Sapete perché si può odiare l’estate tanto da rimanersene a casa e non andare al mare, come fa chiunque? Ebbene. Pensate a me, che son nato a Pozzallo di Sotto. Un paese assai privo di attrattive, dove una tizia farlocca, Maria Lonza, che si alza ogni giorno per dar da mangiare ai piccioni, è vista quasi come un’eroina.
– Ah, almeno lei fa qualcosa, qui!, – mi pare di aver sentito commentare una volta.
Siamo un paese dove anche di parole non abbondiamo molto. Uno di questi tanti borghi di una penisola che vista nell’insieme è un gioiello, nei suoi anfratti è un luogo ricco di meraviglie nascoste, ma che se poi vai a scandagliare è un antro di sfigati clamorosi che vivacchiano invece di vivere, seducono gli artifici barbari con cui la criminalità promette paradisi fiscali e vite nell’agio perenne, e si arrabattano nei mestieri più inusuali,
dalle paghe misere e dai futuri incerti, lasciando le carriere più remunerative ai rampolli venuti chissà da dove.
Non che tutta l’Italia sia proprio così. Ma quanto è grande la parte che lo è, e quanto lo sarà un domani?
Io non mi chiedevo tutto questo certo quando mi alzavo per andare in spiaggia. Per farlo, mi mettevo il mio costumino, che mi faceva sentire come nudo, anche se in realtà era bello spesso e proteggeva come una seconda pelle. Andavamo alla spiaggia, più vicina, perché quella dopo, sebbene migliore, era a pagamento, e non potevamo spendere tanto per pochi giorni di relax. (Non so se vacanza deriva dalla parola vacuo, o
derivano entrambe dallo stesso lemma, ma non è che per far vacanza si doveva finire anche al verde!)
Il sole ti cuoceva come se fossi in un forno, ti attirava coi suoi raggi allegri per poi trattenerti ore e ore nelle sue spire, dove venivi cotto a puntino, a poco a poco; mai che ti abbronzassi come volevi, poi! Al massimo, diventavi rosso come un marziano, e dallo sguardo allucinato, per aver rasentato l’insolazione! O rossiccio, come un culetto che avesse subito una tripla dose di sculacciate! Ecco come tornavi a casa, a fine giornata. Ma per te era già una conquista, perché essere italiano ti ha abituato a essere sì orgoglioso, ma anche a
accontentarti dei pochi frutti che la vita da “europeo inferiore” ti lascia, dovendo competere col patrimonio agricolo d’oltralpe, con il benessere teutonico e con gli usi e costumi dei pronipoti dei vichinghi, che erano improntati da decenni ad una sacrosanta ecologia urbana, ed erano quindi assai più progrediti. Ciò che ricordo di bello era quando mangiavo nella pietanziera di plastica certe pastasciutte, fusilli e orecchiette
per lo più conditi con semplicità ma ammolliti e insaporiti dal contenitore che oltre a un effetto quasi da sottovuoto conferiva ai sapori una magia speciale…sarà stata anche l’aria di mare ad aprire lo stomaco all’appetito, non so…fatto sta che i pranzi erano sempre abbondanti e succulenti! Chi se ne fregava se per pranzare, ci si recava in pinete dove tutti pisciavano e cagavano all’aria aperta (e dove tu pure non ti potevi attrezzare in diverso modo). Gli aghi di pino te li ritrovavi fino a casa, quando ti cadevano dalle ciabatte o dagli zoccoletti con cui bighellonavi. Mentre quand’ eri in spiaggia la sabbia avanzava tra le dita, scottandole ancor più, e quando si tornava a casa tutti volevano far la doccia per primi, proprio per togliersi via la polverina fastidiosa.
Smisi di amare il mare quel giorno in cui vissi un Ferragosto da incubo. Sole cuore e amore si diffondevano tutt’intorno come ogni giorno estivo, quando notai che alcune cose al
Bagno”California” non stavano andando come si deve. C’era sempre più gente brutta che arrivava, e i belli che se ne andavano, e a ogni nuovo arrivo di sfigati corrispondeva un tratto dell’esodo dei fighi. Tanto più il ritmo di questo scambio si faceva cadenzato, che l’eccezione seguì il passo a un secondo afflusso, il secondo al terzo finché proprio stava diventando un’insana norma, questa cosa. Non ci feci caso subito, perché non ero al mare per baccagliare le fie. (Mi avrebbero dato picche; e poi non ci sapevo fare). In questo scenario, però, qualche tipa carina era rimasta, e anche tra gli
uomini qualcuno ancora non era un fesso come questi che sopravvenivano. Però avete capito che anomala situazione… La signora Irma Pacolli, sessantenne di Urbino, era una pachiderma che si cibava solo di ipercalorico cibo spazzatura, e preferiva far scorpacciate di fagioli Spagna piuttosto che di
caramelle, quindi a ogni pausa merenda si caricava di energici legumi che le immagazzinavano una mole di energia ventriloqua, per così dire…Fatto sta che non poté più tenersi tutto dentro, ed esplose in un petone mega-galattico mostruoso, dal rumore assordante e baritono, che stravolse le capigliature di chi le stava intorno. E i timpani. E c’è chi credette fosse scoppiata una cioccolateria! Perché ciocche e
zazzere s’eran fatte marroni ma era di quanto aveva in pancia Irma che aveva fatto loro le brune striature! Io per fortuna non ero nella traiettoria ma quel che vidi mi fece tremare dallo sgomento! Le mutande della vecchia petona si erano squarciate per i venti anali e col buco creatosi si era aperto
il passaggio per le abbondanti fuoriuscite! E lei poveretta tutta costernata a chiedere scusa a tutti, pure a una famiglia di tedeschi che non capendo nulla si diceva che a blaterare fosse una pazza; e proprio questa sembrava di essere, quando aprì i due fori contemporaneamente, quello dietro per esplodere
e la bocca per fare un urlo scioccato con una grande O che fra poco le si vedeva la trachea! Visione shock. Fosse finito tutto qui. Erano venuti i due noti stilisti gay Banana e Salato, che
giocavano a far credere di essere una coppia, e nessuno ha mai capito se lo fossero o se era solo una mossa di marketing per scimmiottare i più noti Dolce Gabbana. Era davvero noioso starli a sentire e quando videro Irma dar di botto fecero un’espressione disgustata, tipo il loro simile Malgioglio quando faceva il giudice a “Tale e quale Show”. Una radio mandava pezzi a alto volume, e si sentivano i Righeira oppure Jovanotti, nonché tante hit del momento. Erano anni diversi.Ma io ero vicino allo scoppio del culo di quella grassona, e il solo suono che mi veniva in testa di ricordare era quello crepitante della mutandona strappatasi o del passaggio forzoso di tutta quella merda incontenibile sparsa sui bagnanti più sfortunati. Io ero davvero vicino a loro, e potevo essere anche io colpito. Vidi anche Jerry Calà, credo stesse piangendo… Ascoltai Banana e Salato parlare di atelier, e di moda e mi stava scendendo l’acido lattico alle ginocchia. Sarebbero poi diventati famosi per aver venduto migliaia di capi usa e getta prodotti in Mater-Bi !
Che, rotti, non si potevano rammendare, finivano nell’organico. Vidi due personaggi che non stavano affatto bene. Erano Giggi il Rasta e Tony Macumba, che a volte facevano il duo comico nel cabaret, se no i cantanti melodici, ognuno però con la sua carriera. Come comici non facevano ridere, e come
cantanti erano stonati! Proprio non rappresentavano l’Italia dell’eccellenza. Giggi fu sommerso dal moccio di un ragazzino cui il naso fece partire muco così tanto e verde da far sembrare Giggi Hulk!… (Partirono dalle sue orecchie anche tappi di cerume così grandi da parer nocciole, che si piantarono sui pali di alcuni ombrelloni. Chi li notò non capì mai di che si trattasse). Tony invece fu lordato da Pino Scotti, un tizio che vomitava assai sopra chiunque, e lo riempì di tutto ciò che aveva mangiato in formato frullato… Ma fu colpito anche dalla pipì di Tommasino, un bebé che soffriva di ritenzione idrica più minzione improvvisa: gli piovve addosso un rivolo giallo così insistente, che lo scambiarono per un muso giallo, a Tony! Ma dal fetente letame viene il buon concime, quindi qualcosa di buono ci fu: i due scrissero e cantarono insiemeun brano di discreto successo, tormentone dell’estate che tutti ascoltarono anche mentre sederon sul cesso:
“Te lo dicevo io”
(brano di Luigi Mangiasisania, Antonio Cordumpezzo)
“Te l’avevo dettooo!…
Che qui non era tutto perfettooo!
Quel pachiderma che si avvicina!
I conati dell’amico di prima!
Quel bambino che mi guarda strano,
e non mi è più lontano!
Senti, io me lo stavo aspettando
che succedeva prima o poi o quando!
Culo enorme che rintrona, bocca
scucita e un naso che cola!…
E’successo un bel problema
e ne avremo poi pure 1000!
(Mi si sciupan così le tonsille)
Te l’avevo dettooo!
Non ti fa bene cantare a squarciagola
con questa brezza che qui ci ingoia!
Ci si imbratta di giallo, verde e marrone
questo sì hai ragione è un problema
e sì, più importante delle tue tonsille!
Labbra rotte e coca-cola,
che succedeva prima o poi o quando!
Stomaco svuotato in mal modo,
narici piene di viscido liquido,
ci tirano tutto addosso, e quella
ha pure le chiappe più grandi
del mondo! E’successo un bel problema
e ne avremo poi più di 1000!
(nel retto, pensa ti han messo le biglie!)”
Dopo aver visto tutto questo (e dopo aver sentito quella canzone, che aveva la musica pari uguale a “Mille” di Fedez,Orietta Berti, e Achille Lauro) mi scuserete se son diventato omofobo,melofobo e “talassafugo”, cioè se evito per precauzione i gay, detesto categoricamente la musica e fuggo per partito preso il mare.

Spassosissimo ,ho riso ,
bravo Filippo
Grottesco, disgustoso ma divertente e pieno di fantasia. Complimenti.
Quando il grottesco si unisce al disgustoso, forse ciò che vien fuori è il Trash. Che dovrebbe risultare divertente.
Grazie per il commento.
Carinissimo questo testo, buon p.
Grazie. Gli ultimi sono più divertenti, perché sono ispirati dalla voglia di far ridere la gente che per la pandemia è dovuta rimanere a casa ad annoiarsi e preoccuparsi; anche se in realtà testi comici li facevo anche prima.
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