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Cibo per gatti

«È tuo questo?».
Elena sollevò il foglietto che aveva trovato sul tavolo. Lo teneva in un angolo con due dita, come se le facesse schifo. Probabilmente era così. Un sacco di cose le facevano schifo, negli ultimi tempi.
«No. Lo avrà lasciato Antonio» rispose Giorgio.
«Non credo proprio. È una scrittura femminile» disse Elena «E poi sembra molto vecchio».
Giorgio raggiunse sua moglie e osservò il pezzo di carta. Non c’era molta luce, nella grande cucina della casa colonica. Le persiane erano chiuse e il chiarore estivo che entrava dalla porta si faceva strada con fatica, come trattenuto dai muri spessi. Anche così, però, si capiva che il foglietto era vecchio, molto vecchio. La carta era gialla e spessa. La grafia – femminile, senza dubbio – era composta e ordinata, con una regolarità che macchine da scrivere e computer avevano reso obsoleta. Ma soprattutto…
«Noi non abbiamo un gatto» disse Elena.
«È una tradizione di famiglia».
A parlare era stato Antonio. Era comparso sulla soglia e stava appoggiato allo stipite. Portava un cappello del tutto fuori moda e, malgrado il caldo, una camicia di flanella. «Di quella di tuo marito» precisò «fattela raccontare, una volta o l’altra».
Mi ricorda qualcuno” pensò Giorgio “ma chi?”.
«“Date da mangiare al gatto”» scandì Elena leggendo il biglietto «Che cosa vuol dire?».
Antonio sogghignò.
James Dean pensò Giorgio Ecco chi mi ricorda. E, subito dopo: Ho sempre odiato i ribelli senza causa.

«Perché Gianciotto?».
«Perché tutti conoscono la storia di Paolo e Francesca, ma nessuno si è mai occupato di lui».
Era sera e, nell’enorme cucina, il lampadario rischiarava il gigantesco tavolo al centro della stanza. Il resto dell’ambiente era buio. Le finestre erano rimaste aperte tutto il giorno, ma l’abitazione era ancora fresca. Era come se l’inverno avesse occupato abusivamente la casa e non se ne volesse andare. Elena indossava un golf leggero. «E come pensi di intitolare il libro: “Il punto di vista di Gianciotto Malatesta”?» chiese.
Giorgio si strinse nelle spalle: «“La versione di Gianciotto” suona meglio».
Elena fece una smorfia.
«Scrivo romanzi storici, per vivere, ricordi?» aggiunse Giorgio.
Elena rispose: «Non riuscirai a rendere gradito al pubblico uno sciancato, assassino di una delle più celebri coppie di amanti della storia».
«Compiacere il pubblico non è tutto».
«Già. Soprattutto per te».
Giorgio cercò di non ribattere, ma non ci riuscì: «Spesso la verità è sgradevole» disse «Se riesci ad accettare un fatto spiacevole, probabilmente quel fatto è vero».
«Per questo ci siamo rintanati qui, nel bel mezzo del nulla?».
«La pandemia riprenderà» disse Giorgio «Il Covid non è scomparso. Prima di Natale saremo nella stessa situazione di marzo, o peggio. La casa è mia perciò non dobbiamo pagare l’affitto e il rischio di contagio è bassissimo».
«Vero» disse Elena «puoi scrivere il tuo libro senza che nessuno ti disturbi. E poi c’è un sacco di terra. L’ideale per chi, come me, ha l’hobby del giardinaggio. Tutto quello che devo fare è zappare la terra e stare attenta che tu non ti metta a scrivere “Il mattino ha l’oro in bocca”. C’è solo un problema».
«E sarebbe?».
«Il distanziamento. Non c’è nessuno da cui distanziarsi».

«Non ti piace?».
La voce di Luca, l’editore, dall’altro capo del telefono, giungeva distorta come se venisse da una grande distanza. «Non è questo» stava dicendo «è solo che… sei sicuro di non essere salito su una macchina del tempo?».
«Non capisco» mentì Giorgio.
«Lo stile» rispose Luca «è… antiquato. “sovvenne”… “rimembrò”… sembra che tu mi abbia spedito la bozza direttamente dal Ventennio».
«Ho sempre scritto così. E poi è un romanzo storico» si difese Giorgio.
«No, stavolta è peggio. Probabilmente dipende dall’isolamento».
Giorgio provò a ribattere, ma il gracidio aumentò. Come altre volte, dovette aprire la finestra e parlare stando affacciato, ma la stagione era avanzata e l’aria fresca lo schiaffeggiò. Per la miseria, non faceva così freddo, in città. Forse Luca aveva ragione. Forse si trovava davvero in una distorsione spaziotemporale. La ricezione, tuttavia, migliorò.
«Sai che cosa succede quando un lettore del Ventunesimo secolo legge roba simile?» stava dicendo Luca «Si accorge che sta leggendo. Peggio. Ha l’impressione che l’autore menta. Te l’ho già detto altre volte: se la scrittura è innaturale, si ha l’impressione che lo scrittore stia cercando di nascondere una balla sotto un mucchio di paroloni».
«Nel Ventunesimo secolo non esistono lettori» replicò Giorgio. Sperò che Luca non avesse sentito: la linea era ancora disturbata. Rimase in attesa della riposta, guardando l’aia e le altre cascine.
Descrivevano un quadrato al centro del quale si trovavano dei piccoli orti e un vecchio pozzo con accanto un pergolato. L’acqua c’era, ma nessuno la beveva. Nelle giornate di vento, la catena oscillava cigolando come uno spirito inquieto.
Le case erano addossate l’una all’altra come vecchi seduti su una panchina. Erano quasi tutte male in arnese, coi colori sbiaditi e i muri che mostravano vaste chiazze d’intonaco; porte e finestre erano chiuse in un sonno torpido. Tre tetti erano stati rabberciati alla bell’e meglio, con le tegole nuove che si chiedevano come fossero finite lì.
Il fatto era che erano case vacanze in un posto dove nessuno andava in vacanza. Gli eredi delle vecchie famiglie si erano trasferiti in città, come Giorgio, o in abitazioni più nuove. Solo pochi coltivavano la terra: non c’era più bisogno di contadini come un tempo. Il grande portone in legno, rivolto a sud, era sempre spalancato. Alcuni anni prima si era parlato di sostituirlo, ma era saltato fuori che era un pezzo di antiquariato (risaliva al XVIII secolo), le Belle Arti si erano messe di mezzo e non se ne era fatto nulla. Era ancora lì, in attesa di marcire una volta per tutte. Tanto, erano in pochi a entrare e uscire, ormai. L’unica casa abitata tutto l’anno era quella di Antonio. Su due piani (la cucina e due camere al primo piano, la camera da letto e il bagno e un’altra stanza di sopra, come da prassi) sorgeva sul lato est del complesso, mentre quella di Giorgio su quello ovest.
Giorgio tornò a guardare l’aia.
Elena stava raccogliendo l’uva. La pergola non era molto grande, ma i grappoli erano fitti. In quel momento, Antonio uscì di casa. Si diresse verso il proprio trattore, in un punto destinato a parcheggio. Quando le passò accanto, Elena lo chiamò.
Giorgio non capì che cosa dicesse, ma la vide agitare un grappolo come se volesse offrirglielo.
Antonio la salutò, ma tirò dritto.
Al telefono, Luca stava dicendo qualcosa a proposito di Gianciotto.

«È una storia che riguarda una mia trisavola» disse Giorgio. Avevano finito di cenare ed Elena gli aveva chiesto cosa volesse dire il biglietto. Quello che diceva “Date da mangiare al gatto”. «Di lei si diceva avesse una sorta di “sesto senso” per certe cose» proseguì Giorgio. «Parliamo di oltre cento anni fa. Le cose erano diverse. Le persone erano diverse. Anche questo posto lo era. Tutte le case erano abitate. Non c‘erano molte macchine e per lavorare la terra occorrevano uomini e animali e…c’erano anche tanti gatti. Davano la caccia ai topi. Le gatte, in particolare, sono molto brave. Ma un gatto può essere un problema. Cerca di sbafarsi tutto quello su cui mette le zampe».
«Lo so» tagliò corto Elena. Si strinse nel golf. Era la prima sera in cui avevano acceso la stufa. Era una vecchia cucina economica in ghisa, di quelle con gli anelli concentrici sul piano di cottura. Elena l’aveva riempita con ramaglie, sterpi dell’orto e ciocchi di legno avanzati dall’anno prima. Ora crepitava sommessa, come se volesse partecipare alla conversazione. La corrente elettrica aveva degli sbalzi e usare i caloriferi era problematico. Anche la connessione telefonica era pessima. Giorgio aveva concluso a fatica la discussione con Luca e sempre stando affacciato: i muri spessi della cascina rendevano impossibile ogni contatto con l’esterno.
«Per farla breve» proseguì Giorgio «C’era questa gatta, o gatto, abilissimo nel impadronirsi di lardo, burro, latte, frattaglie e pezzi di carne lasciati incustoditi. Alla fine, topi sì, topi no, si decise di tendergli una trappola. La mia bisnonna lasciò in bella vista sul tavolo un pezzetto di fegato di pollo e attese, insieme alle altre donne della famiglia, ben nascoste. Dopo un po’, la bestia – e, prima che tu me lo dica… sì, era un grosso gatto nero – arrivò da chissà dove e si diresse verso il tavolo; ci saltò sopra e prese a sbocconcellare il fegato. A quel punto la mia bisnonna saltò fuori da un angolo con un ceppo di legno in mano. Prima che potesse avvicinarsi, però, la mia trisavola urlò: “Làssel stà! L’è mia un gatt, ch’él lè!”. La mia bisnonna si fermò e l’animale scappò via col bottino».
Giorgio tacque. La luce si offuscò. Non uno sbalzo, ma un calo di intensità. Divenne più fioca e così rimase.

«Tutto qui?» chiese Elena.
Giorgio sospirò. «Come immagini, da allora, e finché hanno abitato qui, le donne della mia famiglia hanno sempre lasciato un po’ di cibo per il gatto fuori dalla porta di casa… anche se nessuno l’ha più vista, quella bestia».
«Sembra una storia incompiuta» disse Elena.
Giorgio non disse nulla. Dal portone aperto, scorrazzando per l’aia, la brezza notturna faceva cigolare la corda del pozzo.
Sembrava un miagolio.

Più tardi, nel grande letto della grande camera, sotto la coperta spessa malgrado la stagione fosse solo all’inizio.
«Oggi, mentre lavoravo nell’orto, mi ero portata un panino. Verso mezzogiorno l’ho tirato fuori e l’ho appoggiato sul bordo del pozzo. Mi sono voltata un secondo e, quando mi sono girata, il prosciutto era scomparso».
Giorgio si chiese se fosse il caso di allungare una mano verso sua moglie, ma non lo fece. Il letto era grande e lo spazio tra loro freddo. «Potrebbe essere un modo per concludere la storia» disse invece.
Elena attese, prima di rispondere: «No. Un racconto, forse, ma non un romanzo. Comunque, non uno di quelli che scrivi tu».

La mail di Luca era semplice e perentoria.
Giorgio avrebbe dovuto andare in un posto dove fosse più semplice contattarlo, la pandemia aveva sì ripreso, ma era tutto sotto controllo e comunque il mondo non si poteva fermare; Giorgio avrebbe dovuto installare Skype, o Whatsapp, o Zoom o chissà che diavolo altro perché ormai si lavorava così e lui non poteva rimanere fermo ai tempi di Gianciotto Malatesta. Altrimenti che prendesse l’auto e venisse in città, con mascherine, visiere, guanti, amuchina e anche un cornetto portafortuna, se serviva a farlo star tranquillo. Ma che venisse in città.
Questa però era la premessa.
La parte importante era che il romanzo non emozionava. Non avrebbe venduto.
Punto.
«Ti perdi nelle citazioni, nelle riflessioni, nei rimandi, ma non arrivi al cuore» gli aveva detto una volta Elena. «I tuoi personaggi si assomigliano tutti: un sacco di discorsi astratti. Sembri profondo, ma è solo una sovrapposizione di superfici». Lui le aveva risposto di aver sentito rivolgere la stessa critica a Umberto Eco. Poi si era accorto che anche quella era una citazione.
Forse Elena aveva ragione. Aveva sbagliato sin dall’inizio: a nessuno interessava la versione di Gianciotto. Non se, dall’altra parte, c’era una storia d’amore passionale e romantico. Ma quelle, lui non le sapeva raccontare.
«Perché non abbiamo avuto figli?» disse alla stanza vuota. Scriveva stando dietro un paravento, col calorifero elettrico che gorgogliava alle spalle. In quello spazio artificioso, ristretto, il calore si conservava meglio. Ciò nonostante, Giorgio indossava un maglione e guanti di lana senza dita.
Si alzò e uscì nell’aia. Udì un toc toc toc incostante venire dall’orto. Vi si diresse, le foglie che frusciavano tra i piedi. È questo il rumore dell’autunno pensò. E, subito dopo: Dovrei ascoltarlo più spesso. Forse per questo non sono un bravo scrittore: non vedo, non sento, non tocco, non gusto abbastanza. La nebbia, quella vera, quella che in città non si vedeva più, aveva invaso l’aia e Giorgio si trovò immerso in una grigia terra di nessuno tra l’orto e la porta di casa. Andò avanti, guidato dal rintocco aritmico del lavoro di sua moglie. Elena aveva iniziato a coltivare l’orto a stagione inoltrata, tuttavia i risultati erano eccellenti. I frutti della terra avevano un sapore che Giorgio ricordava dall’infanzia, quando trascorreva le vacanze dai nonni, o forse da prima ancora, da un tempo al di là della memoria. La sagoma di Elena si delineò nella foschia. Stava tagliando la legna e il rumore che Giorgio aveva seguito era quello dei ceppi che venivano spaccati. L’esercizio fisico l’aveva accaldata e le braccia nude erano umide di sudore e nebbia. Giorgio si avvicinò non visto. Perché non abbiamo avuto figli? si chiese. Poi, a un volume più basso, se i pensieri avessero un suono: Non ancora. Allungò le braccia per cingerle i fianchi. Poi vide il grosso ceppo di legno.
E le frattaglie che vi erano appoggiate sopra.

«Ho dei problemi col romanzo» disse Giorgio.
«Non va bene?».
Giorgio mugugnò un “no”. Un tempo, Elena era stata la sua prima lettrice. A volte le parlava dei propri romanzi prima ancora che diventassero tali: i possibili sviluppi della trama, i personaggi, persino le scelte stilistiche. Poi, col tempo, era diventata quella che Luca chiamava beta reader: esaminava il lavoro finito e gli dava un parere, ma non metteva becco nella prima stesura. L’ultimo romanzo, quasi, non lo aveva letto. Giorgio le aveva dato le bozze il giorno prima della scadenza per la consegna. Lei non lo aveva terminato… e lui aveva spedito lo stesso la bozza. Si chiese come fosse successo e perché. La guardò dall’altro lato del tavolo, ma non riuscì a rispondersi. L’espressione di Elena era indecifrabile. Da quando era calata la sera, la luce continuava a saltare. Alla fine avevano spento il lampadario, avevano recuperato un vecchio lume a petrolio e lo avevano messo sul tavolo. La lampada spandeva una luce giallastra da un angolo come un commensale indispensabile ma molesto.
Avrebbe potuto essere una scena romantica, ma a Giorgio non era venuto in mente nulla di sentimentale. E nemmeno a Elena, per quel che lui poteva capire.
«Luca dice che dovrei tornare in città e che dovremmo parlarne. La scadenza per la consegna è vicina» disse.
Si aspettava che Elena dicesse: “Ti avevo detto di lasciar perdere Gianciotto e tutte quelle anticaglie”, ma lei rispose: «A volte è meglio lasciare il passato dove sta».
«È per questo che lasci in giro il cibo per il gatto?» fece lui.
Elena non ripose per un po’. Quando parlò, la sua voce era cupa come le ombre che il lume non riusciva a fugare. «Credevo che le donne di famiglia dovessero farlo».

«È una fuga» disse Elena.
Erano in camera da letto, a luce spenta.
Il chiarore della luna piena di novembre si faceva strada attraverso la finestra appannata. Sotto, un vecchio braciere esalava bagliori rossastri. Avevano rinunciato ai caloriferi. La corrente saltava troppo spesso e rischiava di romperli, così erano tornati ai vecchi sistemi contadini.
Oltre alla stufa accendevano anche il camino e, accanto al grande letto matrimoniale, uno scaldino spandeva l’ultimo tepore.
Frate, prete o monaca pensò Giorgio nei vari dialetti i nomi sono diversi, ma indicano sempre un religioso. Un clandestino che si infila nel letto tra moglie e marito.
Elena era accanto alla finestra. «Una fuga dal virus, una fuga dal tuo lavoro» continuò «siamo rintanati qui sperando che il presente ci passi sopra senza farci troppo male e che il futuro non si accorga di noi. Parliamo di storie che non abbiamo vissuto, di tempi in cui non siamo esistiti per non dover parlare di noi stessi. Stiamo seduti intorno al fuoco raccontando tristi storie sulla morte dei re».
Anche questa è una citazione pensò Giorgio, ma non lo disse. La sagoma di sua moglie si stagliava contro la notte. I capelli, ricci, erano lunghi e folti e le conferivano un aspetto selvaggio. «Non vieni a letto?» chiese invece.
«Devo portare da basso il braciere» rispose lei «consuma ossigeno». Senza attendere, raccolse il bacile e imboccò le scale. Giorgio udì i suoi passi scendere i gradini.
Si chiese se quanto aveva detto Elena fosse vero e si ripose di sì. E allora? Non faceva così il mondo intero? Si nascondeva. Oscillava tra la negazione del virus e l’attesa messianica del vaccino, rifiutandosi di accettare che le cose erano cambiate. O forse no. Forse il mondo non era affatto cambiato: era ostile come era sempre stato. Semplicemente, era finita l’illusione che così non fosse. Se l’intero pianeta si comportava così, anche lui, Giorgio, poteva agire nello stesso modo. Narrare storie di altri per non narrarsi la propria. Rifugiarsi in un altro luogo, in un altro tempo. Un tempo in cui le notti erano fredde e buie perché non c’era elettricità, le streghe erano reali e non tutti i gatti erano gatti.
Così rimuginando, si assopì prima che Elena risalisse.
Dormì profondamente fino al mattino e, quando allungò la mano per trovare sua moglie, trovò il letto freddo, come se Elena si fosse alzata da tempo.

Scene dalla vita di Elena e Giorgio nei giorni seguenti.
Giorgio che scrive al computer. O meglio. Batte qualche tasto ogni tanto, quando si accorge che lo schermo è diventato nero. Per il resto del tempo, traccia ghirigori sul vetro appannato, cancellandoli subito dopo.
La pentola che borbotta in cucina è l’unico suono nella casa.
I pasti diventano sempre più succulenti. Le verdure in particolare sono gustose. Giorgio non manca, ogni volta, di complimentarsi con sua moglie. Lei sorride e, per un istante, sembrano tornati i vecchi tempi.
Giorgio, non visto, porta via gli avanzi che Elena lascia in giro per il gatto fantasma.
Nemmeno lui sa perché lo fa.
Forse perché vuol dare maggior concretezza alla leggenda.

Oppure, al contrario, perché non vuole che siano lasciate offerte per quel bizzarro, stregonesco nume tutelare.
Sì, potrebbe essere quello il motivo.
Qualche giorno prima si è accorto di un fatto nuovo.
I tonfi e gli schiocchi secchi della legna spaccata.
Il ritmo è più serrato, più regolare, i suoni più netti.
Giorgio è sceso, ha attraversato la cucina e aperto lentamente l’ingresso perché la porta, a volte, emette un sottile cigolio.
Si è avvicinato agli orti stando attento a rimanere dietro il pergolato. Quasi tutte le foglie sono cadute, ma quelle rimaste offrono una buona copertura. Specie se chi viene osservato è distratto.
Giorgio ha compreso perché il ritmo e il suono che Elena fa quando spacca la legna è cambiato.
Sua moglie usa un trucco: anziché svellere l’ascia, una volta che la lama è penetrata in profondità, gira l’attrezzo di centoottanta gradi in modo che il ciocco sia rivolto verso l’alto e l’accetta verso il basso. A questo punto abbatte l’ascia sul ceppo e la gravità accresce la forza del colpo.
È stato Antonio ad insegnare a Elena questo trucco.
Anche adesso la sta aiutando.
Impugnano l’accetta insieme, le mani di Antonio su quelle di sua moglie, le braccia avvinte alle sue mentre la cinge da dietro. Di quando in quando Elena si gira e gli rivolge un riso sommesso.

Uscendo dal portone, Giorgio si rese conto che, da mesi, non metteva piede fuori dalla cascina.
E, a voler essere pignoli, non lo stava facendo neanche ora.
Era in auto, infatti.
Il vecchio veicolo aveva borbottato un po’, ma poi si era messo in moto. Malgrado l’inattività, la batteria non si era scaricata.
Per sicurezza, Giorgio aveva fatto un giro dell’aia. Alcune tortore si erano involate protestando.
Elena lo aveva osservato stando ferma accanto al pozzo, poi, prima che Giorgio uscisse, si era avvicinata all’auto.
«Farai tardi?» aveva chiesto.
«Sto partendo tardi».
Giorgio aveva rimandato la partenza perché, per tutta la mattina, aveva piovuto. Una pioggia continua, a volte intensa, a volte uno sgocciolio. Aveva smesso dopo mezzogiorno.
«Troverai nebbia» osservò Elena.
L’acqua, dalla terra, tornava all’aria sotto forma di vapore. Leggero, nell’aia, ma fuori sarebbe stato più denso. E più fosco via via che il giorno diventava sera.
«Non posso differire l’appuntamento con Luca.» disse Giorgio « Andrò piano e ti chiamerò quando sarò vicino a casa».
«Se c’è campo» fece Elena.
«Sentirai il rumore dell’auto, come succedeva prima dei cellulari».
Elena sorrise. Un sorriso labile e indefinito come il sole svaporato tra la nebbia «Ti preparerò una cenetta» disse.
Giorgio annuì e uscì dal portone.

Nella campagna, una coltre acquosa cancellava il mondo.
Giorgio guidava adagio.
Gli venne in mente una poesia letta alle elementari.
La nebbia viene
con piccoli piedi di gatto.
Si siede, sogguardando il porto e la città,
sui fianchi silenziosi.
Poi prosegue.
Piedi di gatto pensò Giorgio.
Accostò e spense il motore. Il silenzio era così assoluto da avere un peso. Pigre gocce si condensavano scivolando sui vetri.
In un mondo così la nebbia aveva piedi di gatto e i gatti non erano gatti, ma spiriti che, come amanti infedeli, frequentavano più mondi senza legarsi a nessuno.
Giorgio scese dall’auto e, a piedi, tornò a casa.

Non fu sorpreso da quel che trovò.
Non il silenzio greve dell’aia nella precoce notte d’autunno.
Non i piatti e i bicchieri sul tavolo, con avanzi lasciati come un’offerta per un visitatore.
Non i rumori dal piano di sopra, amplificati dalla tromba oscura delle scale.
Non fu sorpreso nemmeno da Elena, anche se a lungo rimase a osservarla, mentre, nel letto, le coperte scivolate a terra, si dimenava con Antonio come
(una gatta in calore).
Non lo stupirono neppure le parole che gli si formavano in mente mentre ridiscendeva le scale e tornava nell’orto a prendere l’ascia, infilzata, come sempre, sul ceppo.

Erano le stesse parole di Gianciotto Malatesta prima di irrompere nella stanza dove Paolo e Francesca consumavano la loro passione. Le stesse da cui aveva cercato di fuggire nascondendosi in quella casa fuori dal mondo, in quel passato più letterario che reale.
Ora so qual è la versione di Gianciotto pensò mentre, rientrato e risalite le scale, spalancava la porta.
Questo pensò e non se ne stupì.
Furono gli occhi a sorprenderlo.
Due paia d’occhi gialli con la pupilla dal taglio verticale, come quella dei gatti, che lo fissarono, per un istante, dal letto.
Ci fu una zaffata d’odore indefinibile (più tardi si sarebbe detto che era zolfo, ma non ne ebbe mai la certezza) e una folata che attraversò l’intera casa facendo crepitare le fiamme nel camino e spalancare le finestre. Udì un verso che solo in parte era umano e uno scalpiccio che, più che di piedi, era di zampe, poi due piccole sagome oscure gli passarono tra le gambe, si precipitarono per le scale, attraversarono la cucina e svanirono nell’oscurità.

La versione di Gianciotto” fu il più grande successo di Giorgio.
Luca, l’editore, visti i risultati, gli suggerì di stabilirsi definitivamente nella vecchia casa.
Così Giorgio fece.
Da allora, ogni sera, lascia sempre un po’ di cibo per il gatto o la gatta.
Per quanto mi è dato di sapere o narrare, però, esso, o essa, non si è più fatta vedere.

NDA: la poesia nel testo non è mia, ma di Carl Sandburg; la frase in dialetto cremasco vuol dire “Lascialo stare, non è mica un gatto, quello!”.

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia (S. King - It) Commento, ma i commenti non appaiono. Non so perchè.

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