci ritmiche si incrociano e scattano istantanee multicolor di volti, mani, vestiti, bicchieri, sudore.

Automaticamente andiamo al bar, senza parlare. Non ci sentiremmo.

La ragazza al banco legge le mie labbra mentre prende la carta, ti fissa negli occhi preparando i due tonic.

Un piccolo sorso. “Bella questa traccia!”.

“Joris Voorn, è un remix di Antigone” ti dico, e bevo il mio gin.

Non mi rispondi, non capisco se la conosci. Allora ti provoco: “È inutile che ci provi, tanto non ci vado dal dj a chiedere una canzone di Dag”.

Tu ridi e cerchi di colpirmi.

Ci alziamo.

I bassi troppo carichi ti entrano dentro potenti. Istintivamente mi stringi la mano mentre attraversiamo un mare di persone che si muove come una unica massa scura, pulsante, bucata dai laser che tagliano il buio. E intanto proteggi il tuo drink, abilmente.

Non sai dove andiamo, ma non chiedi. È che devo assolutamente farti vedere fuori!

All’improvviso siamo lì sul terrazzo e l’aria umida della baia ti investe in pieno. La brezza muove le foglie dei bambù.

“Cavolo non sembrava così alto!” Il parapetto di vetro ti trasmette il brivido della profonditá. Ti stringi nel giubbottino di pelle e assapori la reazione chimica dell’adrenalina con il gin.

C’è una vista su Manhattan che non si dimentica. Quella skyline che senti subito tua.

Tutto ti gira intorno. Provi a dare le spalle a Times Square e a riconoscere i grattacieli, il One World illuminato, il fiume, i ponti.

Sei ferma, sospesa sulle luci di New York. E poi senza nemmeno accorgertene cominci a muoverti, lenta, stretta in un abbraccio rassicurante, seguendo il ritmo della musica ovattata che piano piano si fa sempre più distinta nella tua testa.

Guardi su, vedi che la notte sta andando. Non vorresti. Ma altre latitudini, altre emozioni la chiamano.

E tu sei lì, in un’atmosfera magica, una sintonia unica, una sensazione forte che ti porterai dentro a lungo.

Alla fine dell’estate, l’emozione, il ricordo che tu volevi.

L’emozione, il ricordo di cui anche io avevo dannatamente bisogno in questo ultimo sabato di agosto!

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