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Il sole era ormai calato da un pezzo, ma la luna, quella sera, sembrava non volersi far vedere. Coperta da una coltre di nuvole, se ne stava nascosta, sola e silenziosa, senza fare commento alcuno riguardo a ciò che stava accadendo un po’ più giù, sotto di lei.

Michael e Tony erano sudati fradici. Non avevano percorso molta strada, ma, sicuramente a causa della tensione, avevano già le ascelle pezzate e la fronte madida di minuscole goccioline perlate.

Michael era davanti, Tony, dietro. Le posizioni non erano state scelte appositamente così, ma una strana combinazione aveva fatto sì che Tony si ritrovasse dietro all’amico, come succedeva sempre anche nella vita.

Nonostante fossero amici da anni e anni, e si sarebbe quindi potuto immaginare che tra i due ci fosse un rapporto di assoluta parità, in realtà non era così. Per qualche motivo, Tony era sempre stato e, di conseguenza, si era sempre sentito, inferiore a Michael. E non si trattava solamente di una sua sensazione: tutti intorno a loro – amici, conoscenti o anche sconosciuti – percepivano Michael come più forte, più grande, più maturo. Se entravano insieme in un negozio, i commessi si rivolgevano a loro guardando Michael; se Tony raccontava qualcosa di Michael a sua madre, lei gli suggeriva sempre di prendere esempio da lui, come se vedesse Michael come una sorta di fratello maggiore per il figlio – anche se, volendo essere proprio precisi, Tony era più grande di Michael di circa cinque mesi.

Eppure, era così.

Tony non credeva che la gente lo facesse di proposito o per fargli dispetto; sembrava essere, più che altro, un riflesso spontaneo, immediato e inevitabile.

Da sempre, Tony si chiedeva cosa Michael avesse in più di lui. Non gli pareva che fosse particolarmente intelligente o bello, o comunque non più di quanto lo fosse lui stesso: l’amico aveva due basette scure indubbiamente troppo cresciute per i suoi quindici anni. Tony gli aveva suggerito più volte di rasarsele, perché lo facevano assomigliare terribilmente a un orso bruno, ma a Michael piacevano tanto. Forse voleva solamente fare invidia all’amico, che, invece, non aveva nemmeno un piccolo accenno di baffi o barba. Forse era proprio questo il motivo dell’apparente differenza che sembrava esserci tra Michael e Tony: così sbarbato, Tony dava l’impressione di essere il più piccolo e, di conseguenza, anche il più immaturo tra i due.

In ogni caso, in quel momento, camminando faticosamente nella notte calda, Tony era grato di non avere tanti peli addosso, altrimenti avrebbe sudato ancora di più di quanto non stesse già facendo.

«Michael, quanto manca?» chiese col respiro affannato.

L’amico non gli rispose subito, tanto che Tony fu tentato di ripetere la domanda.

«Non lo so con precisione… Non molto», disse alla fine.

Stavano camminando ormai da venti minuti e dei boschi ancora non si vedeva nemmeno l’ombra. Avevano cercato di evitare le strade principali del paese, sperando che il buio della notte li proteggesse, e fortunatamente non avevano incontrato nessuno. Ma Tony si chiedeva quanto ancora sarebbe potuta durare la loro fortuna. Sicuramente, non molto.

«Credo che sarebbe meglio accelerare il passo. Tu che ne dici?» chiese al compagno davanti a sé.

«Dico che a meno che tu non voglia raccattarmi morto di fatica da terra, non posso accelerare il passo», gli rispose quest’ultimo.

Tony serrò le labbra. In effetti, Michael, rispetto a lui, era anche più grasso. Non era ciccione, questo no, ma nemmeno magro come lo era Tony, il quale si era sentito dire milioni di volte e da milioni di persone diverse che, se avesse voluto, sarebbe potuto diventare un atleta, magari un corridore famoso, perché aveva un fisico snello e longilineo, e con un buon allenamento sarebbe potuto andare lontano. Ma a lui fare sport non era mai piaciuto. Preferiva starsene spaparanzato su un prato insieme a Michael, a fumare sigarette rollate e ad ascoltare la musica di David Bowie e dei Pink Floyd.

In ogni caso, bel fisico o meno, ora, dopo circa quaranta minuti di cammino, Tony si sentiva stanco. Probabilmente, in circostanze normali, camminare per quaranta minuti non sarebbe stato un problema per lui, e forse nemmeno per Michael. Ma così, in quella calda notte d’estate e trasportando quel pesante fardello, era difficile. Tony sistemò la sua presa sul sacco che stava trasportando insieme a Michael, che cominciava a scivolargli.

Fissò lo sguardo davanti a sé, sulla schiena di Michael, e pensò che, nonostante tutto, gli voleva un gran bene. D’altronde, se così non fosse stato, non si sarebbe trovato lì in quel momento. Tante volte Tony si era chiesto se quella fosse la cosa giusta da fare. E la risposta che si era dato era stata sempre la stessa: no.

No, non era la cosa giusta, né dal punto di vista legale né da quello morale, ma era l’unica opzione che aveva. Non avrebbe mai potuto abbandonare Michael da solo in quel casino, e se essere un vero amico significava compiere delle brutte azioni, qualche volta, allora era pronto a compierle.

Camminando dietro a Michael, Tony si sentiva fiero. Fiero, per non aver tradito il suo migliore amico. Quello che era capitato a Michael poteva capitare a chiunque… o no?

Il giorno prima, la sera del 17 luglio 1978,  Michael aveva ucciso sua sorella.

 

17 luglio 1978

Ore 20:34

Tony se ne stava tranquillo in camera sua a leggere un fumetto, quando sentì uno strano rumore. Abbassando il giornaletto da davanti agli occhi, si guardò intorno e dopo pochi secondi, lo sentì di nuovo.

Sassi contro il vetro.

Si alzò velocemente e si mise davanti alla piccola finestra. La aprì con uno scatto e si affacciò. Nel suo cuore, sperava che fosse Susan, la ragazza che abitava qualche casa più avanti, con cui Tony qualche volta era andato a passeggiare al parco. Gli sarebbe piaciuto passare la serata con lei, a chiacchierare e a scambiarsi qualche timido bacio.

Invece, in piedi sotto la sua finestra, c’era Michael.

«Scendi. Ho bisogno del tuo aiuto» gli disse.

Dopo aver indossato le scarpe un po’ logore, Tony scese a raggiungere l’amico, che nel frattempo si stava allontanando. Tony corse da lui e lo salutò.

«Che si dice? Che si fa?»

Michael, le mani in tasca e lo sguardo basso, continuò a camminare.

«Devi aiutarmi. Ho fatto una stronzata», disse in un sussurro.

«Che hai fatto?»

Michael non rispose e Tony non fece altre domande. Seguì l’amico in silenzio, finché i due non arrivarono davanti alla casa dove Michael viveva.

«Siamo arrivati» disse lui, percorrendo il vialetto d’ingresso ed entrando in casa.

Tony lo seguì timidamente, per poi fermarsi per un momento davanti all’uscio. Non era mai stato a casa di Michael, prima d’ora. Per Tony, era una sorta di posto mistico dove aveva sempre sperato di andare, un giorno, anche solo per dare un’occhiata, vedere com’era la camera dell’amico – se aveva dei fumetti, se il suo letto era comodo, se aveva davvero quelle riviste sconce di cui ogni tanto gli parlava –, ma che alla fine non aveva mai avuto occasione di visitare.

«Vuoi entrare o no?»

La voce dell’amico lo svegliò da una specie di trance. Con un piccolo sobbalzo, Tony annuì e seguì l’amico dentro casa.

 

Il corpo di Bénédicte giaceva a terra supino, sul pavimento della cucina. Un grossa macchia di sangue, ormai leggermente secco, era sparsa sotto il suo cranio e si allargava verso l’esterno. Gli occhi vacui della ragazzina erano spalancati.

Tony era paralizzato. Gli veniva da vomitare. Mettendosi una mano davanti alla bocca, respinse un grumo acido che gli stava risalendo dallo stomaco, e, dopo un tempo che gli parve infinito, si voltò verso Michael, che se ne stava in un angolo, con le braccia conserte. Batteva istericamente il piede sinistro sul pavimento, provocando un rumore che stava cominciando a irritare Tony e che presto l’avrebbe portato all’esaurimento.

«Michael…»

«È stato un errore. Non l’ho fatto a posta».

Tony si irrigidì.

«Non l’hai fatto a posta? C-cosa significa? Sei stato tu?»

Tony aveva le labbra secche come la terra di un campo che non vede la pioggia da molto tempo. Un inquietante formicolio cominciò a percorrergli tutto il corpo. Doveva sforzarsi di rimanere lucido.

«D’accordo, Michael… Ora tu mi racconti tutto. Dall’inizio alla fine».

Michael, per la prima volta da quando erano entrati in casa, affrontò il suo sguardo.

«Va bene».

 

Quella sera, Michael era rientrato tardi dal lavoro – sia lui che Tony lavoravano in un’officina in paese, dal vecchio Herbert, ma quel giorno Tony era di riposo.

Michael aveva finito tardi perché il vecchio Herbert gli aveva ordinato di sistemare una motocicletta che era arrivata quello stesso giorno e che il proprietario voleva pronta per il giorno dopo. Il vecchio Herbert non sapeva resistere al richiamo del denaro e quindi, pur di non perdere il cliente, aveva ordinato a Michael di rimboccarsi le maniche, e alla fine il ragazzo era tornato a casa alle otto passate.

Sulla strada del ritorno, Michael si era sentito molto stanco e affaticato, e la sensazione era aumentata ulteriormente al pensiero di dover preparare la cena non solo per sé, ma anche per sua sorella. I suoi genitori, infatti, non erano in casa; erano andati a far visita a una vecchia prozia malata e dato che si sarebbero trattenuti qualche giorno, Michael doveva badare alla sorellina Bénédicte, che aveva dodici anni e che lui chiamava sempre la rompicoglioni o la scassacazzi.

Quella sera Bénédicte, quando aveva visto entrare in casa il fratello, le si era buttata addosso in lacrime, urlando che non avrebbe dovuto tornare così tardi, che lei era rimasta sola e non aveva cenato e che stava morendo di fame. Michael l’aveva allontanata con un piccolo strattone e le aveva detto che non aveva avuto scelta, che il lavoro era lavoro.

Ma Bénédicte aveva continuato a piangere e urlare e lui le aveva mollato un ceffone sulla guancia, dicendole di stare buona, di non fare i capricci, di lasciarlo in pace perché era stanco.

Ma sembrava che lei non ne volesse sapere di calmarsi.

Allora, il gesto istintivo aveva preso possesso del corpo e della mente di Michael e, prima di potersi trattenere, il ragazzo aveva afferrato il primo oggetto che gli era capitato sottomano – una  caffettiera in acciaio, lasciata sul fornello quella mattina – e aveva cominciato a colpire ripetutamente la testa di Bénédicte, finché lei non era caduta a terra e il sangue aveva cominciato a sgorgare copioso.

Era stata la vista dello sguardo ormai vuoto della sorella a fargli rendere davvero conto di cosa avesse appena fatto. A quel punto, aveva mollato la caffettiera, che era caduta a terra, e che ancora giaceva inerme sul pavimento, e poi era uscito a chiamare Tony.

 

«Non sapevo cos’altro fare. Mi dispiace di averti coinvolto in questa faccenda» disse ora.

Tony aveva ascoltato la storia dando la schiena al corpo di Bénédicte, con tutte e due le mani appoggiate sulla superficie ruvida del tavolo di legno grezzo. Si sentiva tremare.

«Tony, devi aiutarmi. In qualche modo devo far sì che la faccenda non si sappia. Io… Non posso andare in galera». Era come se, pronunciando quelle parole, Michael si fosse davvero reso conto di quale avrebbe potuto essere il suo destino, d’ora in avanti. «I miei genitori hanno bisogno di me, dei soldi che guadagno. Ti prego, Tony. Aiutami».

Michael lo stava supplicando. E l’unica cosa a cui Tony riusciva a pensare era che avrebbe voluto scappare lontano, dimenticarsi del nome di Michael e di tutta quella faccenda.

È stato lui a ucciderla, non io. Io non c’entro nulla. Ora me ne vado. Che si arrangi.

«Ti aiuterò», disse invece.

Michael gli si avvicinò e lo fece voltare verso di lui. Gli appoggiò le mani sulle spalle e lo guardò fisso negli occhi lucidi.

«Tony, non lo dimenticherò mai».

Lo abbracciò e quando l’abbraccio si sciolse, gli diede un bacio sulle labbra. Tony restò di stucco. Se gli avesse tirato un pugno in faccia, si sarebbe sentito meno a disagio.

Dopo un leggero momento di imbarazzo, che Michael, invece, sembrava non provare, Tony si asciugò le mani sudaticce sui pantaloni e fece un respiro profondo.

«D’accordo, allora. Dobbiamo pensare a qualcosa».

«L’obiettivo è far sì che nessuno venga mai a sapere quello che è successo».

«Come farai coi tuoi genitori? Cosa gli dirai?»

«Dirò…» Michael rifletté per un attimo. Solo un breve attimo. «Dirò che sono rientrato a casa e Bénédicte non c’era. Dirò che l’ho cercata dappertutto, ma che non l’ho trovata. Ecco cosa dirò».

Tony rabbrividì pensando alla prontezza con cui l’amico aveva inventato una scusa abbastanza plausibile per riuscire a nascondere l’atrocità che aveva commesso. Più se ne stavano lì a discutere della faccenda, più si diceva di star facendo la più grossa stronzata della sua vita. Ma era più forte di lui. Non riusciva ad abbandonare Michael in quella situazione.

Amici, nel bene e nel male, così pensava.

Tony sospirò rassegnato. La prospettiva di quello che avrebbero dovuto fare gli faceva venire la nausea.

«Sai com’è, no? Niente cadavere, niente omicidio» disse, in un sussurro.

Il viso di Michael si illuminò macabramente.

«Cosa suggerisci di fare?»

Tony rifletté. Erano entrambi nella merda. E ovviamente, nessuno dei due era un esperto in occultamento di cadaveri. L’idea di bruciarlo, o farlo a pezzi, era impensabile. Non ne sarebbero stati in grado. O comunque, lui non ne sarebbe stato in grado, e tanto bastava.

Non rimaneva che seppellirlo. Ma avrebbero dovuto scegliere un luogo in cui nessuno sarebbe andato a curiosare.

I boschi. I boschi fuori paese.

 

18 luglio 1978

Ore 23.59

Tony sollevò lo sguardo, ansimando per la fatica. La luna continuava a non farsi vedere, protetta dalle nuvole fitte.

Tony tornò nuovamente a sistemare la presa sul sacco contenente il cadavere di Bénédicte, che continuava a scivolargli a causa del sudore che aveva sui palmi delle mani.

Fortunatamente, erano quasi arrivati. Forse, quell’incubo presto sarebbe finito.

Gli sembrava impossibile che tutto fosse cominciato solamente la sera prima. Se ripensava al rumore dei sassolini sul vetro della finestra di camera sua, gli sembrava lontanissimo. Come se fosse successo dieci anni prima. Invece, era passata solamente una giornata.

Giornata in cui il tempo era trascorso al rallentatore, in cui il suo unico pensiero fisso era stato il corpo della povera Bénédicte, che avevano sollevato da terra e infilato in un sacco nero della spazzatura. Avevano passato più di un’ora a pulire il pavimento, per essere sicuri di lavare via ogni traccia di sangue.

Per tutto il giorno, Tony non aveva mangiato nulla, finché, verso l’ora di cena, si era detto che avrebbe avuto bisogno di energia per quello che lo aspettava, e, con suo stupore, si era divorato con molto gusto una bistecca gigantesca con contorno di patatine arrosto.

Poi, era uscito di casa.

 

«Direi che qui può andare».

Tony si guardò intorno. Si erano inoltrati nei boschi abbastanza da non riuscire più a intravedere la strada principale o le case del paese. Avevano percorso svariati sentieri, tra gli alberi, gli arbusti e l’erba alta. E poi, finalmente, Michael si era fermato e si era voltato verso l’amico. Con un movimento della testa, gli aveva fatto cenno di uscire dal sentiero e spostarsi su una radura piana. Tony aveva annuito.

Si erano quindi spostati e avevano lasciato cadere il sacco nero a terra: Michael aveva semplicemente mollato la presa, e il suo lato del fagotto – quello dove si trovava la testa della povera Bénédicte – era rovinato a terra con un tonfo; Tony, invece, aveva adagiato il sacco a terra con cautela, quasi con dolcezza, non dimenticandosi del fatto che lì dentro si trovava una ragazzina. Senza vita, certo, ma pur sempre una ragazzina.

«Tieni».

Michael gli lanciò una delle due pale, per poi piantare la seconda nel terreno davanti a sé. Aveva insistito per portarle lui entrambe, e Tony aveva pensato che quella fosse un’ulteriore dimostrazione del fatto che Michael ci godeva nel mostrarsi più forte di lui. Anche se aveva significato dover portare più peso, durante una camminata di un’ora, con una temperatura di quasi trenta gradi, Michael aveva voluto primeggiare a tutti i costi.

Tony prese al volo la vanga e, dopo aver fatto un bel respiro profondo, iniziò a scavare.

È quasi finita. È quasi finita.

Tony cercava di farsi forza. Cercava di ripetersi che sarebbe andato tutto bene. Che nessuno li avrebbe mai scoperti e loro avrebbero potuto continuare con le loro vite, come sempre.

Il giorno dopo, Tony per colazione avrebbe chiesto le uova strapazzate con salsiccia, per recuperare quello che non aveva mangiato quel giorno. Poi, sarebbe andato da Susan e le avrebbe chiesto di uscire una volta per tutte. Magari l’avrebbe anche baciata. Anzi, sì, sicuramente l’avrebbe baciata. E magari lei presto avrebbe voluto fare l’amore, così finalmente anche lui avrebbe capito cosa si prova.

Si stava lasciando coccolare dal pensiero dei morbidi seni nudi di lei, quando si rese conto che i suoi piedi si trovavano almeno due metri più sotto rispetto al livello della radura. Non si era accorto di aver scavato tanto. Doveva essere passato almeno un quarto d’ora.

Sollevò lo sguardo e percepì le gocce di sudore colargli sulla fronte.

«Michael, secondo me così può andare. Tu che ne dici?»

L’amico non rispose.

«Michael?»

Tony si voltò verso di lui e vide che Michael era fermo immobile, con la pala in mano, eretto sopra la buca, e guardava davanti a sé, in direzione del sentiero che avevano percorso per arrivare fin lì. Sembrava profondamente interessato a qualcosa, ma quando Tony si voltò nella stessa direzione, non vide nulla a parte gli alberi e il buio.

«Michael, che stai facendo? Dobbiamo muoverci» gli disse preoccupato.

Michael voltò il viso verso di lui e, sempre senza dire una parola, lo fissò dritto negli occhi.

Per un attimo, Tony ebbe paura.

Michael non era nella buca con lui, era uscito, e in quella posizione – sopra di lui, a gambe larghe e con le braccia lungo i fianchi, la pala stretta avidamente nella mano destra – riusciva ad essere terrificante.

Ora mi seppellisce a me, pensò Tony.

In fondo, non era un pensiero del tutto sciocco

In fondo, perché Tony non avrebbe dovuto aver paura di Michael? Michael era un ragazzo che era stato in grado di uccidere la sorella a causa di uno scatto d’ira. Michael era qualcuno che sicuramente non sapeva controllarsi.

Michael era una persona di cui avere paura.

«Vieni, forza».

La voce di Michael interruppe i pensieri di Tony, che afferrò la mano che l’amico gli stava porgendo e col suo aiuto si issò fuori dalla buca. Si sentì leggermente imbarazzato per essersi lasciato prendere dal panico per così poco.

La realtà era che tutta la situazione gli metteva i brividi, e voleva andarsene al più presto. Quindi, diede una pacca sulla spalla del compagno e si diresse verso il sacco nero.

«Mettiamola dentro» disse.

Insieme, sollevarono il cadavere e lo gettarono nella fossa.

Il tonfo che udirono fu l’ultimo tassello che mancava per completare il puzzle dell’incubo in cui stavano vivendo. Quel tonfo aveva reso tutto concreto. Tutto reale.

Per qualche attimo, rimasero entrambi immobili a osservare la buca davanti a loro, e Tony si chiese, non per la prima volta, a cosa stesse pensando Michael. Per quanto l’idea gli facesse accapponare la pelle, avrebbe tanto voluto poter entrare nella testa dell’amico e capire.

Capire cosa provava.

Capire se sentiva rimorso.

Capire se gli dispiaceva, se si pentiva di quello che aveva fatto.

Capire se gli importava, se un po’ aveva paura.

Capire se provava quello che provava anche lui.

Ma forse, era meglio che tutte queste domande rimanessero senza risposta, perché Tony temeva profondamente che se la riposta in questione ci fosse stata, sarebbe stata no, e no, e no, e no.

E se davvero la risposta fosse stata no, allora avrebbe dovuto ammettere ad alta voce quello che stava cercando di ignorare da quando aveva visto Bénédicte riversa a terra sul pavimento della cucina; allora, avrebbe dovuto dare vita al pensiero che da ormai più di ventiquattr’ore gli pulsava nel cervello, nel cuore, nello stomaco, persino nelle caviglie.

E cioè che il suo amico era un mostro.

 

I due ragazzi iniziarono a ricoprire la buca con la terra, che cadeva pesantemente sopra il sacco contenente il corpo di Bénédicte.

Di tanto in tanto, Michael sollevava lo sguardo e lo puntava verso il sentiero, lo stesso che li avrebbe ricondotti verso il paese, e Tony pensò che questo suo gesto significasse che anche lui non vedeva l’ora di tornarsene a casa.

Mentre si affaticavano a riempire la buca, Michael, per la prima volta da un bel po’ di tempo, parlò, rivolgendosi all’amico.

«Tony, penso di non averti ancora ringraziato abbastanza per tutto questo. Sei un vero amico».

Tony lo guardò, sentendosi triste per quello in cui era stato coinvolto, ma allo stesso tempo fiero di essersi comportato da buon amico.

«Non ti preoccupare, Michael. Tu avresti fatto lo stesso per me…»

Michael continuò a guardare Tony con uno sguardo che si sarebbe potuto definire compassionevole.

«No, Tony, io non sono un amico bravo come te… Io…»

Tony, per la prima volta da molto tempo, o almeno così gli parve, sorrise.

«Mike, sta’ tranquillo, d’accordo? Siamo insieme. Tra poco sarà tutto finito» disse.

E poi, Tony si accorse che dagli occhi di Michael stavano cadendo delle lacrime, silenziose e candide, che lasciavano dei solchi chiari sul viso un po’ sporco del ragazzo.

«Mike, che succede? Perché piangi?»

«Mi dispiace Tony. Mi dispiace…»

Il primo pensiero che balenò nella mente di Tony lo fece sollevare a tre metri da terra. Michael stava soffrendo.

Michael era triste per la morte della sorella.

Michael non era un mostro.

Tony sorrise per la contentezza.

Ma poi, un grido gli gelò il sangue nelle vene e tutto cambiò.

«Mani in alto! Polizia! Che nessuno si muova!»

Tony si voltò. Dal sentiero dietro di lui sbucarono tre poliziotti in uniforme, con le pistole sollevate ad altezza uomo. Il ragazzo, istintivamente, alzò le mani aperte in aria, tremando.

No… No… Com’è possibile? Ci hanno visto entrare nel bosco? Hanno visto il sacco che portavamo con noi? No… Per favore, no…

Mentre nella testa di Tony rimbalzavano tante domande e tanti pensieri, uno dei poliziotti chiese: «Chi di voi è Tony Harris?»

Tony aprì la bocca. Un suono rauco gli uscì dalle labbra, un suono che somigliò vagamente a una frase di senso compiuto.

«S-sono io».

Gli altri due poliziotti gli afferrarono le braccia e gli ammanettarono i polsi dietro la schiena mentre quello che aveva domandato chi fosse Tony aveva ripreso a parlare.

«Tony Harris, sei in arresto per l’omicidio di Bénédicte Logan. Hai il diritto di rimanere in silenzio. Tutto ciò che dirai potrà essere usato contro di te. È tutto chiaro?»

Tony era paralizzato. Non riusciva a parlare, non riusciva a capire. L’unica cosa che istintivamente riuscì a fare fu voltarsi verso Michael e urlare.

«Michael! Michael, aiutami! Aiutami, ti prego!»

Ma il ragazzo non rispose, né lo guardò. I suoi occhi bagnati di lacrime erano fissi davanti a sé, vuoti e di ghiaccio. Il suo volto di pietra era completamente inespressivo.

«Mike…» disse ancora Tony, ma ormai la sua voce era solamente un suono debole e sibilante.

Il poliziotto che aveva parlato si avvicinò a Michael.

«Michael Logan?»

Michael annuì.

«Sei stato coraggioso, figliolo. Essere coinvolto in una faccenda simile e denunciare il tuo amico non deve essere stato facile, per te. Ma Michael, credimi quando ti dico che hai fatto la cosa giusta, avvisandoci».

Michael non rispose.

Il poliziotto guardò in basso, verso la buca mezzo piena di terra.

«È qui, giusto?» chiese.

Michael annuì.

«D’accordo. Ora ci pensiamo noi. Tua sorella avrà la giustizia che merita. Questo stronzo qui lo mandiamo a marcire in riformatorio».

Mentre stava ancora parlando, il poliziotto si avvicinò a Tony che, impietrito, aveva assistito alla scena.

«Hai capito, merdina? Pensavi di farla franca, eh? Uccidere una ragazzina e poi coinvolgere anche il tuo amico, nonché suo fratello. I miei complimenti».

L’uomo sputò per terra e parte della saliva finì sulle scarpe già sporche di Tony.

«Ma il tuo amico è stato coraggioso, e ci ha avvisato di quello in cui l’avevi trascinato, è venuto da noi oggi e ci ha detto dove avevi deciso di seppellirla e quando. E noi siamo venuti per darti quello che ti meriti, caro mio».

Poi, il poliziotto fece segno ai compagni di portare via Tony.

Mentre veniva trascinato verso il sentiero, il ragazzo, impotente, si voltò un’ultima volta verso Michael.

E Michael, stavolta, ricambiò lo sguardo.

Tony non disse niente. Non fece niente.

Michael, neppure.

I poliziotti lo portarono al limitare del bosco, dove avevano lasciato la volante, e lo infilarono a forza nell’auto, sul sedile posteriore.

Tony, ammanettato, inerme, e distrutto, appoggiò la testa al finestrino, mentre lacrime amare cominciavano a scorrergli sulle guance.

Ripensò a tutti i bei momenti trascorsi con Michael, i pomeriggi a oziare sotto il sole, a giocare a calcio, ad ascoltare buona musica e fumare buon tabacco.

Era stato tutto un’enorme menzogna.

Tony sollevò lo sguardo e, da dietro il vetro del finestrino, vide che la luna era finalmente spuntata dalla coltre di nuvole e ora splendeva enorme e piena nel cielo scuro.

Tony la maledisse, e chiuse gli occhi.

 

Il poliziotto stava stringendo la mano di Michael.

«Mi dispiace per la tua perdita, figliolo. Voglio rassicurarti che andrà tutto bene. Sei stato molto coraggioso. Venire da noi è stata la cosa giusta».

Michael continuò a rimanere in silenzio, e il poliziotto proseguì, accovacciandosi davanti a lui per riuscire a vederlo bene in viso. Gli appoggiò una mano sulla palla.

«Purtroppo, a volte quelli che crediamo essere i nostri più grandi amici si rivelano essere dei maledetti traditori».

Michael ricambiò la stretta e sorrise.

E poi, finalmente, parlò.

«Sì, agente. Dei maledetti traditori».

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Elena
About

Elena | 23 years old | Venice | Italian, English, Spanish | Translator to be (I hope)

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4 Comments

  1. Alcano
    Alcano

    Inquietante, bello il racconto e l’inquietante freddezza, ma anche l’intelligenza, del perfido Michael nell’incastrare l’ignaro amico. Bello lo svolgersi della trama e le deliziose digressioni sui caratteri tipici dei tuoi personaggi, ambientazione riuscita molto movie americano, notevole anche il tuo modo di scrivere, secco, quasi diretto. Veramente brava, Elena.