Cara me,
ieri sera mi sono addormentata con il pensiero di un mazzo di chiavi, del loro rumore e di cosa queste abbiano significato per noi. Questa mattina ho aspettato che ti sedessi, che bevessi il tuo caffe e fumato la tua sigaretta; ti ho vista prendere le tue medicine: due per la pressione, una per gli attacchi di panico e una per non bere. Ti ho vista tranquilla voltare lo sguardo alla finestra che dà sul giardino. Volevo sedermi, guardarti negli occhi, prenderti la mano, magari sfiorartela, e avrei volutointavolare un bel discorso filosofico, di quelli che a te annoiano tanto, che ti fanno sentire poco a tuo agio, quei discorsi di cui hai paura perché chissà dove ti possono portare. Invece hocominciato a scriverti; scrivere di quelle chiavi a cui pensavo ieri sera. Il ricordo è arrivato all’improvviso, magari portato daun rumore inaspettato dalla strada, un rumore metallico, ecco sì, come di chiavi che cadono. Ho aperto gli occhi, ti ho cercata nel nostro passato e non mi ci è voluto tanto per trovarti.
Era notte e come tutte le notti avevamo paura a prender sonno; dormivamo in quello che era il letto di Fi, perché a dormire con lui proprio non ce la facevamo più. Ci tenevamo strette e ci rannicchiavamo per farci il più piccole possibile. Da un lato tu speravi che lui tornasse già, così qualsiasi cosa fosse successa sarebbe finita e tu avresti trovato un po’ di pace una volta addormentata, d’altro canto io speravo che lui fosse morto, o fosse stato arrestato così forse avrei avuto la forza di portarti via da lì. E poi sentivamo le chiavi.
È buffo immaginare a distanza di anni di come ormai ne conoscevamo il suono, e in base a questo sapevamo esattamente quello che sarebbe accaduto. Le chiavi solitamentesi appendono, si lasciano sulla credenza o nelle tasche delle giacche, lui quando era “quella serata” le lanciava. Queste potevano andare a finire ovunque, contro porte, vetri o specchi. Il rumore di notte era pari a una deflagrazione. Si sarebbe poi avvicinato, rumorosamente, al letto dove noi a quel punto facevamo finta di dormire, ci avrebbe “svegliato”, insultato, picchiato. Ci avrebbe lasciato livide in un angolo, senza fiato e con il terrore di anche solo farci sentire singhiozzanti o piangenti perché sennò sarebbe ritornato e avrebbe ricominciato. E lo sentivo l’odio sai, che avevi dentro, poi solodolore e disperazione, tanto grande da voler morire lì in quell’angolo, perché era paradossalmente il posto più sicuro. Ioinvece mi sentivo inutile, adirata con me stessa perché non sapevo come liberarti; sapevo che tutto quello che stavamo vivendo era sbagliato, sbagliato dall’inizio, ti facevo vivere le mie speranze assurde, ti dicevo che forse le cose sarebbero migliorate, che forse lui…ma non era così. Perché’ poi ci sono state altre chiavi e violenze: chiavi dimenticate e sberle, perse e pugni, quelle che ci rinchiudeva nelle giornate calde di agostoin una stanza con solo un lucernaio, le chiavi di altre case e calci, chiavi di tribunali, di galere e di centri per la disintossicazione e morte. E poi finalmente quelle chiavi. Lechiavi che tu non hai perso, dimenticato, che non hai sentito cadere, o lanciare, ma quelle che hai deliberatamente lasciato sul piccolo mobile dell’entrata, con i quattro libri sbilenchi che ci erano rimasti, quelli delle nostre avventure, quelli che avevamo letto e riletto perché ci dessero un senso, a quella vita o a una che forse sarebbe arrivata; le hai lasciate lì, e non hai aspettato di sentirne il rumore. La porta era già chiusa dietro di noi. Non avremmo più tremato.
Credimi se ti dico che ho sentito tutto quello che tu sentivi. Tutto quello che tu provavi. Da quel giorno ti ho vista soffrire, piangere, impazzire, bere. Ti ho vista correre, ridere sognare, amare. Ora non so quante chiavi abbiamo, quante ce ne siamo portate dietro, quali chiavi aprono quali porte, e quali ne chiudono altre. Non so se, prima di uscire il mattino, ne togliamo alcune dal mazzo, poi ci angosciamo e dobbiamo tornare a prenderle, o se alle volte usciamo senza nessuna di esse e magari per strada ne troviamo delle nuove e ce le portiamo appresso. Alcune di queste, magari, le nascondiamo in una cassettina di legno, sotto tutte le cianfrusaglie che abbiamo nel nostro armadio, o sotto una pila di libri o in un buco scavato dalla nostra cana, come la chiami tu, in giardino. Io, cara me, so solo che ti osservo, oggi in particolare con orgoglio, con stima e con amore mentre ti vedo affaccendarti nelle pulizie di casa, parlare con le tue piante, rollarti l’ennesima sigaretta; ti amo come ho sempre fatto in tutta la nostra vita, ma ero troppo insicura per capirlo.
Sicuramente quel che ti sto per scrivere non cambierà quel che è stato e quel che abbiamo passato, non lo renderà più leggero o meno pesante, ma ti devo confessare una cosa: quelle chiavi, quelle che ti sei chiusa alle spalle quel giorno così lontano le ho prese io. Le tengo con me, nascoste; ogni mattina e ogni sera mi assicuro che quella porta non si apra più. Non ci sono incantesimi o parole d’ordine che la possano aprire, quindi, cara, allungati rilassata nel tuo letto, con di fianco il tuo uomo e la tua cana, addormentati tranquilla. Quel suono di chiavi che alle volte senti, quando sei lì per addormentarti, beh sono io che chiudo. Niente più di questo.

Sinceramente non ho capito il senso del racconto ed i riferimenti al mazzo di chiavi ma forse devo rileggerlo con maggiore attenzione
Si forse è meglio che tu lo rilegga.