Cominciò un’estate di qualche anno fa,di tanto in tanto si fa vivo quello che potrei rudemente definire un “eco della mia vita passata”,un dolce e,allo stesso tempo,amaro ricostruirsi di memorie e sogni dimenticati da tempo…dimenticati perfino da queste quattro mura di pietra che da secoli mi circondano;mura che io stesso sono arrivato ad odiare,sia per l’impazienza di fuggire,di raggiungere la libertà,sia per i vani tentativi di credere di non volerlo fare veramente. Tutto ciò,da quando ebbe inizio mi creò non pochi problemi;senza escludere naturalmente il continuo alternarsi di situazioni dapprima surreali,e poi atroci,come un continuo stridere di unghie che ti entra in testa per poi non uscire più.Io stesso provo stupore nell’accorgermi di non aver ancora raggiunto la pazzia,tuttavia non escludo di rasentarla,farlo andrebbe al di fuori della mia morale autocritica,con cui ultimamente,devo dire,non ho buoni rapporti. Ebbene,fu proprio in quel giorno che ebbe inizio la mia interminabile condanna a morte. Mi svegliai di soprassalto e subito mi trovai davanti la figura distorta di un volto sfocato,come un riflesso in una pozza,in grado di essere visto solo da me. Scomparve. Del tutto incapace di muovermi fui colto da un irrefrenabile flusso di adrenalina,il cuore avrebbe potuto facilmente schizzare via dal mio petto lasciando il corpo inerte e privo di vita a terra,ma la sorte non fu così generosa e mi concesse di vivere un’altra volta,un’altra notte e un altro giorno in quella stanza vuota,riempita dai cadenzati passi funerari degli spettatori vestiti di bianco.<<è pazzo>>dicevano,parlando una lingua così familiare e così nemica della mia ragione. Il mio cervello ne era saturo a tal punto da non essere più in grado di ordinare confuse emozioni<<I ruggiti>> li chiamo io,i ruggiti spietati di chi guarda divertito la sofferenza umana,il berciare assillante di chi crede di saper tutto e non poter niente,finendo per diventare schiavo della vanità,maschera della propria inettitudine.
Passarono circa un paio d’ore,una donna si chinò su di me <<è pazzo>> ripeté,e se ne andò senza aggiungere altro;Riacquistai la capacità di muovermi,e spinto dalla fame provai ad ingerire un tozzo di pane tanto marcio da far paura alle formiche. Una volta consumato il mio unico pasto,mi raggomitolai in un angolo provando ad allontanare ogni maledettissimo pensiero ma mi fu impossibile a causa del vorticare della mia mente,del mondo. L’impossibilità dell’assenza di pensiero accese in me la fiamma della collera,urlai bestemmie ed imprecai,ma nella stanza non s’udiva un suono che non fosse il rodere dei topi annidati dentro di me. Scalciavo,tiravo pugni e pedate ma intorno alla mia figura non si mosse nulla;un rivolo di bianca saliva mi sgorgò dalla bocca ed il mio corpo fu scosso da un moto convulso ed impossibile,la figura che poco prima era apparsa,in quel momento mi parlò e mi disse di guardare per non finire annullato dal tempo. Cosa avrei dovuto guardare,ancora non lo so. Passarono più o meno quattro ore dalla prima crisi,come la chiamano qui dentro. Mi furono consegnati un calamaio e qualche foglio,probabilmente con l’obbiettivo di farmi scrivere frasi non comunicanti per poi lodarmi o lordarmi come se fossi un neonato. Fermo nell’angolo in cui ero, mi sforzai di non avvicinarmi agli oggetti,benché questi insistessero nell’avvicinarsi a me,nel venirmi incontro in un moto prepotente ed oscillatorio. Indignato decisi di opporre ancora più resistenza,tutto vorticava intorno a me ed ero incapace di restare a terra,di alzarmi,di muovermi,di non compiere. Tutto si fece nero. Aprii gli occhi con fatica,ovunque era confuso e sfocato,decisi di alzarmi e di bere la poca e lurida acqua che avevo;provai a sciacquarmi il viso,nonostante ciò la mia vista non subì miglioramenti o peggioramenti,d’un tratto mi sentii toccare la spalla sinistra,mi voltai e non trovai nessuno,poi quella destra, mi voltai nuovamente e il risultato fu il medesimo. Preso dall’esasperazione urlai con tutto il fiato che avevo,gettai a terra il calamaio,l’inchiostro si sparse e parve inglobare tutto. Restai fisso sulla nera pozza come il Narciso, osservando l’altra stanza uguale e dissimile a quella in cui mi trovavo. Poi con mia sorpresa un fiore nero sbocció dall’acqua,mi sentii morire e rinascere allo stesso tempo,i miei polmoni saturi d’inchiostro smisero di muoversi per un eterno istante,la vidi. Era minuta e gracile come quelle donnine delle cartoline. Sul capo portava una cuffia ricamata e sgualcita,in tinta col resto degli abiti,d’un colore d’avorio che contrastava con la pelle d’ebano. Due grandi perle nere a me sconosciute non smettevano di fissarmi,al contrario o meglio,allo stesso tempo ,osservavano tutto restando fissi sulla mia figura. Lei osservava non me,bensì l’immagine del mondo riflesso nelle mie pupille che Scrutavano alla ricerca di qualcosa.
Immobilizzato dall’eccezionalità dell’accaduto,le chiesi come si chiamasse e lei rispose al mio rantolo <<Emilia >>.La sua voce fu per me come il suono di mille usignoli. Non parlava la lingua del mondo degli uomini da me tanto odiati,no..parlava con un linguaggio indefinito,composto di suoni che riuscivo a comprendere.<<anche tu devi guardare,lo sai.>> continuavo a non capire. <<negli occhi,le cose. Tu le vedi,ma prova a guardarle! >> Appena tentai mi trovai catapultato dentro di lei,vivevo ricordi felici, disgrazie. Provavo amori adolescenziali e il pentimento, il rimpianto d’una vecchiaia ormai scomparsa. Feci un passo indietro per istinto e ruzzolai,mi sozzai di inchiostro e risi. Cominciai a ridere come un ossesso. La vita era divertente,si,divertente per la qualità dell’ironia con cui si fa beffa di noi,divertente per il caso verso cui le persone scaricano le proprie responsabilità. Si conclude per rinnovarsi,lo Ianus Bifrons dell’esistenza.
Nonostante tutto non ero ancora arrivato al completo rifiuto della vita, piuttosto intrattenevo uno strano rapporto con il suo scorrere, sempre altalenante e mai deciso. Gli uomini hanno stabilito il conto delle ore e dei giorni,credendo, nei loro animi intossicati dell’orgoglio, di riuscire finalmente a distinguersi dagli animali.
Entrò di nuovo una donna vestita di bianco. indietreggiai spaventato. Stavolta non si limitò ad emettere quei soliti suoni, ma prese la mia mano con violenza, iniziando a percuotermi con un bastone,tentando di convincermi a scrivere qualcosa. Mi chiedevo quando sarebbe finito tutto. Per finito non intendo concluso, no…Piuttosto una pausa, un’interruzione in tutto questo. Lei se ne andò. Per la prima volta mi resi conto di esistere,l’idea del contatto con quella donna, con quell’essere umano mi era ripugnante;il punto in cui aveva afferrato il polso bruciava quasi come fosse stato corroso dell’acido,non tolleravo minimamente l’essere stato infettato da gente così sporca. Continuavo a stringere il braccio,dondolavo per sfogare la rabbia, non potendo contenere un ringhio di repulsione e frustrazione. L’aria pesante,la stanza sempre più piccola. Riuscivo a vedermi dall’alto. Dunque esistevo doppiamente? Forse. Ero in grado di percepire me stesso, quell’uomo e lo spettatore . la vittima e il carnefice, la vittima COME carnefice,in un circolo infinito. Il mio inconscio aveva osato spezzare quel sottile equilibrio che mi aveva permesso di evadere la vita, che ora mi assaliva, ora si allontanava da me come un leone infiacchito dalla caccia illudendomi del riposo;da giorni contemplavo la possibilità di porre fine a tutte le mie sofferenze, estenuato, esaurito persino dal movimento dei topi intorno a me. Pare che anche per la morte fossi un pasto troppo indigesto. Mi rigettava come una ferita purulenta, e io cadevo , cadevo impotente ai piedi dell’esistenza, dalla quale tornavo strisciando al pari di un vile servitore. Non era sempre stato così, no. C’erano stati momenti in cui il mio cuore aveva conosciuto il calore di una donna, momenti in cui la natura riempiva il mio animo di gioia. Ma era finito,tutto era finito. Poco tempo dopo portarono una ciotola colma di zuppa maleodorante,urlai alla donna come fa un animale in gabbia e restai immobile,come un’ombra studiavo l’aria intorno a me, muovevo le braccia e le giravo ma ero fermo. Quasi non respiravo per la tensione;un ratto parve interessarsi al mio pasto, scrutai anche quello e provai a guardare. Riuscii ad essere uomo e topo insieme, mi accorsi di esserlo stato per tutta la vita, inetto e vigliacco. In fondo tutti gli uomini sono topi. Le piccole zampe facevano fatica a trasportare il peso del mio corpo malato e attaccato dalle pulci. Nella tana si stava caldi e al riparo,presi coraggio e uscendo fui aggredito da enormi animali marroni e legnosi, che ad ogni movimento producevano un terribile fracasso. Potevo sentire la pietra sotto la pelle, l’inchiostro e in fine tornai in me, che ratto da sempre, quasi non notai alcuna differenza .
Era come vivere ogni volta per tante volte. Solo la mia vita non valeva la pena di essere affrontata. Un urlo, un pugno in petto e i muscoli tesi erano le uniche cose che riuscivo a percepire. Mi resi conto di essere disteso a terra, con la zuppa bollente tutt’intorno, mi sentivo disperato:non ero stato in grado di morire neppure come animale.
Non avevo idea di quale potesse essere l’ora del mondo, l’età del sole, ma di nuovo entrarono per portarmi carta e penna. Scarabocchiai qualcosa sul foglio, bucandolo e stracciandolo. Le mie mani strapparono i capelli, frustrato, il respiro era irregolare come un treno in corsa,mi sentii chiamare dalla familiare voce. Lei era lì sorridente, con un coltello in mano,indicava il calamaio col disprezzo dipinto negli occhi,disse <<Non esiste. Non toccarlo , non perdere tempo con qualcosa di irreale. Diventa liquido come l’inchiostro e sii in grado di osservare : la carta si deteriora, non vale poi così tanto, ma questa-e indicò la testa con un dito-questa … >> sparì di nuovo, lasciando galleggiare il mio spirito in una specie di vuoto cosmico. Non avrei mai toccato nulla in quella stanza,non volevo rischiare di diventare materiale. Non volevo esistere ancora, al contrario, avrei voluto spegnermi come una candela, avrei voluto con me il lampedeè dell’umanità.
Sentivo il vento carezzarmi il viso, i profumi dei fiori giungevano al mio naso come piccoli spiriti danzanti. Tutto intorno a me era coperto di verde e pareva gridare alla vita. Posai i miei pensieri su un albero le cui foglie fitte generavano degli interessanti contrasti viola e verdi. Disgustato da tutto questo, tentai di scappare, inciampai non so quante volte e finalmente mi svegliai. Di nuovo quell’intonaco decadente mi rideva in faccia come un demone giapponese, statico e terrificante,un volto congelato in un eterno ghigno.
Il calamaio era ancora li e nonostante la sua immobilità, cominciava a suscitare una certa curiosità in me, un qualcosa di dimenticato e simile alle marachelle dell’infanzia. Provai ad impugnare il pennino,con lo sguardo perso nell’inchiostro che scendeva nel serbatoio, e mi decisi a scrivere. La mano tremava quasi fosse più sottile del foglio, la destra riusciva a stento a tenere saldo lo stilo;quel che riuscii a realizzare fu solo un mucchio di segni, carichi di significato e belli solo ai miei occhi. Provavo a giustificare il fallimento come fa un bambino con l’insegnante. Avrei dovuto giustificare il fallimento di un’intera vita,rincorrere sogni e false speranze non era servito a nulla . ad interrompere le mie riflessioni fu un’infermiera grassa e burbera, si lanciò verso il foglio con la sua andatura ondeggiante per il troppo peso,lo strappò dalle mie mani e se ne andò.
Mi sentivo terribilmente in colpa per ciò che avevo fatto. Non avrei mai dovuto toccare quel calamaio, prendere lo stilo e scorrerlo sulla carta, avvertivo un lieve formicolio sulla mano, forse stavo scomparendo, forse Emilia aveva ragione e tutta la mia vita sarebbe stata finalmente ridotta in polvere. Il braccio cominciò ad ingrigire, se ne staccò un pezzo, poi un altro. E io guardavo inerme. Un granello dopo l’altro come la sabbia di una clessidra, vedevo il mio corpo sbriciolarsi, disintegrarsi come la mollica del pane rancio di cui mi nutrivo ;rancido quello come me, come la bile che mi risaliva in gola, stavo per terminare la polvere, di me era rimasto poco. Circondato dalla solita stanza compresi di non essermi mai dissolto, una visione o un sogno, non lo so. Avevo vomitato, il sapore acido e l’odore acre mi avvolgevano come una rivoltante coperta.
Mi misi a correre per la stanza dalla rabbia, avrei voluto sfondare quell’intonaco ,che cedendo mi avrebbe sicuramente sepolto vivo, concedendomi la morte più bella di tutte, come il sonno di un neonato, che ignaro del suo avvenire dorme spensierato, si abbandona ai suoi sogni e a quel che ancora non conosce, ignorando le insidie della vita, sorridendo al futuro non sapendo che probabilmente non supererà l’età da latte. Morire come una formica in un mucchio di terra.. avere una dignità, dopotutto.
Dignità pari a quella di un antico re nordico a bordo della sua grande nave incendiata:la morte in pompa magna.
Non avrei dovuto scrivere, non avrei dovuto fare molte cose in realtà;restava solo l’oblio, la quasi totale assenza del passato e del futuro, un presente astratto e fine a sé stesso dal quale non avrei potuto ricavare che dolore. Il rumore della carta e della penna mi riempirono il cervello come il suono di mille campane sfuggite al controllo dell’uomo . un mare in tempesta erano le mie emozioni e come era bello,come era bello lasciarsi cullare.
Chiusi gli occhi in un silenzioso cordoglio,piangendo la morte del mondo e con L’inchiostro ancora sulle dita, mi addormentai o persi i sensi . le onde trasportavano il mio corpo come fa una madre con la culla e dolcemente mi guidavano verso una cascata senza fine. Caddi. Una voce lieve mi fece rinvenire e aprii gli occhi per trovarli riflessi in quelli di emilia. Era uno sguardo capace di arrivare in fondo ad ogni anima,sibilava accuse e disappunto. Avevo fallito di nuovo , il risentimento trovato alla fine della mia esistenza che fischia, riecheggia come il capotreno di una stazione invisibile che col suo muto fischietto indirizza la povera gente verso il capolinea. Non è mai giusto e non può esserlo. Non è solo il naufragio della speranza, è ben altro, il calmo disappunto e l’assimilazione,la quieta accettazione del non divenire. Perché mai avrei dovuto lasciarmi vincere dalla paura e non fare niente? Per non trovarmi in questo stato, forse. Ma vedevo bene e sapevo che di fronte a me c’era un altra possibilità.
Fui svegliato da uno strattone al braccio,mi guardai intorno e scoprii di essere in compagnia. Un’infermiera e un dottore stavano discutendo animatamente con qualche foglio in mano. La mia testa pulsava,avrei voluto piangere e scagliarmi contro di loro,contro la spietatezza dell’essere umano. A cosa avrebbe portato la reclusione in una cella? non certo alla guarigione,ma alla creazione di un laboratorio vivente. Non sentivo,non provavo..Quelle mura sembravano stringersi attorno al mio corpo giorno dopo giorno mentre io ero lì ad aspettare che mi entrassero nelle viscere come un demone fa con l’anima. Forse avevo perso anche quella,o forse no,se non era la volontà a tenermi in vita doveva essere quella a far respirare la brutta parodia d’uomo che ero.
Il dottore smise di parlare,avanzava verso di me con un pacco tra le mani e in quello stesso istante avertii il mio corpo scivolare all’indietro in preda ad una sensazione viscerale più forte della paura. Lasciò cadere di fronte a me l’incarto e se ne andò. Erano lettere,tante lettere scritte in una grafia tonda e gentile che poteva appartenere solo a mia sorella. Le lasciai scorrere tra le dita come fossero acqua corrente,che mi urlava contro rimproveri,risentimento e dolore. Una spirale di rimorsi senza via d’uscita. Avevo scelto la fuga ,sarebbe stato semplice piangersi addosso,piangere della propria codardia,della propria inettitudine. Con mani tremanti aprii la prima lettera,era rovinata e stropicciata e ,come tutte le altre lettere era stata già aperta,letta e controllata. Diceva:
Costance Hayward
Hanwell County Asylum
Londra,14 Agosto ,1845
Caro Albert ,
è passato già un mese da quando ti hanno portato via e tutto sembra grigio ed immobile.Tutti cominciano a fare i preparativi per la festa in piazza del diciannove,la signora Hopkin ha i nervi a fior di pelle,non fa che ripetere a tutti di non rovinarle le decorazioni di nastri che ha appeso alla sua porta e sulle colonne,sono orrende,ma naturalmente nessuno di noi ha opposto resistenza,sai quanto possa diventare insistente.Quanto alla villa,ho dovuto mandare via la vecchia cameriera a causa del tifo e ne ho assunta una piuttosto giovane e sveglia,spero che non si ammali anche lei,altrimenti dovrò trasferirmi nella villetta di campagna,non si sa mai..meglio non rischiare.
Ti auguro una pronta guarigione e confido nell’esperienza dei dottori,spero che possa rimetterti presto,
sempre tua,
Costance.
Bastarono poche righe per risvegliare in me uno strano senso di consapevolezza,avevo quasi dimenticato la mia identità. Leggere mi illuminò : se ero stato in grado di comprendere dei caratteri scritti avrei potuto anche riprodurli. Avrei potuto scrivere. Ero giunto di fronte ad un enorme bivio,troppo assuefatto alla vita da reietto e troppo codardo per voltare pagina.Se avessi ripreso la penna in mano e mi fossi esercitato avrei avuto un’altra possibilità,anche se forse non era quello che volevo. Fasci d’energia mi attraversarono come fiamme,i muscoli bloccati da corde spinate,urlai.Urlai così forte da farmi male,un dolore terribile,quasi un’esplosione e la stanza prese a vorticare.Appena fui capace di muovermi di nuovo cominciai a sbattere i pugni contro di me,valeva davvero la pena di sacrificarsi per tornare a vivere? sarebbe stata vita quella? Inevitabile come la morte,l’omologazione e l’etichetta.Le buone maniere,le chiamano,come tentare di spruzzare profumo su un corpo in decomposizione.Il marcio,rancido come il pane di cui mi nutrivo non faceva altro che insinuarsi negli uomini come una malattia, un gas fetente,lo spirito di una vipera cornuta.
Coperto di sangue,lacrime e sudore presi la seconda lettera :
Costance Hayward
Hanwell County Asylum
Londra,22 Agosto,1845
Caro fratello,
Oh Albert,la festa ha superato ogni mia aspettativa,si sono divertiti tutti e gran parte del cibo l’abbiamo dato alla chiesa di fronte,che persone care sono! Ballando ho conosciuto un dottore di Liverpool,è molto affascinante e così colto da mettermi quasi in imbarazzo..pare fosse venuto qui per far visita ad un suo vecchio amico e professore,un certo Hitchman.Nome buffo eh? Non so quanto resterà in città e vorrei tanto fartelo conoscere,andreste daccordo voi due,ne sono sicura;gli ho dato il nostro indirizzo così che possa farci visita,potrebbe aiutarci con la tua malattia..lo spero tanto. Un abbraccio di pronta guarigione.
ti voglio bene,
Costance.
ps: in vista di settembre ho chiesto a nostro cugino George di dare una sistemata alla casa,è così fredda e umida da farci gelare tutti. La nuova domestica è molto brava,decisamente una ragazza deliziosa.
Odio e dolore. Come potevo essere così egoista?invidiavo la sua gioia,la sua leggerezza come un parassita. Ecco cos’ero,un parassita intento a succhiare sangue dal suo ospite,come una pulce. Incapace di costruirmi un’illusione,disprezzavo quella altrui. Decisi di dedicarmi alla lettura di tutte le lettere,anche se sapevo che una dopo l’altra,non avrebbero fatto altro che trasformarmi in un mostro. Lasciavo che la carta mi sfiorasse le mani ,lettera dopo lettera il malessere cresceva e diventava sempre più forte.Mi bruciavano gli occhi al ricordo dell’erba fresca,delle risate innocenti e prive di malizia tipiche dei fanciulli,avevo paura di crescere? forse era così.doveva esserlo.per tutta la mia insulsa esistenza ho pensato di essere grande ed ora eccomi qui,coricato a terra,sudicio ed affamato come un infante a cui non viene prestata attenzione.Cominciai a ridere di me,mi guardavo le mani rugose e nere di sporcizia accanto a quei fogli così bianchi e candidi,un ossimoro più grande non poteva essere. cominciai a strofinare la carta tra le mani sempre più forte e velocemente.Di più,di più! come un dannato alla disperata ricerca della purificazione,sfregavo le mani tentando di fondermi con l’impossibile.Serrai i pugni e le mascelle.Urlai,urlai così forte da avvertire il sapore del sangue su per la gola,ma non era abbastanza.Due braccia cinsero delicatamente il mio busto come in un abbraccio doloroso,poi risalirono su per il collo strozzandomi.Era Emilia.Avvertivo la sua presenza dietro di me,era venuta a punirmi.Avevo sbagliato a lasciarmi condurre dal desiderio e dalla curiosità.Me lo meritavo e,dopotutto,chi non merita la morte?
La prima cosa che vidi furono i dottori intorno a me,poi avvertii il dolore degli schiaffi e l’odore acre dei sali. Avevo perso i sensi dicevano,probabilmente li avevo riacquistati. Tutto era sfocato e indecifrabile come un paradiso contorto e maledettamente sbagliato. Non era ancora la mia ora.
Decisi di mettere di nuovo mano alle lettere,uno,due,tre,alla fine arrivò quella che mi impressionò più di tutti :
Costance Hayward
Hanwell County Asylum
Londra,10 Ottobre,1845
Caro fratello,
ho una grandissima notizia da darti! ricordi il dottor Hitcman? mi ha chiesto la mano! Oh Albert, è così romantico ed educato ,dovresti conoscerlo.Pensavamo di andare a vivere nella villetta ad ovest,quella un po’ malridotta.Credo che con il dovuto impegno e un po’ di olio di gomito riusciremo a sistemarla. La servitù sarà sostituita,un po’ di cambiamento non farà male.Spero davvero che riesca a riprenderti,mi piacerebbe se ci fossi al matrimonio.
Sempre tua,
Costance.
La vita mi scorreva davanti come un libro sfogliato dal vento,non so come ,non so perchè. Non provavo nulla. Il mondo sarebbe potuto crollare da un momento all’altro ,ma in fondo cosa siamo noi per fare qualcosa,non siamo nulla, finchè il mio universo sarebbe rimasto intatto allora lo sarei stato anche io. Crepato all’interno come una biglia lanciata a terra. La violenza che non viene dimenticata. Decisi di fare un secondo tentativo,impugnai la penna e tenendo fermo il braccio con la mano sinistra provai a scrivere il nome di mia sorella. Linee tremolanti e sbilenche furono l’unico frutto di uno sforzo così grande. Quella sola parola occupava gran parte del foglio,provai a scriverle i miei saluti,poi la mano lasciò la presa della penna .Non respiravo più,sentivo le vene pulsare nella mia testa,nelle labbra,negli occhi. L’ultima cosa che ricordavo erano gli occhi di Lei. Occhi di porfido impenetrabile,incapaci di restituire una qualsiasi forma di affetto. Potevo avvertire il suo respiro caldo e putrescente entrarmi nella pelle,sapevo che non avrei potuto scappare e che in fondo quella era solo la giusta punizione per le mie azioni tanto sconsiderate. Provai ad alzarmi ma caddi all’indietro come un infermo,nella mia miseria non ero in grado neppure di imporre la mia volontà,se di volontà si fosse trattato. Più simile ad un sentimento primitivo,un capriccio,una smania che accomuna l’uomo sin dai tempi antichi : Il potere. In quel momento l’illuminazione mi giunse come un dardo rovente,la mia immobilità mi permetteva di essere al tempo stesso statico e veloce come una locomotiva,l’inadeguatezza a vivere che avevo coltivato col tempo era in grado di rendermi il re della casa delle bambole,il più bel castello del mondo,un universo denso e terribile che volteggiando al mio interno generava un futile tentativo di Idea, seppure insulsa ,intrisa di brillantezza dal solo fatto di non riuscire a superare la fase embrionale prima di venire accolta dalla morte. Ed era il destino universale ,il comportamento più umano in assoluto,quello che spinge tutti gli esseri viventi a compiere atti di deliberata grandiosità per esorcizzare la fine,la paura di essere dimenticati da tutti,di non poter vivere come fantasmi allo scopo di osservare le reazioni dei propri familiari,parenti o amici più stretti di fronte alla nostra scomparsa per sorprenderli poi a vivere una vita normale,come quella degli altri che nonostante le avversità va avanti, ed è proprio qui che cade l’asino : La resilienza che tanto in vita è stata lodata e ammirata ora diventa per l’uomo spettro un mostro maligno da cui scappare,un incubo ricorrente. Ero anche io come l’uomo spettro?Ero lo spauracchio di me stesso?L’idea che mia sorella avesse potuto costruirsi una vita alle mie spalle mi tormentava mescolandosi ad un sentimento di affetto profondo ,destinato a perseguitarmi fino alla fine.
Non osavo leggere le altre lettere,non potevo e non avrei potuto fino a quando il senso di colpa per ciò che avevo fatto ad Emilia non fosse scomparso. Non volevo affrontare gli insulti e i fiumi di rabbia dell’unica donna che avessi veramente amato,alla fine sarebbe stata comunque mia la colpa e di nessun altro. Ma come spiegare? Mi convinsi del trascorrere delle ore,I topi si presentavano con intervalli di lunghi periodi e doveva essere ormai sera. Presi una delle lettere più recenti e la carta candida bruciò la mia pelle come acido,mi avvelenò l’anima e mi strappò gli intestini uno ad uno con il solo scopo di guardarmi soffrire. La lettera si sporcò di sangue,simile al Dottor Frankenstein al lavoro nel tentativo di ricomporre i pezzi di un’umanità da tempo scomparsa.
Costance Hayward
Hanwell County Asylum
Londra, 5 Maggio,1849
Fratello,ignoro i motivi del tuo silenzio e questa sarà anche l’ultima lettera che ho intenzione di mandare.Sono stata una sciocca ad attendere le tue risposte per così tanto tempo,una sciocca! Comincio a pensare che tu neppure le abbia lette o degnate di uno sguardo. La piccola Carolyn non ha superato l’inverno e sono rimasti con noi solo Jane,Ben ed Edgar. Il matrimonio procede come dovrebbe e spero che Edward riesca ad aprire la clinica entro settembre .Non intendo importunarti oltre visto il tuo interesse nei miei confronti,non mi resta che augurarti una buona guarigione.
sempre tua,
Costance.
Le mani tremavano come foglie,ogni parola fu come una pugnalata ,strinsi la testa con le mani,le vene minacciavano di esplodere se non le avessi fermate,dovevo farlo! Presi a strapparmi i capelli uno ad uno,poi a graffiarmi il viso,non meritavo di avere una forma riconoscibile,non era il vero volto la maschera che portavo,scioglieva il mio essere e i muscoli al di sotto.Poi avvertii una stretta al petto,fu come se tutto il corpo avesse iniziato a vibrare dall’interno,un rombo assordante mi impedì di pensare,il cuore avrebbe potuto vedersi dal petto tanto batteva. Poi il nulla.
Dopo aver Somministrato al paziente l’ultima dose di bromuro e laudano il Dr. Weston tornò nel suo ufficio,prese carta e penna e sorrise dolcemente. Era da tempo che il cielo non era così azzuro e nonostante la perdita dello scorso trimestre le cose avevano finito con l’aggiustarsi da sole. Prese lo stilo e impaziente dalla felicità cominciò a scrivere :
Londra,n°34 Bishops Walk
Londra, Ottobre 12 ,1849
Mio tesoro,dopo tutti gli avvenimenti di questo inverno devo darti un’altra terribile notizia,Mi è arrivata poco fa una lettera del County Asylum per informarmi della morte del povero Albert.Non ce l’ha fatta amore mio,che la sua anima riposi in pace adesso.
Le più sentite condoglianze,
Tuo marito Edward H.

interessante bravo!! finale inaspettato
Ben scritto.
Ti prende e ti angoscia.
Mi piacciono i racconti in cui la trama che si sviluppa anche con il supporto di lettere,
Complimenti.
Coinvolgente, mi è piaciuto! Complimenti.
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