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Pariah in indiano significa intoccabili.
“Che fortuna penserete,” invece no, non ci tocca nessuno perché siamo il cancro della società.
Mi butto a terra dopo la terza bastonata, la mia fronte colpisce una roccia, “finalmente perdo i
sensi.”

18.00
Caldo umido, vestiti appiccicati addosso, odore di smog intenso, strade trafficate e povertà. Il mio
paese ha sempre avuto la capacità di rendermi prima felice e disperata l’attimo successivo.

18.11
In quanto Pariah l’unico lavoro che potrei fare è raccogliere rifiuti dalle strade ma non fa per me.
Ho mentito sulla mia appartenenza sociale per guadagnarmi un lavoro dentro al mercato di spezie.
È un lavoro umile ma se la gente della mia casta sapesse quello che faccio mi invidierebbero come
se fossi la più ricca del paese.

18.18
Oggi è una giornata insolita, di solito tra le strade della mia città ci sono sempre fiumi di gente.
È tutto così silenzioso, guardo il ragazzo che lavora nella baracca accanto, si chiama Ajar e anche a lui piace mentire sulla sua identità esattamente come me.
Il ragazzo si volta verso di me e quello che mi dice mi stupisce, ma decido di non dargli troppa
importanza.

18.21
Sento un rumore e vedo che tutti i negozianti iniziano a scappare e chiudere tutto. Tutti i negozi
chiudono in fretta e furia, io, come al solito, non so come comportarmi e vedo che Ajar lascia tutto
aperto e si dà alla fuga.
Neanche il tempo di realizzare cosa stia succedendo che un poliziotto da dietro mi afferra per le
spalle, mi lancia a terra e mi inizia a bastonare.

18.30
Sento il rumore delle mie ossa che si rompono, le mie palpebre si chiudono e il mio cervello smette
di pensare.
“Finalmente perdo i sensi.”

Questo è quello che succede a chi mente sulla propria casta e ora mi vengono in mente le parole di mia madre che a tutti i costi aveva cercato di proteggermi nel modo più insolito.

”Mamma se mi fermano cosa devo dire?”
”Menti Gita, devi dire che sei della casta dei Sudra”
”È brutto mentire mamma, mi dici sempre che è sbagliato”
”É sbagliato solo se non hai un buon motivo per farlo, ora vai”

Ed è così che sono cresciuta, in mezzo alle ‘’bugie bianche’’ di mia madre per cercare di tornare a
casa sana e salva tutte le volte che andavo al fiume per giocare con i miei amici.

Oggi le menzogne mi hanno portata su un furgone che mi sta accompagnando al carcere femminile di Nuova Delhi.

18.43
Ho le mani legate, due agenti mi fanno scendere dal veicolo e con una bastonata mi incitano a
sbrigarmi ed “io mi immagino correre nel prato che ho davanti a me mentre scappo da tutto quello
che mi ha fatto stare male.”

E, come al solito, quando evadi con la mente ci pensa poi la realtà a riportati con i piedi per terra, e
io che per un attimo non avevo sentito nessun dolore “inizio a sentirmi come se una marea di
persone mi stessero calpestando,” ma continuo a camminare come se stessi scappando da una morte certa.

Poi la libertà.

19.02

Gli agenti che mi stavano scortando corrono immediatamente dietro ad una giovane donna che
stava tentando la fuga dal carcere.
Rimango sola, e cammino più veloce che posso verso la sponda del fiume di fianco al prato.
Sento gli stivali colpire la terra fresca e le urla delle guardie che dicono: ”Morirai da bestia se fai
solo un altro passo!”

Non ho mai rispettato le regole e non ho intenzione di farlo ora, mi butto nel fiume, mi libero dalle
bende che mi legavano le mani e trattengo il respiro sott’acqua per non farmi vedere dalle due belve che mi seguono.

19.30
Io che ero sempre stata la pedina ora divento giocatrice e sconfiggo i miei avversari.
Non male per una principiante.
Riemergo e cerco disperatamente di incamerare quanta più aria possibile nei miei polmoni, poi mi
spingo a riva con la poca forza rimasta nel mio corpo e mi trovo di fianco ad uno degli slum, le
baraccopoli indiane.

È proprio nel posto che tutti considerano l’inferno che io trovo il paradiso. Sono le 19.57, l’incubo è
finito, un gruppo di uomini mi corre incontro e mi fa stendere in una delle baracche. Sono Pariah
anche loro e, conoscendo le peggiori condizioni in cui un uomo possa vivere, non si preoccupano di aiutare chiunque gli capiti davanti.

Rimango quattro giorni nello slum, poi mi ricordo che la partita ancora non è conclusa e così arrivo
alla stazione di Nuova Delhi, da qui prendo poi una serie di treni affollati e arrivo a Khatima, una
città vicina al confine nepalese.

Manca poco alla libertà, me la sono giocata fino a qui e sento di poter vincere questa maledetta
partita.
Spero che nessuno mi fermi e mi faccia domande, sembrerei pazza a raccontare le cose assurde che mi sono successe in un solo mese, ma, come al solito, le mie paranoie anticipano il futuro e sento lo sguardo di qualcuno fisso su di me.

”Dove vai?”
Paura. Mi volto e due occhi neri e sorridenti cercano una mia risposta.
”Nepal”
Rispondo guardando i binari che non sono mai stati così interessanti.
”Scappi dalle ingiustizie?”  Mi chiede il ragazzo di fronte a me aggrottando le sopracciglia.
“Mi ha letto nel pensiero con un solo sguardo, non ditemi che finirò per innamorarmi ad un passo
dalla libertà.”
”Lo spero” e sorrido spontaneamente per la prima volta dopo tanto tempo.
”Scappiamo dallo stesso nemico a quanto pare”

Ripensandoci mi sento veramente una cretina. Ho passato la vita non fidandomi delle persone o
raccontando bugie per sopravvivere e in soli cinque minuti vado a conquistare la mia libertà a
fianco di un perfetto estraneo che conosce già tutto di me.

Di lui però mi sono potuta fidare fino all’ultimo, siamo arrivati in Nepal e io oltre ad aver acquistato
la libertà ho trovato anche Esh, che per me è l’amore.
Può sembrare una magnifica coincidenza, ma io ed Esh quando ci siamo incontrati alla stazione non eravamo affatto messi bene.

Non ci lavavamo da giorni, i nostri vestiti erano più simili a degli stracci e io avevo ancora molti
lividi e ferite che non avevo medicato.
Ridotti pelle e ossa tutto quello che ci permetteva di rimanere in vita era quella voglia di andarci a
prendere tutto quello di cui la nostra condizione di Pariah ci aveva sempre privato, ed eravamo certi di avercela finalmente fatta.

Per la prima volta nella mia vita, appena è arrivata la tempesta del cambiamento, al posto di correre ai ripari ho costruito la mia barca e ho iniziato a remare.

 

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Benedetta.palamidese

A 17 anni mi sono trovata a scrivere dei racconti settimanali per un progetto scolastico. Mi è piaciuto ed ora eccomi qui

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7 Comments

  1. FilippoArmaioli
    FilippoArmaioli

    Lo stile epistolare fa sembrare vera la storia di Gita. O autobiografica,tanto che ci si aspetta che l’autrice sia quantomeno italo-indiana. La semplicitá e l’immediatezza sono costanti non tradite, e così omogeneo nello stile il testo si fa ben accettare, nella sua coerenza.