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Come un poeta dannato dalla propria congiura, Dale lasciò ciondolare il proprio braccio da quell’alienante e logora poltrona sopra cui macchiato d’inchiostro corpo s’appoggiava pigro. Se ne stava seduto come un re, un pascià capriccioso, in asfissiante attesa di un’orda immaginaria d’ancelle, bellissime vergini pronte di fronte a nuovo e rinnovato pericolo. Sicario della sua stessa vita, il ragazzo fissava il nulla con sorriso facile e beota dipinto a tratti sopra cereo e stanco volto. Una tela senza fine, infinito bianco sporco da insidiose pennellate d’odio, rabbia e furore. Non v’era gioia laddove perversione regnava sovrana – non v’era gioia laddove l’angoscia null’altro faceva se non corrodere e rinnegare, calpestare e martoriare le interiora di chi, fin troppo ormai, aveva sofferto. E dunque taceva, il principe d’oblio mascherato, nel proprio tugurio fatto d’inutile e lurida consolazione sopra invisibili castelli di carta. Era poi una reggia, nobile dimora per davvero? Un buco, squallido nascondiglio d’un altrettanto squallido uomo: portaceneri ricolmi di sogni infranti posati ovunque, bottiglie a pezzi d’un liquido fin troppo simile alle lacrime, siringhe spente nella loro solitaria e deplorevole natura. Non uno sprazzo di luce, non un bagliore luccicante nella tana d’un triste lupo, atroce agnello. Temeva senza temere nessuno, sfidando la morte, sfidando la vita. Non v’era posto, non v’era angolo al mondo per lui se non quell’infinito pozzo d’angoscia perenne. Eppure v’era abbaglio, nel suo errare nel buio: un solo luogo, un solo posto più temprato dai ricordi quanto quello non esisteva altrove. Solcava la soglia sospirando, il tossico senza ormai più un filo di voce, rammentando ogni singolo inquilino, ogni singolo compagno di morte. Una guerra senza fine – una guerra senza eguali. Immaginari mostri ed invisibili scheletri lo inseguivano appena il suo avvelenato e consunto corpo si muoveva. Stanza dopo stanza, parete dopo parete, egli crollava assieme alla sua stessa vita, putrescente esistenza. E allora il sospiro diventava triste ghigno, rifiuto d’una società disumana. Non poteva morire, no. Non poteva assolutamente finire… era già morto? Toc. Toc. Toc. Rumore seguito da grida, squillanti urla, catturò l’attenzione d’un paio d’azzurre pupille dilatate. Si guardò attorno, veloce seppur lento in ogni suo singolo gesto, trepidante movimento. Aizzò coscienza, allarmò animo mentre alcun arto gli prestò ascolto: non poteva muoversi, il miserabile ricolmo d’acido. Invano schiarì la gola assieme alla mente nonostante le nuove inesistenti immagini, voci impossibili da cogliere. V’era una però fra tutte, che gli sembrò reale, sin troppo vicina, sin troppo concreta. Corrugò la fronte imitando sfrontata espressione, del tutto in collera con se stesso, del tutto in guerra col mondo intero. «Liv? Liv, sei tu?» lieve sussurro scivolò dalle sue ormai martoriate labbara tinte di rosso, tinte di sangue. Cercò di muoversi di nuovo, cercò di spostarsi ancora mentre per ennesimo, il sogno e l’illusione lo risucchiarono dentro realtà ignote. Il tugurio divenne casa e casa divenne famiglia. Un colpo di tosse seguì altre grida e l’esile, trasfigurato corpo, ridivenne vita: un paio gemello di due enormi tondeggianti zaffiri lo fissarono attraverso un vetro, sottile eppur concreta sostanza inesistente. Un sogno ad occhi aperti, pericolosa allucinazione, fece battere il suo ormai marmoreo cuore. Sbatté le folte scurissime ciglia un paio di volte mentre lunghe ed ossute braccia tinte d’onice incastonato dentro ambigui disegni, accoglievano altrettanto esile e magro corpo. Sprofondò assieme ad esso sopra la medesima poltrona, agghiacciante palcoscenico di quella macabra danza, baciandolo e sfiorandolo, assaporandolo come fosse il suo, prediletta luce in un mare di buio.
«Cazzo Dale se sei nudo non mi interessa, apri questa dannata porta, non è niente che non abbia già visto» Un sussulto, seguito d’altro ed incessante rumore riportò il condannato a morte all’atroce ed insidiosa realtà. Ella non c’era, non sopra di lui, non intrecciata nel suo adesso gelido abbraccio, ma oltre la porta, confine di pericolosa trincea.
«Porca puttana, chi è?!» Assonnato, del tutto prosciugato dall’ennesima visione, ininterrotto incubo, Dale cercò di nuovo di muoversi, spostarsi dal proprio continuo patibolo. Scosse la testa in senso di diniego, il fantasma pallido, quando finalmente riuscì a muovere almeno le dita, le mani ed infine le braccia. Paralizzato nella propria sofferenza s’alzò del tutto quasi strisciando sino alla porta, sino alla liberale soglia. Ma non la solcò né l’attraversò, il triste animo – se ne stette immobile, nullafacente in tutta la sua languida figura a fissare chi solamente alcuni secondi prima in sogno carezzava. «Cazzo, ti avevo scritto, giusto?» Scoppiò a ridere isterico, comico nella sua lurida presenza mentre bucherellata da malinconiche sigarette, la canotta scura sopra ossuti fianchi ondeggiò come incessante eco della sincera ilarità assaporata, appena sfiorata. «Ho fatto un sogno e porca troia, eri decente “Bellissima.” Incapace d’esser uomo ma semplice bestia caduta in peccato, esordì in un solo ed imbarazzante commento. Scemò di fronte alla famigliarità d’un viso rubato, tolto a qualche fragile bambola di porcellana sopra cui tinte scure scivolarono, sfumarono coprendo lentiggini, possibile rossore o pallore. La squadrò dalla testa ai piedi, l’ozioso predatore, sorridendo nostalgico in ricordo di chi ormai non esisteva più. «L’hai portata la mia cena, sì?» L’agguantò per una spalla tirandola con ambigua pigrizia all’interno, al riparo dalla vita, dall’altrui mondo. Riconquistò lieve equilibrio, triste forza, per poi ricongiungersi alla sua poltrona mentre riprendendo a ridere, strattonò una seconda volta l’ospite sperando di farla cadere, sperando di farla rovesciare sopra chi ormai non aveva più sogni da condividere, incubi da dimenticare, ma solo immense distese di assoluto niente da riempire.

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4 Comments


  1. Commentiamo per avere il post allora quindi la droga è un tema ganzo anche se in realtà non ci si droga,
    però ci son città e credo anche la mia in cui ci si droga anche davvero (alla Coop di Cisanello tra le erbe si trovava anche i pacchi interi di siringhe! Interi…Ficcati lì chissà da chi…Siringhe che magari servirebbero a gente che ne ha vero bisogno!)
    La droga è un tema ganzo, però. Mi piace anche il tuo usare il grassetto.

  2. ignotochi
    ignotochi

    Mi piace l’ambientazione e l’atmosfera che vive lui, la si percepisce chiara leggendo, pare prorio di vedere la stanza fatiscente. Ci sono molte frasi brillanti come “non un bagliore luccicante nella tana d’un triste lupo, atroce agnello” e molte altre. È un bello stile, e ti insidia di prepotenza l’aria che tirava quando lo scrivevevi.