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Era il tempo del covid  19.

Era il tempo delle stelle cadenti, della luna rossa, delle finestre aperte come unici occhi aperti al mondo.

Era il tempo del “si stava meglio quando si stava peggio”, era il tempo delle ninna-nanne sciorinate di sottofondo dalle televisioni per allontanare le paure; era il tempo delle maschere indossate non solo nelle vecchie e piccole calle di Venezia, dove si ricerca ogni anno, nel mese di febbraio, diverse identità tra le gonne, il cerone e l’odore putrido delle acque morte della laguna, ma da tutto il mondo come un eterno ripetitivo carnevale, senza colore.

Era quella una stagione sfortunata: le chiavi non si potevano più perde ne’ dimenticare perché sempre nella toppa; l’eco dei i bar ed i ristoranti vuoti riecheggiavano tra le strade abbandonate e i laboratori di ricerca lavoravano ormai incessantemente, per poter alimentare polmoni e speranze tra la gente.

Dal canto suo, la morte girava tra le corsie dei supermercati cercando prezzi convenienti tra le persone che si arraffavano e litigavano per rotoli di carta igienica, amuchina e antipiretici;  alle volte, solo alle volte, per pane e pasta. Si aggirava con sguardo benevolo tra gli indifferenti e gli indolenti, volgendo uno sguardo luminoso al futuro, come un cacciatore che aspetta paziente e fiducioso il suo levriero che torna con la preda tra le fauci.

Tra tutti questi accadimenti, in questo turbinio di pianti, rabbia, dolore, qui si ritrovava Aida.

Aida viveva nel suo piccolo appartamentino al piano rialzato, di una qualunque via con il solito vetusto nome di qualche grande condottiero o poeta.

Se le si fosse stato chiesto il nome, Aida avrebbe alzato le spalle rispondendo che non lo sapeva. Ma non perché in realtà non lo sapesse ma perché per lei il posto dove viveva non era importante e ancor meno di quale piccola città, di chissà quale grande paese e Stato. Ancor meno era importante ricordarlo per chi, come lei, aveva la possibilità di vivere in un altro posto. Che poi questo posto fosse solo nella sua testa, beh anche questo non era cosi importante.

Nel piccolo mondo di Aida ci viveva solo chi lei preferiva; non esistevano carte di identità o lasciapassare; non c’erano calche o file chilometriche da fare in uffici anagrafici o postali, non c’erano auto, o forse sì, qualcuna, che Aida spergiurava di non aver mai visto ma solo per sentito dire.

Quando Aida entrava nel suo piccolo paese era una scrittrice, e come tanti altri prima di lei, Aida sognava un giorno, di essere riconosciuta come la più grande scrittrice vivente nonostante il suo mondo si componesse di 1500 anime o più.

Aida scriveva: pagine e pagine ricamate di inchiostro e fango, dolori e glorie, amori e pazzia.

In questo paese Aida creava, disfaceva e ricreava, un po’ come Penelope e la sua tela.

Erano grandi amiche loro due.

Penelope le raccontava che erano vent’anni che aspettava il ritorno di suo marito dalla guerra– povera illusa! – pensava tra sé e sé Aida, ma ovviamente non diceva nulla perché non voleva rovinare l’amicizia con la donna, dal suo canto lei le raccontava delle sue vicissitudini personali, che era una famosa scrittrice, che non aspettava nessuno, e che aveva tempo, tutto il tempo del mondo, già perché nel suo paese, non c’erano orologi, tempo o calendari, solo carta bianca e penne, migliaia di penne.

Poi c’erano i guastafeste. Quelli che, ogni tanto, (solitamente persone di un altro paese, quelli che non abitavano nel suo) le faceva notare che forse Penelope non esisteva. Non era mai esistita.

Ad Aida non importava. Le avevano insegnato sin da bambina a non credere a tutto quel che le si diceva. Come le diceva suo padre, – tu stai al tuo posto, tira dritto e non dare retta alle malelingue.

Nel suo paese lei conosceva tutti. Ma non era proprio così sicura che tutti conoscessero lei.

C’era ad esempio, quel signore, vicino alla piazza, seduto sotto un albero, anche se a lei sembrava incatenato, che ogni volta che passava, le abbaiava contro; si diceva fosse impazzito dopo aver preso non sapeva che strana malattia; non che il figlio fosse da meno, pensava Aida: un marcantonio che passava le giornate intere a fare pesciolini d’oro; non che lei fosse contraria alle arti in genere, ma il giovinotto non faceva altro. Mattina e sera. Sera e mattina.  Ricordava che un giorno c’era mancato poco, che lei lo mandasse a stendere perché lui insisteva che lei ne dovesse avere uno; ovvio non lo aveva fatto. Era educata. Come le diceva la buonanima di sua nonna, l’educazione è il principio di ogni cosa. Si era così ritrovata a portarsi a casa un pesciolino d’oro.

C’era poi quel buffo ragazzo, un po’ emaciato, che camminava a zonzo per le strade; aveva una scure in mano e seguiva sempre passo passo una donna anziana. Si diceva lei facesse l’usuraia, che fosse vedova e avesse una sorella, ma anche in quel caso Aida preferiva non impicciarsi. Come sua zia le diceva sempre, fatti gli affari tuoi e niente potrà accaderti.

Diciamo quindi che il paese in cui Aida viveva, proliferava di personaggi strani e strani accadimenti. Come già citato lei conosceva tutti e quello che per molti poteva suonare strano, per lei era la normalità quasi banale di ogni giorno.

Solo la sera, anche se non era ben sicura fosse la sera, o tutte le sere, od ogni tanto,  Aida non si sentiva a suo agio. Sognava. Ma anche di questo non era sicura.

Si trovava, solitamente, in un salotto, che lei , visto il ricorrere del sogno, pensava fosse il suo. Una piccola stanza con un vecchio divano e un arnese che a guardarlo sembrava pesante ma il cui uso ad Aida sfuggiva, una finestra celata da due pesanti tende, che lei credeva, desse sulla strada, una scrivania con su pile di libri, fogli, matite. Lei si ritrovava sempre o quasi sempre seduta alla scrivania; sentiva il rumore di quelle che dovevano essere chiavi nella toppa, sentiva una voce che chiamava il suo nome.

-Buonasera Aida!-

Era sempre la stessa voce. Era sempre la stessa donna. Non più nel fiore degli anni, lei indossava un camice blu, con sopra un giubbotto grigio. I capelli raccolti in una crocchia, un piccolo orologio che si intravedeva dal giubbotto, appeso al taschino del camice, una specie di cartellino con, Aida presumeva, il suo nome visto che c’era comunque una sua fotografia, ed una piccola borsa che sempre appoggiava sopra i suoi manoscritti sulla scrivania.

Aida guardava la borsa, riguardava la signora, riguardava la borsa e sempre sentiva quel senso di fastidio misto ad ansia. La signora, gioviale, forse si chiamava Gloria, le parlava, ma lei non riusciva mai a seguire quel che lei le diceva. Sperava sempre che la borsa non le avrebbe rovinato o ancor peggio cancellato quel che aveva scritto.

Si stropicciava le mani, che sentiva sudate, si vedeva annuire, prendere un bicchiere d’acqua che la signora le porgeva, afferrare quelle caramelle colorate che la signora aveva nell’altra mano, e ingurgitarle. Gloria le parlava di qualcosa e, forse per via di quella cosa azzurrina che teneva davanti alla bocca, era incomprensibile quanto i latrati dell’uomo seduto sotto l’albero. Le parlava di un qualcosa che non capiva ma riconosceva come aberrante e spaventoso. Parlava di covid, morti, numeri, malattie, ospedali e finiva con la solita frase, Che Dio ci assista. La salutava, e spariva, come inghiottita in una piccola e buia rientranza del salotto. Alle volte, nel sogno, le saliva una certa curiosità nell’andare a vedere cosa ci fosse in quella rientranza, ma poi si raggelava, sentiva il cuore accelerare, allungava la mano verso la solidità della scrivania e se pur con fatica, si risvegliava.

Aida seguì nei giorni a continuare a sognare. Non che ci fosse nulla di nuovo, se non per il fatto che i sogni, che lei pensava di conoscere cosi bene, perché ricorrenti e quasi sempre con la stessa trama,  divennero bui, inquieti e interminabili.

Si ritrovava sempre nella solita stanza. Aspettava o si aspettava il rumore delle chiavi nella toppa, la signora, la borsa appoggiata sui suoi manoscritti. Ma questo non accadeva più. Aspettava con ansia e trepidazione che Gloria arrivasse, così che lei potesse svegliarsi, ma non succedeva. Nei sogni che susseguirono, si era alzata parecchie volte per andare verso l’antro da dove Gloria spariva, inghiottita dal buio, ma non ci riusciva mai.

Cominciava a tremare, il cuore cominciava a galoppare, rimaneva immobile.

Aida si svegliava nel suo paesello sempre meno, i sogni si erano dilatati a dismisura. Toccare la scrivania, sentirne la levigatura sotto le nocche delle dita, l’odore della carta, non funzionavano più come amuleto .Vagava nel piccolo salottino, tremava, alle volte sembrava anche le mancasse il fiato, il cuore le rotolava nello stomaco, i piedi le diventavano sempre più pesanti, le sembrava di impazzire.

Gloria non arrivava più, ma ne arrivavano altre di figure: queste entravano nella stanza, la spaventavano, le sussurravano cose aberranti, le mostravano immagini mostruose, lei piangeva, cercava di trovare con gli occhi il pesciolino d’oro, era sicura di averlo poggiato sulla scrivania. Ma come Gloria anche quello non c’era più.

Alle volte si ritrovava a dondolarsi, altre chiamava Penelope a gran voce, altre volte sussurrandone solo il nome, ma niente accadeva. Era lì, come prigioniera. Un giorno forse ne avrebbe parlato e riso con Penelope. Sì . Il pensiero la rincuorò per un attimo. Rise. Una risata gutturale. Una risata che le era salita dal fondo dell’anima; poi cominciò a piangere.

 

Beatrice salutò l’ultimo dei conoscenti e chiuse dietro di sé la porta. Sospirò. Era stata una giornata lunga. Gloria ormai le sorrideva solo da una fotografia poggiata sulla scrivania. Era morta qualche giorno prima, un infarto l’aveva stroncata. Sfiorò con le dita la borsa che la madre portava sempre con sé nelle sue visite a domicilio. Chissà in quanti posti strani e tristi era stata appoggiata, pensò. Sospirò di nuovo. Spense la luce e si diresse verso la camera da letto. Non avrebbe guardato la TV quella sera. Non aveva la forza e né voglia di sentire di altri morti.

 

Epilogo

Il covid 19 aveva mietuto vittime sia direttamente che indirettamente; poiché la Sanità locale faceva sempre più fatica a coprire i buchi dovuti all’assenza di personale, gli assistenti sanitari furono mandati, se pur in ritardo, in un piccolo appartamento al piano rialzato..  Gloria Gigli aveva visitato la paziente 8 giorni prima.

I sanitari fecero fatica ad entrare nell’appartamento: un piccolo divano era stato accostato tra la piccola entrata ed il salotto. Subito dopo, l’odore della carne in decomposizione li assalì.

La camera era buia, un televisore antiquato giaceva sul pavimento, piccole quantità di cibo erano state abbandonate  ovunque nella stanza, c’erano centinaia di fogli sparsi ovunque, alcuni erano stati appiccicati alle pareti, una finestra con enormi tendoni e una scrivania.

E’  lì che videro Aida;  si era aperta due solchi sui polsi con una Bic. Era morta dissanguata. Il sangue si era rappreso sul pavimento, sulla gonna della donna e sui fogli bianchi sparpagliati sulla scrivania. L’assistente sanitario si stropicciò gli occhi.

Voltò lo sguardo e quel che vide, per un attimo lo fece sorridere. La donna molto probabilmente, aveva disegnato su uno dei fogli poco distanti da lei,  un pesciolino. A guardarlo, gli aveva ricordato un libro che aveva letto anni prima; parlava di un colonnello andato in pensione e che per passione si era messo a fare pesciolini d’oro.

Si rabbuiò e fu in veste di medico che scarabocchiò il suo nome – Patrizio Benforte- sul certificato di decesso e lasciò la stanza.

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NinaCiuffo

Giovane nello spirito, dipingo e scrivo. Vivo all'estero da un ventennio.

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5 Comments

    1. NinaCiuffo
      NinaCiuffo

      Apprezzato molto il tuo commento. In questi 2 anni la pandemia si è spesso interpretata come bianco e nero, ma come ho cercato di sottolineare le sfumature e ripercussioni sono state innumerevoli , anche senza aver avuto il covid