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Oggi mi sento normale. La sveglia tace sul comodino della classe lavoratrice, quella che produce ricchezza, che fatica, che tira avanti indefessa. Si, perché il mondo si sveglia con calma oggi, beatamente si trastulla sotto le lenzuola e si gode il cazzeggio senza alcun senso di colpa.

Sento grida affannate, gemiti convulsi privi di alcun pudore. La penombra è la stessa che avvolge la mia stanza ma l’aria è consumata diversamente. È come se lo stessero facendo accanto a me, sul mio letto. Non fatico a riprodurre con l’immaginazione ogni dettaglio di quel feroce amplesso. 

Nel regno dell’eros irrompe il suono delle campane che esplodono come fuochi d’artificio.                      Oggi si santificano le feste, si onorano il padre, la madre ed il Signore del Creato. In tanti andranno in Chiesa. Tra questi ci sarà certamente Gianni, adolescente conteso dalle forze del bene e del male. La funzione delle nove è un’idea improponibile e richiederebbe una fede reale. Quella delle undici però ha un buon motivo per non perdersela. Lei sarà in seconda fila, come sempre, insieme alla madre, al padre e al fratello più piccolo. Occhi vispi e attenti i suoi, intriganti come solo gli occhi di una tredicenne sanno essere. Misteriosa come il motivo che la rende cosi bella, sarà lì, ignara d’essere divorata da due occhi carnivori. Gianni avrà pensieri impropri per quel luogo e ne proverà imbarazzo. Al cospetto del Signore cedere alla tentazione, seppure con la mente soltanto, equivale a presentarsi in mutande all’orale degli esami di stato. 

Assisterà alla messa e prenderà l’eucaristia, ma commetterà peccato chiuso a chiave dentro al bagno, poco prima di pranzo, mentre le voci di mamma e papà disturbano le sue fantasie.

Oggi mi sento uguale agli altri, finalmente. Le piazze sono gremite di nullafacenti, esperti di ogni cosa, burberi, pazzi e giullari di paese. Ma soprattutto tanti, tanti, allenatori di serie A. Che bello sentirmi uno di loro. Posso scendere in strada e confondermi tra quei figuranti, sembrare un semplice passante, darmi l’aria di chi di domenica, finalmente, si gode il meritato riposo. Sul bancone del bar di sotto si azzuffano squadroni organizzati di flûte colmi di prosecco e bianche tazze da cappuccino. 

Ciclisti panzuti e attempati con mille euro di abbigliamento professionale addosso trangugiano vino frizzante, arachidi e stuzzichini vari. I pochi giovani rimasti in paese ripescano nel caffellatte il cervello preso a calci la sera prima in una discoteca poco lontano. E io tra loro passerò inosservato. Ordinerò un caffè corretto con sambuca, per non fare torto a nessuno. 

Oggi si mangia tutti insieme. È la tradizione, la cerimonia della tavolata di famiglia. Vedo già un imbecille di nome Augusto, il mio padrone di casa, ingozzarsi di lasagna a pranzo da sua madre. La signora Rita, sua moglie, non ce la fa più. Le battutine sugli omosessuali e le allusioni plateali alle abilità amatorie di Rita non la divertono più come un tempo. Agli inviti domenicali cerca sempre più spesso una scusa per non andare. Una volta è malato il primo figlio, una volta il secondo, a volte lei stessa poi di nuovo il primo figlio e così via. Ovviamente entrambi i figli, per quanto la sfiga abbia riservato loro due genitori patetici, godono di ottima salute. Anche sul disagio di Rita ci sono teorie di palazzo. La più gettonata, forse per il naturale solletico che provoca nella fantasia delle masse meno inclini al buon gusto, riguarda la presunta relazione clandestina tra Rita ed il cognato, di cui nessuno conosce il nome, ma che tutti ritengono essere un gran “consumatore di sesso a pagamento”. Ma è domenica e mentre Augusto affoga i suoi sospetti nel vino, io penso a quanto sia bella la leggerezza che si respira, l’euforia di questa vacanza collettiva. 

Stridono le gomme delle auto sulle strade di Montecarlo. Il Gran Premio è iniziato, tutti incollati al televisore. I cilindri urlano la loro sofferenza, la competizione richiede sforzo e la velocità contagia le strade vuote del paese. Tutto è fermo all’ora di pranzo, tranne le donne in cucina, le auto in corsa sullo schermo e i miei troppi pensieri, che sfrecciano più veloci della Formula Uno. Non hanno curve da evitare, davanti a loro soltanto un lucido e rovente rettilineo d’inquietudine che li condurrà a un traguardo ignoto. A breve la bandiera a scacchi volteggerà nell’aria ed avremo un campione. Io sarò all’arrivo ad attenderlo, pronto ad incoronarlo Re del popolo.

D’inverno il sole ha fretta, ancora poche ore di luce, poi si accenderanno i lampioni ed inizierà il secondo tempo di questa strana festa.

Oggi qualcuno ritroverà il desiderio di sfogliare un libro. S’era ripromesso di restituirlo all’amico entro il mese, ma è successo l’anno scorso. 

C’è qualcuno che proprio non riesce a godersela questa domenica. Franco ha portato moglie e figli, due piccoli, a pranzo fuori. Trattoria economica in collina. Il suo è l’unico stipendio che rientra in casa. Operaio tessile. Sua moglie, una tondeggiante moretta d’origine calabrese, cerca di tranquillizzarlo dicendogli di non prendere sempre tutto di petto. Se l’azienda ha deciso di razionalizzare i costi per essere più competitiva, dice lei, non necessariamente manderà a casa chi ha lavorato seriamente per vent’anni, negando stipendio e speranze. Lui non è del tutto convinto. L’arrosto è buono ma non cancella quel sapore amaro che ha in bocca. La dolce e premurosa mogliettina avrà maledettamente torto. Franco entrerà in cassa integrazione entro il mese e le sue future domeniche le passerà in casa a litigare senza motivo, a rifare morbosamente i conti delle bollette e a bestemmiare. Dio, che comprende perfettamente la situazione, non se la prenderà più di tanto. 

Purtroppo c’è anche chi oggi di riposare non vuol saperne. I ladri. Per loro ci vorrebbe un sindacato che lotti per il giorno di riposo obbligatorio. La scorsa settimana, proprio di domenica, dei ladri sono entrati in casa di uno che conosco. Di lui so quel tanto che basta per dispiacermi sinceramente. È un tizio sulla settantina tornato dal Belgio dopo tantissimi anni di lavoro in miniera, senza moglie e senza figli appresso. 

Si dice che la moglie l’abbia lasciato tantissimi anni fa, con i figli ancora piccoli, per un francese con un buon impiego pubblico ed una casa in montagna. “In montagna i bambini giocano all’aria aperta, crescono felici e sani” gli disse la moglie per convincerlo a firmare le carte del divorzio. Del resto i bambini s’abituarono presto a chiamare papà l’altro, quello con la giacca e la cravatta che li portava al mare su una grande macchina tedesca. Insomma, il tizio ha ben poco, una pensione da fame, il corpo distrutto dal più duro dei mestieri ed una malinconia cronica che lo assale non appena svanisce il torpore di un’intera bottiglia di grappa. Sono entrati in casa sua, un pomeriggio mentre era sbronzo sul divano. Gli hanno rubato i pochi soldi della pensione, il televisore che valeva poco o niente, il cellulare, un vecchio orologio d’oro avuto dal padre e le sigarette. Si, perfino le sigarette. Immagino la rabbia di svegliarsi storditi e derubati e non avere nemmeno da fumare!

È quasi sera e si scaldano gli avanzi del pranzo per una cena senza pretese. Si insiste per trattenere figli e nipoti a cena. L’aria della sera, di domenica, sembra più carica d’ossigeno, più frizzante, entra nei polmoni compiaciuta, sicura d’esserti stata gradita. 

Qualcuno cerca parcheggio sotto casa. È una famiglia di rientro da una giornata in montagna. Passeggiare nei boschi fa bene. I ragazzi si sono addormentati sul sedile di dietro. Ci siamo, la domenica ci regala gli ultimi istanti di spensierata esistenza. Il programma in prima serata è finito. Spengo la televisione mentre un gruppo di amici accavalla commenti e impressioni uscendo dal cinema.

La grande giostra si spegne, una luna nuova augura a tutti la buona notte. Anch’io auguro a tutti la buona notte, anche se i pensieri mi prudono e so già che non mi lasceranno dormire in pace. Spengo la luce ma rimango ad occhi aperti guardando fisso nel buio. Un motorino sfreccia sul viale illuminato, mi domando dove andrà a quest’ora, da dove farà ritorno. Con lui se ne va un’altra domenica, sfuma lenta insieme al rumore di quella marmitta già lontana. Non serve programmare la sveglia, per la classe lavoratrice la sveglia è programmata. Io assisto al rito del risveglio con rispetto, come si assiste ad una sinfonia. Sto dalla mia parte in silenzio, senza disturbare. 

I netturbini all’alba gettano i sacchi d’immondizia dentro bocche di metallo a cui s’aggrappano in volo, mentre la nebbia indietreggia con riverenza al cospetto del sole che avanza. Gli autobus s’affollano, l’autista è già al terzo caffè e nessuno ha fatto caso alle scarpe nuove della segretaria dell’avvocato. Eppure è cosi contenta di come le stanno. 

Si alzano le serrande dei negozi, si sfogliano le prime pagine dei quotidiani, si offrono i primi caffè e si spengono le prime sigarette. C’è ancora tempo per entrare in ufficio. Il vigile urbano controlla la penna, scarabocchia una firma, gli piacerebbe fare qualche multa oggi, così, per combattere la noia. Davanti al Liceo Classico c’è chi copia una versione di latino, chi si bacia con sfacciata passione, chi vorrebbe tanto fare entrambe le cose. Suona la campana. Si entra. Godetevela ragazzi, godetevela adesso! Penso io con un pizzico di nostalgia. 

Io sono qui, seduto sulla poltrona. La mia sveglia non ha suonato ma, come ogni giorno, sono quelle degli altri a svegliarmi. Prendo il caffè, così mi sento ancora parte di un grande rito collettivo. Poi torno alla mia solita poltrona e ricomincio a sentirmi un po’ meno uguale agli altri. Si, perché a chi come me è disoccupato da tempo, non uscire la mattina insieme a tutti gli altri fa uno strano effetto, raramente piacevole. Che strano paradosso, chi deve uscire vorrebbe non doverlo fare e rimanere al calduccio sotto il piumone, chi non ha un orario da rispettare finisce per non avere più sonno, divorato dall’ansia e col tempo l’ansia si trasforma in rabbia. Spero che un giorno qualcuno si accorga che, sebbene sia stato ufficialmente chiuso, le autorità hanno dimenticato di avvisare i disoccupati, che sono rimasti imprigionati dentro al Purgatorio.

Mentre osservo dalla finestra il mondo che si rimette in moto, i bambini che entrano a scuola e baciano la mamma o il papà, mentre immagino che sensazione si provi ad aprire l’agenda degli appuntamenti del giorno, a salutare i colleghi ancora insonnoliti, sono assalito dalla terribile consapevolezza che oggi per me sarà, come tutti i giorni, un’altra domenica, però falsa, totalmente priva del colore e del sapore di quella vera.

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4 Comments

    1. FunkyGio
      FunkyGio

      Grazie, mi fa piacere che ti sia piaciuto. Quella pubblicata è una versione leggermente ridotta rispetto al racconto originale. E’ la prima volta che pubblico un mio breve racconto e sono contento che ti sia piaciuto.