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1 IL vento non si degnava di soffiare ,  ed io ero disperso su una zattera di salvataggio che vagava allo sbaraglio su uno degli oceani della terra, senza meta e senza controllo. Il sole era alto e i suoi raggi mi ustionavano la carne senza il minimo rimorso. Pochi possono dire di essere arrivati al punto di maledire il grande Padre luminoso fino ad odiarlo. Io , disperso nella sconfinata prateria d’acqua, con solo i miei vestiti indosso, arrivai a detestarlo con abissale sincerità. Devo dire che sarei comunque morto molto più volentieri straziato da sete, fame e calore piuttosto che finire schiavo sull’isola Tuxh – termine greco per “Fortuna”. Il senso dell’umorismo è l’abito sia del genio che del folle- situata pochi chilometri all’argo delle Terre Aride di Nord-Est, dove avrei intrattenuto con perverse recite obbligate, dove uomini torturano altri uomini, uno degli Umani più depravati e disgustosi che il mondo avesse mai partorito: Gablen detto “Il Bimbo”. Nome ridicolo a primo impatto, ma il motivo per cui qualcuno fu spinto da sana e grottesca simpatia a battezzarlo così non è altrettanto divertente. Gablen era cannibale , oltre che sadico. Solcava i mari per raggiungere ogni terra del mondo conosciuto,  e una volta attraccato su di un’ obbiettivo lui e la sua ciurma di oppiomani con la mente avvelenata dal massiccio consumo di droghe – i “Pianti del Bimbo”, così si facevano chiamare- saccheggiavano il primo villaggio che aveva la sfortuna di trovarsi sul loro cammino. Una volta conquistato un’ intero paese faceva prigionieri uomini e bambini, sia maschi che femmine. Poi, una volta incatenati questi, portava davanti a loro le mogli e le madri soffocate dal pianto e dall’angoscia. Senza dire neppure una parola Il Bimbo sventrava le donne personalmente , una ad una, lentamente, deliziandosi della melodia offerta dalle urla strazianti dei mariti e soprattutto dei disperati fanciulli. Nel vedere il vuoto fetido di sconforto negli occhi degli uni, e nel percepire l’avvenuto trauma nelle menti degli altri, Gablen aveva ripetute erezioni , seguite da altrettanti orgasmi nel caso il dolore del pubblico si dimostrava andato oltre ogni limite di sopportazione. Posso però assicurarvi che quelle delle donne non era la fine peggiore. I prigionieri sopravvissuti allo shock emotivo venivo caricati sulla nave e portati Tuxh dove, una volta sbarcati, gli adulti venivano costretti a seviziarsi a vicenda nei modi più abominevoli, mentre ” Il bimbo” assaporava la scena in totale comodità e in vibrante eccitazione all’interno del suo anfiteatro. Fra uno spettacolo e l’altro aveva l’abitudine di farsi servire le teste cotte dei disgraziati bambini, gustando le cervella con disturbante soddisfazione. Questo era Gablen ” il bimbo”, qualcosa che andava oltre la malvagità, oltre il disgusto e oltre la paura stessa! Ma non era quello il destino che mi ero scelto. No. Non avevo mai avuto nulla da perdere nella vita, tranne la mia libertà, e non l’avrei persa in quel tempo, in quel modo. Con la luna a illuminare la mia fuga- come se volesse godersi lo spettacolo si potrebbe dire!- trovai un anello della catena particolarmente arrugginito per via della costante umidità che avvolgeva le prigioni dell’imbarcazione. Girai intorno a un palo portante che si trovava all’interno della cella , avvolgendoli attorno la catena, e tirai con tutta la forza che la disperazione e il desiderio di libertà potevano concedermi. Tirai con così tanta foga che crebbi  mi si stessero per slogare i polsi, quando all’improvviso l’anello cedette. Il suono metallico della catena spezzata fu una musica così dolce che ancora oggi, quando mi torna alla mente , mi fa tremare le labbra e inumidire gli occhi. Ero Libero. I “Pianti del Bimbo ” stavano dormendo saporitamente dopo la sbronza dovuta ai festeggiamenti per la riuscita del saccheggio, e la guardia che avrebbe dovuto sorvegliare i prigionieri era caduta in un sonno simile al coma. Neppure un demone poteva reggere l’assenzio della terra di Varon, la mia terra! E quell’essere disgustoso ebbe il privilegio di assaggiarne gli effetti prima di morire. La porta della mia gabbia non era stata nemmeno chiusa a chiave, indice di superbia, peccato vantaggioso per il tuo nemico.. Aprii la porta lentamente per non svegliare i miei compagni , anche se erano cosi provati sia fisicamente che moralmente che avrebbero dormito anche per sempre. Non fraintendetemi: Fu come pugnalarmi al cuore lasciare quella gente al suo atroce destino, ma se si fossero svegliati il caos generato dall’ansia di sbrigarsi e dalla paura di essere scoperti avrebbe sgretolato il mio di fuga dall’inferno. Uscito dalla cella mi avvicinai furtivo alla guardia. La luce lunare che penetrava fra le fessure delle assi del soffitto proiettava la mia ombra in maniera deformata sulla parete, creando una figura che mi riportò alla mente un Kalema – uno dei demoni che apparivano in forma d’ombra- quando evocati dalle streghe dell’isola di Chinox per riscuotere, alla loro maniera, ciò che gli spettava da coloro che non onoravano gli accordi presi con loro. O almeno così mi raccontò un marinaio/ guerriero , eremita dei mari, ospite nella mia terra natale ,disegnando uno schizzo di questi esseri, tra un racconto e l’altro , bagnati di assenzio e mistero. La somiglianza che mi balzò alla mente mi eccitò. Sfilai lentamente il coltello dalla cinta dell’aguzzino e , puntando la base della lama pochi millimetri al di sotto del pomo d’Adamo, lo feci strisciare con tutta la rabbia che avevo in corpo. Fui incredibilmente sorpreso nel constatare con quanta facilità la lama arrivò a conficcarsi a metà del collo! Così in scioltezza che ebbi l’impressione di affettare dal pane fresco. L’unica reazione che avvenne in quel rifiuto umano fu quella che gli fece spalancare gli occhi, quasi a farli schizzare fuori dalle orbite .Solo un lieve gorgoglio sommesso uscì dalla gola recisa, mentre il sangue mi dipingeva la mano. Osservai l’intera scena recitata dalle nostre ombre. “Il demone ha saldato il conto!” pensai in quel momento, provando una sensazione simile alla soddisfazione mischiata alla rabbia, un sentimento viscoso e denso come il sangue che mi copriva le mani. Ricordo che accompagnai il corpo fino a che non fu sdraiato a terra, come si fa una fanciulla in una notte romantica sprizzante di passione, mentre lo guardavo dritto negli occhi strabuzzanti. Poi salì le scale che portavano al ponte , agile e silenzioso come una serpe. Era come se non fossi io a governare i movimenti del mio corpo ma , al contrario, potevo solo osservarmi mentre percorrevo con andamento felpato e predatorio il ponte in orizzontale per raggiungere una delle scialuppe. Fu come percorre un sentiero colmo di trappole , rappresentate dalla ciurma addormentata – anzi , sedata!- dall’eccessivo abuso di assenzio. Sull’albero maestro, appesi a delle corde di canapa, pendevano arti umani di ogni genere . Quella macabra visione mi fece quasi impazzire , portandomi a preferire la morte nel tentativo di uccidere da solo l’intero equipaggio piuttosto che saperli vivi ancora per un secondo. Ma il profumo della libertà si era intensificato a tal punto che la mia mente ne fu stregata .Lasciai andare quei pensieri di sanguinosa vendetta e focalizzai la mia attenzione sull’unico mezzo che mi avrebbe consentito di abbandonare quella nave vivo : Una delle scialuppe di salvataggio. La raggiunsi e immediatamente cominciai a calarmi verso il mare; Ricordo che dovetti affrontare uno sforzo notevole nel tentativo di scendere lentamente , senza creare troppo fracasso, e dopo un giorno e una notte di prigionia perfino respirare sembrava diventato un doloroso obbligo. Appena la minuta imbarcazione toccò l’acqua cominciai a remare freneticamente. Più remavo con forza più la nave si allontanava, più la nave si allontanava e più remavo con forza. Smisi di mulinare le braccia solo quando i crampi morsero così violentemente da impedirmi di piegare le braccia. Mi sdraiai e cominciai e respirare lentamente e profondamente, riempiendo i polmoni fino alla loro massima capienza. Il cielo era sereno e stellato , la luna immensa. Mai nella mia vita avevo amato qualcosa più di quanto amai l’aria fresca che respirai quella notte. Ero libero, di nuovo quella sensazione mi avvolse. Non mi importava pensare a come sarei sopravvissuto smarrito in mezzo all’oceano senza cibo ne acqua potabile, l’unica cosa a cui la mia mente era interessata era di elaborare quale terribile sorte avrebbero affrontato i prigionieri ancora a bordo, destinati a finire i loro giorni sull’isola che era la testimonianza vivente dell’oscura notte dell’animo Umano. I senso di colpa mi contorceva le budella , straziandomi , devastando il animo più di quanto già non fosse. Mi costrinsi ad affogare il senso di colpa. Usai tutte le mie forze per annegarlo negli abissi più profondi della mia anima, sapendo che quella ferita comunque sarebbe tornata a galla , presto o tardi , e avrebbe presentato il saldo da pagare. Stremato , anche da quest’ultimo terrificante e lugubre sforzo, mi lasciai cadere fra le accoglienti e commiserevoli braccia del sonno. Ebbi l’impressione di addormentarmi con uno strano sorriso sul viso. Ero consapevole di essere fuggito dalle fiamme dell’inferno, e sentivo che qualcosa sarebbe successo. L’ultima immagine che colsero i miei occhi prima di chiudersi fu la strabiliante luce con cui la madre Luna mi copriva amorevolmente.

 

2 Fu così che mi ritrovai disperso, a metà fra il cielo e l’acqua, per due giorni e due notti. A metà del terzo giorno , quando ormai i miei pensieri si incanalarono a formare solo pietose visoni della mia imminenti morte, e il mio corpo rispondeva solo alle sollecitazioni dei crampi causati dalla fame, cominciai a fiutare un odore acre e pungente nell’aria. Quella che all’inizio era una tremolante fiammella di speranza , causata da quella fragranza,  fece in fretta a tramutarsi in puro terrore affilato, che fece scorrere la sua gelida lama lungo tutta la mia spina dorsale. Le mie narici erano già state invase da quel puzzo viscoso qualche ora prima. Era odore di sangue. Quando sei in una situazione simile, e l’aria comincia ha diventare così impregnata dall’odore del sangue da diventare irrespirabile, cominci a pensare che forse sarebbe meglio lasciare la vita terrena prima di scoprire quale storia nasconda un simile avvenimento. Ero in preda ad un panico fuso col più nero terrore, ma anche in quel caso – come spesso è accaduto nella mia vita- fu la forza primordiale e infantile della curiosità ad avere la meglio. Così, con uno sforzo di gran lunga maggiore di quanto si possa pensare, sollevai il busto oltre il limite delle sponde della scialuppa. Quello che vidi mi fece pentire amaramente di averlo fatto. Nella vasta distesa d’acqua si estendeva una mastodontica striscia rossa. Nonostante la razionale incredulità, dentro di me , nelle viscere più profonde, nel limbo della mente, sapevo di cosa si trattava: ero un modo per segnalare il proprio passaggio. Mentre osservavo l’acqua miscelata al sangue inghiottire la mia imbarcazione, notai galleggiare sparsi qua e la frammenti di budella, intestini e chissà quale altro tipo di frattaglia. In quel momento mi girai di scatto alle mie spalle. A poche centinaia di metri un’imbarcazione di legno bianco come avorio avanzava placida. Ricordo che prima di perdere i sensi contemplai un pensiero ambiguo : è quasi irreale la bellezza che può irradiare la morte! Poi fui avvolto dal manto dell’oscurità. Quando riapri gli occhi fu la meraviglia il primo sentimento a cogliermi. Invece di trovarmi in una sudicia stanza umida e buia , coricato su un muffoso pavimento invaso dai funghi, mi trovavo in una stanza meravigliosa, tappezzata di lusso e arte. Non c’era mobilio di alcun genere , solo le bianche pareti luccicanti per la tappezzeria di seta e le greche d’orate che ricordavano incisioni rupestri di antiche leggende di Eroi e avventure. Mi tornò alla mente, veloce e spietato come lo scatto di un  cobra, l’immagine della nave che avevo visto prima di svenire, e subito l’angoscia tolse le redini di mano  allo stupore. Capì in quell’istante dove mi trovavo , e l’ansia mi trascinò a terra , facendomi inginocchiare con un tonfo sordo , che rispecchiava la mia disperazione. Mi trovavo a bordo della Brush Bleeding, la Nave leggendaria, che tutti conoscono ma nessuno ha mai visto, un sussurro fantasioso figlio di notti di noia e bicchieri senza fondo. Si vociferavano cose al di là di ogni fantasia , come il fatto che al comando dell’imbarcazione ci fosse un essere preterumano chiamato Ba’a Fhail , che col suo ” pennello ” dipingeva i mari di simboli sconosciuti agli uomini, originari del suo mondo. Per farlo utilizzava il sangue e le frattaglie di chiunque intralciasse il suo cammino. Tutti questi pensieri trafiggevano la mia immaginazione con la velocità e l’aggressività dei fulmini di una tempesta. Mi si appannò la vista e fui sul punto di rigurgitare la bile, quando d’un tratto la porta della camera si spalancò. L’uomo che mi si palesò d’avanti era l’essenza stessa della possenza : Alto non meno di due metri , il fisico scolpito come la statua che un popolo può dedicare al suo Dio, pelle nera come il vuoto. La sua carnagione contribuì sensibilmente a farmi cadere vittima del suo sguardo magnetico. I suoi occhi erano di un indaco cristallino  che facevano pensare al suo corpo come a un involucro per qualcosa di estremamente puro , come il pensiero di un bambino. Il suo volto era segnato brutalmente da un enorme cicatrice sulla guancia destra, profonda e marcata, ma questa non influiva minimamente sulla potenza del suo sorriso , sincero e fisso, imperturbabile come il centro della Terra. Era vestito con un gilè e dei pantaloni leggeri e affascinanti , come abiti da cerimonia di un santone orientale. Riuscì a intravedere una scritta incisa sul suo petto, ma prima che potessi leggere cosa vi era scritto, il colosso nero spiò nei miei pensieri ed esclamò < C’è scritto” Yudara mutawa”, ed è l’ultima cosa che legge il mio avversario. Nella mia lingua madre significa” Ingannare la Morte.” I tuoi non sono ,però, gli occhi di un nemico> disse, sgonfiando la sfera di terrore che si era gonfiata nel mio stomaco appena udì quelle sue prime parole < Quindi puoi leggere e sapere il mio nome . Faruq.> Mi sentii completamente rilassato , come se l’udire quel nome mi avesse immerso in una vasca d’acqua calda. Mi alzai con non poca fatica, le gambe sembravano avvolte da fasci di rovi spinati che incalzavano su cosce e polpacci. Faruq mi spiegò con poche ma soavi e incontrovertibili parole che era il vicecapitano della nave. La sua voce era un dolce anestetico , e mi spingeva a provare una improbabile fiducia nei suoi confronti, come se qualcosa dentro di me si fosse convertita all’obbedienza per il suo timbro ipnotico. E poi quegli occhi. Aveva gli occhi di un Angelo caduto dalle schiere celesti.

Invitandomi a camminare verso territori a me sconosciuti fuori dalla stanza in cui mi ero svegliato, Faruq mi comunicò che era assolutamente indispensabile che io vedessi una cosa; una cosa che avrebbe decretato il mio rilascio o la mia permanenza sulla Brush Bleeding . Cercai di indagare timidamente su quello che mi stava attendendo , ma il titano liquidò ogni mia speranza con una frase che faticai a comprendere in quella situazione di caos emotivo e mentale < Il tuo destino è al di la delle azioni che stai per compiere. Solo questo ti è concesso sapere.> Camminando ero in preda a un turbinio di pensieri che mi sfibravano la mente. Non potevo essere certo che Faruq mi avesse detto la verità; non potevo essere certo che avrei vissuto abbastanza da poter rivedere lo scintillio delle stelle quella notte, ma di una cosa ero più che sicuro : tutte queste rimuginazioni non avevano il minimo significato in quel momento .Ero totalmente soggiogato dall’aurea misteriosa di quel colosso dalla pelle nera come inchiostro. Avevo la netta sensazione che nulla mi sarebbe accaduto. Passeggiamo per almeno dieci minuti in un labirinto di corridoi e stanze che mi fecero ragionare sulla dimensione esorbitante di quella imbarcazione. Doveva essere abbastanza grande da contenere un intero villaggio. Ogni corridoio e ogni porta che si proiettavano davanti al mio sguardo erano di un bianco sporco, come avorio, lo stesso che caratterizzava l’esterno della nave .L’unica differenza stava nelle splendide greche color argento e ora che si ramificavano in ogni dove, formando disegni che i miei occhi non avevano mai catturato prima. Ero smarrito nella mai meraviglia quando giungemmo di fronte ad una massicci porta che, a differenza di tutta l’imbarcazione scrutata fino ad ora, era completamente nera. Faruq si girò con una calma abbellita di una grazia innaturale . “Perfino nei movimenti più elementari del corpo emana un’eleganza mistica..” pensai colloquiando con me stesso . Puntò i suoi occhi incantatori verso i miei e con tono sereno ma spaventosamente serio disse che , una volta varcata la soglia , avrei dovuto scegliere se compiere o non compiere un’azione. Detto ciò si allontanò nella direzione da cui eravamo giunti. Sussurrò solo una frase mentre si incamminava di nuovo verso la rete di corridoi: < Tutto è scritto; scegli solo con quale pagina continuare la storia.> Poi sparì svoltando al primo angolo , in silenzio, con le braccia incrociate dietro la schiena e un passo così leggero e sicuro da farmi percepire il miraggio di vederlo levitare. La parte esterna di me non aveva compreso nulla del significato di ciò che Faruq disse , ma la parte interna, quella inconscia, aveva compreso tutto all’istante. Avrei imparato in futuro a tradurre il linguaggio onnisciente dell’inconscio.

Rimasi immobile fissando la nera porta che dava l’impressione di pesare una tonnellata, con la bocca semi aperta e il corpo flaccido come quello di un mollusco. Era come se avessi sviluppato istantaneamente la mia capacità di percezione: riuscivo a carpire lo scorrere del sangue nelle vene, il battito del cuore aveva l’intensità di un tamburo tribale. Potevo cogliere ogni goccia di sudore che rigava il mio corpo. Tentennai per quasi dieci minuti, avvolto in un vortice di pensieri sconnessi, in balia di terrore , curiosità e fascino. Quando il fiume di tensione cominciò a sradicare gli argini della sopportazione il braccio destro si sollevò senza che io gli diedi quell’ordine, si posò sul pomello dorato e lo fece ruotare.

 

3 Ciò che trovai al di là della porta mi fece cacciare un urlo grottesco nato dal fondo della gola – lievemente somigliante a un conato di vomito – che in quel momento catalogai come di spavento, ma più tardi, ripensando all’episodio, convenni nel credere che fu uno strillo di puro godimento, anzi!, era figlio di una sensazione più arcaica della goduria , un sentimento così antico e sepolto nell’animo che mi riesce difficile ancora oggi trovare una definizione adatta. La stanza non era più grande di sei passi di larghezza per dieci di profondità; ad illuminarla c’era , nel centro del soffitto, un “Lamia”, creatura del mondo sottile a forma di sfera con un diametro non superiore a quello di una botte di vino. Quest’essere è qualcosa di molto antico, come la sensazione innominata che provai appena varcata la porta. Il Lamia si nutre di rabbia. Di tutta la rabbia e la disperazione che producono tutte le entità viventi del nostro mondo. Quando si nutre comincia ad emanare una luce incandescente. Più assorbe , più luce emana, e la loro condizione di insaziabilità gli ha resi succubi del loro stesso piacere. Schiavi dei loro stessi bisogni, diventano incredibilmente semplice da addomesticare. Se trova una fonte di sostentamento gargantuesca , il Lamia può restare fisso in una dimore per l’intera durata della sua esistenza, pari , in media, a quella di cinque umani in buona salute. Fu semplice capire che quell’essere aveva stretto il patto più redditizio che potesse sperare di cogliere nella sua esistenza, accettando di dimorare in quella stanza. Il motivo per cui lo compresi fu lo stesso che mi provocò quel grido di preistorico piacere qualche istante prima. Con tutti e quattro gli arti e il collo incatenati al pavimento, esattamente al centro della stanza, sotto la luce affamata di collera, si trovava Gablen , “il bimbo”, con gli occhi cupi di furia. Qualche metro avanti a lui vi era un tavolino, alto circa un metro. Dai quattro piedi messia croce si ergeva in verticale un gambo di elegante legno di noce , con sopra incisi fiori di Loto realizzati con significativa maestria. Alla fine del superbo gambo vi era posizionata una lastra rotonda di marmo rosso, intenso come quello di una rosa appena sbocciata. Sopra il tavolino era riposto il pugnale con il quale il “bimbo” sventrava le mogli e le madri di uomini e fanciulli costretti a guardare il vomitevole spettacolo. Dando una rapida occhiata al resto della camera notai un vecchio specchio sulla sinistra, alto circa come un uomo e provvisto di un cavalletto d’ottone semi arrugginito che lo reggeva in posizione eretta. Nient’altro. So cosa state pensando , perchè lo pensai io stesso a mia volta: afferrare il coltello , farlo danzare davanti allo sguardo furente del figlio di cagna per far si che comprenda la tormenta di dolore che lo sta per investire e cominciare a scuoiarlo partendo dalle dita dei piedi andando a salire. Con l’adrenalina che quasi mi sgorgava dagli orecchi e tremando, posseduto dall’eccitazione causata da quella inverosimile possibilità che mi veniva offerta, afferrai il manico della lama impastata di ruggine e vecchio sangue coagulato , feci un passo in avanti ignorando l’eco lontano che giungeva al mio udito , – eco che in verità era  il miscuglio di urla convulse di Gablen-  facendo sfarfallare il coltello nell’aria in una danza priva di ordine, orchestrata dalla tremenda eccitazione che mi si manifestava nelle tempie e nel cuore , che sembrava muoversi al ritmo di una scodella di rame nel mezzo di un terremoto, ma prima di giungere faccia a faccia con il viscido essere notai , con la coda dell’occhio, un secondo oggetto posto sul tavolino. Era una chiave. Mi avvicinai di nuovo al lussuoso piano in marmo e la presi in mano. Era nera, lunga come un dito indice e piuttosto pesante. Non mi ci volle molto per capire che era la chiave della porta della stanza, e la cosa soffocò lentamente il mio desiderio di sadica vendetta. Nella mia mente cominciò a delinearsi un nuovo scenario adatto a punire quella feccia in catene, che nel frattempo mi lapidava con ogni insulto articolabile dall’immaginazione umana; ma la sua voce rimaneva un fischio lieve e lontano. Avrei potuto chiuderlo li dentro a chiave, senza ne cibo ne acqua, fino al momento in cui la Morte avrebbe raggiunto la carcassa maleodorante e arida che sarebbe stato quel rimaneva del suo corpo , e che un gesto fermo e insensibile avrebbe sfilato l’ultimo barlume di vita rimastogli tra un rantolo che avrebbe riecheggiato di disperazione nell’aria vuota e solitaria della stanza. Poi improvvisamente mi ricordai del Lamia, che se pur non aveva mai smesso di emanare la sua luce scarlatta e con sfumature simili a chiazze bionde, era passato al di là della mia attenzione. Fissai per qualche secondo e con gli occhi socchiusi quella luce animata, poi rotai la testa lentamente verso sinistra e i miei occhi incontrarono di nuovo l’immagine del vecchio specchio incorniciato d’ottone. In quel momento capii , anche se non totalmente a livello razionale, quel che Faruq aveva sussurrato prima di andarsene ,< …scegli solo con quale pagina continuare la storia.> , così aveva detto. Posai il pugnale dove l’avevo trovato, mi infilai la chiave in tasca e spostai il tavolino di un paio di metri sulla mia destra. Poi raggiunsi lo specchio  e lo trascinai esattamente di fronte a Gablen. Lo fissa negli occhi per qualche secondo , distinguendo l’inconfondibile scintillio della rabbia mischiata ad un manto di paura che li invadeva. Sorrisi, e senza dire una parola uscii dalla stanza , chiusi la porta di legno massello , infilai la chiave e feci scattare la serratura due volte, sfilai di nuovo la chiave e la rimisi in tasca. Sarebbe morto così  Gablen “Il bimbo” , fissando la sua immagine riflessa nello specchio . E nella profondità  dei suoi stessi occhi avrebbe percepito l’essenza putrida della sua anima , avrebbe visto comparire gli spettri di ogni bambino , donna e uomo mangiati , sbudellati e torturati durante la sua esistenza. E l’ira che avrebbe sprigionato il suo cuore marcio una volta compresa la sua totale impotenza davanti alla mano tesa del destino avrebbe nutrito il Lamia con così tanta foga, che la luce emanata dallo stesso lo avrebbe ustionato fino a fargli bollire il sangue all’interno del corpo. Sono abbastanza sicuro di aver udito delle parole da parte sua, ma le mie azioni mi avevano trasportato in luogo diverso, troppo distante per comprendere esattamente le frasi sconnesse che mi giungevano alle orecchie. Mi allontanai da quella porta conscio di aver appreso una nuova concezione sulla vita , qualcosa che mai mi era parso così lampante prima di allora: L’odio inghiotte se stesso , non conosce altro modo per sopravvivere.

La sensazione era luminescente e invadeva tutto il mio corpo . Il primo pensiero di paragone che mi balzò alla mente per dare una spiegazione a ciò che provavo fu immaginare un uomo risolvere un enigma che pesava sulla sua coscienza da anni e, dopo aver realizzato di esserci riuscito, spiccare il volo verso il cielo, leggero come un fiocco di neve in una notte senza vento. Mentre ripercorrevo gli asettici corridoi della Brush Bleeding mi ricordai, senza far trasparire la minima reazione , che erano tre giorni che non mettevo qualcosa sotto i denti. Sarei andato a cercarmi qualcosa da mangiare, ma senza fretta; ero ancora immerso in quel sogno di realizzazione e percezione sensoriale che mi portava in grembo fino all’orizzonte della perfezione, circondato da una musica di squisita contentezza. Fame e stanchezza erano in basso, sotto la  pianta dei piedi, senza significato. Per la prima volta nella mia vita ero capace di osservare ; contemplare ciò che mi circondava. Era tutto un glorioso ricamo di precisione aliena eppure strettamente familiare , perfetto nell’imperfezione , definito nell’indefinibile. Niente altro aveva valore.

 

4 Passai le due settimane successive sotto “l’ombra ” di Faruq, che si dimostrò un maestro inarrivabile e colmo di saggezza oltre che un uomo dall’animo quieto e nobile come solo chi conosce la mente al di là dell’intelletto può avere. Diventai suo allievo e non ci fu bisogno di chiederlo, dato che possedeva la capacità di leggere nel cuore delle persone , o almeno così decisi di credere , lui non mi confessò mai questa sua virtù, anche se a volte lo lasciò intendere durante il mio tirocinio che mi viene da definire quantomeno “particolare”. A dire il vero più che insegnarmi qualcosa mi iniziò alla scoperta dell’universo mistico ed esoterico di cui, come mi rammentò lui stesso più volte, siamo tutti attori, spettatori e direttori. Molte erano le argomentazioni che faticavo a comprendere durante le lunghe ed intime chiaccherate che intrattenevamo , ma Faruq non mancava mai di sottolineare che avrei compreso un passo alla volta, perchè cercare di indovinare e comprendere su quali pietre poggiare i piedi durante il cammino , senza prima aver fatto il primo passo, era un’abitudine degli stupidi e degli arroganti. Starlo ad ascoltare mi faceva sentire indifeso ma al sicuro al tempo stesso , come un bambino che pendeva dalle sue erudite labbra.

Lo scorrere del tempo era insolito a bordo di quella nave . Era come se il giorno e la notte non esistessero , o per meglio dire non riuscivo più a distinguere la linea di separazione tra il sorgere del sole e il calare delle tenebre. Le ore si appiccicavano l’una all’altra , mischiandosi, formando un unico lasso di tempo privo di ordine e durata. Cominciai a dimenticare tutto della mia vita precedente ad una velocità inquietante, finchè un giorno, mentre camminavo sul ponte di prua meditando su una delle parabole di Faruq, mi resi conto di aver smarrito tutto ciò che ero prima di salire a bordo di quella imbarcazione. Non ero spaventato, ma il pensiero cementificò il mio corpo nella posizione in cui mi trovavo per almeno due ore. Era come aver chiuso i ricordi dentro un baule e guardandolo mi chiedevo a cosa avevo rinunciato, senza riuscire a ricordare, ma con una inspiegabile sicurezza nel credere che aver dimenticato fosse la cosa migliore da fare. Un giorno come un altro Faruq mi si avvicinò con le braccia incrociate dietro la schiena , come era suo solito fare, e arrivato di fianco a me sussurrò queste parole < Desideri conoscere il capitano?> La frase mi svegliò come uno schiaffo improvviso e sentii la mia voce rispondere < certo… se lui è d’accordo…>

< questo dipende solo da te > bisbigliò il gigante d’ebano , e detto ciò mi fece segno di seguirlo.

La cabina del capitano era la stanza situata più in alto del veliero, superava perfino l’albero maestro nella sua imponenza. Si ergeva in cima ad una torretta sul lato più estremo della poppa. Per raggiungerla era necessario percorrere una scalinata che si avvinghiava intorno alla torre formando una spirale, esattamente come la forma di un serpente avvolto intorno ad un ramo. In cima al pinnacolo , alto circa dieci metri , era posizionata la cabina a forma di piramide, larga almeno sei metri per lato e alta altrettanto. I gradini della scala spuntavano fuori dalle pareti come dita squadrate di qualche altra , assurda dimensione. Mentre mi avvicinavo cominciai a domandarmi perchè non diedi mai attenzione a quella struttura monolitica, assurda e sconvolgente. Ma era sempre stata li? IO ero realmente li? da Quanto? dov’erano gli altri membri dell’equipaggio? conoscevo i loro volti? forse… forse è solo…

< Cominciamo a salire, fa’ attenzione>

La voce di Faruq mi destò dal torpore dei miei sodalizi mentali come una secchiata d’acqua ghiacciata. Con l’aria di uno che cerca di combattere contro una sbornia presa storta seguì la mia guida verso quella che somigliava sempre più ad una follia senza nome, una oscurità ,si, ma piena di luce senza tempo e forma.

Arrivati a metà salita mi resi effettivamente conscio di quanto in alto ci stavamo spingendo, e le gambe mi diventarono di cera. Erano assenti sia scorri-mano che ringhiere di sicurezza, e la cosa, unita al fatto che il mare cominciava a dimenarsi, mi fece immergere in una pozza di paura. Potevo quasi vedere con l’occhio dell’immaginazione la mia faccia dall’aspetto terreo , e questo non fece altro che aumentare il mio terrore. Dovevo scendere all’istante. Stavo per ruotare i tacchi per lanciarmi in una discesa isterica, quando la possente voce di Faruq tuonò nell’aria come se provenisse da Dio in persona < Se ti arrendi alla salita non potrai mai scoprire cosa c’è al di sopra della tua mente>.

Mentre esternava quella frase, con tono biblico e padroneggiante , manteneva una posizione perfettamente eretta, le braccia ancora incrociate dietro la schiena e gli occhi sprezzanti e luccicanti di folgore poderosa. La sua forma era impeccabile, ciò che più si avvicinava a un esempio fisico di perfezione. Mi senti tirare in piedi da braccia invisibili, dotate di una forza talmente esorbitante da convincermi che fu una coscienza padrona di una volontà propria a farmi proseguire. Non potevo più percepire il mio corpo , eppure il terrore non smetteva di flagellarmi l’anima. Ricominciai ad avanzare, il che fu davvero un avvenimento “miracoloso” , visto che osservavo , inerme, le mie gambe darsi il cambio una davanti all’altra, sapendo nel profondo di me stesso che ero Io a volerlo.

Faruq accennò un vago sorriso dal sapore beffardo , misto a soddisfazione, poi si voltò e continuò l’ascesa con inamovibile eleganza. Sudavo come in un pomeriggio di sesso estivo, il cuore mi martoriava il petto con inaudita ferocia e il mio spirito si era quasi completamente abbandonato al folle canto della Paura; eppure la forza profonda e misteriosa continuava a spingermi senza tregua o cedimento alcuno.  Un’energia infaticabile e priva di qualsiasi tipo di emozione, di questo ne ero certo. Stava solo svolgendo il suo compito. Qualunque fonte energetica fosse di tre cose ero sicuro : era autonoma e in possesso di una sua coscienza, proveniva dagli antri più profondi del mio essere e stava svolgendo l’opera per cui era stata generata.

Lunga.

Dio solo sapeva quanto mi parve interminabile quella salita. Ad ogni passo ero convinto di precipitare nel vuoto, per poi finire sfracellato sul ponte di legno, lasciando come ultima impronta nel mondo un’artistica chiazza rossa sulla grande pavimentazione color bianco avorio. Superai l’ennesima spirale e finalmente la vidi ! LA grande base della piramide era all’altezza della mia testa. A pochi passi di distanza dalla massiccia porta d’entrata si ergeva  Faruq, calmo come il più erudito dei monaci, circondato però allo stesso tempo da un’aurea di spaventosa eccitazione primordiale, qualcosa che poteva ricordare il magnetismo , assai più viscoso però, a differenza di quest’ultimo. un agglomerato di energie elettriche e spirituali che lo facevano sembrare in uno stato di vibrazione continua. Percepire la densità della sua situazione mi procurò un’erezione incontrollabile e di spietata potenza.  Il suo corpo risuonava lo spartito dell’universo. Levitai – ero convinto di essermi staccato dal terreno – verso di lui ondeggiando come se fossi stato immerso nell’acqua, provando un’ interscambiarsi di emozioni che andavano dall’ormai ben ancorata paura, alla più alta vetta della gioia e della soddisfazione, come se avessi sprecato tutta la mia vita nel cercare di raggiungere mete ambiziose , attraverso strade tumultuose costellate di timori e sconfitte, per poi rendermi conto , in quel momento , che tutti i sacrifici e gli sforzi passati non avevano importanza alcuna. Era all’interno della bianca piramide tutto ciò a cui avevo sempre ambito, il cuore di ogni mio desiderio.

Giunsi fino ad un paio di passi dalla porta e improvvisamente riacquistai la sensibilità del corpo, e di conseguenza del suo peso, che mi sormontò con una violenza tale da farmi annichilire sulle ginocchia. Credetemi quanto vi dico che la mole del nostro fisico può risultare insulsa se sorretta dalla volontà d’animo, ma soffocante e insopportabile se affrontato con la sola illusione dei muscoli. Alzai il capo con non poca difficoltà , visto che la sensazione era quella di essere stato pestato selvaggiamente da quattro mozzi posseduti dai demoni dell’alcool. Il sudore mi colava negli occhi procurandomi un bruciore insolente, ma nonostante il momentaneo appannamento riuscì a scorgere , con un sincero sbigottimento , che non vi era nessuna porta o cancello a dividere l’esterno dall’interno della bianca cabina. Solo un’apertura rettangolare che vomitava tenebra e silenzio. Non so descrivere cosa provavo in quell’istante, perchè ormai mi ero abbandonato al caos di emozioni che a turno mi violentavano con placida calma, ma con un ritmo e una regolarità troppo calibrati per potermi anche solo illudere di riuscire a riacquistare il controllo . Quella di varcare la soglia non fu nemmeno una decisione, bensì la logica ed inevitabile conclusione di tutto quell’insieme di fattori, positivi e negativi, che erano stati messi in ordine a formare quell’equazione di speranza, dolore , odio e amore manifestatasi nel momento in cui mi tirarono a bordo della Brush Bleeding . O forse anche prima.

O forse tutto è davvero…

Attraversai la soglia e mi combinai con il buio e il silenzio.

Una scintilla di luce bianca senza voce squarcia il tempo e lo spazio, e lentamente il corpo comincia a smolecolarsi. Non provavo dolore ne nessun altro tipo di sensazione corporea normalmente conosciuta. In pochi secondi la mia interezza si tramutò in una cascata di coriandoli di materia, fino a che non rimanemmo solo Io , nella mia più intima e profonda essenza, e il punto di luce. Poi lo fissai con occhi immateriali e divenni Io stesso la Luce, e non vi furono più punti di vista, nessun odore distinto. Nulla. Il Mondo si inghiottì da solo e rimase solo la danza perfetta di ogni cosa, priva di forma e pensiero, un carnevale di vita e morte unite in un ballo erotico infinito, senza tempo, magistralmente diretto da ciò che si cela oltre il velo della nostra dimensione esistenziale. Queste sono solo parole che non possiedono alcun significato rispetto a quello che percepii in quel sogno. Mi svegliai in un sabato pomeriggio innevato, rimanendo sdraiato per almeno un’ora , con lo sguardo perso nel deserto incandescente formato dalle ultime braci ancora vive nel fedele camino poco distante da me. L’atmosfera era di una singolare consistenza, ne potevo quasi sentire l’odore,anche se le narici erano ancora impregnate dell’aroma d’erba che avevo fumato qualche ora prima. Non osavo parlare per paura di perdere la percezione di quella spettrale e allo stesso tempo accogliente e suadente situazione di stallo. Fui quasi sopraffatto dalle lacrime quando un’ondata di nostalgia apparentemente inspiegabile si infranse nel mio inconscio , ma prima che potesse accadere, lo tsunami di malinconica nostalgia si dissolse, prosciugato da una  luce calda e beata che profumava di speranza. Mi lasciai andare in un’esplosione di risa mentre tutti i ricordi e le emozioni planavano lentamente verso il giardino nascosto che ognuno di noi ha nei più profondi crepacci dell’animo. Era ancora l’ora dove batte il cuore della notte, ma mi vesti e usci a passeggiare , L’aria era fredda e pungente, il cielo sgombro dalle nubi a mostrare una sublime luna piena . Il suo splendore sembrava accarezzare ogni angolo del mondo e rifletteva la sua sublime energia nella neve fresca. Mi incamminai senza meta, a passo placido, fischiettando la musica della mia gloriosa gioia: Il mondo era mio . E lo è tutt’ora.

 

FINE

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Credo nel potere delle parole , nella loro supremazia sulle nostre vite , e sul poterle controllare e utilizzare per creare qualcosa di irripetibile .

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9 Comments

  1. FilippoArmaioli
    FilippoArmaioli

    Crebbi è passato remoto di crescere, non di credere! A parte questo errore straziante e “italianicida”, il racconto si fa piacere. L’errore mio leggendo veloce è stato fraintendere che ad essere accoltellato è stato Gablen (che immagino simile a Jabba The Hutt).Bel racconto, fantasioso e trascinante. I mostri mi ricordano un poco quelli di Lovecraft.

  2. ignotochi
    ignotochi

    Ho letto il racconto, mi piace molto l’ambientazione, pirati, navi, mari… Poi è scritto in prima persona, anche io scrivo sempre in prima persona. È scritto bene, è scorrevole. Mi è piaciuta motlo la parte dove lui è prigioniero sulla nave, rompe l’anello della catena debole e accoltella la guardia. La luce della luna che filtra tra le tavole sconnesse impone la giusta temperatura alle immagini che evochi. È un bel racconto, dettagliato. Spero di vederene altri. Ciao!