Gli era sempre piaciuto quel vecchio giubbotto in pelle.
Per anni, quando era ragazzo, l’aveva guardato e desiderato vedendolo addosso al padre, uomo maturo che stava ormai lasciando il passo all’uomo che al giubbotto in pelle preferisce un classico cappotto.
Poco prima dei 18 anni, appena le spalle presero la forma giusta per poterlo indossare senza risultare un povero spaventapasseri malconciato, arrivò il fatidico giorno in cui poterlo chiedere senza risultare fuori luogo.
Aveva ragionato per settimane, se non mesi, sulle parole da usare, sul tono, si era esercitato allo specchio come nel più classico dei film da adolescenti. Infine, proprio alla vigilia di un’assemblea di istituto, aveva approfittato di un momento di silenzio a cena per chiedere “Pà domani posso prendere il tuo giubbotto in pelle?”.
Era riuscito a dirla benissimo, ne era stra-soddisfatto. Il momento era perfetto, il tono giusto, apparentemente casuale, come quando ti viene in mente qualcosa e la dici, senza riflettere troppo.
Il padre rimase un attimo sospeso tra l’incertezza di aver capito bene e l’incredulità della domanda stessa.
“Il mio giubbotto quale? Quello vecchio?” rispose, ancora cercando una risposta chiara e interrogando con gli occhi l’espressione di Federica per capire se si aspettasse una simile domanda.
Se l’era immaginato, quello sguardo smarrito dell’uomo che non è abituato a rispondere della propria roba e chiede aiuto nella compagna. Se l’era immaginato tanto da lasciare anche la madre all’oscuro del proprio intento.
Quella domanda doveva cadere sul tavolo totalmente imprevista e imprevedibile. Era il momento di lasciar andare la seconda frase.
“Si quello in pelle. Volevo alternare la mia giacca”.
Il riferimento alla propria gli permetteva di disinnescare subito una possibile domanda incrociata e, invece, permetteva di aprire all’opzione che usare quel giubbotto fosse un modo per variare senza dover spendere soldi. Per quanto, ben sapeva, spendere soldi era l’ultimo dei problemi del padre, molto attento al taglio della giacca e dei pantaloni che indossava e meno preoccupato all’economia domestica.
“Ma la tua giacca va bene direi, no?” provò a replicare il padre, ancora alla ricerca di un bandolo della matassa in quella cena dal risvolto imprevisto.
“Si si, certo che va bene, ma giusto per cambiare. Mi sembra che avevi un giubbotto che…”
Questa era la mossa su cui aveva riposto la maggior attenzione.
Non voleva mandare un messaggio di supplica, ad esempio dicendo: “… un giubbotto che era proprio bello”, ma allo stesso tempo non doveva risultare sfregiante: “… uno straccio che andasse”. Doveva riuscire a far abboccare definitivamente il pesce all’amo senza farlo scappare ma senza compiere gesti troppo netti.
Quindi che dire? Come fare?
Sorrise.
Troppo spesso si ignora il potere dissuasorio di un sorriso, linguaggio puramente non verbale in cui ciascuno può vedere dettagli o significati impliciti. Forse nei momenti importanti ricordiamo le parole esatte? O ricordiamo l’espressione? Quando riceviamo un regalo inaspettato e gradito – veramente gradito – sono le parole ad esprimere la gratitudine? O forse il sorriso e la luce negli occhi? Ignorare questo significa ignorare due terzi delle comunicazioni umane.
Così si limitò a sorridere. Disinnescando da sé il climax d’attesa della sua frase. Sorrise e disse “Penso sia della mia taglia, no?”
La seconda domanda distoglieva l’attenzione dalla prima, per quanto ovviamente le due cose erano ben collegate.
“Direi di sì” annuì Federica, che pur senza prendere posizione netta cercava di tenersi il figliastro come alleato negli equilibri della famiglia allargata. In fin dei conti quella vecchia giacca in pelle non serviva a niente, se piaceva al ragazzino che male c’era a lasciargliela usare?
Aggirato alle spalle su entrambi i fronti, il padre sembrò limitarsi a respirare tenendo le spalle leggermente incavate. A quanto pare il giubbotto era andato. Ormai era impossibile tirarsi indietro a questa donazione, anzi, a questo prestito per essere esatti. Perché una cosa è certa: quel giubbotto farà il suo ritorno nel mio armadio. Pensava il padre.
Nicola non aveva alcuna fretta: il successo era maturato sul campo e in un modo talmente limpido da apparire indiscutibile, per quanto con modalità quasi casuali. Un lapsus a tavola, una domanda, un sorriso. Lo scalpo era compiuto.
Ora, lo indossa regolarmente anche se in qualche giuntura sta iniziando a rovinarsi e si vedono delle piccole crepe nella pelle. Lui spalma regolarmente una crema protettiva ma appare sempre più probabile che non funzioni più di tanto.
Il padre è tranquillo, quest’anno utilizza un parka blu sopra il completo.
Federica è andata via, un pomeriggio d’aprile di due anni fa. Quando è passata per salutare gli ha sorriso.

Bella l’idea, forse ogni tanto un po’ di confusione ma alla fine, delicatamente, si capisce tutto.
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Grazie Luisa.
Ci ragiono meglio 😉