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Era un pomeriggio caldo d’agosto.

I vicoli della città erano vuoti.

Il vento africano mi scompigliava i capelli.

Camminavo nervosamente, senza una meta.

Il mio sguardo si perdeva tra le strade deserte, il mare calmo, e i pochi stranieri che incrociavo.

Mi sentivo perso, così come i miei occhi, che non trovando pace, si spostavano da un punto all’altro.

Poi, ci fu un momento. Uno soltanto, che mi fece destare all’improvviso.

Un odore unico si impresse nel mio naso, pervase le mie narici, e invase la mia testa.

Sapeva di erba selvatica, muschio bianco e vaniglia.

Sapeva di lei.

Ed era proprio lì, dinnanzi a me, seduta su una panchina, a leggere un libro.

Non mi aspettavo di rivederla e il mio cuore sussultò.

Era così bella, nella sua semplicità.

La sua espressione assorta e concentrata. Sembrava stesse navigando in luoghi sconosciuti e affascinanti.

Sarei rimasto lì a guardarla per ore.

Mi avvicinai lentamente.

Volevo osservarla da vicino, senza che se ne accorgesse.

D’un tratto, con una mano si spostò delicatamente una ciocca di capelli dietro l’orecchio e alzò i suoi grandi occhi nocciola verso di me.

Sorpresa, sobbalzò per un attimo, e poi mi sorrise dolcemente.

Mi fece cenno di sedermi accanto a lei.

Accanto a lei, era un posto magico, un posto dove non puoi sentirti sbagliato o inadatto, ti senti semplicemente a casa.

Quella volta, vicino a lei, non persi l’occasione di riposare il mio animo inquieto nei suoi dolci occhi e mi lasciai inebriare dal suo odore, così selvatico e dolce allo stesso tempo.

Lei era uno spirito indomabile, ed io l’amavo segretamente per questo.

I suoi occhi erano radiosi, mentre mi parlava dei suoi libri, dei suoi sogni, della sua voglia di mettersi in cammino e scoprire il mondo.

Pendevo totalmente dalle sue labbra, e sapevo che, ovunque fosse andata, ci saremmo rincontrati, ed io l’avrei aspettata per sempre.

Ma lei, invece, cosa provava per me? Era un mistero.

Mentre le nostre parole si perdevano nel vento, lei si fermò, smise di parlare.

Mi sembrò che stesse rinvangando qualcosa. Sì, stava ricordando qualcosa e sorrideva maliziosamente.

<< Perché ridi?>> le chiesi un po’ confuso.

<< Ma niente. Pensavo a quando eravamo bambini. Pensavo alle giornate d’estate, a rincorrerci, a ridere, a sudare come matti. Pensavo a com’eravamo, o meglio a come ero io con te.>> mi confessò, mentre le sue guance bianche si tinsero di un leggero rossore.

Rimasi in silenzio. Volevo che si sentisse libera di dirmi tutto ciò che desiderava, senza interruzioni. E così, fu.

Riprese a parlare, imbarazzata.

<< Io avevo una cotta per te. Lo sapevi, vero?>> disse, evitando di incrociare il mio sguardo.

<< No, non ne sapevo nulla.>> mentì spudoratamente.

<< Ma dai, davvero? E tutte le lettere che ti scrivevo? Non ricordi niente?>> mi domandò con insistenza.

Farfugliai qualcosa, e le feci capire che erano ricordi rimossi dalla mia mente.

Alla mia risposta, mi sembrò quasi delusa e dispiaciuta. Non disse niente e aspettò.

In realtà, io ricordavo tutto benissimo. Ero perdutamente innamorato di quella bambina un po’ goffa, timida e tanto buffa.

Ricordavo tutte le sue lettere, le sue timide dichiarazioni d’amore, e i grandi cuori disegnati su fogli stropicciati.

Ricordavo tutto, ma ero bloccato, inibito. All’epoca, non avevo il coraggio di dirle che per me era la bambina più bella del mondo e che un giorno avrei voluto passare tutta la vita con lei.

Perso nei meandri dei miei ricordi, non riuscì a spiccicare parola.

Mi guardò teneramente, avvicinò piano la sua mano alla mia, sfiorandola soltanto e mi disse:

<< Cosa c’è che non va? Ti vedo un po’ spento, quasi perso. Ti va di parlarne? Io sono qui.>>

Ripresi una certa lucidità e iniziai a parlare. Cercavo di guardare altrove. Cercavo di non guardarla, per paura che i miei occhi lucidi potessero tradirmi.

Le confessai che da bambino, come anche da ragazzo, mi sentivo sempre brutto, sbagliato, fuori posto. Soffrivo enormemente. Ero chiuso in un mondo tutto mio, ed ero bravo a lasciare fuori chiunque, anche lei. Ero paralizzato dalle mie stesse paure e insicurezze. Mi mancava il coraggio per fare ogni cosa, per vivere, per esistere.

Lei continuò a fissarmi in silenzio. Era molto attenta alle mie parole. Rimase in silenzio per un po’ e poi mi interruppe.

<< E ora? Cosa pensi di te stesso? Hai trovato il coraggio per vivere?>>

Domanda difficile, pensai tra me e me.

<< La verità è che non lo so. Mi sembra di non sapere niente di me, della mia vita. So di non essere più il bambino di una volta. Ma resto spesso intrappolato nei miei pensieri letali e nelle mie paure più agghiaccianti.>>

Diressi lo sguardo verso di lei. Ero agitato. Non volevo apparire fragile ai suoi occhi. Ma quelle parole mi liberarono un po’ dal mio fardello.

Aspettavo una sua risposta.

Mi osservò, e poi, inaspettatamente, si mise a ridere. Si mise a ridere di gusto.

Dopo, si ricompose e mi disse:

<< Scusami, è che sembri un cane che si morde la coda. Pensi troppo, lo sai?>>

Poi, riprese:

<< Sono convinta che tu sappia già quello che ti rende felice, qui e adesso. Chiediti cosa ti fa battere il cuore in questo preciso momento e fai un piccolo passo in quella direzione. Puoi farlo. Datti il permesso di farlo, senza alcun timore.>>

Le sue parole mi perforarono il cuore.

Mi sentivo colpito, e affondato.

Allora, capii. Tutto mi fu chiaro.

La mia felicità era seduta al mio fianco.

Potevo scappare, come avevo sempre fatto, o potevo tentare di afferrarla quella felicità.

Rimasi per un po’ in silenzio, a fissare il vuoto.

Poi, presi tutto il coraggio di cui disponevo.

Incrociai i suoi grandi occhi, e accennando un timido sorriso, annuii con la testa.

Le presi la mano, così piccola e delicata, e la appoggiai sul mio petto.

Volevo farle sentire quanto il mio cuore si stava struggendo per lei, ora, ieri, per sempre.

Lei mi sorrise dolcemente, ma rimase ferma.

Allora, feci quel passo che avrei voluto fare da una vita.

Mi protesi verso di lei.

Con le labbra percorsi lentamente il suo collo e mi lasciai inebriare dal profumo fresco dei suoi capelli.

Poco dopo, ero lì che le baciavo la fronte, gli occhi, il naso all’insù ed infine le labbra.

Sarei voluto morire su quelle labbra, rosse e carnose. Il paradiso e l’inferno di un uomo.

Fu un bacio lungo, inteso, pieno di emozioni e di parole mai dette.

Mi staccai a malincuore dalle sue labbra, la guardai e le dissi:

<< Questa è la mia felicità….forse da tutta una vita. Vuoi essere felice con me?>>

 

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RiversFlowsInYou87

"Lei non ha una religione. La sua fede risiede nelle stelle, nei fiori, nell'oceano, e in sè stessa." (Zachry K. Douglas)

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