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Grena tirò le redini del cavallo e rallentò l’andatura. Un bimbetto con delle scarpe troppo grandi e una ragazzina un po’ più alta di lui camminavano accanto alle case cercando di evitare i rivoli di acqua sporca che scorrevano ai lati della strada. La ragazza si stava tirando sulla testa il cappuccio della mantella che per un istante le era scivolato giù. <Hai visto?> chiese Grena al giovane che le cavalcava accanto e che fermò il suo bel baio guardandola con aria interrogativa. <Che cosa? Quei due contadinelli?> rispose seguendo lo sguardo della sua compagna. <A lei è sceso il cappuccio, è una bambina, ma i capelli erano bianchi! O perlomeno così mi è parso, tu non hai visto?>. <No, non ho visto niente>. Proprio in quell’istante le due figurette svoltarono veloci in una viuzza buia e sparirono alla vista. Grena sbuffò. <Sei inutile Naiu! Come fai a non aver visto?> disse con una punta di irritazione nella voce. <Una bambina con i capelli bianchi, sarà stato un riflesso del sole. E comunque anche se così fosse che cosa importa?> <Ma come che cosa importa, a te non interessa mai niente? Da piccolo non ti hanno raccontato le storie sul popolo bianco?> <Popolo bianco?> ripeté il ragazzo. <O cielo!> Esclamò Grena osservando l’espressione interdetta dell’amico. <Non ti ricordi le storie di Nene sul magico popolo delle Cime di neve?> <Nene?!> rise il ragazzo <No, proprio no! Mai ascoltato le storie che racconta quella vecchia matta!>. Grena scosse la testa, parlare con Naiu a volte le sembrava inutile.

Uscirono dal villaggio. In cielo un infinito stormo di uccelli neri volteggio sopra le loro teste cambiando forma più volte prima di sparire all’orizzonte. La ragazza ne seguì la rotta con lo sguardo. Andavano verso il forte, come loro. Grena strinse le gambe intorno al suo pezzato, gli fece una carezza sul collo, si chinò in avanti e lo lanciò al galoppo gridando: <Chi arriva ultimo è un fesso!>. Faceva sempre così, Naiu lo sapeva ed era pronto a scattare, cavalcò dietro all’amica con l’aria fredda che gli sferzava il viso, inseguendo le sue risate sentì anche le urla del contadino che si tolse in fretta dalla strada strattonando il suo asino e imprecando contro di loro. Si fermarono ansimanti e tutti rossi solo un quarto d’ora dopo, davanti alla porta del fortino. Dovevano ricomporsi, se il comandante avesse visto che stancavano i cavalli per i loro giochi da ragazzi li avrebbe messi a pulire le stalle. Nel cortile interno però c’erano solo un paio di soldati e una dozzina di galline e nessuno badò a loro. I due giovani smontarono e portarono le bestie alla stalla. <Tu li strigli e io penso al fieno> disse lei. <Bene> rispose il ragazzo. Facevano sempre così, da quando ancora piccoli avevano iniziato a montare. La divisione dei compiti all’epoca era stata decisa dal fatto che lei era più alta. Il fieno era sistemato sopra un ripiano di legno, per preservarlo dall’umidità, e Naiu da bambino non ci arrivava, era sempre stato più basso di lei anche se avevano la stessa età. Più di una volta Grena aveva sentito un vecchio soldato sdentato spiegare biascicando al bambino che non doveva preoccuparsi: <Le femmine da piccole sia alzano più velocemente dei maschi ma poi quando gli arriva il primo sangue e diventano donne smettono di crescere in altezza e iniziano a crescere in altri posti> diceva ridendo. L’aveva ripetuto decine di volte, facendo segni volgari per mostrare a tutti in quali punti crescevano le ragazzine e se lei era in giro la guardava di sottecchi ammiccando e ridendo. Quando il vecchio era morto lei aveva una decina di anni e ne era stata quasi contenta. <E comunque – bisbigliò inforcando una grossa balla di fieno e portandola senza sforzo ai cavalli – con me hai proprio avuto torto. Io non ho smesso di crescere>. Rise pensando che adesso, a 16 anni, lei e Naiu erano alti uguali al centimetro. <Che fai, adesso parli anche da sola? Ma sai che oggi sei strana> La apostrofò l’amico. <Vuoi una lezione da questa tipa strana?> rispose lei fingendo di minacciarlo con il forcone. Grena non era solo alta, era anche forte e agile. Dopo la morte della moglie Ania, uccisa dal suo secondo parto, il comandante Grepius aveva allevato sua figlia da solo, nel fortino, assieme a Naiu, orfano del suo luogotenente. I due bambini erano cresciuti insieme, giocando e aiutando Nene e Ria, che si occupavano di far da mangiare per la guarnigione, una ventina di uomini in tutto, badando anche alle galline, all’orto e lavando e cucendo i vestiti del comandante e dei due bambini. Il vecchio Roscio, l’ex comandate del forte, si era incaricato volentieri dell’educazione dei fanciulli e non aveva fatto differenze fra maschio e femmina. Ad entrambi era stato insegnato a leggere, a scrivere, a cantare, a tirare con l’arco e a difendersi con la spada. Questa era in realtà una strana cosa, ma nel mondo chiuso e isolato del fortino era sembrato normale, anche perché Grena meravigliava per intelligenza e forza, superando quasi sempre il compagno. Naiu guardò l’amica che impugnava il forcone, poi allungo un calcio all’attrezzo mugugnando uno sgraziato “E piantala…”. Non aveva più voglia di quei giochi da ragazzi, gli sarebbe piaciuto invece affondare le mani in quei capelli folti da leonessa e stendere Grena sulle balle di fieno per farle capire una volta per tutte che fra uomo e donna c’erano delle differenze e che lei era una donna. Invece continuò a strigliare il suo cavallo. Lei era la figlia del comandante, era bella, era in gamba. Che aveva da offrirle? Avrebbe sposato qualcuno più importante di lui. <Dai andiamo> le disse cupo senza guardarla. <E che ti prende adesso?> ribatte Grena. Da qualche tempo Naiu era cambiato, se ne era accorta, percepiva una tensione che non c’era mai stata fra loro, forse la desiderava… La ragazza d’istinto lo abbracciò, e i suoi seni grandi premettero per un istante contro il petto di lui. Grena si staccò subito imbarazzata. <Vado ad aiutare in cucina> disse in fretta. In genere il ragazzo andava con lei a pelar patate e ad affettare rape, ma invece rispose: <Vai, io pulisco un po’ qui>.

Il sole stava scendendo e il freddo diventava più intenso. Sul cortile, dalla parte opposta delle stalle, si aprivano tre porte. A destra c’era quella che dava sui due cameroni dove dormivano i soldati; a sinistra quella della cucina, collegata con un corto corridoio alla stanza grande che ospitava la mensa. In centro il portone grande si apriva invece sulla scala che conduceva al primo piano dove si trovavano la sala da pranzo, che fungeva anche da studio, e le cinque camere dove dormivano il comandante, Roscio, Nene e sua figlia, Grena e Naiu. Grena spinse la porta della cucina. Gli angoli della stanza erano in penombra, solo al centro era ben illuminata dal fuoco che ardeva nel grosso camino e da una lanterna posata sul tavolo che lo fronteggiava. Una vecchia stava mettendo patate e verdure in un pentolone. <Salute Nene!> esclamò la giovane con voce allegra, <eccomi qui, scusa il ritardo!>. La vecchia emise un brontolio che somigliava al ringhio di un cane. Senza girare la testa indicò con la mano un grosso secchio pieno di patate. Le pance da riempire erano tante e Grena inizio a pelare e a tagliare.

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13 Comments

    1. gogh
      gogh

      Ciao, ne ho scritto un po’, ma forse a pensarci bene non è il caso di tediare qui la gente con una cosa a puntate 🙂 . L’ho messo così, perché scrivere un romanzo è un bell’impegno e non so se vale la pena di metterci tempo e fatica, non nel senso che non valga la pena scrivere un romanzo, nel senso che non so se ne ho le capacità. Magari in futuro metterò qualche raccontino concluso in se stesso. Grazie del messaggio!

        1. gogh
          gogh

          Ciao, letto il primo capitolo e ho voglia di andare avanti, e penso che il giudizio su un libro sia già tutto qui. Faccio solo un po’ fatica perché invecchiando sopporto meno il dolore e la violenza, perché ce n’è troppa nella realtà e quando leggo cose truci so che nel mondo ne succedono anche di peggio e non ho lo stomaco. Il tuo inizio mi ricorda un po’ quello della scrittrice turca che ha scritto “I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo”