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[…]

-Maledizione, Orne! Si spieghi! Cosa sta…-

Worden fu interrotto da un altro tonfo. Poi un terzo, un quarto. Come l’inizio di una grandinata su un tetto.

Gli uomini si guardarono senza capire.

-Che diavolo succede?- chiese Worden.

-Tenete chiusi i boccaporti. Vado a dare un’occhiata-

Nathan si arrampicò in torretta. Nessuno fiatava. Campbell, Trumbley e i serventi tendevano l’orecchio verso le spesse pareti. I tonfi si moltiplicarono rapidamente, seguiti da colpi più decisi e sonori sul ponte e da un raspare acuto, come coltelli sul fondo di una pentola.

-Ci abbordano?- chiese Trumbley, mettendo mano alla Colt Navy.

Nathan non rispose. Era confuso, come se cercasse di riconoscere un oggetto basandosi sul rumore che faceva cadendo. Raggiunse la feritoia e, nella speranza di trovare delle risposte, guardò fuori. Per un interminabile istante, non riuscì a capire cosa stesse guardando. Ma di certo non si trattava di una foca.

La creatura era in piedi sul ponte, accanto alla timoniera. Sembrava studiare le insolite forme della Monitor con una certa, attonita, confusione. Aveva braccia, gambe e si ergeva in posizione eretta come un essere umano, ma le analogie finivano qui. Era alta più di sette piedi. Nel buio era difficile distinguere i dettagli, ma aveva estremità enormi, braccia lunghe il doppio del normale e una cresta di aculei lungo la schiena, congiunti da una viscida membrana a formare una estesa pinna dorsale.

Quando Nathan si affacciò, quell’essere in qualche modo sembrò sentirlo, perché si voltò, fissandolo a sua volta con occhi tiroidei, tondi e privi di palpebre, sproporzionati rispetto al cranio quanto quelli di una rana, o di un pesce. Le labbra si ritrassero, snudando una disordinata tagliola di denti sottili e acuminati. Aspirò dalla bocca e sbuffò una nuvola di acqua residua dalle branchie frementi, con la forza di un mantice, come un orrido starnuto. Il rivoltante puzzo di pesce indusse Nathan a ritrarsi di scatto all’interno, sul punto di vomitare. Fu quel riflesso istintivo a salvargli la vita.

Un braccio muscoloso, lungo quanto quello di un gorilla, balzò fuori dal buio, infilandosi nella feritoia come il guizzo fatale di una murena. Le dita tozze e palmate avevano artigli lunghi una spanna. La mano tentò di chiudersi sulla testa di Nathan. Il tenente si gettò indietro picchiando di schiena contro l’affusto del pezzo, e cadde a terra. Fu allora che si scatenò l’inferno.

Tutti i presenti cominciarono a urlare in preda al panico, sfoderarono le pistole intralciandosi l’un l’altro, e aprirono il fuoco. Troppo terrorizzati per mirare, piantarono una raffica di proiettili nella copertura di quercia, ma Nathan sentì molti colpi rimbalzare sull’acciaio della saracinesca e sulla canna del cannone. Si riparò la testa con le braccia. Due serventi crollarono a terra, colpiti dalle pallottole vaganti che schizzavano ovunque, aumentando la confusione. I pochi colpi fortunati che centrarono il bersaglio non sembrarono capaci di scalfirne le scaglie. Il braccio continuava ad agitarsi, menando colpi poderosi, alla cieca ricerca di qualcuno da afferrare.

Nathan si ritrasse sotto la canna del Dalghren appena prima di essere agguantato. Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo, cercando di sovrastare il rumore degli spari incontrollati.

-CESSATE IL FUOCO! CESSATE IL FUOCO! CHIUDETE LE FERITOIE! CHIUDETE LE FERITOIE, DANNAZIONE!-

Il primo a reagire fu il signor Trubley. Sfilò l’accetta dal cinturone e la abbatté sull’avambraccio della creatura, a tutta forza. Il colpo non ottenne molto più successo dei proiettili, ma il mostro sibilò, più per lo stupore che per il dolore, e si ritrasse. I serventi ancora in piedi si gettarono avanti e chiusero di schianto le saracinesche, bloccando i chiavistelli. Gridavano ancora tutti, ma almeno la sparatoria era cessata.

Nathan si alzò, districandosi tra il cannone e le gambe dei suoi uomini. Per poco non pestò la testa contro le putrelle.

-Che diavolo era?!- strillò Campbell, la pistola fumante in pugno.

-Non lo so!- rispose secco Nathan –Ma il prossimo che apre il fuoco senza un mio ordine, quanto è vero Dio, lo faccio impiccare!-

Quasi a sottolineare la minaccia, un colpo si abbatté sulla saracinesca, potente quanto un martello da forgia.

La conseguenza positiva fu il silenzio che piombò nella torretta. Quella negativa, fu il gelido terrore che calò su tutti loro. La saracinesca era una lastra di acciaio brunito spessa un pollice, saldamente incernierata, capace in teoria di sopportare una cannonata diretta. Il colpo la piegò verso l’interno come fosse creta, imprimendo nel metallo la sagoma ondulata di un pugno.

-Oh merda- disse Trumbley.

Al colpo ne seguì un altro, a cui si unirono mazzate altrettanto violente su tutta la circonferenza della torretta. Qualunque mostruosità abissale li stesse attaccando, sembrava averli circondati. Gli uomini si accalcarono al centro, puntando le Colt in direzione di ogni nuovo impatto.

-Mettete via le pistole!- ringhiò Nathan, avvicinandosi ai feriti. Erano due Marinai semplici, McTaggert e Gibbs. Una pallottola rimbalzante aveva centrato il primo nel piede destro. Il secondo si era preso un proiettile nella spalla –Portateli di sotto, ci penserà il Dott. Logue-

Nessuno si mosse. Gli uomini non sembravano prestargli la minima attenzione. Guardavano tutti in su. Il raspare di artigli aveva raggiunto il ponte superiore.

-Sono sul tetto- mormorò Campbell.

I boccaporti cominciarono a vibrare sotto una pioggia di colpi. Fortunatamente, le lastre corazzate sembravano in grado di reggere, almeno per il momento.

-Gibbs, seguimi- disse Nathan.

Aiutò McTaggert ad alzarsi e si fece largo a spintoni .

Sottocoperta, trovò ad attenderlo il Capo Manovra Webber, un vecchio nostromo robusto e baffuto, con due marinai.

-Riuscite a vedere cosa succede fuori?-

-Abbiamo dovuto chiudere le feritoie- rispose Nathan, tenendo il giovane McTaggert per le ascelle, mentre i marinai lo afferravano per le gambe, calandolo dalla scaletta.

-Lei non viene?- chiese Gibbs prima di scendere a propria volta -È ferito, signore-

Nathan si accorse di aver perso il cappello. Si toccò la tempia e, quando guardò le dita, le trovò luride di sangue. Aveva un taglio sul cuoio capelluto, dalla tempia destra fin quasi alla nuca. Era molto superficiale, ma sottile e doloroso come quello inflitto da un rasoio.

-Non è niente- disse, slacciando il fazzoletto che portava al collo e legandolo sulla testa come il foulard di una contadina.

I feriti vennero condotti nel quadrato ufficiali, l’unico posto della nave dove c’era abbastanza spazio per muoversi con qualche agio. Nathan rimase nella stiva. Alla luce delle lanterne che penzolavano dalle travi, il ventre della Monitor rimbombava  per i colpi e il raspare d’artigli.

–Dov’è il Comandante?-

-In sala macchine. C’è un problema con l’elica-

-Quale problema?-

-L’albero di trasmissione si muove. Forse s’è impigliata in qualcosa, ma è ferma al momento. Non riusciamo a capire come…-

-Sono loro- disse Nathan –Vogliono strapparla per bloccarci!-

-Chi sarebbero loro? Chi c’è sul ponte?!- sbottò Webber.

Nathan cercò un modo di descrivere ciò che aveva visto senza sembrare completamente pazzo. Finora non si era concesso il tempo di pensarci. Avrebbe tanto voluto poter dire che quegli esseri erano solo strani animali. Ma c’era qualcosa di orrendamente umano in loro. La mano che aveva tentato di afferrarlo aveva il pollice opponibile, dannazione.

-Per ora concentriamoci su come uscirne-

Sottocoperta, l’intensità dell’attacco rimbombava con maggior ferocia. La copertura del ponte era assai meno spessa rispetto alle sovrastrutture, la corazza gemeva sotto i colpi. Sembrava che l’intera lunghezza della nave fosse presa d’assalto da un reggimento di zappatori armati di mazze da dieci libbre.

-I boccaporti reggono?-

-Per il momento pare di sì, ma abbiamo dovuto abbandonare la timoniera- rispose Webber –La feritoia lì non si può chiudere. È troppo stretta per entrare, ma se hanno armi da fuoco potrebbero sparare all’interno-

-Niente armi. Usano le mani. Ma tenetevi comunque lontani. Hanno artigli-

Webber strabuzzò gli occhi –Hanno cosa?-

I motori cominciarono a scalciare con forza crescente e la Monitor si mise in movimento.

-Perfetto. Questo dovrebbe tenerli lontani dall’elica-

-Che facciamo per quelli sul ponte?- chiese Webber.

–Qualcosa inventeremo-

Nathan stava per tornare in torretta, quando la porta della sala macchine si spalancò. I fuochisti neri di fuliggine e gli ingegneri di macchina si riversarono fuori, inseguiti da una nuvola di fumo denso. Il Comandante fu l’ultimo a uscire. Chiuse la porta alle proprie spalle, tossendo come se avesse respirato fuoco.

-Che succede?- gridò Nathan, soverchiato dalla confusione e dalle raffiche di tosse.

-Il fumaiolo!- rispose Worden, avvicinandosi attraverso la calca –Qualcosa lo ha ostruito. Lo scarico rifluisce nelle caldaie!-

La paratia che isolava la sala macchine era in acciaio, ma non era a tenuta stagna. Il gas strisciava attraverso il sistema di ingranaggi della rotazione e dai varchi per le corde di trasmissione del timone.

-Non va bene! Se nessuno alimenta il fuoco, presto la pressione scenderà. Perderemo potenza sia all’elica che alla torretta! Saremo bloccati!- ringhiò Webber.

La situazione peggiorava di minuto in minuto. E il tempo per reagire si riduceva sempre più. Niente male, come esercitazione.

-Che fanno quelli della Sachem?- chiese Worden.

-Non lo so- rispose Nathan –Ma si tenevano a poppa, fuori dal tiro dei nostri pezzi. Sono a più di un miglio e noi non abbiamo luci sul ponte. Dubito abbiano capito cosa succede!-

-Sempre che non siano stati attaccati anche loro-

-Non c’è modo di saperlo, chiusi in questa scatola di sardine!- Webber si rivolse al Comandante –Cosa facciamo, signore?-

-Non possiamo restare qui sotto- disse Worden.

Nathan ricordò le battute di caccia in campagna, con il nonno, quando accendevano piccoli fuochi davanti ai buchi dei conigli, per stanarli con il fumo. Se non puoi entrare, puoi sempre costringere chi è dentro a uscire.

-Dobbiamo liberare il ponte-

-Una sortita?- chiese Webber, una mano sull’impugnatura del coltellaccio.

-Non ci pensate neanche- rispose Nathan -Ci farebbero a pezzi!-

Webber indicò uno dei boccaporti. L’acciaio cominciava ad ammaccarsi, ripiegandosi lentamente, colpo dopo colpo –Prima o poi entreranno comunque!-

Le creature li avevano messi con le spalle al muro. Gli uomini facevano del loro meglio per bloccare il gas con stracci bagnati, ma non c’era modo di tappare ogni intercapedine. La torretta poteva essere isolata dal resto della nave, ma era già stracolma. Presto le esalazioni tossiche nello scafo avrebbero ucciso tutti. Dovevano aprire i boccaporti, se intendevano continuare a respirare. Ma non appena lo avessero fatto, le fauci di quei mostri gli avrebbero fatto rimpiangere di non aver scelto l’asfissia.

Nathan guardò la solida copertura di quercia del ponte, le travi poderose e le robuste assi saldamente inchiodate le une sulle altre. I colpi sullo strato esterno di metallo riverberavano sonori, ma il fasciame sembra reggere più che bene.

-Useremo i cannoni-

Il Comandante e Webber lo guardarono.

-Per liberare il ponte-

-Vuole sparare… sulla nostra stessa nave?- chiese Worden, come per accertarsi di aver sentito bene.

Nathan annuì –Ad alzo negativo. Sulla timoniera e sul ponte di poppa, con le granate da 160 libbre-

-Ma… ci passerebbero da parte a parte!-  balbettò Webber, grigio come uno straccio ribelle -Intende affondare la Monitor, signor Orne?-

Nathan si rivolse a Worden –Signore. Il fasciame è spesso venti pollici, rivestito da una corazza d’acciaio di due pollici sul ponte, otto pollici sulla torretta, e nove sulla timoniera. Può sopportare molto di più che un paio di granate-

-Sicuro. Come doveva viaggiare a dieci nodi e fare un sacco di altre cose che in realtà non è in grado di fare!– sibilò Webber, sarcastico –Ci auto affonderemo! O faremo esplodere le caldaie! Comandante, questa bravata ci ucciderebbe tutti!-

Nathan fissò Worden dritto negli occhi –La Monitor è costruita appositamente per reggere colpi ben peggiori. E se davvero non dovesse farcela, meglio saperlo ora, piuttosto che sotto il fuoco dei ribelli, non credete?-

-Sta scommettendo le nostre vite. Se ne rende conto, Orne?- disse il Comandante, molto serio.

-Quando ci siamo imbarcati non sapevamo neppure se era in grado di restare a galla!-

-Questo è del tutto diverso!- tuonò Webber –Il colpo in testa le ha fatto perdere la ragione!-

-Le granate spazzeranno via qualunque cosa si trovi sul ponte. E, con un po’ di fortuna, strapperanno il fumaiolo, liberando le caldaie. Poi, se servirà, potremo uscire a finire il lavoro-

-Lei è l’ufficiale di tiro. Ritiene davvero che sia fattibile?-

Nathan prese un profondo respiro -Ne sono certo-

Worden si prese qualche istante per riflettere.

-I cannoni sono carichi?- chiese infine.

-Signore!- provò a insistere Webber.

-Mi servono sei minuti- rispose Nathan.

-Le macchine resteranno in pressione ancora per un po’, ma fate presto! Fuoco appena pronti!-

-Signorsì!-

Nathan si arrampicò in torretta, ignorando lo sbraitare di Webber. Da un certo punto di vista, riusciva anche a capirlo. Era come liberarsi di un gatto avvinghiato alla testa sparandosi un colpo nella tempia. Ma non c’erano altre opzioni. Per come la vedeva Nathan, il momento di mettere alla prova le reali capacità della Monitor era finalmente arrivato. Solo un po’ prima del previsto.

[continua]

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Rickyreds
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Scrivo per passione dall'età di 12 anni! (Leggo dall'età di 6, ma questo lo fanno tutti, quindi forse non vale la pena di sottolinearlo)

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8 Comments

  1. Purpleone
    Purpleone

    In effetti, così come con la prima parte, mi è rimasta la stessa sensazione di quando, al ristorante, ti portano via il piatto prima che tua abbia finito. Sono quasi tentato di salvare tutto in un unico file per leggerlo di botto una volta che sarà completo. Molto piaciuto. Complimenti.