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Mi è successo questo fatto strano assai, che vi racconto. Sono entrato in un giardino e in fondo c’era un palazzetto diroccato, che forse era un amaro monumento che testimoniava dei bombardamenti degli anni Quaranta. Io ci sono entrato perché non era difficile farlo. Ma c’ho trovato Hongo, un nano con tanto di barba babbo-natalizia e vestiti kitsch variopinti stile Gongolo e Pisolo. Mi ha spaventato sia perché non mi aspettavo nessuno sia perché te ne accorgi se uno ha una malattia, il nanismo,o se è un coso che viene chissà da dove, ma piuttosto da un Paese delle Meraviglie che non dal tuo mondo reale. Sì, qualcosa tipo le favole. O gli incubi. Tutta la mia paura però veniva dal suo aspetto grottesco e dal suo improvviso pararmisi di fronte; non digrignava denti affilati, non mutava in alcunché di orripilante, non mi saltava addosso con un salto proditorio. Ma anche l’atmosfera mite di un incontro simile poteva incutere timore, per un sottile fascino macabro di una normalità artificiale, di un silenzio irreale, di una pace incredibile. Però non ho deciso di fuggire, ma di rivolgergli la parola. Forse solo se mi avesse risposto avrei creduto di averlo davvero davanti. Mi rispondeva gentilmente, nella mia lingua, ma dopo tanto tempo da quando gli avevo rivolto la parola. Dopo avergli chiesto chi fosse e che volesse, ero già soddisfatto e non sapevo che altro chiedergli. Segno che ero un adulto, perché un giovane avrebbe trovato mille domande dentro la sua curiosità.

Non ho tempo di dirvi chi fosse e da dove venisse quel nano, perché se ve lo dico, non risolvo niente e devo invece proseguire, perché rischio di diventare un personaggio. Proprio così. Un fantoccio per allietare lettori. Una nullità. Illuso di essere utile, di stare tra vera gente, di avere un domani concreto. Illuso di vivere. Praticamente, uno zombi di carta.

Quando volli fare altre domande a Hongo, nano sparito. E chi lo sapeva, se c’era una formula per invocarlo, o se era apparso a me perché ero un fottuto puro di cuore, come Re Artù che si meritò d ‘estrarre la super spada. Merda, mica ero sicuro di aver saputo tutto ciò che era da sapere. Sono stato anche sciocco a chiedere delucidazioni quando avrei potuto andare al sodo su altri aspetti della faccenda. Ma cosa fatta capo ha. Dovevo cavarmela da solo. Quindi dovevo tenere gli occhi desti per una notte intera. Senza dormire, pena una morte della mia umanità, sostituita con un surrogato di vita inaccettabile. Non sapevo se potevo entrare in un supermarket e prendere del caffè senza pagarlo perché tanto mi trovavo in un sogno, o se le regole vigevano ancora, perché solo una fetta della realtà mi era stata affettata e restituita profondamente aliena da com’ era. Propesi per non rischiare e tornai a casa, dove trovai tutto in ordine. Stessi odori, stesso arredo, stessa familiare atmosfera. Saccheggiai la mia moka, ne bevvi tre tazze e altro lo misi in una borraccia. Il mio sangue doveva doparsi di caffeina (per caricarmi di adrenalina) e il mio cuore doveva rischiare. Perché c’erano in ballo la mia esistenza e la mia identità, nonché la qualità del mio futuro. Non so se mi spiego.

Quindi mi salvai per quella sera. Non dormire fu penoso, ma scoprire che avrei dovuto replicare la mia veglia per altri giorni, fu peggio. C’è scritto su un manuale, che vi auguro di non ricevere mai. Arriva per posta, privo di francobollo. Dice che finché non li si uccide tutti, non si torna liberi. Sono Errori, rifiuti della vostra Linea della Vita (o Destino!) che se lasciati ambulare possono proliferare, e la loro muffa può essere assai dannosa. Il peggio di questo gioco infame è che devi colpire persone, bambini, animali, chiunque e qualsiasi oggetto, e scappare per non sentire il pianto dei loro cari, o per non essere placcato per rifondere i danni delle frecce che lanci. La balestra coi dardi e la faretra si trovano al supermarket indicato sul manuale (capitolo tredici, mi pare) e non bisogna pagare alla cassa: ovvio, quell’arma si trova là per chi la deve prendere, non per far far profitti.

Purtroppo, non è invisibile, quindi i clienti vi adocchiano con quegli affari medievali in mano, ma non chiamano nessuno, come se capissero che loro non sono dei bersagli designati. Non è bene restare a vedere se esce sangue rosso o di altro colore quando si ha colpito qualcuno, perché se respirano ancora ti guardano le vittime con un aria supplichevole che ti incute sensi di colpa che non servono…e perché spesso il sangue è rosso e allora chi ti dice, che non hai davvero fatto fuori un innocente? Gli occhiali possono anche sbagliarsi. Li trovi dentro un negozio, non uno qualsiasi, quello citato nel capitolo cinque. C’è scritto anche un colore. Ed è bene che tu non sia daltonico, perché sarebbero guai: devi colpire persone e oggetti che mentre indossi gli occhiali hanno quel colore! Ecco come capisci chi colpire. E se quel libretto si sbaglia, sei un assassino. (Dico di me, ma anche di voi se non è successo solo a me). All’inizio ho avuto voglia di non colpire, o di avvicinarmi alla preda. Poi ho messo da parte il mio istinto solidale. Se tutto è falso, la colpa è di chi lo ha voluto, istruendomi male. Se tutto è vero, ciò che abbatto sarà vestito di un bell’aspetto, ma sarà il male che sono chiamato a debellare; se è il contrario, ancora una volta non sono io colpevole, per l’esclusione della mia volontà ottenebrata da malvagie menzogne! Nel caso sono vittima come gli altri. Ammetto che mi sarei fermato se avessi riconosciuto tra i miei bersagli qualcuno che conosco perché non avrei accettato sicuramente di andare contro ciò che fa parte di me. (Quindi, se siete miei amici o conoscenti, è per voi un bel privilegio.)

La mia carneficina è alla fine. Sono stato colpito. O muoio o divento personaggio. Non so che mi aspetta. Ma ecco che uno di voi si avvicina! Vi ho visti sapete? Vagavate come fantasmi e credo siate personaggi perché…certo non lo sono io.

Io sto nel mondo vero.

Uno di voi viene e ora ascolto che mi dice.
– Bene, sta sanguinando.-
-Sì, ma non mi fa male.-
-Allora ti lascio vivo. Ma non so dirti se sei un umano, o un personaggio. Io vengo da un altro mondo che non il tuo, quindi penso che solo uno di noi è umano.-
-Ed è difficile capire chi.-
-Giá, lo vedi anche tu che niente ci distingue. Diresti che siamo diversi?-
-Posso toccarti? –
– Sì, ma non rischiamo perché ogni fatto produce un effetto. E chissà in quanto tempo possiamo scoprire cosa abbiamo cambiato nel mondo in cui siamo. O se siamo gli stessi di prima. Se lo sono gli altri.-
-Potremmo aver cambiato qualcosa nel mondo di un altro.-
-Chissà. Anche in peggio. Ora ti devo lasciare.-
-La legge del tempo.-
-E’così anche per me.-
In questo poco tempo non gli ho chiesto se anche lui ha un manuale come il mio. O le armi, e quei compiti ingrati. Ma è già sparito alla mia vista. So piano piano più cose di questi accadimenti, ma non so se ho capito bene neppure le mie prime informazioni. Se non sono vere, il castello eretto non è un mondo di verità. Però ora capisco che potrebbe tuttavia essere il mio. Mi son fermato dal colpire, perché mi son detto che avrei potuto accettare qualsiasi conseguenza. E ho pure dormito! Non mi pare mi sia successo niente. Chissà se potevo anche non obbedire ai dettami di quel piano, e sarebbe stato lo stesso. Non è per pacifismo che ho smesso di abbattere i cosiddetti Errori. E’ per le parole di quel tipo che mi han fatto capire che entrambi siamo caduti in una trappola colossale. E forse non solo noi. Altri. Mondi interi.

Potrei andare a vedere chi ho colpito. Se le loro tracce sono scomparse o se vi siano macchie putrefatte. Però no, non mi piacerebbe quel che vedrei o mi direbbe poco. Preferisco pensare di essere un personaggio e voi dei lettori attenti, e allora mi auguro che questo mio sia proprio un bel libro, che spero finisca bene. Non so cosa altro pensare. Se voi siete personaggi, spero di trovare il libro che vi vede protagonisti in qualche scaffale, per rendervi omaggio. Se questo è un sogno, somiglia a un incubo e diventa tale se non finisce, perché a quel punto la mia realtà è cambiata, ed è questa. Mi sono svegliato e ho trovato la mia arma, ma le frecce son tante perché ne ho usate poche. Però trovarla mi fa pensare che sia vero ciò che fosse meglio si trattasse di un sogno. Davvero non capisco niente. Domani non so cosa farò. Anche perché non so se ci sarà ancora un domani… o una replica di giorni passati vissuti da altri, altrove, e propinati come nuovi a questo mio nuovo me.

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FilippoArmaioli

Scrivo su Alidicarta, Meetale e Owntale. Teatro, romanzi e racconti. Su Facebook, ho dei gruppi come"Concorso di bellezza Miss Utopia", I fan del Sugo Besugo. Sono il "Re" di una "Nazione Digitale" ("Utopia").

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5 Comments

  1. Rickyreds
    Rickyreds

    Suggestivo. E confuso, ma credo che questo fosse voluto. Ci sono molte idee in poco spazio, talmente tante che alcune si accavallano tra loro. Ma dubito che tu aspirassi alla chiarezza quanto piuttosto a travolgere il lettore con atmosfera e sensazioni. E ci sei riuscito. L’ho trovato fluido e scorrevole. Complimenti.

  2. NinaCiuffo
    NinaCiuffo

    Devo dire che, a leggerlo, sembra veramente che tu ti sia bevuto cento caffe’ o piu’. Non dai respiro, o pause. Salti anche degli articoli importanti, alle volte che fanno sembrare il racconto raffazzonato, scritto di botto e postato.
    Ho fatto fatica a capire anche solo di cosa il racconto (forse solo tue elucubrazioni) parla. 🙂