Cara Clementine questa è la lettera numero 37 che ti scrivo. Credo sia l’ultima però.
Sai credo che finalmente mi sono liberato di quell amaro ricordo d’amore o quel qualcosa che mi ha incatenato visceralmente all’immagine di te, quella te che non hai mai voluto farmi vedere, che io erroneamente ho scovato guardandoti riflessa sull’acciaio della macchina sorridermi alle spalle mentre aspettavi la tua dose di caffè giornaliera.
Quel dolcissimo sorriso che non mi hai mai mostrato realmente se non quando ero girato, e aspettavo che la penultima goccia scendesse prima di porgerti la tazzina fumante. Un sorriso a sguardo basso lungo 16 secondi circa tempo di un caffè; un sorriso al profumo di colazione calda della prima soleggiata mattina d’inverno.
Da quella mattina hai portato la primavera nel mio bancone che fino ad allora faceva rima solo con prigione.
Bottiglie tazze tazzine bicchieri prendevano colore e sopra ognuno sbocciava un fiore.
Dal martedì a sabato aspettavo impaziente come per te era necessario il caffè per affrontare la giornata a me bastava vederti aprire la porta per sentirne già l’effetto.
Fino a che non abbiamo trovato il coraggio di rovinare il tutto; rivolgerci la parola: uscire mangiare, baciare, amarci.
Sarebbe stato perfetto se tutte le volte che te ne andavi da me lo facevi con quel sorriso nascosto nella coda dell’occhio che mi seguiva mentre porgiavo sul banco l’ennesimo caffe.
Sta volta le spalle me le hai rivolte sul serio e non ti sei più voltata. Hai seguito il tuo dolore,lo stesso che leggevo in quei specchi smeraldo mentre ogni mattina cercavi di mescolarlo all amaro del caffè.
Che ingenuo a credere di poter essere il dolcificante dei nostri momenti.
Grezzo come lo zucchero, era l’amore con cui cercavo di riempire i nostri giorni come zuccheriere.
Invece oggi eccomi estraneo che prendo il caffè proprio qui mentre un tempo ero io al di là del bancone, quel bancone che era diventato peggio di una prigione dove la pedana invece di rialzarti ti inabissata e i mostri marini erano tutti quei momenti dove mi sforzavo di amare il tuo dolore invece che allontanarlo prima che tu e cquella tigre mi azzannaste allo stomaco e al cuore apprppriandotene. Abbandonato come una amara, sporca, finita, vuota tazzina; lontano dal suo piattino

Mi piace, in poco hai sintetizzato gli estremi dell’amore: nascita e fine con il solito codazzo di rimpianti.
Bravo
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