Leggere scrivere e pubblicare Racconti online su Owntale

Una piattaforma ricca di funzionalità dove pubblicare, leggere e scrivere racconti gratuitamente. Mettiti alla prova e raggiungi il punteggio milgiore!

Fuoco

Si sciolse le spesse trecce davanti allo specchio del bagno. La superficie cosparsa di scure macchie di ruggine mostrava i capelli rimasti nella forma lunghi serpenti rossi scenderle sulle spalle. Guardò il suo petto che si faceva ogni giorno più gonfio e pesante, come il resto del suo corpo; non sarebbe passato molto prima che se ne accorgessero e sarebbe dovuta andare via.

Erano passati cinque mesi da quella sera di maggio, per cinque volte aveva catturato un topo o un colombo e lo aveva ferito a morte. Ne aveva fatto gocciolare il sangue sulle pezze che poi fingeva di tirare fuori da sotto la gonna, quando Alba andava con lei a lavarsi al fiume.

Cercava di nascondere la fame che la tormentava. La mattina non faceva colazione con loro, la nausea la indeboliva e non le andava di iniziare la giornata con addosso i loro sguardi freddi che volevano farla sentire in colpa ad ogni boccone. Aspettava che uscissero per andare alla messa del mattino, a lei ormai era proibito, come se le fosse mai passato per la mente di andarci, e poi usciva finalmente di casa. Ripercorreva le strade che conosceva da quando sua madre ce la portava nei pomeriggi di primavera, secoli prima, le sterpaglie seccate in agosto nei campi abbandonati le graffiano le gambe nude sotto la veste e la polvere della terra le si insinuava tra le dita dei piedi. Conosceva la posizione esatta di ogni pianta che ormai i padroni avevano dimenticato, staccava i frutti verdi e ruvidi che lacrimavano latte, succhiava la dolce goccia ambrata che pendeva in fondo e li mangiava con tutta la buccia, come faceva suo padre. Poco dopo si alzava, scuoteva via i fili gialli che le restavano attaccati ai vestiti e si incamminava, sperando di trovare le ultime more, dure e tutte semi, lungo la strada.

Il mondo era un immenso tappeto verde durante il mese di maggio, tutte le piante che andavano recise durante la fioritura riempivano la cesta e lei era in ginocchio a cercarne altre, una coccinella si affaticava a scalare un filo d’erba appesantito dalla schiuma bianca. Non avrebbe mai immaginato di sentire la sua presenza in quel posto, di fianco a lei. Da quando era in casa sua nemmeno la guardava, eppure era stato lui a pregare la madre di accoglierla, dopo la pioggia. Invece ora la stava guardando, come la luna del crepuscolo li guardava pallida dal cielo ormai grigio. E voleva che lei lo guardasse, che gli leggesse il dolore negli occhi scuri, che lo facesse sgorgare fuori, che lo bevesse in sorsate amare, che spurgasse quella ferita che lei stessa gli aveva aperto nell’anima, quando sua moglie si era lacerata, per far vivere sua figlia.

L’erba alta era cosparsa di papaveri scarlatti che diffondevano il loro odore acre, l’odore delle sere di quando si avvicina l’estate. “Ci vuole l’aceto, dopo. Non è sicuro, ma può funzionare”. Era quello che diceva alle ragazze spaventate che andavano a consultarla di nascosto, ma lei non lo usò. Andò a letto con le cosce ancora impregnate e lasciò che la natura compisse il suo lavoro segreto.

Acqua

Erano un lungo fiume d’ebano i capelli di Riya. “I nostri capelli li usano per farci le parrucche” le diceva aprendo i denti bianchi in un dolce sorriso. Il suo fascino riempiva tutta la sua casa, dove il profumo delle spezie e le pesanti tende che ammorbidivano la luce invitavano chiunque a volerci trascorrere ore intere. Lei era sempre affascinata da quanto le raccontasse, dallo scoprire quanto pur vivendo in mondi così diversi ci fossero delle usanze, conoscenze e credenze che in fondo erano le stesse, assumevano solo una forma diversa.

Riya le mostrava tutte le sue boccette e barattoli piene di semi e di polveri da impastare con la rugiada. Per ognuno le raccontava una storia, di solito un coraggioso personaggio mitologico ferito e curato grazie alle proprietà di quella sostanza, per insegnarle come andassero usate. Le loro nonne facevano così. Le tracciava delicati motivi sulle mani, che poi restavano rosse per giorni, per darle forza, bellezza e serenità. Ma, soprattutto, la cosa che non avrebbe mai dimenticato di Riya era la danza. Fissava campanelli dorati alle mani, alle caviglie e alla vita e poi lasciava che il suo corpo costruisse il ritmo. Diventava liquida e flessibile, i suoi occhi neri si accendevano di magie antiche e indomabili, si muoveva come se una corrente la trasportasse nell’unico posto in cui potesse sentirsi libera. Le aveva spiegato che c’è un posto dentro ognuno che non dovrebbe mai restare vuoto, e a volte era necessario ballare fino ad avere i piedi coperti di vesciche pur di riempirlo di nuovo.

Fu quello che successe, quando la portarono via, quel posto dentro di lei si svuotò di colpo. Allora non poté fare altro che danzare. Si sciolse i capelli, si avvolse in una di quelle tuniche eteree che le aveva donato Riya e andò a piedi nudi davanti alla chiesa. Fece suonare i campanelli, urlò con tutto il fiato le remote parole nella lingua musicale che aveva imparato. Quando tutti gli altri cominciarono a radunarsi, lesse lo scandalo e la paura sui volti e i suoi occhi vennero invasi dagli stessi lampi che vedeva in quelli di Riya. Qualcuno arrivò con un secchio d’acqua gelata e glielo gettò addosso. “Strega miscredente!”. Ma l’effetto fu che la veste bagnata attaccata alle forme e i capelli grondanti rendessero ancora più voluttuosi i suoi movimenti e la furia iniziale si trasformò in una sprezzante lascivia che spargeva sui presenti tutto il suo disprezzo e la sua rabbia. Sentiva le mani degli uomini che tremavano, mentre la prendevano e la trascinavano via.

Quando poi, quell’autunno, la pioggia decise di cadere tutta in una notte e la sua casa non lo sopportò, nessuno la considerò tra quelli che andavano aiutati, nessuno a parte lui.

Terra

“Non devi parlarci con quella lì!” diceva Alba mentre strattonava il bambino che si era fermato lungo il suo vialetto per chiederle perché raccogliessi la camomilla, che a lui non piaceva. Lei per tutta risposta afferrava la gonna con le mani e si piegava in una riverenza, venendo ricambiata da un’occhiata di disgusto.

Lo stesso bambino era apparso l’anno precedente alla sua porta, di notte, in pieno inverno. Batteva i pugni contro il legno e urlava. “La mia mamma sta male!”. Quando aprì lo trovò arrossato dal freddo e dal pianto, la neve davanti l’uscio era alta quasi quanto lui. Capì all’istante cosa stava succedendo. Si guardò intorno, Lena non era ancora rientrata, le lasciò un biglietto sul tavolo sperando che tornasse e la raggiungesse quanto prima. Cercò di raccattare tutti gli unguenti e i preparati che potevano servire, ma temeva che non sarebbero stati sufficienti. Si gettò sulle spalle la mantella pesante e prese la manina terrorizzata e gelata nella sua.

Rientrando all’alba, la mattina seguente, aprendo la porta l’odore dolciastro e stantio dell’alcol l’avrebbe investita, la luce accesa, il biglietto sul tavolo nemmeno degnato di uno sguardo e Lena buttata sulla sua branda con ancora gli stivali ai piedi. Sentendosi a pezzi, avrebbe desiderato svegliarla, prenderla a schiaffi e gettarle addosso tutta la frustrazione che aveva accumulato quella notte, ma non lo avrebbe fatto e l’avrebbe lasciata al suo sonno amnesico.

Non c’era mai stata troppa confidenza tra loro due, ma avevano scelto di rendersi utili l’una a quello che faceva l’altra. Lena aveva il potere di far sentire gli altri inferiori nei suoi confronti. Le sue idee erano ferme quanto le sue mani, la sua sicurezza lasciava instabile chiunque altro. Voleva salvare tutti, poteva farlo. A differenza sua, che aveva imparato ogni cosa sulle erbe grazie a sua zia, a vecchie ricette scritte su fogli ingialliti, ai racconti di Riya e a pochi libri di botanica rubati in biblioteca, Lena aveva studiato duramente. Sapeva riconoscere ogni sintomo con precisione, sapeva aprire e richiudere tagli senza battere ciglio, sapeva premere e massaggiare nei punti giusti con i suoi palmi piccoli e veloci. Ma da quel momento nel bosco, aveva iniziato a sgretolarsi, a franare pian piano nella voglia di dimenticare tutto.

L’aveva trovata in ginocchio sul fogliame in decomposizione. Le mani e il viso sporchi di terriccio e foglie morte, in lacrime, cullava il corpo inerte della ragazza che amava. Era arrivata tardi, le avevano fatto quello che ormai non era più considerato sbagliato, né vile, né atroce, da nessun membro di quella orrenda popolazione. Non era riuscita a salvarla e ormai non aveva più senso salvare nessun altro.

Da mesi usciva sempre più presto e rientrava sempre più tardi, a volte era un miracolo come riuscisse a ritrovare la via di casa. Un giorno avrebbe smesso di farlo, “Sai dove trovarmi” le avrebbe detto portandosi dietro la sacca con le sue cose e incamminandosi lungo la strada, con la montagna dalle cime ancora innevate che da lontano aspettava di accoglierla nel suo silenzio.

Aria

Quando arrivarono alla casa, le urla della giovane si sentivano da fuori. Lui le si presentò davanti con il viso stravolto, quel viso e quelle labbra, trasfigurati dalla paura. Il bambino gli si attaccò ad una gamba, lui gli accarezzò la testa in modo meccanico e distante. “Il medico non può arrivare, c’è troppa neve.” Lei entrò nella prima camera, il pavimento di piastrelle variegate e ingrigite, sedie di legno scheggiato intorno ad un caminetto acceso, mani nodose che scorrevano lungo rosari consumati poggiati su grembiuli neri, voci che mormoravano litanie sommesse. Era già una veglia funebre.

Nella stanza da cui provenivano i gemiti della sofferenza si trovava Alba, che scattò in piedi non appena la vide, ma non disse niente. Doveva aver già discusso abbastanza con suo figlio. “Mettete a bollire dell’acqua, per favore” chiese cercando di restare impassibile.

Le bastò un’occhiata per capire che lei poteva fare ben poco, il letto era diventato una pozza di sangue, ma il bambino non riusciva ad uscire. Si avvicinò alla ragazza che non poteva tenere gli occhi aperti per lo sforzo. Le accarezzò i capelli biondi fradici di sudore e cercò di tranquillizzarla. Si ricordò della prima volta che la aveva vista, le era sembrata da subito una creatura tanto dolce e pura quanto fragile e delicata, dai lunghi capelli sottili e occhi che sembravano quasi trasparenti. E si ricordò dello sguardo di lui poggiato su di lei, finalmente chiaro e tranquillo. Venne presa da un moto di rabbia, era sopravvissuta a stento alla nascita del primo figlio, non avrebbe dovuto accadere di nuovo. Ma come sarebbe stato possibile, in quei momenti così disperati, che le persone rinunciassero all’amore, forse l’unica cosa di umano che avevano lasciato in quel posto.

Scorrevano le ore, era riuscita a darle abbastanza infusi da calmarle il dolore, ma Lena non arrivava e non poteva lasciar passare ancora molto tempo. Si fece coraggio, riusciva a sentire la piccola testa. Non avrebbe voluto farlo, non voleva dare a quella creatura un futuro in quel posto, non lo meritava, non aveva fatto nulla di male se non crescere in un posto caldo e protetto fino a quel momento. Ma lei non poteva scegliere, aveva solo un compito da portare a termine. Allora lo fece, tirò verso il freddo della vita quelle soffici membra e le fece respirare nel pianto.

Lena avrebbe saputo come ricucirla, ma lei no. Consegnò la bambina ad Alba e poi rimase accanto alla giovane, sussurrandole parole che si mescolavano alla droga che le faceva bere, restando con lei fino alla fine. Uscì senza guardare nessuno, il peso dei loro sguardi come quello della neve che faceva crollare i rami degli alberi.

 

1
0
TAGS:

Commenta il racconto di

Lascia un commento