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Il grosso ceppo di legno calò pesantemente sul fuoco del camino, il quale di rimando emise una nuvola di bioccoletti di cenere incandescente che si disperse, freddandosi subito dopo a contatto con l’aria gelida dell’ambiente circostante e crollando sul pavimento in un pulviscolo grigiastro. L’enorme camino di legno e pietra occupava l’intera parete di fronte l’ingresso della piccola baita e sovrastava con la sua imponenza ogni altro arredo.

Che consistevano, per la precisione, in un tavolo sgangherato circondato da due panche nelle stesse condizioni, quattro brande divise in due letti a castello e una misera cucina di pietra: un lavello con due incavi tondi e un piano di granito. Era tutto alquanto spartano ma, per un rifugio sommerso da un manto di neve ghiacciata posto nel bel mezzo del niente, era pure troppo. Uno dei quattro ragazzi si alzò dalla branda e si avvicinò alla piccola finestrella di legno inchiodata alla parete, raschiò col palmo della mano il pesante velo di condensa che si era formato durante la notte e guardò fuori.

Gli venne male agli occhi, nonostante un sole avvizzito e poco convinto avesse appena fatto capolino dalla foresta innevata, il totale nitore che lo circondava lo spiazzò, era bianco ovunque, senza soluzione di continuità.

Si voltò verso un altro che, attizzato il fuoco morente, stava tentando di cuocere un poco di latte in un padellino incrostato di nerofumo e di preparare un caffè con una vecchia moka in alluminio.

“Jimmy, spiegami ancora una volta perché siamo qui!” Chiese il ragazzo vicino alla finestra sbattendo le palpebre frastornate dalla luce intensa.

“Wendigo!” Fu la laconica risposta del cuciniere.

“Già, proprio questo, ma come diavolo siano finiti in questo sperduto angolo dei monti Appalachi, nel North Carolina proprio durante il Big Snow peggiore dell’ultimo secolo?”

“La sai Frank, è inutile che te lo ripeta. Ho sbagliato…anzi, hanno sbagliato le previsioni del tempo. Era previsto che ci accampassimo in questo posto per posizionare il campo-base, per poi recarci a filmare nella foresta qui intorno. La rete televisiva ha organizzato in questo modo, nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivata questa super tempesta”.

La stazione televisiva era la CNN e Jimmy Hudson era uno dei maggiori documentarista del mistero che il canale avesse mai avuto, la sua ricerca indefessa delle tracce dello sfuggente Wendigo l’aveva già spinto altre volte in quella vallata. Stavolta con lui c’erano i tre membri della troupe televisiva: I cameramen Frank Belucci e Carlton Hubble e l’esperto di trappole Vincenzo Triga.

“Che buon profumo!” Disse proprio Vincenzo scoprendo appena il volto. Da buon americano di origine italiana il borbottio della caffettiera e l’aroma di un caffè fragrante erano il modo migliore per cominciare la giornata. Scese dalla branda alta saltando agilmente e si diresse verso Jimmy che, proprio in quel momento stava mescendo il nero nettare in alcuni bicchierini di plastica.

“Vuoi anche del latte?” Disse porgendolo a Vincenzo.

“Ci mancherebbe, il caffè non va mai allungato con nulla che non sia altro caffè!” Sorrise l’italiano.

Anche l’ultimo membro della spedizione si svegliò, muovendo lentamente la coperta di lana che lo copriva come un sudario, ma non uscì dal letto, solo si lamentò sommessamente. Frank si avvicinò a Carlton: “Miseria Carl, come stai messo?”

“Mi sento una merda,” Sussurrò l’uomo “ho male di testa e sono debole come un poppante”.

In effetti l’aspetto del cameraman era davvero pessimo, gli occhi cerchiati di livido risaltavano sull’incarnato ceruleo e malaticcio e il sudore lo bagnava completamente.

“Probabilmente ti sei preso l’influenza; capita quando si è una donnicciola”.

“Senti Jimmy, non mi serve la tua ironia ma un’aspirina”.

“Aspetta, te la prendo io”. Disse Vincenzo andando verso lo zaino dei medicinali attaccati alla rastrelliera del suo letto. L’aprì e ne trasse un flacone bianco latte, ne estrasse due pillole che diede a Carlton, insieme a un bicchiere d’acqua. L’uomo le ingoiò, poi si ributtò come uno straccio nella sua branda.

“Grazie Vincenzo. Ragazzi, credo di essere fuori gioco per oggi”.

“Sì, lo credo anch’io”. Disse Jimmy. “Facciamo così: oggi ti riposi mentre Vincenzo e Frank vanno a posizionare le trappole e le telecamere nella foresta. Resterò io a farti da balia, tanto devo ancora mandare alla televisione il montaggio dei filmati che abbiamo girato ieri”.

“Come mai tocca sempre a noi il lavoro sporco?” Chiese Frank in un tono a metà tra il serio e il faceto “Fa un freddo cane lì fuori e ci saranno almeno cinquanta centimetri di neve!”

“Se è per questo anche di più”. Sorrise Vincenzo “Per questo abbiamo le nostre tute termiche e i nostri scarponi impermeabili”.

Si capiva immediatamente che l’italiano aveva la smania di cominciare la caccia alla bestia e non sarebbero stati pochi fiocchi di neve a fermarlo. Cacciare era la sua vita, non avrebbe tollerato di restare al chiuso in quel capanno per altro tempo.

“Allora è deciso; posizionate l’attrezzatura entro mezzogiorno, poi rientrate che nel pomeriggio monteremo tutta la parte elettronica”. Così dicendo Jimmy indicò un paio di custodie in pelle nera e il tavolo sgangherato.

“Va bene, capo, andiamo”. Frank si vestì con attenzione, sovrapponendo vari indumenti l’uno sull’altro per disperdere meno calore possibile: doppi calzettoni sotto gli stivali di gomma, due calzoni delle tuta sotto quelli da lavoro e almeno tre maglioni sotto la giacca invernale in piumino d’oca. Soddisfatto si voltò verso il collega che, già pronto da almeno dieci minuti aveva osservato incredulo quella strana liturgia.

“Sei pronto adesso?” Chiese ironico.

“Direi di sì, andiamo pure!” Presero i loro zaini e uscirono. Uno spettacolo da cartolina si presentò ai loro occhi increduli: intere colline di abeti rossi dalla classica forma a cono erano ricoperte da uno spesso telo di neve, mentre le carcasse spoglie dei tulipiferi e delle querce si erano nuovamente rifrondate con una coperta di neve bianca. Senza le racchette andare avanti sarebbe stato praticamente impossibile, poco oltre il loro sentiero le orme che i grossi cervi avevano lasciato durante la notte erano solo dei lunghi fori profondi sessanta centimetri.

Anche con quegli attrezzi ai piedi, arrivare alla loro meta fu un’impresa che durò quasi un’ora, secondo alcune leggende dei nativi americani in quella zona c’erano stati parecchi avvistamenti del Wendigo, negli anni passati, e la televisione aveva finanziato quel viaggio per controllare quelle voci e montare il classico documentario su specie impossibili.

“Non capisco perché Jimmy abbia voluto portarci qui proprio in inverno, con tutta questa neve sarà praticamente impossibile vederli. Se sono furbi se ne staranno rinchiusi nelle loro tane, o dove diavolo vivono!” Esclamò Frank esausto e infreddolito, mentre posizionava contro il fusto di una betulla l’ennesima telecamera automatica: questa si sarebbe attivata catturando anche il benché minimo movimento di qualcosa attraversasse il suo campo visivo. Vincenzo intanto aveva nascosto tra i arbusti decidui di frassino americano e cespugli di rododendro di Catawba e alloro di montagna alcune semplici trappole a lampadario, non invasive ma assolutamente efficaci anche contro il criptide che andavano cercando.

“E’ quasi mezzogiorno, torniamo a casa”. Il ritorno fu altrettanto complicato dell’andata, seguire le proprie orme era facile, meno farlo con le racchette ormai completamente inzaccherate di neve congelata.

La porta si aprì sbattendo, aiutata dal vento gelido che spingeva alle spalle i due tecnici.

“Chiudete subito l’uscio,” urlò Jimmy “che viene dentro un freddo tremendo!” Vincenzo e Frank si liberarono il prima possibile della neve raccolta sulle racchette e sugli scarponi, sbattendoli energicamente contro la parete in legno della baita.

“Finalmente in po’ di caldo” Disse Frank indirizzandosi verso il focolare, avvolto nei suoi panni umidicci. Vincenzo invece era andato alla branda dove Carl dormiva ancora, imbacuccato sotto la coperta.

“Come va, amico?” Chiese spostando il lembo della coperta per vedere il volto di Carlton; gli parve di vedere la morte in faccia! Occhiaie profonde e livide ancora più marcate, un colorito cadaverico, le labbra che parevano essersi rattrappite mostrando i denti grigiastri. Più di tutto però gli fece impressione il fatto che l’intera figura era asciugata, come succhiata dall’interno. Non riusciva a spiegarselo.

“Carl, Dio del cielo, cosa ti sta succedendo!” A quell’esclamazione accorsero anche gli altri due, e anche loro trasalirono nel vedere quella figura. L’uomo aprì gli occhi con un indicibile fatica, le palpebre parevano pesargli come macigni. Ancora i tre sussultarono, l’iride di Carl, normalmente del colore dell’ambra, era invece di un tono più rossastro e tutto l’occhio pareva velato di putrido.

“Non credo di stare meglio, anzi…” Sussurrò a fatica l’uomo. “Evidentemente ho bisogno di più tempo per riprendermi. Mi dispiace!”

“Non dirlo neppure, più tardi prenderai altre medicine e vedrai che domani mattina sarai un fiore!” Disse Vincenzo con un lampo triste negli occhi, poi si rivolse a Jimmy: “Tu non ti sei accorto del suo peggioramento? Dopo tutto avresti dovuto controllarlo”.

“L’ho fatto,” si scusò il giornalista “ma fino a poco fa le sue condizioni erano stazionarie. Poi mi sono perso montando il filmato. Sarà passata un’ora, non di più, prima che voi tornaste”.

“Va bene, scusami Jimmy, è solo che vederlo in quelle condizioni mi spezza il cuore!”

“Anche a me, cosa credi? Vedrai che domani tutto sarà solo un brutto ricordo, ma adesso montiamo l’attrezzatura per il monitoraggio”.

“Prima mangiamo, sono affamatissimo”. Il cattivo gusto di Frank era ormai proverbiale tra le troupe televisive quindi nessuno ci fece caso più di tanto. Pranzarono con gallette e formaggio, un pasto frugale ma sufficiente a mantenerli in forza. Vincenzo chiese al malato se avesse voglia di mangiare qualcosa ma Carlton non rispose, l’uomo si era già addormentato e a tutti e tre parve un buon segno.

Il pomeriggio trascorse noioso, il serbatoio del gruppo elettrogeno della vecchia baita era stato riempito dai quattro al loro arrivo, la sera prima, quindi venne avviato. Scoppiettò irriverente un paio di volte, disturbato nel suo riposare, ma poi decise di partire; doveva dare energia ai computer e ai monitor, collegati con una centrale video alle telecamere sparse nella foresta. Montare e calibrare tutta l’attrezzatura fu un lavoro che occupò i tre tecnici per l’intero pomeriggio e buona parte della serata.

Fu solo quando tutto fu composto e le immagini della foresta innevata inondarono gli schermi che i tre decisero di fare una pausa davanti a una tazza di minestrone caldo. Il camino, con il tepore continuo aveva intiepidito l’ambiente, scacciando l’umidità dalle vecchie assi di legno e dando alla bicocca una tenue parvenza di casa. Jimmy versò il liquido corposo e torbido in quattro tazze e le porse ai suoi colleghi, quindi si indirizzò verso la branda del malato, che in tutto quel tempo non aveva dato alcun segnale di sé.

“Carl, vuoi una tazza di brodo caldo? Vedrai che ti rimetterà al mondo”.

Carlton alzò le lenzuola, era ancora emaciato e provato ma i suoi occhi avevano perso quel sottile velo di dolore.

“Grazie, lo bevo volentieri. Sai, credo di stare meglio!”

“Buon per te, l’avevo detto io che si trattava solo di un’influenza” Jimmy allungò la zuppa a Carlton, che la prese e la bevve a piccoli sorsi, sbuffando come un mantice sulle spirali di vapore rovente che si levavano dalla tazza. “Avevo proprio fame” Aggiunse sorridendo.

Complice anche la ripresa del loro amico, che comunque decise di rimanere al suo posto, sotto la morbida coperta di lana, l’umore del gruppo migliorò sensibilmente, così, ridendo e scherzando guardavano i vari monitor; in uno un cervo malandrino passò talmente vicino alla camera che per un soffio non la staccò dal suo aggancio. Poi solo altri cervi, lupi intenti alla caccia, procioni troppo curiosi e una infinità di uccelli notturni a caccia del pasto.

“Va bene, ragazzi, è quasi mezzanotte. Sarà meglio andare a letto, domani ci aspetta una giornata campale”. Tutti convennero.

L’alba frizzante destò Frank con un brivido, l’uomo scese dal letto e, come prima cosa depose un ceppo tra le braci morenti del camino, che ringalluzzì muovendole con il rampino di ferro. Si voltò, i volti di Jimmy e di Vincenzo apparivano a malapena tra le coperte, il letto di Carlton invece era vuoto.

“Ragazzi svegliatevi, Carl è scomparso!”

Jimmy e Vincenzo si alzarono, mezzi addormentati.

“Come sparito,” chiese Vincenzo “stava male, non può essere andato in giro di notte in mezzo alla neve?”

“La sua roba è ancora tutta al suo posto”. Constatò Jimmy.

Increduli si vestirono e andarono all’uscio; la maniglia era chiusa ma il pesante chiavistello di legno non era al suo posto, pendeva libero segno che qualcuno dall’interno l’aveva aperto.

Schiusero l’uscio e quello che videro gelò il loro sangue più del freddo pungente che arrivava dalla foresta.

Sulle vecchie orme di scarpone e di ciaspole che Frank e Vincenzo avevano lasciato sulla superficie imbiancata il giorno prima c’erano altre serie di impronte che uscivano dalla soglia della casa e si inoltravano nel bosco; ed erano orme strane, diverse da quelle che avevano mai visto in tutta la loro carriera. Non erano di orso e nemmeno di lupo, ma l’animale che le aveva lasciate doveva essere enorme, dallo spazio che intercalava tra ognuna di loro riuscirono subito a capire che chi le aveva lasciate era alto almeno tre metri e camminava in posizione eretta.

Le guardarono meglio, videro che la pianta era triangolare e circondata da cinque dita dotate di unghie straordinarie. Rabbrividirono al pensiero che quell’essere poteva essere entrato mentre loro dormivano.

“Cosa sono queste? E dov’è Carl?” Esclamò Frank.

Vincenzo intanto, ripresosi dalla sorpresa, si vestì in fretta, prese il fucile da caccia che portava sempre con sé e uscì lasciando gli altri interdetti a guardarlo.

“Io seguo le tracce, voi avvertite le autorità del rapimento di Carlton!” Disse infilandosi le racchette. Si mosse goffamente tentando di correre il più velocemente possibile con quegli affari ai piedi. Le tracce erano evidenti e chi le aveva lasciate non aveva neppure tentato di nasconderle, seguirle fu più facile del previsto per un trakker come Vincenzo che s’inoltrò nella macchia coperta di neve. Passò vicino ai fusti rugosi degli abeti rossi e a quelli argentei delle betulle, quando pochi passi dopo il candido manto nevoso cominciò a colorarsi con alcune gocce rosso magenta: un brivido gli percorse la spina dorsale. Seguendo quel lugubre sentiero arrivò a una piccola radura; il corpo di Carlton Hubble giaceva a terra, squarciato all’altezza del torace come se qualcosa ne avesse mangiato gli organo interni. E lo aveva fatto con incredibile forza e violenza, strappando le ossa dal costato: gli schizzi di sangue circondavano il corpo esanime del cameraman come un triste sudario di trine e merletti, arrivando a schiantarsi anche sui fusti degli alberi circostanti. Vincenzo si voltò dall’altra parte e diede di stomaco, più volte. Ci volle molto tempo per riuscire a metabolizzare quella situazione. Aveva fatto il soldato nell’esercito del suo paese adottivo, e più precisamente lo sniper, e di morti ne aveva visti tanti, molti dei quali erano opera sua ma adesso era completamente diverso. Si diresse verso quello che restava del povero amico. Gli occhi spalancati nel terrore primordiale della morte e la smorfia agghiacciante di chi ha incrociato il proprio sguardo con quello del demonio indicavano che Carlton era stato squartato mentre era ancora vivo. Ma da cosa? Forse il mostro che aveva divorato il suo amico era ancora lì e lo stava guardando protetto dai grandi tronchi della foresta che lo circondava? Quel pensiero lo terrorizzò, imbracciò il fucile guardandosi intorno e tornò lentamente sui suoi passi sussultando a ogni minimo rumore del bosco. Il suo cuore batteva così forte che pareva esplodergli nel petto e il sangue correva vorticoso nelle vene, così tanto da annebbiargli la vista.

La baita, finalmente! Appena la vide in lontananza, col filo di fumo grigiastro che usciva sinuoso dal comignolo di pietra, si sentì rincuorato, sebbene le notizie che aveva da riportare fossero quanto meno funeste. Dovevano fare subito i bagagli e scappare da quella trappola, insieme ce l’avrebbero fatta!

Era quasi arrivato all’usciolo che qualcosa lo colpì, era una familiare sagoma scura che lo chiamava agitando le mani con molto vigore per farsi notare, nascosta alla vista di chi era all’interno dall’angolo della casa.

“Che cosa ci fai tu qui?” Chiese Vincenzo meravigliato.

“Ti stavo aspettando, devo rivelarti qualcosa di molto importante!”

Frank era bloccato davanti alla tastiera del computer; i telefoni in quel posto maledetto da Dio non prendevano e neppure internet dava segni di vita.

“Sei riuscito a trovare la legna?” Chiese sovrappensiero a Jimmy, che era appena rientrato. Se avesse alzato lo sguardo dal monitor si sarebbe reso conto che l’amico portava una bracciata di rami appena tagliati e sbroccati. Li ripose vicino al fuoco che ancora ardeva selvaggio, per farli asciugare dall’umidità quindi, con aria preoccupata si avvicinò a Frank, prese una sedia e gli si accostò.

“Mi dispiace di avervi coinvolto in tutto questo”. Disse con il tono della voce contrita.

“Dai, non devi fare così, non è colpa tua”.

Un greve silenzio calò nella piccola stanza dopo quella frase, durante il quale Frank continuava a pestare nervosamente sull’innocente tastiera di plastica e Jimmy, con le dita delle mani intrecciate tra di loro guardava a terra con sguardo perso.

“Sai che non è la prima volta che vengo qui, vero?”

“Certo, sei famoso tra i cacciatori di Bigfoot: l’unico che cerca un Wendigo. Proprio una bella nomea” Frank sorrise, Jimmy invece no, anzi si fece ancora più serio.

“E stato un anno fa, ero proprio in questa baita e fuori il tempo era, se possibile, ancora più duro. Il freddo era insopportabile e la neve era scesa pesantemente a comporre strati di metri di spessore. Ricordo che venimmo portato qui su alcune slitte tirate da cani, noi e la mia attrezzatura. Le avevamo noleggiate a Little Creek, un paesino a circa venti chilometri a sud”.

“Le avevamo noleggiate, Noi? Ho sempre creduto che quella volta tu fossi solo!”

“Già, avrei dovuto esserlo, solo che all’ultimo momento mia figlia Vicky volle venire con me. Io rifiutai ma lei era testarda, la trovai all’aeroporto di New York già pronta per la partenza; pensa che con i suoi risparmi aveva comprato anche il biglietto! Voleva solo passare un po’ di tempo col padre che non aveva mai conosciuto. Cedetti!”

Frank Belucci si staccò dal computer e guardò l’uomo fisso negli occhi: “Ma tu non hai nessuna figlia”.

“Non l’ho mai riconosciuta. Un errore di gioventù, cosa vuoi e anch’io seppi della sua esistenza solo pochi mesi fa. La madre era una ragazza, diciamo così…facile. Passammo una splendida notte insieme ai tempi del liceo, e devo ammettere che di cose sul sesso me ne ha insegnate tante. Poi tutto finì ed io me ne andai a Phoenix, dove incontrai e sposai Amelia”.

Un sesto senso, un “senso di Ragno” avvertì Frank che c’era qualcosa che non andava, non capiva il perché di quella confessione e non si spiegava perché ormai Vincenzo non fosse tornato. Stava per alzarsi e allontanarsi quando qualcosa lo punse al polpaccio destro, provocandogli un dolore acuto. Urlando per il male portò istintivamente la mano alla coscia, ma questa si scontrò con qualcosa di duro. Guardò in basso, dal palmo della mano di Jimmy si allungava un artiglio osseo lungo quasi mezzo metro, senza contare la parte ancora incarnata nella sua gamba. Fece per alzarsi, ma non ne ebbe la forza, era come se quella cosa stesse assorbendo ogni sua energia vitale.

“E’ inutile che tenti di fuggire, ormai il veleno che ti ho iniettato ti ha indebolito, così come ha fatto con Carlton”.

“Quindi sei stato tu?” Chiese con un filo di voce Frank, lo sguardo incredulo.

“Ho dovuto, eravate in tre e se vi avessi affrontato a viso aperto forse mi avreste sopraffatto, soprattutto con un cacciatore esperto come Vincenzo”.

“A proposito, dov’è Vincenzo?”

“Fuori, sparpagliato in mezzo alla neve, non ho ancora finito di nutrirmi di lui ma prima dovevo impedire che tu chiamassi i soccorsi”.

“Perché?”

“Ti ho parlato di Vicky, giusto? Alla fine la portai con me, ma commisi un tremendo errore, le scorte di cibo erano per uno soltanto, e prevedevo di riuscire a cacciare qualche animale per rimpinguarle, nel caso non fossero state sufficienti. Invece una nevicata talmente abbondante come non si era vista in cento anni a questa parte, sommerse completamente la baita, non riuscivamo neppure ad aprire la porta e se anche l’avessimo fatto, saremmo morti congelati dopo pochi passi”.

Lo sguardo di Frank era quello di uno che ormai aveva compreso, e quella consapevolezza lo stava facendo letteralmente impazzire.

“Non riuscimmo ad avvertire i soccorsi, e non sono neppure sicuro che sarebbero riusciti ad arrivare viste le condizioni del tempo. Passammo così una prima settimana. Finite le scorte tentammo di uscire per trovare del cibo ma fu tutto inutile, provammo addirittura a cucinare le suole di cuoio di un paio di scarpe eleganti che Vicky aveva portato con sé: non credo avesse compreso bene dove stessimo andando. Ma erano immangiabili, anche dopo averle lasciate bollire per due giorni”.

“Cosa sei?” Chiese Frank più per prendere tempo che per vera curiosità. Ma Jimmy ormai era in un mondo tutto suo, estraneo da quello reale: il terribile ricordo di quei giorni ne aveva minato l’integrità mentale in modo definitivo.

“Una sera però mi resi conto che lei stava dimagrendo troppo, a breve non sarebbe riuscita più neppure a sfamarmi; così, in preda a una sorta di delirio mi avvicinai alla branda sulla quale dormiva e la soffocai con un cuscino. Mi ci volle ancora un giorno buono perché mi rendessi conto di quello che avevo fatto, ma sapevo quello che andava fatto: avrei dovuto squartarla, farla a pezzi per poterla mangiare. Così feci e per prima cosa mangiai una sua gamba”. Poi indicò il fuoco che ardeva, con un sorriso maligno “Ecco, l’arrostii proprio in quel camino. Era la cosa più buona che avessi mai mangiato in tutta la mia vita!”

“Sei un mostro!” Lamentò Frank

“No, ancora non lo ero. Quella notte, la prima in cui era sazio dopo tante, ebbi una sorta di incubo.  Mi ritrovai in un buio innaturale, non una stella risplendeva in cielo e non riuscivo a vedere nulla intorno a me.  Cominciai a percepire nella pece che mi circondava delle presenze arcane, vecchie e paurose. Più di una volta qualcosa lambì la mia pelle, come se fossi accarezzato dagli immondi tentacoli di un immenso celenterato. Non so come spiegarmelo neppure oggi, ma li sentivo orgogliosi del mio operato, fieri che io divenissi parte del loro schieramento. Il vivido terrore che mi percorreva all’inizio venne stemperato da quella convinzione, così attesi.

Lampi di una putrida luce fluorescente cominciarono a balenare e, in quel barlume io li vidi. Come delfini che nuotano a fianco delle barche accompagnando il loro cammino, così queste deità più vecchie dell’uomo stesso mi stavano scortando benigni nella mia transizione. I loro corpi erano immensi, affusolati come quelli dei cetacei e con la stessa pelle traslucida, ma completamente nera. Alcuni avevano strane pinne dorsali che li aiutavano a muoversi in quel nulla con un’efficace eleganza, altri sembravano enormi calamari, con ciuffi di interminabili tentacoli che fluttuavano in quel vuoto assoluto privo di punto di riferimento. Ancora c’erano enormi rane con mille occhi posti dovunque poi scorpioni lucenti con chele affilate e decine di code venefiche.

Così, seguendo quelle meravigliose mostruosità mi trovai accanto a un grande fuoco che spandeva un caldo sconosciuto, torrido oltre ogni immaginazione. Seduti intorno c’erano migliaia di figure macilente, probabilmente sciamani, vestiti con abiti che parevano confezionati con la pelle di un orso bianco. Uno di loro si alzò mentre gli altri cominciarono a intonare una litania accompagnata dal rombo di tamburi che non riuscivo a vedere. Il canto, prima flebile e modulato diveniva sempre più forte e invasivo mano a mano che lo stregone si avvicinava, mentre gli Antiche dei si allontanavano soddisfatti. Quando finalmente riuscii a vedere il suo volto illuminato dalla luce, non aveva nulla di umano. La pelle era più simile a quella di un serpente che a quella di un uomo, e così gli occhi, incredibilmente grandi. Non aveva naso ma una specie di muso che si allungava terminando con una bocca priva di labbra che non riuscivano a ricoprire zanne appuntite e giallastre. Lunghi capelli d’argento e una sorta di barba dello stesso colore. Come ti ho detto era coperto da una pelliccia biancastra, ma non era un vestito: era la sua pelle. Gli arti scarnati avevano grandi mani dotate di putridi artigli lunghi e affilati. Mi guardò sorridendo e mi disse “Lascia che come prima cosa io mi presenti, il mio nome è Caino!”

A quelle parole il mio cuore cedette di schianto, facendomi crollare a terra per l’emozione; Caino, il primo cannibale della storia umana era lì, mostruosamente davanti a me! Mi aiutò a rialzarmi e aggiunse: “Hai mangiato la carne di un altro uomo, ora sei maledetto dalle divinità della luce ma benedetto da quelle dell’oscurità, sei rinato come cacciatore di uomini, adesso sei anche tu un demone antropofago, da oggi tu sarai un Wendigo, come noi!” Disse indicando anche gli altri esseri seduti “Ti tramuterai fisicamente nel mostro che intimamente sei e ti nutrirai di carne umana, per sempre”.

“Hai mangiato tua figlia!” Inorridì Frank, con una strana febbre di terrore che cresceva in lui man mano che la consapevolezza di chi si trovava di fronte aumentava. “Sei uno schifoso cannibale!”

“Non sai di cosa parli, la carne umana è peggio di una droga. Una volta che l’hai assaggiata nulla potrà più sostituirla”.

Il suo sguardo si intorbidì ulteriormente, mentre i ricordi scorrevano veloci.

“La mattina dopo mi svegliai, e tutto era irrealmente vero, il mio corpo era cambiato, ero diventato il Wendigo che avevo sempre cercato, e questo mi diede un senso di potenza. Divorai quello che restava di Vicky e seppellii il resto appena fuori la baita, quindi attesi i soccorsi. Devi sapere che, appena l’ordalia del nutrimento si placa, il mio corpo ritorna normale, e fu così che, parecchi giorni dopo mi trovarono i soccorsi: stremato ma normale, naturalmente nessuno sapeva che non ero solo. Bastò poco a convincere il proprietario della slitta che ci aveva condotto qui un mese prima, bastò stargli lontano. Lui era un nativo algonchino e conosceva bene la leggenda del Wendigo”.

“Ma la madre di Vicky?”

“Oh, lei fu il mio secondo banchetto. Devi sapere che, tra un pasto e l’altro può passare anche molto tempo, nel quale mi sento relativamente sazio, ma quando la fame prende e mi trasformo non c’è nulla che mi possa fermare. Addio, mio caro amico!”

Lo sguardo di Frank divenne di colpo fisso nel vuoto, in un mondo che non era più questo, con un rapido colpo della mostruosa mano artigliata il Wendigo ne aveva reciso la carotide con chirurgica maestria e gocce di sangue rosso come rubini spruzzavano dall’arteria sgrondando e insozzando ogni dove.

Jimmy, completamente trasformato nel mostro che era divenuto lasciò la presa alla coscia e, canticchiando uno strano motivo algonchino, rintuzzò il fuoco: il pranzo era pront

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Alcano
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Cinquantasette anni e un sacco di e-book all'attivo, scrivo solo per passione e per appassionare, per dimostrare che si è sempre giovani per scrivere.

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