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Il Pittore della Grazia

cap. 1 : Il Magnifico

Quando il mio sguardo incrociò per la prima volta quello del Magnifico compresi immediatamente il motivo dell’appellativo a lui legato. C’era qualcosa, in quel giovane, che mi lasciava esterrefatto, ma in qualche modo non riuscivo a comprendere il fattore scatenante dei miei sentimenti. Avvertivo nei suoi riguardi un’attrazione singolare, la mia mente, di fianco a lui, si svuotava interamente d’ogni timore, come se Lorenzo fosse, a suo modo, un forte pilastro capace di reggere la mia anima, elevandola ad una luce che altrimenti mai mi avrebbe sfiorato. Lo accarezzai con lo sguardo, ne studiai l’espressione mentre, con suo fratello, era tanto impegnato ad analizzare la mia opera. Essa non era a lui destinata, ma il committente era un grande amico di famiglia, un commerciante arricchitosi grazie al potere Mediceo. Mi era stato esplicitamente richiesto di ritrarre l’intera discendenza de’ Medici, ma mai avrei immaginato che mi sarei ritrovato dinanzi ad un giudizio diretto da parte degli interessati. Giuliano, accanto al fratello, ostentava una sicurezza degna d’un leone, ma a guardarli nel complesso si comprendeva benissimo chi dei due fosse l’erede. Lorenzo, più basso e dall’aspetto sfiorito rispetto al fratello minore, era bene eretto nella sua modesta statura, ma possedeva una forza, in quei profondi occhi scuri, tale fa trafiggere come le più taglienti lame d’oriente, ed al contempo pregna di una saggezza senza tempo, regalava un’emozione unica a chiunque ne incrociasse lo sguardo. Si muoveva per la bottega lentamente, una flemma che sosteneva senza mai mutare la sua espressione. Nonostante fosse abituato a ben altri ambienti la mia bottega, ampia e caotica, non lo metteva affatto a disagio. I suoi passi vagano tra le varie opere, si muoveva con scioltezza in quel casino completo, ogni passo segnava un’impronta sul pavimento polveroso e multicolore, in cui si mescolavano gesso, metalli, finissime grane di colore e di tanto in tanto qualche chiazza lasciata dalla rottura delle uova che usavamo per preparare la tempera. I soffitti non erano particolarmente alti, gli schiamazzi dei ragazzi riempivano l’aria eppure Lorenzo si muoveva tra loro senza minimamente sfiorarli, senza disturbarli nel loro operato. Non possedevo una fucina nella mia bottega, realizzavamo esclusivamente quadri e affreschi, quindi alla vista l’ambiente era ghermito di appalti, di cavalletti, tavoli da lavoro, ma non c’era ferro né gesso a zonzo e questo rendeva forse l’aria un tantino più respirabile. La luce in compenso era molta, l’ambiente era bene illuminato ed il pieno giorno aiutava parecchio l’atmosfera e la rendeva forse più movimentata di quanto già non fosse. Via Nuova, dove avevo messo casa e laboratorio, era una via parecchio trafficata nei pressi di Santa Maria Novella, nel pieno centro della bella Fiorenza. Si potevano vedere artisti sbucare in ogni dove, di ogni tipo, le donne battevano i tappeti dalle finestre, richiamavano i mariti dalle strade o cercavano i figli scesi in strada a giocare. Ma nonostante il chiasso nulla sembrava turbare il rampollo de’ Medici. Nella sua avanzata Lorenzo s’avvicinò ad uno dei miei allievi, Filippino, che se ne stava chino sulla tavola nella quale gli avevo dato il compito di sistemare le vesti ed aggiungerne i dettagli, mentre le mani e i piedi, incompiuti, erano riservati unicamente a me, che ero il Maestro. Rimase ad osservarlo piuttosto a lungo, e poi finalmente tornò indietro, attorniando qualche tavolo, avvicinandosi ancora al cavalletto su cui avevo esposto l’Adorazione dei Magi quasi del tutto ultimata, in cui mancavano giusto gli ultimi ritocchi per rendere i personaggi rappresentati il più verosimili possibile. Quindi si bloccò, definitivamente, abbozzando un sorriso che ricambiai con l’aria di un imbecille, schiarendomi la voce e così alzando il mento mentre lui indicava infine l’opera con un cenno del capo.

«Mi piace la tua bottega. Si respira una bell’aria qui, i tuoi allievi sembran felici.» Disse con voce profonda, un suono che ricorderebbe il colore dell’abisso più scuro mescolato al calore del fuoco. «Faccio il possibile perchè la vivan bene, Messer Lorenzo. Non voglio che sia solo un’ambiente di lavoro, voglio che si divertano con quello che fanno, che l’amino l’arte, oltre che praticarla. Che si sentano in famiglia.» Risposi nell’immediato, per quanto infine tornai ad indicargli l’opera con un cenno appena esitante della testa. «E l’opera invece, vi garba?» Era la primissima committenza legata alla famiglia, ed un parere di Lorenzo, col potere che possedeva come Mecenate, mi avrebbe potuto elevare ad una splendida nomea, o uccidere per sempre la mia carriera. «E’ splendido.» Fu la sua risposta, dopo un interminabile attimo in cui fui quasi capace d’avvertire il mio stesso cuore rimbombare con forza tra le costole, come fosse lo scalpitio d’una miriade di zoccoli al galoppo. Nel vedere il suo umile sorriso, comunque, placai la tensione con un sospiro sollevato. Vidi nello sguardo del Magnifico un barlume di soddisfazione.

«Però non è giusto, Lorenzo!» Intervenne improvvisamente Giuliano, richiamando l’attenzione del fratello. E lì, ancora una volta, il mio cuore tornò a farsi sentire con un fastidioso zompo in gola. Giuliano s’inginocchiò dinanzi al mio lavoro, vidi il suo sguardo crucciarsi, ma nonostante la scenetta Lorenzo permaneva, a modo suo, impassibile e sicuro del proprio giudizio. «Insomma, guardaci! Ti ha fatto addirittura più bello di me!» Intesi subito, nel tono di Giuliano, una nota giocosa, e lì compresi che non ero tanto io il suo obiettivo, quanto proprio il fratello che stava sfacciatamente punzecchiando, il quale, comunque sia, mi rivolse un’occhiata divertita ed un occhiolino rapido e quasi impercettibile, elegante e raffinato anche nella sua meravigliosa e tenera consapevolezza di sé. «Proprio per questo lo adoro!» Rispose in scherno al minore, ed ai suoi occhi, in quell’attimo, non accennavano a scostarsi dai miei. Capii immediatamente, dalla luce che ne sfiorava le calde iridi, che in qualche modo, non so ancora come, ero riuscito a colpirlo nel profondo, e ad entrare nelle sue grazie. Giuliano, dal suo canto, sbuffò divertito e diede un fraterno colpetto al maggiore, sollevando la mano come ad accennare un saluto. «Ho capito, vi lascio soli, ma…Botticello-» Alzai finalmente lo sguardo su di lui, quando mi richiamò col soprannome affibbiatomi dal Maestro Lippi. «Si chiama Alessandro, Giuliano.» Lo rimproverò bonariamente Lorenzo, rivolgendo un’occhiata in tralice al più giovane, che fece semplicemente roteare gli occhi, sarcastico. «Botticello è suggestivo però. Gli si addice, e si ricorda più facilmente di un semplice Alessandro, di cui si potrebbero trovare mille copie.» Vidi Lorenzo pronto a ribattere, e fu lì che mi azzardai ad affermare, con un cenno convinto della destra, sollevando appena l’indice come a chiedere il permesso di intromettermi nel battibecco. «Botticello è il soprannome con cui io, ed i miei fratelli, siam più conosciuti. E’ distintivo, certamente.» Giuliano ostentò un sorrisetto sbilenco di vittoria, fiero e sicuro su quel bel faccino giovane, ancora nel fiore degli anni. Fu lì che Lorenzo, alternando lo sguardo tra noi, si arrese alla complicità appena mostratosi e cedette. «Molto bene. Botticello sia. Cosa volevi chiedergli, prima di avviarti?» A quelle parole dalla punta solenne nel timbro baritonale, Giuliano sorrise ancora, tosto a cedere, e mi rivolse un’ammiccata che potrei definire, nei miei ricordi, quasi provocante. «La tua prima opera per noi, sarà un mio ritratto.» Mi fece un bizzarro cenno col capo, allusivo, poi se ne andò congedandosi con un’occhiatina di sfida al primogenito.

Solo dopo l’uscita di Giuliano, comunque, Lorenzo si intromise, sospirando con un filo d’evidente rassegnazione dipinta sul volto ambrato. «Non dargli retta, Alessandro.» Intimò, porgendomi un esile cenno della testa corvina. «Sandro va più che bene, Messer Lorenzo.» Suggerii sorridendogli benevolo. Lo vidi ammutolirsi, assorto. Per un istante, pensai quasi d’aver detto qualcosa di sbagliato, o di aver osato troppo, ma dopo una lunga pausa, ecco che Lorenzo tornò a sussurrare, ancora in riflessione. «Sandro Botticello…Botticelli. Suona bene, non trovi?» Inarcai le sopracciglia, rivolgendogli un sorriso ben più entusiasta. «Perchè no? Se siete voi a sceglierlo, Messer Lorenzo, sarà certamente più che adeguato.» Replicai flemmatico, ed un po’ ruffiano di certo, arricciando il naso a patata in un’espressione gioviale. Lo sentii sbuffare flebilmente, un gesto composto, ma che mi fece volgere il capo vers’egli con tutta la mia attenzione, per trovarmelo poi a ridere di gusto, probabilmente a causa della mia buffa e repentina reazione, o forse per via della faccia assurda da pesce lesso che tanto mi faceva sembrare come uno scemo innamorato. «Deve piacere a te, Sandro!» Ribatté lui, schiettamente. «E mi piace! Dico davvero.» Ancora replicai, altrettanto prontamente, e soltanto lì riuscii a zittirlo.Osservai l’espressione arresa che mi rivolse, ormai del tutto privo d’ogni volontà di ribattere ancora. Indugiando, prese del tempo per osservarmi ancora, puntando i piedi sul pavimento sporco di polveri e colore, dunque conducendo molto galantemente le braccia dietro la schiena in una postura perfettamente composta, ma che affatto lo faceva apparire plastico. Era come se Lorenzo, volente o nolente, riuscisse a risultare sempre naturale, aldilà delle circostanze.

«Questa sera passa dalla mia residenza, voglio presentarti una persona.» Riprese dopo una lunga pausa. La cosa mi lasciò perplesso. «Sarebbe, Messere?» Chiesi sfrontatamente, curioso di sapere, sfarfallando le ciglia in un’occhiata ancor più buffa di quanto già non fossi di mio, con quella capigliatura rossiccia e scompigliata che mi ritrovavo, e tanto d’occhi cadenti, da triglia. «Non ti anticipo nulla, vedrai da te.» E Indugiò ancora un istante sul quadro, per poi indicare nella composizione la figura più a destra, il giovane ammantato di giallo. «Ti ho riconosciuto, sai?» Sono quasi certo che avvampai come mai m’era accaduto prima di allora. Mai parole erano state più vere, e mai più imbarazzanti. Ma non potevo certamente lasciarmi andare come un bambino, In un certo qual senso dovevo dimostrare d’avere un briciolo di educazione rimastomi, in qualche anfratto della mia mente rincitrullita dal piombo. «Ho…firmato il quadro, come si suol fare ai giorni nostri, Messer Lorenzo.» La mia voce era ridotta ad un inutile sibilo. Una risposta patetica, io stesso mi sentii un perfetto idiota, anche solo a pensare di sentirmi un idiota. La mia espressione doveva essere talmente assurda che Lorenzo si lasciò andare ad una risata morbida, dalla bellezza graffiante. Mi guardò con una dolcezza che mai in vita mia avevo veduto, e ribattè, tra le risa. «Firmandoti in tal modo, hai compiuto davvero una singolare profezia!» Lo guardai confuso, accigliandomi con tale rapidità che lui tornò a ridere di gusto. «Rappresentandoti tra gli amici della casata, Sandro, hai in qualche modo predetto il tuo futuro, pur senza esserne conscio.» Capii dalla sua eloquenza quel che volesse dirmi. Il messaggio era più che chiaro, ma colto dall’emozione non ero stato in grado di coglierlo dal principio. Rappresentandomi tra gli amici dei Medici, era come se mi fossi tra di essi incluso, questo…era il suo modo per annunciarmi che da quel momento in poi sarei stato la sua protezione. Sandro Botticelli, da lui denominato, aveva un Mecenate, e non una persona qualunque! C’era artisti, in tutta Firenze e dintorni, che avrebbero ucciso pur di entrare nelle grazie di Lorenzo il Magnifico!

Non seppi che dire, lo guardai ammutolito, e se dentro di me avrei davvero voluto ingraziarlo, al di fuori della mia bocca spalancata uscì solamente un mugolio privo di significato. Lorenzo posò una mano sulla mia spalla, e ad esser sincero di quella vicinanza avevo quasi paura, non sapevo come reagire ad un contatto ‘sì intimo. «T’avevano dipinto come un chiacchierone, che ti succede, Botticello?» Sorrisi a quel commento ironico, e lo feci con un tale imbarazzo che la stretta delle sue dita sottili aumentò con una nota rassicurante, così come quello sguardo bonario divenne, se possibile, ancor più tenero di quanto già non fosse. Dovette intuire qualcosa, sicuramente, perchè mi sussurrò. «Troppe emozioni in un sol giorno, deduco.» Era talmente delicato nell’affermarlo, così comprensivo, che ebbi la decenza di annuire e lui, con una carezza, si allontanò, sciogliendo definitivamente la presa sulla spalla. «Un po’ di vino son certo che ti scioglierà! Ti lascio metabolizzare l’accaduto, mh?» Sbuffai pacato, abbassando lo sguardo, poi inchinandomi col busto, porgendo la dritta sul cuore, come era sovente fare dinanzi alla Signoria, per manifestare tutta la mia più sincera gratitudine a tanta generosità d’animo. «Grazie. Grazie infinite, Messer Lorenzo. Entro stasera son certo di recuperar la lingua perduta.» Non feci in tempo a parlare, che una voce irruppe. «LORENZO!!» Il richiamo di Giuliano, spazientito, fece immediatamente voltare il Mecenate verso l’ingresso. «Vostro fratello vi reclama.» Suggerii con un filo di incoraggiante sarcasmo, che fece sorridere il Magnifico che, comunque, ribattè al richiamo a gran voce. «Non essere impaziente, Giuliano, ho finito!» Tornò poi rapido a guardarmi. Avevo la sensazione di potermi sciogliere da un momento all’altro. «A stasera, Sandro. Non tardare per la cena. Conto particolarmente sulla tua presenza.» Voltandosi verso l’ingresso, mi rivolse un cenno della dritta. «Addio.» Fu il suo ultimo soffio, accompagnato da un’ultima occhiata al quadro, per poi avviarsi oltre la soglia della bottega. Ed io, da triglia qual’ero, ebbi solo il coraggio di sussurrare a mia volta. «Addio! Non mancherò.» Mezzo assorto lo congedai con un caldo sorriso, mentre vedevo con tanta ammirazione quel ragazzo voltarsi, per uscire dalla mia bottega a passo rapido. Fu un’illuminazione. Lì subito fu chiaro il mio destino. Se Dio mi aveva messo al mondo, era perchè potessi acclamare a gran voce, e risaltare con tanta armonia la grazia umile e solenne della Firenze che Lorenzo il Magnifico aveva costruito, con la sua profonda tenerezza, e la sua nobile saggezza, perchè un giorno potesse essere ricordata proprio così, come il suo più grande emblema ed io, invero, non potevo che ritenermi più fortunato.

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