Taverna di Bron, l’oste. Città di Cortwila, reame di Deneb la Grande.
“Molti uomini nel corso del tempo raccontarono ai loro figli la leggenda della Guerra del Crepuscolo e molti di più scrissero resoconti oppure composero canzoni ma nessuna versione fu mai uguale alla precedente e nessuna, tanto meno, veritiera.
In alcune di queste storie si narra di come Mantula il Lercio avesse ricomposto il suo esercito; lo stesso che millenni prima venne sconfitto dagli dei di A’rethia. In quel tempo primordiale Mantula era giovane e il suo potere debole, fu per lui un grave errore sfidare gli Aegler delle Scogliere di Aztlan nel tentativo di spodestarli dal loro trono”.
“Chi erano questi Aegler?” Chiese un ragazzotto moro.
“Tutto di loro si è perso nella notte dei tempi e sopra qualsiasi altra cosa, il ricordo. In quasi tutti i racconti si menziona il fatto che, dopo averlo sconfitto con la loro possente magia essi avevano relegato Mantula nelle viscere della terra, nel mondo oscuro di Norgorath, da dove non avrebbe mai più dovuto fare ritorno. Mantula aspettò, forse vivo o forse no, che i suoi vincitori cadessero nel più totale oblio e che gli uomini ne prendessero il posto. Poi tornò, e con lui il mare nero che alimentava le creature infernali che egli aveva creato mentre aspettava. Con l’aiuto di streghe ai suoi ordini fu in grado di richiamare le truppe e dichiarare guerra alle terre oltre il suo regno di acqua oleosa”.
L’uomo, un vecchio cencioso senza più alcun capello su quella testa ossuta che pareva cascare da un momento all’altro si bloccò, guardando uno a uno i quattro avventori, tre uomini e una ragazza, che si erano uniti al suo tavolo, e stampò a ognuno di loro un malandato sorriso: era il segnale per Bron, il taverniere, di riempire di nuovo i loro boccali vuoti. L’operazione durò poco e avvenne nel più totale silenzio. Quando ogni calice fu pieno il taverniere strizzò l’occhio e il vecchio ricominciò il racconto.
“La battaglia avvenne nel giorno dedicato alla dea Eleanor in una mattina fredda e ventosa, nella piana di Gerdonim, ai piedi della catena dei monti Josteldem, in quella che oggi chiamereste Beketra, la capitale del reame dei deserti di Sahila. Impressionante era la marea dei soldati dei sette regni umani schierati in quella giornata memorabile”.
In quel momento, all’apice della tensione narrativa, il vecchio Oetzi stava sudando e i quattro al suo tavolo fremevano per avere altri particolari. Uno di loro, col collo grosso come quello di un toro che reggeva una testa piccolina colma di boccoli rossastri, si spazientì cominciando a inveire: “Forza vecchio, raccontaci la storia, e fallo per bene o le tue birre non verranno pagate, parola di Gornag Andber!”
A quella minaccia Oetzi per prima cosa s’attaccò alla pinta di liquido ambrato e ne fece una bella scorta nel gozzo; diede due o tre colpi di tosse e altrettanti di singhiozzo, a cui seguirono lucciconi talmente grandi da scendere sulle gote lasciando una scia bavosa. Si riprese dopo alcuni istanti.
“La mattina era di un nitore esaltante quasi avesse percepito la gravità di quel momento. Le nubi mattinali erano sparite lasciando all’orizzonte solo lo sfilacciarsi di schiume grigiastre e il rumore sordo del vento che raschiava le dune di terra ricoperta di arbusti secchi. L’esercito di A’rethia era schierato a ovest, protetto dalle alte vette del Passo della civetta. I rulli dei tamburi di guerra degli imperi di Sahila e di Esteria era come se tonassero, insieme agli squilli cristallini delle trombe d’argento del baronato di Bellatria e ai corni magistrali dei regni di Almandia e di Deneb. Su tutti però le fabilas di oricalco del ducato di Aquilonia; le famose spade, percosse con forza contro gli scudi riuscivano a coprire il roboante caos degli strumenti di guerra. Alte grida di battaglia, un misto di onore e di paura, si alzavano da quelle migliaia di gole infastidendo i draghi neri di Deneb che, sulle rocce alle spalle di quell’immane armata, spiegavano le loro ali nell’impeto di fendere il vento, bloccati solo dai loro cavalieri umani. Sette stendardi garrivano alla brezza, sette lembi di stoffa appesi a lunghi pali distinguevano i soldati dei sette reami. Prima della fila, sul fianco occidentale, era la bandiera di Bellatria col suo leone rampante nero su sfondo rosso, e questi erano anche i colori di quell’esercito. Seguiva il drappo del reame di Sahila, una lucertola kori su sfondo ocra, poi il gonfalone di Aquilonia, un drago nero su sfondo bianco. Ancora Deneb, che riproduceva il volo di un’aquila nel cielo azzurro, Almandia con una bandiera gialla con bande nere trasversali e Esteria, con un semplice drappo nocciola e blu. Chiudeva lo schieramento il vessillo del granducato di Vessalia: il suo stendardo era il più grande, un ampio telo bordato in oro il cui sfondo avorio conteneva la testa palcata di un grande cervo. Questi erano gli eserciti umani in campo quel giorno”.
“E il Battaglione Sacro?” Chiese un omaccione coi capelli neri e radi “Non ci racconti nulla del Battaglione Sacro?”
Su quell’argomento il narrare del vecchio perse lo stampo tipicamente affettato di chi vuol raccontare qualcosa con stile manieristico e, poco a poco, pervaso da un’ardente ammirazione divenne serio, e concreto.
“Davanti a tutta quella massa di armi e carne, molti metri verso la piana, un manipolo di strani soldati guardava verso l’orizzonte. Non erano rivestiti dalle brillanti armature dei cavalieri e neppure dalle robuste cotte dei fanti; indossavano solo un umile saio nero col cappuccio calato a coprire i loro volti. Alcuni imbracciavano archi, altri sguainavano spade o brandivano lunghe picche ma molti davano l’impressione di essere completamente disarmati; a guidarli un uomo con la tunica bianca, anch’esso col viso nascosto alla vista.
“Chi sono quei soldati, e perché si trovano così avanti rispetto a noi?” Chiese Kajus, il barone reggente di Bellatria agli altri re radunati davanti alla truppa. Rispose re Diguas di Vessalia, un essere viscido rivestito con un’elegante armatura d’oro massiccio: “Si sono presentati stamani alle porte di Keahad chiedendo di combattere con noi questa guerra. Dicono di chiamarsi Arconti, e di provenire dalle Piattaforme di Aztlan, nel nord, dove il ghiaccio è più spesso e freddo che in ogni altra parte del mondo”.
Si avvicinò un baio nero come la notte, a montarlo una massa enorme di muscoli e acciaio: il granduca Dirk di Aquilonia. “E perché, mio caro amico, ti sei arrogato il diritto di permettere a quei pezzenti di combattere al nostro fianco?” Disse.
“Perché oggi, amico, ci servirà tutto l’aiuto possibile!”
Come se avesse udito anche da grande distanza quelle parole mischiate al rumore della calca, l’uomo col saio bianco si voltò verso di loro e, pur senza mostrare il viso, parve squadrarli. Altro tempo passò e la frenesia della battaglia dei soldati A’rethiani montava come la schiuma del mare che flagella gli scogli; le trombe di guerra s’erano zittite e così ogni altro strumento ma le spesse grida di frustrazione dei soldati tagliavano il silenzio.
Fu l’uomo vestito di bianco il primo che vide l’armata di Mantula il Lercio, quando nessun altro uomo riusciva a scorgere nulla oltre l’orizzonte; arrivò a contare ogni fante e ogni mostro che essa schiarasse nelle proprie fila anche quando la più dotata vedetta degli uomini non vedeva altro che quella che pareva solo una minuscola nuvola di polvere alzata dal vento.
Preparatevi, il nemico si sta avvicinando molto velocemente. L’uomo fissava i sette re ma non aveva parlato, la voce si era formata direttamente nella mente dei regnanti di A’rethia. Questo li sorprese ma non ebbero il tempo di ribattere perché l’uomo parlò ancora. Ho contato quattro Fenici coda di fuoco librarsi sopra quella marea di bruti; lanciate subito all’attacco i vostri draghi e tentate di bloccarle prima che vi raggiungono oppure le loro uova infuocate mieteranno un numero incredibile di vittime. Lascerò a vostra difesa i miei venti guerrieri tagherrim, i custodi invalicabili, i meglio preparati nel corpo a corpo, ma io devo andare, il nemico che voglio è oltre quel muro di soldati, e la sua forma umana è rinchiusa in una carrozza di ferro. Che la buona sorte vi accompagni!
Detto questo l’uomo si girò verso i suoi e si rivolse a loro in una lingua sconosciuta.
Di colpo una ventina di loro s’allontanarono dal gruppo e, come una cosa sola, si portarono a pochi passi dai rappresentanti delle sette casate regnanti di A’rethia; fu in quell’occasione che Moorek di Esteria riuscì a vedere, oltre quei cappucci calati, la maschera di cuoio color crema che copriva i loro volti”.
Un colpo di tosse tanto involontario quanto inopportuno arrivò dall’unica ragazza del gruppo, una deliziosa moretta con la pelle di rosa; a forza di stare a bocca aperta per il racconto di Oetzi si era dimenticata di deglutire e il groppo di saliva le era sceso in gola tutto d’un colpo, bloccandole in fiato. La ragazza guardò gli altri con gli occhioni neri resi umidicci dallo sforzo, quasi a volersi scusare. Inutile aggiungere che il vecchio ubriacone approfittò di quella occasione per ingoiare un altro sorso dal suo boccale.
“Se no mi si sgasa tutta e poi sa di piscio tiepido!” Fu la scusa con la quale rispose agli ammiccamenti di disapprovazione.
“Continua il racconto, vecchio” consigliò Bron, che aveva approfittato della pausa per rabboccare i boccali ancora pieni per metà; e Oetzi continuò.
“L’uomo vestito di bianco cominciò a muoversi verso un nemico ancora invisibile, quasi ne seguisse i movimenti, poi si bloccò, immobile, attendendo.
“Guerra!” Urlò una vedetta quando l’esercito di Mantula apparve all’orizzonte. A quel segnale, come aveva consigliato il bianco, lo stormo di draghi neri di Deneb si lanciò in volo non più trattenuto dai loro guardiani, anzi spronato con vigore. Appena in tempo; dalla schiera nemica apparvero in volo alcune fenici coda di fuoco. Erano queste le creature preferite di Mantula. Grandi il doppio di un drago normale dovevano il loro nome alla coda fiammeggiante che le spingeva veloci nel cielo e che consentiva loro di non dover battere le grandi ali triangolari. Il corpo, rosso come un tizzone d’inferno, culminava con un muso ossuto e sporgente guarnito da due fila di denti giallastri. Sotto il ventre due piccole zampe tenevano ben stretto un uovo nero.
“Non le lasciate avvicinare alle truppe!” Fu l’ordine dei sette re. I draghi si avventarono su quelle cose mordendo come forsennati, lanciando dal muso le loro fiamme e cozzando con forza contro i ventri molli delle fenici, tanto che le uova che custodivano vennero fatte cadere a gran distanza. E fu un bene perché ogni volta che un uovo di fenice si rompeva a contatto col suolo questo si accendeva di violente fiamme e un alito rovente arrostiva ogni cosa presente nel raggio di cento passi. Alcune falangi di Almandia troppo vicine vennero colpite da un vento talmente cocente da squagliare la loro pelle, uccidendo in un istante cento fanti e lasciandone molti altri ustionati sul terreno. Le fenici disarmate, tentarono la fuga ma i draghi le seguirono fino al loro nido.
Il bianco, che fino a quel momento era rimasto immobile, fece un cenno ai suoi e questi partirono correndo verso il centro dell’esercito di Mantula”.
Bron, l’oste, aveva ascoltato Oetzi raccontare la stessa storia un’infinità di volte ma ogni volta il vecchio aggiungeva o toglieva qualcosa rendendo tutto sempre nuovo. Scoprì, con sorpresa, di non stancarsi mai di ascoltare come l’esercito di Mantula fosse formato da uomini, da orchi con la pelle dura come il cuoio trattato e dello stesso colore, da mostri volanti o da strani cavalieri ricoperti completamente da un drappo rosso. Una sera entrarono nel racconto anche piccoli gnomi feroci e streghe ricoperte del muschio delle querce della foresta di Brethe. Tese l’orecchio, il vecchio ubriacone era giunto alla parte che gli piaceva di più.
“Come una lama arroventata che affonda in un panetto di burro così i misteriosi guerrieri sfondarono le prime fila dei nemici, penetrando nel cuore dello schieramento con una forza tale da lanciare orchi e uomini sopra le loro teste; poi, conquistata quella posizione alcuni di loro si fermarono.
Sottili lame argentee brillarono nelle loro mani squarciando arterie e tranciando ossa: gli Athensis, i massacratori sottili trattennero su di loro le truppe vicine in modo che gli altri nemici, pressati dalle retrovie, sfilando ai lati, si trovassero divisi contro i possenti cavalieri di A’rethia che arrivavano in gran numero menando fendenti mortali con le loro grosse spade. Gli arcieri di Bellatria erano famosi in tutta A’rethia per due cose: la loro animosità nell’accaparrarsi una donna e la precisione del tiro. Così i nemici che riuscirono a sfuggire ai cavalieri vennero tempestati da un nugolo di frecce tale da oscurare il cielo. Nel frattempo i restanti arconti continuavano a fendere quella marea di soldati. Ancora un gruppetto si sciolse lasciando il bianco e pochi uomini rimasti a correre con tutto il fiato che avevano in corpo.
Attirando su di sé le truppe nemiche i Pashos, i sussurratori di terrore cominciarono a salmodiare una strana litania; ogni soldato nemico che ascoltava quel canto impazziva colto da un enorme terrore, lasciava sul campo di battaglia le armi e fuggiva come se un demone lo inseguisse. I misteriosi guerrieri rimanenti continuarono per la loro strada, schivando inspiegabilmente i colpi di spada e di lancia con cui venivano tempestati; qualche decina di metri dopo si scissero nuovamente. I rimasti si misero spalla contro spalla, archi alla mano e con rapidi colpi taglienti degli affilati bordi si fecero spazio poi, con incredibile maestria e velocità incoccarono tre frecce per ogni arco. Quindi i Paldhows, i mietitori veloci, cominciarono a scagliarle tutte intorno. Non ho idea di che materiale fossero fatti e quale forza quegli uomini misteriosi riuscivano a imprimere ai loro dardi, so soltanto che nessuna armatura riusciva a trattenerli, anzi questi attraversavano il corpo di un nemico e avevano ancora così tanta energia da colpirne altri, e poi altri ancora. Visto come si mettevano le cose gli gnomi fuori antro, i più pavidi componenti dell’esercito di Mantula, sgusciarono oltre veloci andando ad attaccare i più deboli umani. Gli orchi invece, con la loro solita incosciente irruenza tentarono più di una volta di attaccare i Paldhows, perdendo a ogni assalto un gran numero di soldati; finché uno di loro con la sua spada nera riuscì a trafiggere un Paldhows. Il soldato non sanguinò accasciandosi al suolo senza un lamento e, incredibilmente il saio che lo vestiva si svuotò, rimanendo solo uno sgualcito cencio; vicino c’era anche una maschera chiara.
“Possono morire!” Urlò l’Orco e quella consapevolezza rinnovò la fiducia dando maggior vigore ai loro assalti”.
Il vecchio prese il suo boccale di birra quasi vuoto e lo trangugiò tutto d’un fiato poi, schiarendosi la voce come per dimostrare di avere un’incontenibile arsura che ne impediva il raccontare, guardò uno degli avventori con gli occhi umidi.
“Bron, maledetto oste” disse questo “porta un’altra birra a questa sfortunata spugna, che voglio finire di ascoltare quello che narra con tanta enfasi!” Disse un ragazzotto moro e prestante.
Bron arrivò con un grosso bicchiere colmo di nettare biondo, per nulla infastidito dal tono dello straniero; a lui interessava solo riempire i loro stomaci di birra e farsi pagare adeguatamente.
“Continua”. Aggiunse mentre il vecchio Oetzi, ingozzato che si era con un’altra corposa boccata, si stava

Non posso che concordare (positivamente) con Rickyreds quando scrive che c’è tanta carne al fuoco, caspita!
Benché io non sia un appassionato sfegatato del genere, non posso però non apprezzare una storia (ancorché parziale) ben scritta e con tutti, gli elementi canonici del fantasy quindi… complimenti vivissimi!
P.S.: Mi associo – conoscendo i miei limiti – a quanto scritto da Vecchietto.
Dissento sia con te che con Vecchietto; voi signori scrivete in modo splendido, ognuno ha il suo stile e, parimenti, ognuno predilige un genere agli altri ma la qualità dei vostri racconti è pari, se non superiore, a quelli che scrivo io!
Perbacco! E tanti e ancora tanti ringraziamenti per le belle parole, esimio.
Se posso, non essendo neanche io un giovincello, mi permetto di darti del tu.
Wow. C’è parecchia carne al fuoco. Il worldbuilding è debordante! Ma il romanzo è parte di una saga più ampia o comincia proprio così? Chiedo perché mi sembra che ci siano molti dettagli che meritano di essere approfonditi. Ho colto qualche citazione dai classici del genere (Aquilonia dal mitico Conan il Barbaro!).
Interessante. Aspira all’epica. Leggerò con attenzione il continuo.
Rickyreds; innanzi tutto grazie. Ovvio che ci daremo, da adesso in poi, del tu, trovo questa forma di contatto personale decisamente più di mio gusto. Il romanzo comincia così, col buon Oetzi che racconta la storia della Guerra del Crepuscolo, senza sapere che gli eventi, come la storia insegna, si ripetono. Questo coinvolgerà un personaggio che già vi ho presentato: Pohrr Pezzo di Ferro. E sì, questo sarà il racconto più epico che ho mai scritto, denso di azione e di colpi di scena. I richiami ai classici del fantasy è un obbligo, una forma di rispetto verso quel genere che più mi ha ispirato e coinvolto.
Come fa a inventarsi queste storie e a scriverle bene? Io non sarò mai capace.
Ha la mia sincera ammirazione.
Innanzi tutto desidererei, a lei piacendo, di poterci dare del tu. Lo so, entrambi siamo vecchietti quindi adusi a modi affettati ma a me farebbe piacere. Poi grazie per il commento, è solo questione di fantasia credo. Questo è l’inizio del mio ultimo romanzo giunto ormai alla prima stesura completa e volevo proporlo per avere i vostri importanti giudizi. A breve la seconda parte, anche perché la prima si è troncata in modo inopportuno.