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Nella prima metà del XIII secolo la Chiesa divenne una delle autorità più potenti della penisola italica e riuscì ad assoggettare numerosi avversari. Strinse patti di alleanza con baroni, duchi e principi di Francia, Germania, Spagna, Portogallo e Inghilterra, divenendo il punto di riferimento dell’ intero continente europeo. Tutti coloro che abbassavano il capo dinnanzi alla figura papale erano considerati vassalli-fantoccio, ai quali era affidato il compito di controllare che la parola del Signore e le Sacre Scritture fossero diffuse e rispettate in tutte le città conosciute.

Coloro che si opposero, poiché videro nella Chiesa una figura autoritaria e assolutista, si ribellarono. Numerosi cittadini in Europa furono accusati di stregoneria e condannati al rogo. I più fortunati vennero esiliati nelle terre dell’ Asia minore o dell’ Africa settentrionale, considerati eretici. I vescovi imposero un controllo rigido delle reti commerciali e marittime, passando al setaccio tutto ciò che venne importato ed esportato per evitare che i Libri Neri, ovvero tutti gli scritti che andavano contro i precetti della religione cristiana, potessero diffondersi nel continente.

Questa forte oppressione colpì principalmente le donne. Povere contadine costrette a vivere in capanne di legno con il tetto di paglia e un raccolto che, spesso, veniva distrutto dalle intemperie o dagli animali selvaggi che bazzicavano nei boschi vicini. Le zone di periferia erano il luogo in cui le alte cariche del papato inviavano i loro soldati, fieri uomini che portavano lo stemma della Croce Papale sull’ armatura. Mariti, figli e parenti che provarono a opporsi alla decisione della Chiesa venivano trafitti sul momento dalle lame dei soldati o accusati di complicità eretica.

Ho sempre avuto il pensiero che le accuse di stregoneria derivassero da deliri dovuti alla fame e gli strani odori che impregnavano le loro povere case non fossero dovuti a strani elementi donati dal Demonio ma da condizioni di pulizia alquanto discutibili. Tuttavia non scrivo queste parole per raccontare gli avvenimenti che coinvolsero la Chiesa, bensì per narrare la mia storia. Cercherò di essere quanto più preciso possibile riportando tutto ciò che ho visto e annotato sul mio diario di viaggio.

Il mio nome è Aurelio Canorsi, mio padre era un mercante di stoffe e abiti che gestiva un modesto mercato sulla Via Salaria, con collegamenti fino in Francia e Spagna. Durante la sua vita da commerciante fu affiancato da mia madre la cui mansione principale era la tintura degli abiti. La sua manodopera era richiesta principalmente da ecclesiastici e persone dell’ alta borghesia. Fu tramite uno dei suoi clienti, il cardinale Merini, che riuscì ad entrare nella scuola della Cerchia papale.

Merini si occupava direttamente della soppressione eretica in diverse zone d’ Europa e per merito suo venni accolto in un monastero sulla Via Appia, non lontano da Roma. Non era possibile giungervi seguendo un sentiero visibile all’ occhio, poiché l’ edificio fu costruito su una collina immersa nel verde più lussureggiante dove la vita mondana era completamente estranea. Fui coinvolto dagli studi dei monaci e con loro iniziai a parlare di teologia. Sviluppai una particolare dote per il tiro con l’ arco, la caccia nelle zone boschive e, in segreto, mi interessati alle opere di autori stranieri, spesso definiti eretici. Scoprii alcuni di questi libri nella biblioteca del monastero e non riuscivo a spiegarmi come potessero sfuggire al controllo della Chiesa. Probabilmente tutti erano a conoscenza di quei libri custoditi in alti e polverosi scaffali che giacevano tra fredde e umide mura in pietra. Noi, in quanto semplici monaci, avevamo la possibilità di prendere in prestito specifici libri per la lettura, mentre altri erano incatenati agli scrittoi con il divieto assoluto di far vedere la luce del sole a quelle pagine ormai ingiallite dal tempo.

Le stanze del monastero furono tra le più ricche e vistose che abbia mai visto in vita mia. Alte porte in legno di quercia lavorato permettevano l’ ingresso in sale dal soffitto alto quattro metri. La sala principale, chiamata anche Aula Magna, era di forma rettangolare, con pavimenti in legno e muri dipinti di bianco. Lo spazio centrale era occupato da un tavolo con venti sedie, una per ciascuno di noi monaci, unici abitanti di quel luogo sepolto tra i boschi e le pianure. Le tende erano tinte di color porpora, ricamate ai bordi da decorazioni color oro. Queste erano poste su cinque finestre che permettevano alla luce di entrare dalla parte anteriore della sala. Gli scaffali, che si elevavano fino al soffitto, contenevano libri sulla storia della religione e della letteratura cristiana. Ho sempre pensato che i libri poggiati sugli scaffali fossero persone addormentate, ognuno con la propria storia, che attendevano solo di essere letti. Un camino posizionato accanto la porta in quercia ci riscaldava durante i momenti di preghiera o lettura.

Un giorno, disquisendo con gli altri monaci di antichi testi in latino e greco, Merini entrò nella stanza pronunciando il mio nome. Io e gli altri monaci fummo colti da uno spavento improvviso non per la presenza di Merini, ma perché nessuno era mai stato chiamato singolarmente nel suo studio. Guardai i miei compagni esprimendo allo stesso tempo stupore e paura. Mi incamminai lentamente. Pensando che gli argomenti del giorno fossero le opere di Origene, Aristotele, Democrito, Luciano, Lattanzio e Sant’ Agostino, la chiamata di Merini ci sorprese tutti.

Percorsi il corridoio immerso tra numerosi pensieri, riflettendo se, nei giorni passati, dalla mia bocca fossero uscite parole che avrebbero potuto offendere il cardinale, ma la mia introspezione non portò ad alcun risultato. Non capivo il motivo di quella chiamata e già immaginavo quale causa assurda mi conduceva nello studio della persona di maggiore prestigio dell’ intero monastero. Mi trovai davanti alla porta del cardinale e bussai.

“Avanti” – disse la voce del Cardinale dall’ altra parte.

“E’ permesso, cardinale?” – Chiesi con gentilezza.

“Entra pure, Aurelio” – Rispose lui.

Feci il segno della croce. A nessuno fu mai permesso l’ accesso allo studio di Merini e noi seguimmo sempre questo consiglio. La camera era accogliente con due sedie davanti il tavolo sui cui Merini poggiava libri, scritti personali e note di persone influenti provenienti da tutta Europa con le quali manteneva rapporti di amicizia. Notai che alcuni fogli erano coperti con un velo di polvere che ne indicava l’ abbandono sulla scrivania da tempo.

La sua biblioteca personale era composta da libri di autori che non avevo mai sentito nominare e il cui nome adesso mi sfugge, essendo nomi completamente diversi da quelli che ho studiato. Un crocifisso con l’ immagine di Cristo troneggiava appeso al muro sopra la sua testa e un vaso con due margherite, probabilmente raccolte nel cortile del monastero, sembravano indicare un contrasto tra la natura aperta e libera e il continuo bisogno di sapienza di cui il cardinale si era sempre arricchito nella sua stanza.

“Immagino tu non sappia perché ti abbia chiamato.” Disse Merini con tono cupo.

Rimasi silenzioso, aspettando altre sue parole. Merini si alzò dalla sedia. Era vestito con una tunica nera e una corda che fungeva da cintura alla quale era appeso un rosario. Era un uomo anziano e anche se non chiesi mai la sua età, penso che una sessantina di inverni li abbia passati. I suoi movimenti erano lenti ma decisi. Si avvicinò porgendomi una lettera sigillata con uno stampo di cera rossa. La aprì, lessi il contenuto e ancora ricordo quelle esatte parole che riporto qui di seguito:

Sua Eccellenza, Cardinale Graziano Merini,

Scrive la mano di Paolo Farini, inviato da sua Santità in Terra, Papa Giovanni XXII, a combattere il diffondersi della pratica eretica e anticristiana, conosciuta come stregoneria, nelle terre a nord della Germania. Da quando giungemmo qui abbiamo riscontrato una lodevole diffusione del Verbo di Cristo, finché, da alcuni mesi a questa parte, numerosi dei nostri monaci nonché cacciatori sono stati ritrovati cadaveri nelle foreste. Pensiamo che il male sia dovuto ad una delle ultime sopravvissute che ancora praticano l’ arte demoniaca nei boschi. Il nostro monastero si trova in Baviera, a Ratisbona. Stiamo conducendo le prime indagini che, a detta di alcuni monaci, porterebbero fino alle terre estreme e gelide del nord Europa. In nome di sua Santità chiediamo il vostro provvidenziale aiuto per scacciare questo male.”

Il primo pensiero fu che il nome e l’ autorità di Merini come soppressore delle pratiche eretiche erano talmente diffusi che ricevere una lettera da terre così lontane mi lasciò sbalordito. Merini volle riconsegnata la lettera. Io non sapevo cosa dire e aspettavo che fosse lui a parlare.

“La situazione è grave, non possiamo permettere che un’ eretica ostacoli il nostro cammino” – disse il cardinale mentre osservava il cortile fuori dalla finestra.

“Sei stato uno dei migliori allievi che siano entrati in questo monastero e il tuo tempo qui è finito. Ti chiamano in Baviera per adempiere al tuo primo incarico da .”

“Cacciatore? Mi perdoni ma non capisco” Gli risposi.

Tutto mi pioveva addosso come un macigno in caduta libera e Merini, notando il mio stupore, tentò di calmare il mio animo agitato.

“Aurelio, ti ho osservato da quando sei entrato nel monastero e sono rimasto colpito dalla tua capacità con l’ arco e abilità nella caccia. Oltre ad aver sviluppato la passione per gli antichi testi, hai anche creato un legame con la natura che nessuno di noi aveva visto prima. Cercavamo qualcuno che sviluppasse questa dote per essere impiegato nella nostra giusta causa di purificazione delle terre in nome di Dio e tu sei stato scelto per questo compito.”

Infatti, negli anni trascorsi in monastero, il mio tempo era suddiviso tra studio, preghiera e caccia. In particolar modo quest’ ultima divenne una vera passione e non uno svago come la consideravano gli altri monaci. Tutto iniziò poche settimane dopo che arrivai qui. A tutti era concesso di scegliere un’ attività per rilassare la mente dopo ore di studio continuo. Alcuni scelsero l’ oratoria, migliorando la loro dialettica e l’ abilità di convincere o confondere chi avessero davanti. Altri scelsero la pittura, decorando il nostro monastero con mosaici e quadri di immagini divine di ogni tipo come Madonne con il Bambino, Santi, Profeti e l’ immancabile Natività.

Io fui l’ unico a scegliere la caccia e inizialmente non fui visto di buon occhio dagli altri monaci perché la caccia non viene considerata una pratica spirituale alla pari del predicatore. Tuttavia il mio animo voleva provare nuove emozioni. Passare gli anni a cercare di convincere altre persone o rimanere chiuso nel mio studio a dipingere mentre fuori c’è il sole non erano proprio idee allettanti.

Iniziai il mio addestramento e venni affiancato da Ilario, cuoco del monastero che procurava le carni nei boschi vicini. Anche lui non venne visto di buon occhio essendo cresciuto come cacciatore ma gli uomini non possono vivere solo di bacche o verdura. Mi spiegò come tendere l’ arco e incoccare la freccia, prestando attenzione al movimento del vento e all’ ambiente circostante. Le zone limitrofe erano ricche di selvaggina e un solo cacciatore non sarebbe mai bastato a decimarne la fauna.

Ilario fu un ottimo insegnante. Ricordo che non era sempre clemente quando sbagliavo ma sapeva riconoscere i miei sforzi. Mi allenai anche al lancio del coltello e impiegai mesi per imparare a colpire bersagli distanti con precisione notevole.

Un giorno, durante una battuta di caccia, mi lanciò una sfida.

“Hai seguito bene i miei insegnamenti, Aurelio, ma andare a caccia insieme sta diventando noioso. Domani mattina vediamoci davanti il portone del monastero.” E dette queste parole tornò in cucina a spellare animali per la cena. Non ne compresi il significato ma passai una lunga giornata nel bosco e mi addormentai appena poggiai la testa sul cuscino, senza riflettere ulteriormente su quelle parole.

Il sole era alto e il gallo aveva già cantato due volte. Mi ricordai delle parole di Ilario e corsi nel luogo stabilito, scendendo le scale e facendo quasi cadere un monaco che portava una decina di libri tra le mani.

Il mio mentore era già sul luogo e mi aspettava silenzioso e con le braccia incrociate. La barba marrone e il suo arco ne davano un aspetto barbaro, come se provenisse dalle terre confinanti a nord-est dell’ Europa.

“Oggi faremo un addestramento diverso, Aurelio. Tu vai a nord, io andrò a sud. Chi porterà la preda più grossa sarà il vincitore.”

Non potei neanche rispondere e se ne andò di fretta, diretto a sud come aveva detto. Era una sfida? Il mio maestro voleva mettere alla prova le mie abilità, non c’era dubbio, quindi mi diressi a nord. Davanti a me si presentarono animali di ogni genere tra uccelli, lepri, scoiattoli e volpi, ma nessuno riusciva a compensare il termine di ‘’preda grossa’’ come detto da Ilario.

Il tramonto era ormai prossimo e le gocce di pioggia iniziarono a cadere sempre più insistentemente. Gli stivali iniziarono ad affondare nel fango e non avevo ancora trovato nessun animale che potesse competere con la preda che avrebbe trovato Ilario. Iniziai a pensare che lui fosse già tornato in cucina con qualche bestia dalle dimensioni colossali e con la quale non avrei sicuramente potuto competere con semplici cardellini o conigli che si infilavano in buchi larghi pochi centimetri nel terreno. Mi sedetti su un tronco ricoperto di muschio e la pioggia continuava a cadermi in testa. Emisi un profondo sospiro, convinto che la vittoria sarebbe stata sua. D’ un tratto i miei occhi notarono un movimento tra i cespugli e pensai che fosse la solita volpe che inseguiva la lepre. Ma aguzzando la vista notai un paio di zanne. Sembrava che fosse dovuto a qualche ombra degli alberi ma volli accertarmi di non aver preso un abbaglio. Spostai lentamente i cespugli e dall’ altra parte vidi un cinghiale robustissimo che si dirigeva nella parte più profonda del bosco. Ancora non aveva notato la mia presenza, quindi ne approfittai per incoccare la freccia nell’ arco. Ero sul punto di scoccare il dardo ma un fulmine improvviso lo spaventò, facendolo scappare. Per la prima volta nella mia vita lanciai il mio arco a terra dalla rabbia e le gocce di pioggia si confusero con le lacrime che colavano dal mio volto afflitto. Sarebbe stata una preda sensazionale e avrei lasciato tutti a bocca aperta, ma probabilmente non era destino. Raccolsi il mio arco e lo pulii dalla fanghiglia su cui galleggiavano foglie secche. Ormai ero rassegnato. Volevo tornare a casa e chiudermi in camera, morendo di fame per la vergogna e senza mostrare il mio volto ad anima viva.

Mentre tornavo indietro la pioggia cadde sempre più lentamente fino a smettere del tutto, il cielo si fece terso e il silenzio tornò ad essere padrone del bosco. In lontananza udii quelli che sembravano i versi di un cinghiale e mi diressi a est, da dove sembrava provenire il suono. Forse c’era ancora speranza di poterlo catturare? Una fiamma si accese in me. Dopo alcuni passi notai delle macchie di sangue sull’ erba e questo dettaglio mi incuriosì. Toccai il liquido rosso con le dita ed era ancora caldo e pensai che qualcuno stesse cacciando assieme a me. Seguì la scia e arrivai al cadavere del cinghiale che era scappato poco prima. Questo riportava enormi buchi in testa. Alla vista dell’ animale mi spaventai poiché serviva una forza enorme per abbattere un animale del genere. Non avrei potuto portare il cinghiale al monastero viste le ferite sicuramente non provocate da frecce e Ilario non avrebbe considerata valida la sfida. Voltandomi, vidi un enorme cervo dalle corna ancora insanguinate dirigersi nella mia direzione e mi nascosi nell’ erba alta. Quell’ animale era ancora più grosso e robusto del cinghiale. Vidi le corna marroni tinte di sangue scarlatto e ne dedussi che era sicuramente lui ad aver abbattuto il cinghiale.

Questa volta colsi l’ occasione. Volevo essere sicuro di abbattere il bersaglio. Incoccai la freccia e mirai accuratamente alla testa, lanciando il dardo e colpendo il cervo in un occhio. L’ animale si agitò convulsamente ma la freccia era penetrata nel cranio per più della metà della sua lunghezza e aspettai che cadesse a terra, privo di vita. Mi avvicinai lentamente. L’animale era immobile. Tremavo. Mi cadde l’ arco dalle mani per l’ emozione. Legai le sue zampe e lo trascinai fino al monastero, lasciando la carcassa del cinghiale agli animali del bosco.

Era ormai notte e il sole era tramontato da ore. L’ animale era molto pesante e impiegai numerosi sforzi a trascinarlo con le corde fino al punto di ritrovo. Ilario mi aspettava all’ ingresso.

“Aurelio! Dove sei stato?” Domandò sorpreso.

“Sono andato a caccia” – risposi ironicamente.

Vedendo quella grossa bestia mi aiutò a portarla fin dentro la cucina e raccontai cosa accadde.

“Alla fine hai superato la prova, non ho più nulla da insegnarti. Adesso sei ufficialmente un cacciatore. Informerò Merini della situazione, ora vai a riposare.”

Ringraziai Ilario e tornai soddisfatto in camera. Questo accadde quattro giorni prima della chiamata di Merini nel suo studio.

Tornando al discorso della lettera, Merini mostrava una grande fiducia nei miei confronti e non volevo deluderlo. Avevo dato prova di essere un ottimo cacciatore nelle zone naturali e pare che le eretiche prediligano questi luoghi come nascondigli. Mi alzai e baciando l’ anello con lo stemma papale sull’ anulare destro di Merini affermai: “Se questo è il volere del Signore, non posso oppormi.” Lui mi guardò soddisfatto.

“Il Signore ti accompagnerà nel tuo percorso. Stasera faremo una festa in tuo onore e la partenza sarà domattina.” Concluse il cardinale.

Il mio primo incarico da cacciatore. Finalmente era giunto il momento che aspettavo. Tornai in camera e non impiegai molto a preparare la borsa per il viaggio. Ero emozionato ma anche impaurito. Cosa mi aspettava in quelle terre straniere? Solo il tempo avrebbe dato una risposta.

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Inquisitore

Tu che ascolti non aver paura di sbagliare, L' inferno è smettere di camminare. Dai il cuore al tempo, lui lo pulirà dal male. Sai quando muori? Quando smetti di sognare.

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8 Comments

  1. FilippoArmaioli
    FilippoArmaioli

    Io ho capito che il monaco va a cacciare l’eretica perché quella è l’emergenza. Lo farà alla lettera, come se lei fosse un animale? La digressione finale sulla scena di caccia fa pensare uno scenario simile. O ho capito poco?
    Scritto bene, cornice storica ben documentata, elegante l’inserto della lettera.

  2. Alcano
    Alcano

    Direi che, per quanto riguarda la lunghezza su Owntale, così è perfetto. In senso lato, intendo, mi ha dato un’impressione troppo descrittiva, specie la prima parte in cui descrivi il tempo storico. Forse sarebbe stato meglio farlo intuire al lettore creando dialoghi…è tanto “libro di storia”. E non mi riferisco all’abusato quanto inutile “show don’t tell” che, specie per i romanzi è solo fuffa. Hai uno stile estremamente piacevole, davvero, devi solo raffinarlo.

      1. Alcano
        Alcano

        Qualche dialogo in più non guasta mai. Pensa che qualche anno fa, in una sorta di sfida con un amico ho scritto un intero racconto usando solo dialoghi, e non è venuto male. Ma il problema non è questo, tra lo scrivere un racconto breve e un romanzo passano molte differenza come stile di scrittura. Uno deve essere incisivo e deve caratterizzare poco l’altro invece si può permettere di dilungarsi di più e di definire molto meglio sia i personaggi che i loro stati d’animo. Dipende tu cosa vuoi fare. Ho trovato il tuo bel racconto un’ottima base per un romanzo.

  3. Alcano
    Alcano

    Interessante che il tuo protagonista venga inviato come combattente nel pieno delle Crociate del Nord, un interessante episodio storico che pochi conoscono. Il tuo stile mi piace, anche se in questo racconto, complice l’indubbia aspirazione a immergere il lettore in quel mondo, hai condensato troppo in troppo poco spazio. Indubbiamente si tratta di un romanzo ben più lungo.