La mia ragazza è strana. Prima mi dice che mi ama e poi mi fa ingaggiare per una strana avventura lavorativa.
Proprio nel mentre pensavo mi coccolasse come suo solito, parla; sono abituato a udirla poco: modestamente
passa con me più tempo a gemere. Che mi dice? Che devo tornare in azione come spazzino. Da qualche mese
avevo preso a fare l’eroe. (Cioè mi ero ispirato ai supereroi, ma non avendo niente di super, tipo ragnatele su
cui arrampicarmi o con cui intrecciare liane fiondanti sui grattacieli, raggi laser dagli occhi, stelle filanti radioattive
dal culo o altri utili gingilli, tipo i “ciusky”di Doraemon, allora facevo quel che potevo con le mie sole forze, ma
con tanta lodevole buona volontà e stimabile impegno). Dove non arrivavo io arrivavano gli assistenti sociali;
ma non sempre, e molto dopo. La mia vita aveva preso un andazzo che mi pareva migliore, mi sentivo più parte
della comunità, sentivo d’esser utile a molti e mi sentiva d’esser migliore, come un petto enfiato da una boccata
ampia d’aria che facesse da toccasana ai polmoni saturi di inquinanti e minacciati dalle polveri sottili. Non era
abbastanza, però. La vita costa e anche se è una cosa prosaica occorre mettere al primo posto l’economia
domestica (specie se la tua ragazza vuoi farla prima o poi essere tua moglie). Nei primi tempi rubavo gli stipendi
e i redditi di cittadinanza facendo convogliare le somme di alcuni nel mio conto corrente. Non però alla gente
qualsiasi, sarei stato un infame. Colpivo solo gente che aveva commesso reati gravi, ma non era stata scoperta.
Con tante telecamere nascoste in droni miniaturizzati, sapevo chi era stato reo, e me lo annotavo su un rendiconto.
Quindi se corrispondeva il nominativo di chi frodavo con uno di questi farabutti, non mi sentivo in colpa di
derubarlo. Se rubi a uno stronzo, ti senti come se hai trovato del denaro a terra. Nel caso che fai, gridi a voce
alta “sono vostri questi quattrini?”. Non credo proprio. Verrebbe chiunque vi è vicino con la faccia lessa e fessa
del bugiardo per un giorno, e vi inventerebbe le più ridicole scuse per accalappiarvi e farvi credere che davvero
han perso gli stessi soldi che avete in mano! Non direi neppure che chi lo facesse fosse disonesto. Ecco, non dite
allora che lo sono stato io. Son stato semmai tipo Robin Hood, un boscaiolo comunista che rubava ai ricchi per
dare ai suoi compagni d’armi, che erac come dire dare ai poveri (salvo che facendolo spesso, poi si faticava a
immaginarli sempre tali). Prima d’essere un eroe, ero un ladro gentiluomo. Ma prima ancora ero uno spazzino,
e la mia compagna mi aveva convinto a tornare a pulire, piuttosto che a far altro. Così lo feci. All’inizio fu dura.
Poi i miei muscoli intirizziti da anni di riposo ripresero a ricordare come si da di straccio, come si spolvera a 360
gradi, come si deterge a seconda dell’ostinatezza della macchia di turno. Il fatto era che sarebbe presto diventato
tutto ciò qualcosa di strano, ecco. Perché se c’è una multa di 1000 euro per chi orina sui muri, i viandanti dei
vicoli avevan ripreso a pisciare copiosamente sulla fatica edile dei muratori urbani? Ogni mattone era pregno di
giallo liquame, il cui sentore acre dipendeva dal malto delle birre digerite dai fetenti. Non eravamo una grande ditta,
noi della “PuliColor”, infatti venivamo presi per il culo da tutti i colleghi che ci chiamavano “Squallori”, ossia brutti e
squallidi, ma anche poveracci viventi tra gli stracci. Noi li odiavamo questi denigratori non tanto per l’impietoso
epiteto, quanto per il fatto che porcazozza, non era pensabile che gente come noi non ci vedesse quali tipi come
loro. Vanni si metteva spesso la canzone di Frankie Hi NRG MC, “Quelli che benpensano”. A volte l’ascoltava da
solo, restando muto con quella sua faccia da pesce dall’occhio opaco. Altre volte la metteva in autoradio e
pretendeva che tutti l’ascoltassimo, perché a suo dire ci insegnava qualcosa a tutti noi che dovevamo tenere
presente. Qualcosa di molto filo-proletario, del tipo che ci sta una lotta di classe più subdola ai tempi nostri
che quella degli anni sessanta e ottanta, che non solo c’erano le scale con chi ci scende e chi ci sale, ma anche
forse chi decideva prima chi dovesse salire e chi scendere, e pure chi innalzarsi e chi sprofondare. Ma non credo
che il cantante volesse dire tutto questo, solo che ci stanno quelli, punto e basta. Quanto a me, io mi guardavo
bene dal partecipare a quelle discussioni che si scatenavano ogni tanto, proprio per corollare la volontà di qualcuno
di spegnere anzitempo il brano, vuoi perché fosse sempre quello, vuoi perché era imbarazzante l’alto volume con
cui lo sparava sulla piazza. Io ci davo forte con la scopa e sognavo un costume come quello di Batman, figo, in latex
o altro materiale aderente. Mi vedevo anche accostarmi un vecchio tenero come Geppetto che mi aprisse una valigia,
come fossi 007, per porgermi avveniristici gadget per migliorare le mie performances nella lotta al crimine.
Poi tornavo alla mia polvere, che più la toglievi e più tanto sapevi che sarebbe tornata. Come sapevi che avresti rivisto
gli stessi volti ebeti dei cretini che ti attorniavano. Tutto andò quasi bene finché oltre a bagnare i muri, anzi ad allagarli,
c’era anche (e sempre più spesso) chi faceva quella grossa. Dall’uretra esce uno spruzzo che si essicca, ma se pure
secca lo sprazzo che esce dallo sfintere, non puzza di meno tutta quella scarica marrone!
-Perché non vanno a casa a farla?-
-Forse non la hanno, una casa.-
-Ma la strada mica è un cesso.-
-Ma è più vicina del “Sebach”, che spesso è di una ditta privata quindi c’è, ma è chiuso.-
-Tu li difendi perché tieni un parente che è uno di loro. Dillo.-
– Ma no.-
-Anzi, uno sei tu. Non mi stupirei.-
C’era tanta merda per le vie e le piazze che il Sindaco Aristide Formaggeschi aveva inventato che erano tornate le carrozze
coi cavalli, e giù applausi per questo folkloristico incentivo al turismo e al ritorno delle tradizioni. Sul perché le dimensioni
non fossero equine, il suo leccapiedi, il ragionier Vanzasca, aveva aggiunto che si frammentava l’escremento in seguito ai
successivi colpi delle bestie sul loro stesso creato, zoccolando giri su giri in cerchi culturali! Il tragitto enciclopedico essendo
sempre il medesimo, qualcuno se la bevve, altri s’insospettirono ulteriormente, e a quasi tutti non fregava un cavolo di niente
tutta la storia. La gente che si era accorta dello sporco centuplicato, si era alzata le maniche e si era prodigata anche essa di
strumenti per la sanificazione. Non ci rubava il lavoro, ma pareva farlo, scimmiottando il nostro professionale fare con i loro
rudimentali colpetti di ramazza, spesso inefficaci. La gente si lamentava che noi fossimo tardivi. Ma più che fare il nostro come
sempre, e con qualche ora di straordinario mai retribuito, non potevamo certo farci in quattro più di così. Tanti poi finirono con
il chieder ferie anticipate, fiaccati dagli esaurimenti nervosi, mai diagnosticati ma immancabilmente fulminanti su quei povericristi
ch’eravamo. Io mi sentivo più nervoso, e più responsabilizzato a far meglio. Rimpiangevo le mie vite di prima. Avrei preferito
aiutare o rubare come facevo prima. Il lavoro era duro. Nessun chimico che ti proponesse qualche nuovo liquido stura-merda
o sciogli-cacca, al massimo chi aveva pena di te ti faceva trovare fingendo di averlo perso un flacone con un terzo di sgrassatore,
(e chi l’usava era bene si premunisse di guanti e si sciacquasse poi con cura, ch’era efficace, ma anche irritante parecchio, pure
senz’usarne un secchio…)
Il sindacato non ci aiutava. Era troppo intento ad aumentare dei dividendi per se medesimo, al fine di mandare in pensione chi si
sgolava per te con cifre che fossero soddisfacenti, e che erano ben volte più di quelle che noi avremmo mai visto nelle nostre buste
paga. Ma si sa, loro sono loro e noi noi. Loro si sgolano per far valere i nostri diritti, e noi ci si da’ di gomito per scrostare ciò che
esce dal loro altro buco. Ah, ma prima o poi. Prima o poi si sarebbe andati tutti a Roma, a conferire al Governo! Tutti…tutti, a parole.
Già alle prime riunioni, s’era in uno o due, figuriamoci a manifestare in massa. Poi, chi rinuncerebbe a riposarsi per camminare ancora,
chi a riposare le ugole per scalmanarsi a sbraitare arditi slogan furenti, a congetturare invettive da scagliare poi a un mittente sedicente
impotente e non responsabile (mai però irresponsabile, non lo si dica né lo si pensi!)?
Io avevo le palle piene di tutto, della politica nullafacente, della merda proliferante, dei colleghi disfattisti.
Pensavo solo a fare il mio. Poi, accadde l’inenarrabile. Ne pestai una. Piansi, a casa, perché neanche l’acqua calda aveva tolto ogni
residuo. Cazzo, ero così fuori di me, che le buttai nel contenitore dei vestiti da dare ai poveri, tanto la cooperativa non avrebbe
aizzato le narici per aspirarne l’olezzo. Eran lavate alla bell’e meglio, se le prendessero così. E fosse solo questo! Corsi a un negozio
e mi comprai delle Nike. Spesi almeno 50 euro. Al mercato ne avrei prese anche 5 con gli stessi soldi, ma chi se ne. Mi sarebbero
durate, questo è sicuro. E se avessi sporcato anche queste? Ci pensai, così mi portai in uno zaino delle infradito, da cambiarmi arrivato
al lavoro. Così, tiè! Poi cominciai a sporcare anche quelli, e allora venni con degli zoccoletti da 5 euro, quelli per quando si esce dalla
doccia. Erano anche più pratici, e potevo ricomprarne tanti spendendo poco.
Col tempo però pestai tante volte creme marroni che non erano castagne schiacciate, che mi girarono un botto, quindi girai come una
trottola circa sei volte e poi mi fermai, col volto d’un Jekyll mutato in Hyde. Mi vestii come quando ero un eroe, e aprii ogni sera alle 4
di notte tutte le fontane della città. Il fiume che in poco tempo si formava faceva esondare l’Arno, che mi aiutava a ripulire la città. Quindi,
tornavo alle 6 a richiudere le fontane. Ma fu un problema quando un gruppo di tritoni e sirene fece i suoi bisogni e ritirandosi le acque mi
ritrovavo con lo stesso problema di prima. Mi dispiacque fare quel che feci, perché alcune sirene erano carine, ma tanto una donna
l’avevo, le ero fedele e poi le squame erano viscide e mi avrebbe fatto ribrezzo strusciarmicisi…presi le creature marine quando le acque
eran ritirate, le accoltellai e infilai la carne a tocchetti di esse dentro dei sacchi che vendetti a degli orientali come base per sushi prelibati.
Quasi mi dispiacque per la fine di questo business quando parve che il mio genocidio fosse completo. Ahimé per essi e ahimé per me e
per i cuochi. Strana avventura davvero, da non credersi: ma ormai non ci son foto e solo io so che esistevano questi esseri. Peccato.
Che altro, in seguito? Mi licenziai. Tornai a fare l’eroe e a rubare, alternativamente. Mi sposai, a patto che non mi avesse più chiesto
la consorte di faticare a modo suo. La PuliColor sarebbe esistita senza di me, il suo veterano. Ma erano apparsi anche i vomiti.
Tutti volevan mostrare pezzi di ciò che avevano ingerito riproponendola servita su una crema acida stomachevole autoprodotta? Il limite dello schifo per me era stato superato da un pezzo; con quest’ultima indecenza il vaso già colmo della mia pazienza traboccava di più, ed era come se mi avessero sostituito un’anfora con un pitale quanto a disprezzo per il mio lavoro. Che era successo?
Ragazzini mangiavano gelato al cioccolato sotto forma di gelificati vinili al cacao, che se li mettevi dentro a un grammofono di fondente
una puntina di oro alimentare faceva starnazzare la canzone di Pupo (e il Ghinazzi non poteva sghignazzare perché i diritti d’autore non
potevano venir conteggiati; anzi nessuno gli comprò più le ristampe perché eran più golose le nuove cioccolatose…duravan poco, ma le
note erano quelle, però più squisite…)
“Cacca al cioccolato,
quanto saresti migliore,
tu, cacca al cioccolato!
Dolce e non più salato,
quanto sarebbe meglio
se a terra ci fosse cacao
e non merda sul selciato!
Gelato al cioccolato,
una volta che ti han mangiato
dischi in meno han comprato,
ma poi tanta roba per terra
si è creato, e spesso il bagno
vicino, non ci son arrivato!
Vomito al cioccolato,
vezzo che non è reato:
ne avrò mangiato forse troppo
è m’è uscito ‘sto malloppo!”
Sì, si arrivò a cantare anche così, in Piazza delle Vettovaglie, dove sarebbe bello salire le scale e trovare una giovane Orchidea De Santis,
come nel film “Una dottoressa sotto il lenzuolo”, ma mica ci abitava davvero. Forse è Alvaro Vitali, che canta “Cacca al cioccolato”, in barba
a Pupo sconsolato? Chissà. Ora sono un piccolo eroe di strada e un ricco hacker, e la mia politica è derubare gente cattiva. Non sono uno
degli “Avengers”, ma solo per ora. Tutto può cambiare in un mondo così strano dove le cose cambiano di brutto, e avete visto come.

Surreale le fontane aperte che fanno straripare l’Arno e con lui strani esseri marini che cagano ancor di più.. e i cavalli !
disgustoso, accattivante, divertente.
Beh, 2 su 3 aggettivi certo son qualità. Il primo, dipende dall’accezione: se qualcosa di trash è disgustoso può essere anche indice d’esser riusciti a trasmettere lo schifo come voluto. In realtà qui prendo in giro il film “Paz”, dove si fa una mitologia del mondo sottoproletario strizzando l’occhio all'”epico”di un racconto a fumetti. L’Arno a Pisa è straripato qualche anno fa, danneggiando volumi d’una nota libreria di Corso Italia. Quanto al resto, tutto è venuto da un’invenzione frettolosa spero gradita.