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Camminava tra quegli assassini altera, con le spalle dritte e il seno spinto in modo provocante in fuori, a mostrare la mercanzia di cui era dotata. Ma non fece solo quello. Un’aura vibrante si spandeva dal suo corpo eccitando gli uomini, che imbambolati da tanta sensualità, avevano perso il ricordo del motivo che li aveva spinti fino a lì. Le mosse del corpo di Verðandi erano un inno al sesso e alla lussuria, il suo respiro un alito di enfasi fisica e l’ondeggiare dei suoi lunghi capelli aveva un che di ipnotico. Così come giocattoli a cui si è scaricata la molla gli assalitori parvero titubare, non avevano più idea di cosa erano andati a fare in quel luogo oscuro.

Approfittando della distrazione che la ragazza le donava cercando di sedurre quegli uomini con il suo potere magico, Skuld allungò lentamente la mano verso l’Óðresteir, nel tentativo di nasconderlo tra le pieghe delle sue vesti.

“Ferma là, strega! “Urlò uno di loro afferrandole il polso a mezz’aria. “Così è questo che volevi?” L’uomo afferrò l’Óðresteir e lo strinse con forza. L’oggetto parve vibrare, forse tremolare al contatto, come se qualcosa al suo interno avesse percepito il pericolo. Lei rispose con uno schiaffo ben assestato al naso dell’energumeno, che prese a sanguinare copioso.

“Cagna!” L’uomo ricambiò con un potente pugno, tanto forte che, forse senza volerlo, ruppe istantaneamente il collo alla Nornea, che scivolò muta a terra rannicchiandosi come un sacco vuoto.

“Madre!” Verðandi guardò incredula la sagoma scura e immobile. Perse il controllo della sua magia, e quel breve lasso di tempo fu sufficiente agli assalitori per riprendersi dalla sua malia. Uno di loro, grosso e forte come un toro – e con lo stesso odore – l’afferrò alle spalle immobilizzandola.

“Così tu sei la mitica Verðandi, l’ammaliatrice!” Disse Baldr, il capo del gruppo. Lei non rispose, e sprezzante spostò il suo sguardo rovente, abbassando gli occhi. “Non ho bisogno di conferme, lo sai. E qui cosa abbiamo?” Continuò lo scherano avvicinandosi alla carcassa del ragazzo che si dibatteva con forza, ridestata dalla malefica magia.

“Datemi una fiaccola!” Ordinò Baldr. Uno di loro afferrò una delle tede appesa alla volta da anelli di ferro incastrati nella roccia, e gliela allungò.

L’uomo passò la torcia fiammeggiante più volte sul corpo dell’einherjar, finché questo non cominciò a infiammarsi e le prime deboli fiammelle azzurrognole si alzarono. Presto divenne una pira che illuminava a giorno l’interno della spelonca, creando ombre allungate che si protendevano verso l’alto e vibravano a ogni soffio di vento. Poi uno strano bagliore bluastro si sprigionò dal corpo e questo si consumò in un istante.

“Portala fuori, Bruth” Disse Baldr indicando la giovane donna. Tra le lacrime, annichilita dalla visione della madre morta e quella dell’einherjar divenuto solo alcuni tizzoni brillanti sotto un cumulo di cenere, Verðandi non oppose resistenza. Avrebbe avuto tempo per farla pagare molto cara a quegli uomini ma ora, per la sua stessa vita, era meglio non contrariarli. Cancellò dalla mente il pensiero di quello che sapeva le sarebbe toccato subire.

“Distruggete ogni traccia di questo posto maledetto e bruciate tutto, non deve rimanere segno della presenza delle streghe”.

In un’ordalia di distruzione gli uomini del nord cominciarono a fracassare ogni cosa si trovassero davanti, con il filo della loro spada oppure con la pesante bocca delle loro asce. Neppure l’Óðresteir venne risparmiato dalla loro cieca furia, il battente di un martello lo frantumò in una miriade di frammenti.

“Andiamo ora, ci aspetta una notte molto piacevole”. Disse uno di loro, un bue con muscoli vigorosi e un collo taurino che sosteneva una testa piccola piccola.

“Aspetta Nork, mi sono dimenticato una cosa!” La voce sgraziata era quello di un membro del gruppo, un uomo secco e alto, con il viso spigoloso e un naso spropositato.

“Cosa ti sei scordato, Halfred?”

“Credo di aver perduto la mia scarsella nella confusione. Prima che tutto vada a fuoco voglio andare a riprenderla”.

“Certo che su non avessi le orecchie attaccate alla testa, qualcun’altro ora udrebbe i sospiri della tua donna. Vai ma torna subito, non voglio altri ritardi”.

“D’accordo!” Halfred rientrò nella grotta, illuminata dal fuoco che ardeva nelle sue viscere. Il suo sguardo adesso era diverso, concupiscente, avido. Cercò tra le macerie la cosa che aveva attirato la sua attenzione prima, e la trovò, di fianco a un cumulo di vasi sbriciolati: un pezzo informe dell’Óðresteir che, tra quelle fiamme risplendeva d’oro e d’argento. Velocemente lo prese e lo ripose nella scarsella vuota che aveva nascosto sotto la giacca. Non aveva, da rozzo cacciatore quell’era, la minima idea del potere di quella cosa, ma, anche se danneggiata, era convinto che scambiandola con i mercanti che arrivavano dalle terre calde a sud, intorno al grande mare rinchiuso, avrebbe avuto il suo bel tornaconto.

 

L’arrivo di Verðandi fu preceduto da una staffetta. Ogni persona nel piccolo villaggio doveva sapere che quel gruppetto di coraggiosi guerrieri era riuscito nel suo intento. Non potendo immaginare che, senza il tradimento dei birkebeiner quegli stessi uomini che ora venivano considerati degli eroi sarebbero stati spazzati via come foglie secche dal vento di tramontana. Di certo aveva pesato la consapevolezza da parte dei guerrieri di Erik che, una volta terminate le cavie locali, le sperimentazioni delle Nornea sarebbero potute ricadere anche su molti di loro!

La notizia aveva fatto il giro del villaggio e ora una piccola folla di persone, specialmente donne e anziani, stava attendendo la prigioniera. Mentre attraversava quello che era a tutti gli effetti solo un piccolo attendamento recintato con sottili tronchi tenuti insieme da corde, un gruppo di bambini si accalcava per vedere da vicino la strega. Arrivavano, puntavano il loro sguardo divertito e curioso sulla donna vestita di una tunica verde bordata di oro, e poi scappavano via ridendo.

“Mamma!” Chiese una bimbetta col viso sporco di terra e una traccia di moccio sotto il naso “Perché quella donna è legata?”

“Perché è un mostro!” Fu la laconica risposta della donna, frapponendosi tra la sua bimba e Verðandi, quasi a volerla proteggere col proprio debole corpo.

Era una giornata particolarmente fredda, quella. La neve era comparsa già da parecchi giorni alle quote più basse, ammantando di un candore irreale anche quel piccolo accampamento di transfughi. Verðandi non poté fare a meno di notare che, nonostante le rigide temperature quei piccoli uomini correvano e giocavano divertiti con indosso solo vestiti leggeri fatti unendo pezzi di stracci raffazzonati qua e là. Sembravano non temere il freddo.

Gli venne in mente la risposta che Erik le diede quando gli domandò perché avesse scelto proprio quelle genti da trasformare nei suoi guerrieri non-morti.  Secca, precisa.

“Perché in quei luoghi freddi e inospitali la natura terrestre ha forgiato dei titani mascherati da bestie, quale matrice migliore?”.

Guardando i vecchi che accompagnavano il suo cammino comprese ancora meglio quelle parole. Malgrado gli acciacchi dell’età e i mille combattimenti che quegli uomini avevano alle spalle i loro volti erano tuttora carichi di fierezza battagliera. I loro corpi, anche se piegati da una vita di stenti, trasmettevano ancora indomita forza. Nonostante tutto la loro grande stazza incuteva timore negli estranei, alimentando il mito della loro invincibilità in battaglia.

Al suo passare le donne raggruppate intorno al fuoco lanciavano occhiate piene di odio. E di rancore. Sapevano che i loro uomini quella notte non avrebbero dormito al loro fianco ma avrebbero approfittato a turno del caldo corpo di Verðandi. Nonostante il loro disappunto. Erano le loro consuetudini guerriere, tradizioni odiose volevano che la preda andasse condivisa col branco di altri guerrieri. Come un cosciotto di cinghiale da spartirsi intorno al focolare.

La strega venne portata in una grande tenda costruita cucendo insieme pelli di renna e di orso con cui avevano rivestito alcuni pali piantati a terra che si ergevano storti verso il cielo, fino ad unirsi in una forma conica. Era un luogo più buio della foresta stessa che avevano appena attraversato ed era già pieno di uomini nudi, accesi dalla passione carnale che si faceva largo nei loro bassi ventri. L’aria sapeva di sudore rappreso sopra la sporcizia, e di alito cattivo, ed era talmente pregna di miasmi fetidi che a Verðandi venne a mancare il fiato. Fu scaraventata a terra, sopra un tappeto in pelle d’orso che odorava di morte. Due di loro le stracciarono di dosso il vestito lungo e verde, regalo della madre al compimento dei suoi diciotto anni. Adesso era praticamente nuda, circondata da una decina di uomini infoiati che la guardavano vogliosi sfoggiando un sorriso senza denti. Lei era spaventata, nonostante più volte quel torrido corpo fosse stato usato come strumento di piacere dai suoi signori. Stavolta però non era lei ad avere il controllo della situazione, e questo la terrorizzava.

“Tocca a me questa volta!” La voce nasale e disgustosa di Halfred risuonò nella tenda.

“Non credo proprio!” Disse un omone grande e grosso, con due bicipiti muscolosi che contrastavano con un sesso piccolissimo.

“Dai Harad” piagnucolò l’uomo “la volta scorsa sono arrivato per ultimo e mi è toccato scopare una che era moribonda!”. Un cazzotto sulla testa di Halfred mise fine alla discussione “Bestia, lo sai che dopo che sei passato tu non rimane più nulla di buono per noi!” Il brigante si ritirò dolorante.

La pancia pelosa del gigante schiacciò l’eburneo addome di Verðandi e la possedette. Poi, uno a uno, anche gli altri partecipanti all’orgia approfittarono del suo corpo morbido e sinuoso, con rabbia, con lussuria. Quasi fosse stata una cosa che volevano fare già da molto tempo.

Lei guardava un qualche punto fissato in un vuoto esterno, come a volersi estraniare da quella realtà troppo cruda e dolorosa. Ogni volta che una rozza mano la toccava fremeva di rabbia e d’impotenza. Ogni volta che uno di quegli uomini entrava nel suo sesso, strappando a lei quanto più dolore avesse potuto, Verðandi pareva pregare sottovoce qualche divinità pagana, che però non venne in suo soccorso.

“Ti piace, cagna?” Sibilò Halfred quando venne il suo turno. Diversamente da Harad, l’uomo alto e sottile era dotato di qualcosa di sproporzionato alla sua figura.

Verðandi provò un acuto dolore quando venne penetrata dall’uomo del nord, e forse per la seconda volta da quando aveva memoria, pianse. Solo una lacrima, che scese rovente dalla piega degli occhi e si perse tra le setole del tappeto.

“Dimmi, siamo meglio noi uomini veri oppure quei tuoi maledetti cortigiani?”. Disse Halfred prima di uscire da lei e di ripulirsi il pube con un cencio logoro e sporco, nel quale subito dopo si soffiò il naso. Dopo ore di agonia tutto era finito. Adesso l’aria aveva anche altri odori, quelli degli umori umidicci e viscosi che ricoprivano il ventre della donna. Gli uomini si rivestirono dei loro pesanti calzoni, delle loro casacche e se ne andarono, ognuno nella propria tenda, a dormire accanto alla moglie, forse facendo nuovamente l’amore con lei. La lasciarono nuda, bagnata delle lacrime che adesso, nella solitudine, scendevano copiose. Prima solo piccoli singulti poi la rabbia, l’umiliazione e il dolore della strega esplosero in urla disumane. Adesso, nella sua mente il proposito di una crudele vendetta stava montando velocemente.  Non mosse un muscolo, solo si tirò addosso il lembo del tappeto per combattere quel gran freddo che l’aveva sorpresa, partendo da dentro il suo cuore umiliato. Un pensiero la colse, improvviso: nel mezzo della schiera dei suoi carnefici non aveva notato il viso di Baldr, il capo del villaggio.

Dove sarà andato?  Si scoprì a chiedersi. Probabilmente a pagare il capo del manipolo di birkebeinerne che doveva proteggerci durante il rituale. Un altro nemico del quale si sarebbe vendicata, con ferocia!

Era l’alba del giorno dopo quando Baldr tornò dalla sua missione al campo dei birkebeinerne. Sapeva bene che cosa era accaduto la sera prima, succedeva tutte le volte che veniva catturata una donna. Le prime volte, quando era giovane, anche lui si era divertito a violentare in gruppo le collaborazioniste dei vari nemici che si erano avvicendati, ma poi, con il passare del tempo, ne aveva visto la reale efferatezza e l’inutile crudeltà e se ne era tirato lentamente da parte. Per quel motivo aveva deciso di andare a saldare i conti proprio quella notte: per non avere niente a che fare con tutto ciò. Per lo stesso motivo aveva acconsentito che, per quel rito orgiastico venisse usata la sua tenda.

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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