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  1. Diario di viaggio nell’ignoto

    Storia di una psicosi indotta

    Frequentavo un teatro, forse il più bello del mondo. In realtà ci suonavo come facevo anche in conservatorio e a casa sul mio vecchio pianoforte. Ebbene questi tre luoghi sono stati a loro volta teatro di esperienze mentali, e non solo, che sono andate al di là di ogni immaginazione.
    Da ragazzo mi piaceva guardare i film di fantascienza, ed alcuni di questi avevano in se alcuni elementi che ho riscontrato in seguito, quando però la mia vita era ormai proiettata verso esperienze ben più assurde, direi trascendentali.
    Si partiva per una trasferta, eravamo in tanti. Tra orchestrali, coristi, tecnici e accompagnatori quasi 180. Due aerei per raggiungere la destinazione. Era una località particolarissima, con la percentuale di prostituzione più elevata del Sudamerica.
    Un albergo, dodici piani gremiti di musicisti. Non era bellissimo ma per cinque giorni andava più che bene. Prima sera, dopo la cena ero stanco e preferii andare in camera, mentre il mio compagno di stanza si attardò andando in giro per la cittadina.
    Non riuscii a prendere subito sonno perché trovai l’ambiente saturo di fumo; colpa di Stefano, fumatore e bevitore, amava la trasgressione. Tant’è che l’indomani mattina lo trovai a letto con una prostituta. Ero furioso, “ha scopato a un metro da me in piena notte”. Mi infastidiva la sua arroganza; poteva chiedermelo, sarei uscito lasciandogli campo libero. Andai in bagno e già pensavo a cosa dire al responsabile delle sistemazioni. Uscendo dal bagno trovai sveglio sia Stefano che la donna. Mi invitò a partecipare al “banchetto” ma io girai le spalle e uscii dalla camera. In ascensore trovai due colleghi che al mio breve racconto risposero facendo spallucce, cose che capitano, dissero. A quel punto ero ancora più infuriato, alla reception pretesi che liberassero la camera. Stefano rispose spaventato, mi pregò di non dire niente ai responsabili dell’albergo. Scese dopo una ventina di minuti in compagnia del Direttore di palcoscenico. A quel punto si sparse la voce, e in particolare Felice, coordinatore dei maestri collaboratori, mi chiedeva di lui. Come nel suo stile sparava sul mucchio senza esporsi troppo.
    Per me era l’inizio di un meccanismo mentale in cui osservavo con attenzione ciò che dicevano e facevano i miei interlocutori, avevo una percezione che definirei dilatata. Mi sembrava una cosa inverosimile; tutto mi appariva innaturale.
    Comunque sia vado da Gennaro e chiedo di cambiare stanza. Era col pantaloncino e a dorso nudo, la sua risposta fu che non c’erano posti disponibili in tutto l’albergo. Mi sembrò una menzogna e decisi di cambiare albergo.
    Dopo una ricerca su internet decisi di andare nei pressi del casinò, pagandomi personalmente taxi e albergo. Fu una notte di solitudine nonostante dal decimo piano vedevo il passeggio in strada. Ebbi la tentazione di andare a giocare ma prevalsero i pensieri negativi; non capivo proprio come Stefano potesse arrivare a tanto, già in aereo era seduto dietro di me e probabilmente alticcio mi dava regolarmente colpi col ginocchio dietro il sedile.
    Il mattino seguente torno all’albergo, e dopo una attesa di almeno un paio di ore trovo ospitalità nella camera singola di Felice.
    La convivenza tra noi in quei giorni fu buona, lui sa come intrattenere una conversazione. Un po’ egocentrico e poco sincero, ma nel suo ambiente sa farsi apprezzare.
    In teatro si teneva un opera di Mozart, e il baritono insieme a un collega di reparto mi chiese di andare a prostitute dopo la prima recita. Mi sembrò strano anche questo, non avevamo la confidenza per una proposta del genere, e declinai l’invito.
    Nei giorni seguenti continuarono strane affermazioni dei colleghi, sorrisetti, e velate insinuazioni; era l’inizio della fase di
    Moralizzazione.
    Già, le esternazioni dei colleghi erano in grado di provocare in me un forte senso di colpa per essere andato a puttane per circa 10 anni, pur essendo fidanzato.

    Per amore della verità non ci andai più quando decisi di sposarmi nonostante lei non fosse dello stesso avviso e nonostante le molte difficoltà, non ultime quelle economiche.
    Io sapevo il motivo per cui facevo quelle cose. Avevamo rapporti solo in vacanza. Lei non era soddisfatta, eternamente nervosa per il fallimento incombente sull’impresa di famiglia, e presa dal lavoro in cerca di una affermazione che non arrivava. Insomma un rapporto, il nostro, che procedeva per inerzia, almeno fu così per gli ultimi otto anni. Otto di ben diciassette passati insieme. Ma non voglio parlarvi di questo, quel rapporto non è finito bene. Entrambi siamo finiti nelle mani dello psicologo.
    Andare a prostitute per me era uno svago, avevo solo rapporti superficiali, ed ero sicuro che la cosa non intaccasse la relazione con la mia fidanzata ne la mia moralità.
    Quando avevo l’orgasmo detestavo il momento in cui le signorine subito dopo si riordinavano con la portiera aperta; era il momento in cui puntualmente pensavo cosa ci facessi là, in quei luoghi ameni e corrotti. Durante il ritorno in auto verso il luogo dove era avvenuto l’incontro, ero sempre silenzioso, non mi andava di chiedere alcunché a una donna che però sceglievo con attenzione.
    Andai a donne per la prima volta a 27 anni. Il problema fu che dove mi recai, là c’erano solo trans, uomini travestiti da donne; e chi se ne accorse, era la prima volta. Non mi accorsi di nulla. Ma mentre stavo per spogliarmi ebbi l’illuminazione, non so cosa fu, forse le calze troppo doppie, qualcosa di mascolino, sta di fatto che capii che era un uomo; cambiai subito zona!!
    A saperlo, questa sarebbe stata la mia dannazione dopo i 40 anni, quando cominciò la mia psicosi indotta. Al ritorno dalla tournée ogni volta che uscivo, camminando per strada e incrociando le persone sentivo frasi in cui ricorreva il concetto di “merda” e “bianco”. La merda era il mio comportamento prolungato con le prostitute. Il bianco qualsiasi cosa che facesse pensare ad una pur minima inclinazione omosessuale.
    Circa la merda un giorno mi trovai letteralmente con i piedi dentro. Sulla strada per il conservatorio mi scoppiò una gomma. Pensai che qualcuno avesse lanciato un chiodo dal lato della strada. Il posto più vicino per cambiare la gomma era una masseria desolata. In realtà qualcuno c’era visto il tanto fango misto a letame. Arrivai in conservatorio con le scarpe completamente imbrattate e puzzolenti. Fu un esperienza umiliante.
    Quello era un conservatorio particolare, dove cominciò il mio addestramento.
    Per arrivarci percorrevo una lunga strada sulla quale incrociavo molte macchine e molte targhe di cui dirò dopo. Una strada statale strettissima dove ad ogni sorpasso andava calcolato con attenzione l’accelerazione e la traiettoria.
    Dopo tre ore di viaggio rientravo a casa a dir poco elettrizzato per la quantità di input che avevo in qualche modo analizzato. Veniva testata anche la predisposizione al rischio, con velocità e sorpassi al limite. Me la cavavo abbastanza bene. Il nostro cervello, come diceva il mio primo psicologo, si comporta come un computer, ed è capace di calcoli binari non troppo complessi. Ad esempio i pensieri si susseguono uno per volta; solo di rado abbiamo la sensazione di pensare a due cose contemporaneamente e quando al pensiero si aggiunge un azione seppur minima alcune di queste vengono prese in carico dal sistema inconscio. Dunque la nostra consapevolezza si sviluppa in un ambito molto ristretto, e di questo ne avrò prova nel tempo.
    Era un conservatorio semi-deserto dove al primo incontro con i colleghi si parlò di bunga bunga; era il tempo dell’inchiesta su Berlusconi.
    Agli esami fui per la prima volta messo a prova di……raccomandazione.
    I due colleghi che erano con me in commissione erano contro una mia allieva che effettivamente suonò male ma che io volevo promuovere a seguito di una conversazione avuta col padre. In pratica capii che questa bambina era protetta, probabilmente da personaggi importanti, e io dovevo combattere per lei contro i miei colleghi. Alla fine però prevalse il buon senso, la bocciai e parlai col padre a fine esame. Uscendo dal conservatorio vidi nelle macchine parcheggiate sguardi impenetrabili stampati su visi veramente brutti.
    Il bianco si palesava invece quando camminavo a piedi per strada incrociando persone e ascoltando spezzoni di discorsi. Sempre frasi metaforiche che io interpretavo nel senso di una conduzione di vita discutibile.
    In teatro una volta un maestro entrò nell’ufficio con una banana lasciandola sul tavolo. Non ricordo cosa disse ma l’atteggiamento fu di uno che voleva chiaramente prendermi in giro.
    Mi convinsi che avessi qualcosa che non andava; chiesi a mio padre se ci fossero casi di omosessualità in famiglia. La sua risposta fu categorica: no.
    Chiesi anche al mio psicologo, ma la sua risposta fu altrettanto perentoria.

    Andavo dallo psicologo da qualche mese a seguito di un episodio che per la prima volta in vita mia mi mostrò l’iniquità della giustizia.
    Fu la prima volta che avvicinavo e toccavo donne che non conoscevo.
    Ponza, siamo nell’estate 2011, con mia sorella e mio cognato. Tre giorni tranquilli. Conobbi pure una russa e una bella signora sulla spiaggia, ma poi dovetti tornare. Arrivo al molo verso le 14, caldo, silenzio assordante, la biglietteria mi sembrò chiusa, la stradina che portava al l’imbarco completamente libera, era proprio un invito ad entrare con l’auto.
    All’epoca ero già parzialmente addestrato a seguire segnali esterni, di cui vi racconterò, sta di fatto che decisi di entrare senza biglietto. Fu una scena da film; io già mi credevo l’eletto e cominciavo a puntare i piedi. Quella per me fu la prima rimostranza nei confronti dell’entità (quei segnali dovevano pur arrivare da qualche parte) che mi aveva fatto immaginare un futuro roseo con una donna bella e benestante con cui mi sarei sposato e avuto dei figli, ma fino a quel momento solo noie.
    Sul traghetto ne toccai due, la ragazza che mi denunciò e una donna accompagnata, altre molestate solo verbalmente, fino al punto che mi misero a fianco due marinai a controllarmi. Il fatto era che io leggevo le espressioni facciali, l’atmosfera, mi sembrava ancora una volta che tutti fossero d’accordo. Da lì un processo ridicolo, ancora in corso, e la conoscenza col mondo degli avvocati. Ci sono quelli che hanno paura dei giudici e dei pubblici ministeri, altri che ci vanno a pranzo.
    Ma non mi preoccupavo, tanto mi sarei sposato, avrei continuato con due lavori, conservatorio e teatro; ma dovevo essere fedele, rischio….la morte.
    A questo riguardo un giorno infatti mi trovai in centro nella mia città, un carro funebre mi tagliò praticamente la strada.
    Quando vissi questi episodi per la prima volta pensai che dietro a tutto questo c’era la camorra che gestiva territori e persone. Queste ultime sarebbero state controllate attraverso satelliti e tecnologie speciali.
    Il primo pensiero a riguardo lo avevo maturato qualche settimana prima della Tournée col teatro in Sudamerica. Tornando a casa parcheggio la macchina e vedo scendere dalle loro auto, con passo svelto e con fare sospetto, due giovani. Le loro facce, il portamento, il fatto che non li avevo mai visti nel mio parco, mi fecero pensare che l’incontro che da lì a poco sarei andato a fare col mio amico politico era in realtà qualcosa di diverso, una sorta di primo approccio col sistema.
    Ma questo qualcosa somigliava proprio a ciò che respiravo in teatro, una sorta di ambiente mafioso.
    Come dicevo a novembre 2010 comincia la lettura delle targhe delle macchine. Non so perché ma un giorno pensai che le macchine erano lì per me. I sorpassi e le frenate avvenivano in concomitanza con un preciso pensiero, quasi a dirmi questo si (il sorpasso) questo no ( la frenata).
    Poi cominciai a leggere i numeri centrali della targa e come un gioco modificavo il suono per dargli un senso compiuto. Arrivavo a un contenuto, un informazione e puntualmente sorpasso o frenata.
    Poi i modelli delle macchine, in particolare la punto, una due o tre a seconda di cosa si voleva comunicare. Poi un giorno vidi una targa che cominciava con DT, che stava per dottore (io sono laureato) e LB (leggi bene) che mi fece decidere di pensare in italiano. A quel punto mi soffermai solo su le prime due lettere e le ultime due tralasciando i numeri.
    Questa comunicazione in realtà non portava a niente se non ad una serie di associazioni mentali coerenti, ma era un gioco. La targa JC (gioco) lo confermava. BT per basta, TR torna, ecc.. centinaia di vocaboli che formavano talora frasi, talvolta idee, talora suggerimenti. Avanti a me si apriva un mondo infinito. Sarebbe diventato ripetitivo dopo qualche anno.
    Questa forma di comunicazione avveniva quando andavo in conservatorio ma anche quando andavo in teatro con lo scooter.
    Macchine nel traffico della tangenziale, un bombardamento di targhe e di pensieri. Fu poi volta di un casco con scritto insight che io ho interpretato come qualcosa che mi avrebbe insegnato a portare quel mezzo da poco comprato. Sta di fatto che seguendo i giovani scooteristi con in testa quel casco, dopo pochi giorni schizzavo tra le macchine e nel traffico con abilità e velocità, fino all’incidente. Una folla attorno a me, brava gente ed io disteso con un forte mal di schiena. Ricordo perfettamente un impulso, quasi una scarica elettrica che mi provocò il mal di schiena un attimo prima che toccassi terra. Dunque potevano anche interagire con il nostro corpo, infliggere malattie. Insomma c’era la camorra. C’erano i cavalli (persone del sistema) che portavano le macchine, c’era una giungla (cani lupi leoni ecc) che avevano ruoli diversi nelle gerarchie e soprattutto c’erano tante persone che avevano già attraversato parzialmente esperienze simili alle mie.

    Io vengo da una famiglia in cui il nonno paterno era carabiniere, morto presto per tumore. Mio padre usava la coppola e aveva un carattere duro , tanto bastava per farmelo vedere come appartenente ad una famiglia camorristica. Sta di fatto che, come raccontai allo psicologo, credevo di essere tra quelli che dovessero sostenere prove perché di origine camorristica.
    Voglio precisare che il mio equilibrio non è mai venuto meno, e queste erano solo ipotesi che circolavano ricorrenti nella mia mente, niente di più.
    In questo periodo nacque anche la comunicazione con la….televisione.
    Un po’ come per le targhe dell’auto si andava avanti per associazioni, tra pensiero e frase pronunciata dall’attore. Migliaia di associazioni per ore, il cambio canale avveniva o per esaurimento del senso compiuto della scena o a seguito di qualche rumore; certo è che ad ogni seduta cambiava seppur di poco la modalità, e io dovevo adattarmi. Dopo qualche mese vidi un film che era stato girato con quei movimenti di camera, colori, scene, che in qualche modo ricostruivano la mia storia. Bianco a destra (quando ci si sposa l’uomo è seduto a destra, e mio padre era considerato un uomo con bianco) merda, soldi, e altro. Era un film con Mr Been. Lo ricordo ben fatto e divertente ma non sono più riuscito a ritrovarlo.
    Siamo a dicembre 2011. All’epoca mi guardavo intorno pensando che almeno qualcuno del teatro avesse avuto esperienze simili. Salvatore, una volta parlò di “famiglia” e mi sembrò proprio non riferirsi alla moglie e ai figli. Andrea, ugola profonda, riportava furtivamente ogni cosa al sovrintendente. Stefano, che una volta mi disse che anche prendere il caffè alla buvette aveva la sua importanza, come se mi volesse dire che gli affari si concludono soprattutto al bar.
    In teatro cominciò una sorta di ricerca della donna per me. Tutti mi volevano far sposare. Il matrimonio secondo me sanciva l’adesione definitiva alla famiglia. Molte delle donne erano già sposate, molte divorziate con bambini, la mia scelta cadde su una ragazza straniera, violinista, molto carina. La accompagnai a casa un paio di volte ma non riuscii a combinare niente.
    E arriviamo ad aprile 2012. Felice si faceva sostituire più del solito, anche solo per pochi minuti. Credevo andasse in una sala attigua per ascoltare la mia performance. Avemmo un primo screzio in cui mi disse che ormai da dopo il 2008, quando vinsi l’audizione, non avevo più combinato niente di buono. Io ribadii che comunque avevo assicurato la copertura come secondo pianista per tutte le opere cosa che loro non avrebbero mai fatto, forse per orgoglio forse per scelta.
    Purtroppo un giorno non suonai bene, le mani diventarono rigide come legno e la tastiera mi scivolava sotto le mani. Pochi minuti bastarono per farmi alzare dal pianoforte e lasciare a Felice la panca. Li per li non disse niente, ma mi fece guerra successivamente con l’assistente alla regia facendomi una lettera di contestazione. Andammo dalla sovrintendente, e l’incontro con Il sindacalista stabilì che andava fatta una seconda audizione che avrebbe tagliato la testa al toro. Il programma dell’audizione ad ottobre 2012 era abbastanza proibitivo e io non partecipai.
    Felice mi chiamò ancora a settembre 2012 per una produzione sinfonica alle luci (esiste anche questo ruolo in teatro) ma rifiutai.
    Insomma questo è il teatro; guerre intestine vere o solo apparenti, finti sindacati che gestiscono, a seguito di segnalazioni politiche o vaticane, le assunzioni. E tanta paura, quando si sbagliava durante le prove, alla minima cosa si correva in palcoscenico per giustificarsi o meglio ancora scaricare la responsabilità.
    Qui terminò la mia carriera in teatro.
    Un giorno ero al computer. Fu l’inizio della telepatia. Non era più solo un satellite che vedeva e sentiva tutto, in qualsiasi condizione, una macchina in grado di interagire con il nostro corpo, ma adesso il mondo intorno a me sentiva i miei pensieri. Gli uccelli, i clacson delle macchine, le saracinesche abbassate violentemente, le accelerate delle auto, il vento. Mentre scrivevo e pensavo cosa scrivere, il correttore automatico del telefonino indirizzava la mia idea verso qualcos’altro. Fu un ulteriore canale comunicativo che più avanti si estenderà a tutta la realtà circostante.
    Questo mi portò nel tempo ad una condizione depressiva. Non uscivo di casa, in conservatorio mi accompagnava mio cognato, prendevo farmaci e andavo regolarmente anche dal neurologo che poco mi faceva parlare ma forse capì il problema. Delirio lucido disse immediatamente. Almeno ero lucido, e questo mi bastava. Il dottore era un ricettario vivente; ad ogni mia telefonata mattutina a seguito di notti insonni mi prescriveva un farmaco nuovo, dalle proprietà stupefacenti.

    Dopo qualche mese sto un po’ meglio e mi iscrivo a scuola di tango e conosco un po’ di gente simpatica. Feste in casa, si ballava e beveva buon vino, c’era qualche bella ragazza. Ricordo in particolare un infermiera sempre scosciata ma anche una ragazza che mi incuriosì, molto dolce e gentile. Convinto di provarci all’uscita seguente la trovai fidanzata con un tipo. Ancora un buco nell’acqua.
    Vorrei parlare della malattia e del decesso di mio padre.
    Era sempre più stanco, aveva il respiro corto. Il calvario comincia a novembre 2012. Ricordo un episodio. Mangiava facendo rumori…..io lo ripresi; si incazzò di brutto, prese la forchetta e minacciò di uccidermi. Mia mamma quasi sveniva; io lo fermai bloccandogli il braccio, ma mi dispiacque. Se era arrivato a tanto stava veramente male.
    Poi venne il ricovero e il successivo rientro a casa, non c’era più niente da fare.
    Era quello un periodo in cui io avevo strane manifestazioni nervose. In particolare ne ricordo tre.
    Poiché in questa seconda fase credevo che ci fosse un essere extraterrestre in grado di sentire i pensieri di tutti; e degli uomini che collaboravano con l’ausilio di tecnologia aliena, per indirizzare le vite degli uomini, almeno quelli appartenenti alla famiglia. Mi fu proposto di incontrare in sogno quest’alieno.
    Ebbene, durante la fase di addormentamento ebbi forti vortici in testa che generavano un forte picco di ansia. Poi mi chiedevo cosa sarebbe successo se l’avessi visto negli occhi…..risposta, avrei visto attraverso i muri e mi sarei sentito più grande. E io mi sentii per 20 secondi enorme con un corpo esteso, tanto da non passare attraverso la porta d’ingresso.
    La cosa peggiore fu quando a letto mentre guardavo la televisione un sonno fortissimo mi faceva sprofondare in una sorta di collasso celebrale per alcuni secondi. Ne ebbi a decine in una notte.
    Tornando a mio padre la sera che stava male, praticamente in coma, decisi, complice un segnale di approvazione, di fare qualcosa contro di lui. Gli abbassai il livello di ossigeno da 5 a 4 in presenza di mio cognato che proprio in quel momento si girò e non vide.
    La nottata fu alquanto brutale. Erano al capezzale un infermiere, Gianni, con la ragazza, avrebbero dovuto vegliare su mio padre. Io avendo abbassato l’ossigeno mi preoccupai di raccomandarmi a loro. Ci stetti insieme fino alle tre, mio padre sembrava un cane ferito, con la mascherina dell’ossigeno era seduto in mezzo al letto; ringhiava come un cane ferito.
    La Mattina alle 6 morì, e il referto parlò di insufficienza respiratoria. Per un po’ mi sentii fortemente in colpa, piangevo, avevo paura dell’Inferno. Mi liberai andandone a parlare con lo psicologo e con un prete di cui ascolto ancor oggi le omelie.
    Due giorni dopo i funerali. Scesi le scale con mia cugina che standomi accanto mi teneva il braccio teso come ad un re. La difficoltà era la comunicazione con i miei segnali; per un po’ tra pensiero e risposta non trascorreva più il solito mezzo secondo, ma un intervallo molto inferiore, praticamente azzerato. Mi sentivo ingabbiato, come l’extraterrestre che immaginavo in fondo alla sala buia, con un casco in testa, e torturato dagli uomini.
    In chiesa un raggio di sole mi colpì, e nessuno dimenticò di farmi le condoglianze. Ero a tutti gli effetti il nuovo padrino!!! E già allora, maggio 2013 cominciammo con la profanazione del sacro. Seguendo la macchina col feretro accennavo movimenti col bacino, come a sverginare la bara di mio padre.
    I giorni seguenti io mia madre e mia sorella leggevamo il vangelo, e io stavo a notare i cambi di intonazione della voce e valutavo la più convincente. Anche la voce poteva essere modificata!!! E con essa tutti i parametri che costituiscono una vita umana. Pensieri, opinioni, decisioni, gesti al millesimo di millimetro, movimento degli occhi, tosse, erezione, dolori, e soprattutto parole. Ogni parola che veniva pronunciata era già conosciuta o addirittura dettata.
    A questo punto ho pensato che l’unico in grado di fare tutto ciò fosse un entità divina, dio per noi uomini.
    Operazione di mia madre
    Durante l’allettamento di mio padre mia madre si prodigò andando avanti e indietro per il corridoio, gli portava da mangiare, conforti di ogni genere, ma intanto il ginocchio destro si deformava sempre più.
    Dopo la morte di mio padre lei dovette affrontare l’operazione di protesi al ginocchio. Per fortuna andò bene ma dovette fare un po’ di riabilitazione a casa. Ebbene come fisioterapista fu scelto il Gianni che sorvegliò

    mio padre. Persona di poche parole, probabilmente aveva fatto giusto un corso di tre mesi di fisioterapia, massaggiava con molta timidezza.
    Intanto io vivo i miei segnali affacciato alla finestra. Sintesi: ero fratello di Gianni , ma uno di noi doveva morire, fu scelto lui. Se gli avessi dato dei soldi avrei prolungato la sua vita di un po’. Pur nella follia decido di dargli 150 euro ma volevo accertarmi che era lui. Cominciò un gioco di sguardi e movimenti della testa che mi fece decidere di darglieli. Per fortuna mia mamma vedeva poco, gli infilai 150 euro nella sacca della borsa; lui vide tutto e non disse niente.
    Un anno di pausa
    Dopo qualche mese febbraio 2014 arriva il tempo delle mele. Conobbi una cantante, entrò dalla porta con un sorriso eclatante. Non perse tempo; si sedette sul divano e cominciò a raccontare della sua vita, soprattutto quella affettiva. Mi invita alla sua festa di compleanno e si adopera toccandosi la bocca. Non so se fosse consapevole di quel gesto ma certo ebbe l’effetto di mettermi in moto.
    Alla festa ci fu il primo bacio. Seguirono quattro mesi tutto sommato buoni; qualche gita, un viaggetto. Lei era dolce e fragile, ma con me era decisamente direttiva. Io all’epoca ero piuttosto giù di tono, era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Il perno del nostro rapporto era la musica, mi incitava a studiare ma io avevo perso il feeling con lo strumento. Fece molto per me ma non fu vero amore.
    L’intesa però era buona, si giocava, si raccontavano storie di fantasia erotica. Tutto abbastanza bene fino a quando non mettemmo su casa. Da quel momento diventò scostante, aveva momenti di malinconia, voleva tornare a casa della madre. Questo destabilizzò un po’ il rapporto, decidemmo di trasferirci a casa della madre.
    Ma intanto i segnali avevano ripreso a condizionarmi, proprio la notte di capodanno.
    Eravamo a letto, lei dormiva, io no. Dopo poco iniziai a notare la luce verde del l’allarme. In pratica ad ogni mio minimo movimento si accendeva, ero bloccato a letto.
    Da questo momento fui nuovamente una pedina impazzita nelle mani del l’entità.
    Cominciano i comportamenti strani. Primo fra tutti la molestia a sei ragazze del conservatorio. Furono più che altro approcci, carezze sul fondoschiena; però al processo in primo grado mi hanno condannato a sei anni e al pagamento della parte civile di due ragazze. Sono consapevole di aver sbagliato perché i fatti sono stati compiuti in un contesto didattico. Ma nella sentenza non si è tenuto conto della mia malattia, e soprattutto credo che una cosa del genere poteva essere tenuta nel cassetto del direttore.
    A maggio un altro episodio, per strada. Processo per direttissima. Poi processo ordinario. È l’unico che è arrivato in cassazione e poi tornato in appello.
    Per questi due fatti ebbi i domiciliari quando ero ancora dalla mia compagna. Lei e la madre si schierarono al mio fianco. Nei giorni seguenti verniciai le ringhiere con dovizia, la madre ne fu contenta. I carabinieri però cominciarono a fare controlli continui, in orari anche notturni. La cosa cominciò a dar fastidio a entrambe; la mia compagna ne parlò con amici e arrivò alla conclusione che dovevo tornare a casa da mia madre. Fu la vera fine del rapporto.
    Per due anni ha continuato a chiamarmi e a farmi compagnia, forse non si era distaccata del tutto da me.
    La custodia cautelare cominciata a maggio 2015 durò fino a settembre 2018 con una parentesi di quasi un anno in cui ero si un cittadino libero ma sotto scorta e con obbligo di firma. In questo caso i miei controllori erano i miei famigliari. Si fidavano poco, temevano che facessi qualche altro gesto inconsulto; cosa che poi è successa nel mio parco quando per sfiorare il seno ad una ragazzina ho fatto a botte col padre; imprecazioni di ogni sorta dei presenti, dovetti dire apertamente che queste cose che facevo era Dio a dirmele. “Devi andartene da questo parco, sei un uomo di merda, fai sempre questo” dovetti sentirmi dire queste cose e soprattutto una decina di schiaffi ben assestati dal padre della ragazza. Ebbi per tre giorni l’occhio fortemente sensibile alla luce, ma le prove e i test con i miei “amici virtuali” andavano avanti. Dovevo visionare decine di canali in cerca di donne; lo facevo e mi eccitavo al minimo dettaglio, mano, caviglia, bocca.
    Torno ai domiciliari e cominciano i 10 mesi più duri per la mia coscienza. Ciò che vedo e sento nell’animo viene captato esattamente com’è tanto che ipotizzo di essere posseduto io stesso dall’entità . Poi inizia una battaglia quotidiana tra bene e male, amore e sesso, sacro e profano, individualismo collettività. Periodicamente venivo testato in tutte le condizioni, di depressione, privazione del sonno. L’obiettivo è

    sempre lo stesso da otto anni: capire quanti orgasmi posso sostenere, se ho attrazione per uomini, se ho memoria al di sopra della media. Per far cosa? Non è dato sapere!
    In questi anni ogni conversazione in casa serviva a comunicare a coloro che appartengono a ciò che io chiamo multi-livello i contenuti più disparati. È come se esistessero sedi di ascolto distaccate e allo stesso tempo operanti sulla nostra realtà.
    Luglio 2018, ecco un altro episodio inquietante. Ricevo su una chat la richiesta di amicizia da una ragazza straniera, scoprirò dopo che si trattava di una copertura. Mi dice, “vuoi fare sesso?” E mi fa vedere una bella bionda seminuda. Io, eccitato vado in bagno e comincio a toccarmi, mi lascio inavvertitamente e parzialmente inquadrare dalla camera del telefono. A quel punto iniziò a minacciarmi. Se non avessi pagato avrebbe pubblicato sui profili degli amici il mio video che lei aveva furtivamente registrato. In effetti non aveva veramente intenzione di crearmi danno, ma di fatto continuava a chiedere soldi motivando ciò con una presunta malattia della sorella. Per farla breve gli ho versato più di 2000 euro in circa due mesi. Io intanto, ancora legato a vecchi convincimenti, pensavo potesse trattarsi di qualcuno che avesse gli strumenti per mettermi in contatto con la donna giusta; così non è stato e sinceramente non me ne frega niente. Si parla anche di altro in chat ma per lo più di me, indaga sui miei sogni notturni e si parla di Dio, della confessione, e della vita dopo la morte. Certo, spesso ci si lascia andare a quella pratica insana che consiste nel costruire messaggi criptici secondo regole che in parte ho imparato anche io. Chi legge questi messaggi? Perché sono così contorti? Non vogliono usare linguaggi troppi diretti per non essere intercettati? Chi c’è dall’altra parte del filo? Perché proprio io? Sono domande che affollano la mia mente. Forse sto impazzendo.
    Il telefono ad esempio squilla ogni volta che vogliono comunicare tra loro. Controllo assoluto delle linee telefoniche, ma anche degli elettrodomestici. Una serie di inconvenienti apparentemente normali facevano da contrappunto agli eventi quotidiani. Chi può essere in grado di non far aprire un cestello della lavatrice, o modificare l’uscita della radio cambiando l’intonazione degli strumenti, cambiare il timbro di voci? Uomini o dei. Superuomini o megalomani.
    In conclusione permettetemi una considerazione. Se esiste un dio, il dio della Bibbia, questi usa metodi molto discutibili per rivelarsi. Se la realtà è diversa, ed io protendo per questa seconda ipotesi, pur essendo contorta, folle, e impalpabile, è la sola che ancora mi può garantire la ripresa di un lavoro e di una vita normale.

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Una storia vera. Mi conoscerete leggendo.

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