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Non mi bastò aver aperto una friggitoria, volevo essere il cuoco numero 1 e quindi mi misi nel ramo delle pizze. Ricordo allora Johnny Cozza che mi guardò con aria rammaricata, e mi sconsigliò di farlo, masticando alici fritte (acquistate da un mio collega rivale, con tanto di marca dell’altro ben in vista sulla busta, che gli avrei voluto far ingoiare…) Ma potevo star a sentire uno che indossava jeans strappati a 50 anni? Purtroppo non lo feci, e feci di testa mia. Lo so che le feci non vengon dalla testa ma dall’opposto, intendo quel che feci. Non le feci. Quelle, non le facevo, ero stitico. E questo anche prima che…Ma andiamo con ordine.

Su un’antica latrina di Pompei (un “cacatorium”) feci porre forni e fornelli. Una telecamera m’avvisava quando arrivava il Direttore, e allora ponevo un affresco che riproduceva il sito intatto qual’era prima che l’ espropriassi abusivamente;con un nastro audio allora riproducevo del rassicurante silenzio, a volume più alto del vocìo dei miei clienti.

Iniziai semplicemente, con le margherite. Solo asporto. Pasta di farina lievitata. Sugo. Mozzarella. Basilico e cappero.
Clienti pochi, ma buoni. Quindi ampliai il menù con alcuni classici: cotto e funghi, capriccioso, quattro stagioni. La gente mi aumentò, ma non tanto da arginarmi impeto d’invidia per i successi del mio rivale, Poldo Onofri, che dirimpetto a me proponeva carpacci e tagliate, roast-beef e controfiletti, carpendomi un buon 40/50 % di avventori, col suo sorriso ebete e le mosse fru fru e chissà con che inviti e salamelecchi. A esser invidioso ero io, ma lui era tanto superbo, che non potevo far passar oltre tanta tracotanza. Ester, una mia cameriera, entrò col moroso Giangi nel suo locale ed inserì furtiva, la fraudolente:
– ratti nel parterre;
– lombrichi nel paté;
-vermi e blatte nel magazzino;
-& altre zozzerie varie per ogni dove,
pensando da parte mia di mal fargli. Ma la clientela apprezzò il nuovo taglio “rustico”, accettando perfino l’inconveniente d’accontentarsi per qualche giorno di pappa al pomodoro e ribollita. Il mefistofelico marpione si vantò del nuovo grande incasso dandomi una pacca sulla spalla al che io, non vedendoci più, entrai nella sua trattoria becera e gli cacai per terra un’abbondante colata lavica marrone, sperando gli paresse un tocco di cacao meraviglioso. Purtroppo non lo assaggiò, lo scambiò per un frutto dell’ emozione devota della moglie che fece raschiare dall’ultimo venuto tra i garzoni. Gliel’avevo fatta bella corposa ma andò sprecato, tutto quel pieno del mio ventre…

Feci così anch’io bizzarrie per un po’. Pizze nuove come friarielli all’olio tartufato,salsiccia e ‘nduja,bufala e pinoli,bianca al sushi andarono bene ma non poterono competere col menù entomologico di quell’altro,che a più di qualche palato fino dovette apparire quale sfiziosa prelibatezza esotica. Ester sgranocchiò un arrosticino di cavalletta e una polpetta alla locuste per cavare che buon ci fosse in quelle insolite ricette, ma non assaggiò più altro, per ribrezzo. Lasciò ad altri coleotteri in umido, scolopendre in salsa verde, spaghetti bachi & zafferano, pidocchi fritti e cimici in cagnoni, che seppur nuove primizie eran sempre vere schifezze. Però Poldo ci faceva rullar certi scontrini, con ‘sta roba, che ci potevan vincere la lotteria di stato! Così che da rosso mi feci paonazzo.

Misi a cuocer tutti i cuochi che avevo (che non eran tanti come le mie disgrazie) certe porcherie da far venir via lo stomaco per bocca e fin gli intestini. Per tutto il locale mio era un tanfo di muffe, un odor di cose guaste, e se il piatto non feteva di marcio e zolfo, insomma, mica lo servivo. Mi pareva bene d’aggiunger ragnatele e tappi di sughero nelle minestre, fango nelle torte Sacher, rane e serpi nel ripien ficcato-in-culetto del porcelletto sardo…Ero o non ero Master Chef della Nouvelle Cuisine? Inventai pure un brodino coll’acqua grigia del lavapiatti Egidio, al sapor acre di sporco e limone…Me l’avrebbero invidiato fin nei luoghi delle Colonne d’Ercole gli iberici? Non sapevo, ma cuocevo ogni cosa più o meno edibile (e più meno che più). Per le strade era tutto un disegno di vomiti e cascate dei miei (ormai ex) clienti (quel che mi lasciavan come mancia, per scusarsi forse di non averci pagato…). C’era anche chi espletando, davanti o dietro, m’offendeva in lettere color giallognolo o brunastro con certe epigrafi emetico-merdose da farmi sbiancar per la vergogna e il puzzo. Finché capii, e tornai alle pizze di prima.

Poldo mi venne a dire che stava per comprare l’edificio accanto per ampliare il locale,quando proprio negli attimi stessi del suo vantare i progetti, caddero franosamente nello stesso tempo una quercia millenaria, a mo’ di baobab, e la scala allungabile d’un’autoscala dei pompieri. La prima botta gli fracassò mezza trattoria, la seconda il poco che restava. Si vide un corri corri dei ratti che gli mettemmo, maggiorati prolificando, come se dovessero affrettarsi a preparar il ballo di Cenerentola, e dietro come a rincorrer la stessa fuga un’accozzaglia di spelacchiati mici randagi, ossessi e miagolanti felini sfigati. I soldi in cassa arrivaron cavalcando una brezza dritti nei miei forni accesi, polverizzandosi in una ricca cremazione. Mi feci in viso stupito quanto quel fallito di Poldo poi realizzando che fortuna mi fosse da quel fausto infausto momento, gli risi in faccia tanto sonoramente e con bocca spalancata e allegra che lui s’adombrò e ne pianse. Quindi mi asciugai i lucciconi lacrimosi e tornai al mio lavoro, salutandolo di rimando con una bella pacca sul non più fiero groppone.

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FilippoArmaioli

Scrivo da anni: su Alidicarta, Meetale e Owntale (dove mi trovavate col nickname Ganzo Pisa).

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