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Le strade di Londra erano ricoperte da una nebbiolina biancastra quando Clarissa Matson stava camminando a passo frettoloso lungo la strada deserta per tornare a casa, i suoi tacchi a spillo si sentivano per tutto il tragitto.

La puzza di birra che emanava ogni volta mentre sbuffava per via del freddo le faceva venire la nausea.

Questo faceva  capire quanto avesse bevuto alla festa di fine anno della scuola organizzata qualche settimana prima da delle sue compagne di classe.

Clarissa ci era voluta andare pure non avendo avuto il consenso dai suoi genitori, anche per come voleva andare vestita.

Ma alla fine aveva vinto lei e ci è andata ugualmente, vestita pure come voleva lei.

Era uscita con una gonna in pizzo nera, con dei brillantini della  Swarovski che la ricoprivano di lunghezza non troppo corta, arrivava sopra  al ginocchio, un top  nero opaco ricoperto da una pelliccia di colore beige.

Ai piedi portava degli stivali neri con una striscia bianca e con i tacchi a spillo, molto eleganti per una festa tra compagni di classe.

I suoi capelli biondi erano raccolti in uno chignon che pareva molto elegante, i suoi occhi azzurri si notavano più che mai con il trucco leggero che si era messa.

Clarissa era incantevole.

Quella notte faceva molto freddo perché erano gli ultimi giorni d’inverno, stava per arrivare la primavera però purtroppo non aveva niente con sé da indossare in più.

Ma fortunatamente l’effetto dell’alcol si faceva sentire e lei non aveva così tanto freddo.

Clarissa si fermò un attimo su una panchina che trovò li vicino a dov’era arrivata fino ad ora e si accese una sigaretta.

Nel frattempo  tirò fuori il suo telefono un iPhone l’ultimo modello in circolazione, la sua famiglia era una delle più ricche di Londra.

Il telefono era di colore rosa antico, la cover  ricoperta da dei brillantini sempre di quella marca costosa che sotto la luce gialla dei lampioni scintillavano pigramente.

Quando lo accese trovò diversi messaggi dalle sue amiche se era tornata a casa e dai suoi genitori.

Dieci chiamate perse da mamma, cinque da papà.

Come sono stressanti i miei genitori, sto per tornare a casa. Pensò lei.

Fece uno squillo ma non c’era segnale, non poteva fare niente, provò a lasciare un messaggio sperando che arrivasse comunque.

Intanto ripose il suo telefonino nella sua borsetta blu accesso, per poi incamminarsi di nuovo verso la stazione.

Appena arrivò la trovò deserta.

Al di fuori non era neanche tanto brutta anzi era appena stata messa a posto per via del vento forte che c’era stato qualche giorno prima.

Il tetto era di un rosso scuro e i muri grigiastri con disegnati dei graffiti abbastanza gradevoli alla vista.

Era circondata da fitti alberi scuri che di notte mettevano paura a qualsiasi persona si trovasse lì.

Ma in quel momento non c’era anima viva solamente la nebbia che ricopriva tutta la stazione, perciò non avrebbe potuto neanche chiedere a qualcuno per provare a fare uno squillo.

Clarissa era stufa e stanca ma  provò a entrare dentro alla stazione per fare il biglietto del ritorno.

All’interno era sempre uguale le sedie verdi tutte vicine tra loro a fila da due, gli sportelli dove si potevano fare i biglietti.

Di giorno era molto più bella tutta illuminata e i bigliettai erano molto simpatici.

Andò davanti alla macchinetta dei biglietti, non andava.

Riprovò un’altra volta e ancora niente.

Lascio perdere, tanto non troverò nessuno a quest’ora.

Ritornò fuori e si mise a guardare gli orari sul tabellone, il prossimo treno era alle 3:25 mancava una ventina di minuti, intanto si accese un’altra sigaretta e si mise le cuffiette rosa per ascoltare la musica dal suo telefonino.

Lei non ascoltava tanta musica, di solito leggeva o trovava da fare qualcos’altro  per non annoiarsi; ma visto che non prendeva manco lì non poteva fare niente.

Strano che non prende però, solitamente qua prende sempre, sarà successo qualcosa con la rete. Esclamò lei.

Nel frattempo dalla stazione ferroviaria si sentirono dei rumori strani, lei non si accorse di niente; un ragazzo incappucciato si avvicinò a lei.

Clarissa si girò ma era troppo tardi il ragazzo gli aveva già messo un cappuccio nero in faccia, lei si dimenava per fare lasciare la presa mentre la stava trasportando chissà dove.

«Che cazzo fai? Lasciami stare!!»

Iniziò ad urlare, ma tutto inutile il ragazzo non voleva dargli ascolto.

Il ragazzo la caricò su una macchina tutta nera con i vetri oscurati  e senza una targa per non farla riconoscere  mentre l’altro si sedeva davanti; mise in moto e partirono.

Clarissa aveva così tanta paura e intontita dall’alcol si mise a piangere, il ragazzo gli tolse il cappuccio.

«Chi siete?! Perché mi fate questo? I miei genitori potranno darvi tutto il denaro che volete ma lasciatemi stare!»

«Stai zitta ragazzina te non puoi capire.»

Disse il ragazzo che gli aveva tolto il cappuccio dalla faccia.

Dopo circa mezz’ora che si stavano spostando la macchina si fermò, il ragazzo al volante scese dalla macchina e aprì il baule prese una corda per poi ritornare in macchina.

«Cosa volete farmi? State indietro!»

«Non preoccuparti non sentirai niente.»

Con un po’ di corda il ragazzo gli legò mani e piedi per farla stare ferma, intanto l’altro prese un coltello e gli fece dei tagli sui polsi e sui piedi.

Clarissa piangeva e urlava dal dolore senza capire cosa le stesse succedendo e perché.

Infine l’altro ragazzo gli mise l’altro pezzo di corda intorno al collo e strinse.

Clarissa iniziò a vedere tutto nero e poi svenne.

I ragazzi rimisero in moto la macchina e se ne andarono via, lontano chissà dove.

 

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