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Io, abituata a riversare nelle lacrime tutto ciò che provavo, riuscii disinvolta a nasconderle; in quel momento la paura mi trattene.
Come mi avevano cambiata quei tempi, ero diventata così vulnerabile da sentirmi “analfabeta di emozioni”… mi percepivo vuota, dipesa da scelte altrui.
Pensai fosse tutto nella mia mente, un rifugio poco sicuro ormai, o forse retoricamente avevo solo bisogno di “tempo”… ma chi ci illude che il tempo aggiusti l’anima, che sia la cura contro tutti i mali? Il mio intanto me lo tenevo stretto e il:“non ci pensare”, non era più la soluzione adeguata.
Un’aspirante psicologa con problemi di accettazione, che assurdità, eppure a me assurdo non lo sembrava affatto; anzi tutto apparve concreto mai più evidente ai miei occhi. Era un problema per me? Forse sì, forse lo era solo momentaneamente, ma come poteva non esserlo d’altronde; in un mondo dove la supremazia e l’avidità dominavano guerre ignave, nulla sembrava essere più increscioso di combattere contro la ragione, terreno ormai troppo arido.
In un attimo mi persi in quei pensieri così fugaci che mi avevano reso non più idonea al ruolo che mi toccava ricoprire: quello di ventenne spensierata che si gode la vita.
“Sei felice? Sì, lo sono.”
Eccole lì, scesero cocenti sul mio volto, riuscii di nuovo a leggerle quelle emozioni.

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